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La marcia della Wagner su Kiev e la macchina che crea la realtà

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Ci ho pensato a lungo, come tutti. Chiunque conservi un po’ di attenzione per la cronaca, e un minimo di scetticismo sulle narrazioni ufficiali, si è ritrovato, magari in ora tarda, a tentare di rispondersi alla domanda: l’intera rivolta della Wagner è stata una scenata.

 

Un po’ lo ho scritto nell’articolo precedente, quello sul «golpe gobbo» alla wagnerita.

 

Potrebbe essere una grande maskirovka, come da dottrina militare russa del XX secolo. La parola inizialmente significava semplicemente il camuffamento di mezzi e truppe, per poi andare a significare, più ampiamente tutte le manovre di inganno condotte sul nemico: esche, disinformazione, manipolazioni di ogni tipo.

 

Già nel 1944 L’Enciclopedia militare sovietica definiva la maskirovka come costituita dai «mezzi per garantire le operazioni di combattimento e le attività quotidiane delle forze; una complessità di misure, dirette a fuorviare il nemico riguardo alla presenza e alla disposizione delle forze». Esempi di maskirovka sarebbero riscontrabili nella battaglia di Stalingrado, nella battaglia di Kursk (1943), nella crisi cubana dei missili (quando Kennedy ordinò il blocco navale, ma testate atomiche sovietiche erano già sull’isola di Castro) e, qualcuno sostiene, durante l’annessione della Crimea, quando comparvero quelli che chiamarono «gli omini verdi», mentre Mosca negava ogni coinvolgimento.

 

Nelle ultime ore quantità di personaggi del fandom incondizionato di Vladimir Putin ha optato ciecamente per la versione della maskirovka, che ancora una volta dimostrerebbe la superpotenza strategica del personaggio. I mistici putiniani dicono che si tratta solo di una grande manovra, un colpo da maestro per portare truppe in Bielorussia.

 

Sarà vero? Potrebbe esserlo.

 

Partiamo dal fatto che dell’evento scatenante, cioè l’attacco contro la Wagner condotto dall’aviazione russa, non si sono avute immagini, ma solo i famosi tre audio di Prigozhin usciti venerdì sera, poche ore prima che occupasse il quartier generale militare di Rostov. Se sono usciti nel frattempo documenti visivi dell’attacco non lo sappiamo, ma lì per lì abbiamo considerato la cosa bizzarra: il Wagner boss ama le telecamere, e negli ultimi mesi non si tirato indietro mai quando c’era da farsi riprendere con fondali incredibili ed indicativi, cioè in ambienti che dicevano tutto: eccolo che insulta Shoigu e Gerasimov mostrando i cadaveri freschi dei suoi combattenti, eccolo che porta mandarini ai prigionieri ucraini, eccolo con alle spalle Bakhmut che chiede la resa di Zelens’kyj, eccolo che sfida il presidente ucraino mentre vola con un MiG, eccolo che si fa fotografare nelle tenebre di una miniera di sale

 

Stavolta, invece, niente video. Solo audio. I media russi hanno usato l’assenza di video per smontare l’accusa dei bombardamenti; a noi sembra invece altro.

 

Ma allora, hanno finto tutto? Da certe scene viste in giro, verrebbe da pensarlo: lo spazzino che continua il suo lavoro tra i carrarmati, senza percepire minimamente la tensione del momento. La folla che acclama i wagneriani, i genitori che danno ai mercenari i bambini perché facciano la foto sul tank, Prigozhin che lascia tra selfie e strette di mano di folle di giovani in visibilio.

 

C’è la faccenda dei velivoli abbattuti, però: sono sei elicotteri e un grande aereo da trasporto. Hanno parlato di 15 piloti morti. Questa, in teoria, è la prova che non si tratta neanche lontanamente di una scenata. In realtà, abbiamo visto qualche video o qualche foto dei mezzi abbattuti, ma niente di dirimente. E verificare è, ovviamente, impossibile. Possibile cedere all’ipotesi, invero dal cospicuo sapore complottista, per cui gli aerei abbattuti sarebbero state simulazioni, parti integranti della maskirovka?

 

È un pensiero che abbiamo paura a fare. Tuttavia, è il momento di ricordare al lettore che egli con probabilità ha già veduto, nel corso della propria esistenza, un’altra maskirovka, e di proporzioni molto, molto maggiori: l’11 settembre 2001?

 

Ricordate? Degli aerei di linea centrarono perfettamente le due Torri di Nuova York: a pilotarli, in una manovra che riuscirebbe sì e no ad un Top Gun, dei sauditi che avevano malamente cercato di imparare i rudimenti del volo con dei CESSNA ad elica nelle settimane precedenti, tutti personaggi peraltro, è stato confermato di recente, che erano nelle liste dei controllati dei servizi americani.

 

Ebbene, le Twin Tower cascano verticalmente su loro stesse, e per soprammercato cade pure un palazzo limitrofo, la Torre 7, così, senza essere colpito nemmeno da un aereo di carta. Chi scrive ricorda di averlo visto in diretta, e sul momento non c’era da cercare tante spiegazioni, al massimo avrebbero detto poi cosa era stato a cagionarne il crollo. Così, lo sapete, non è stato…

 

Ora, non vogliamo tornare sui dettagli dell’11 settembre, una storia che quasi è oramai sepolta dalla storia e dai nostri cuori oberati dalle mille altre catastrofi delle ultime due decadi.

 

Tuttavia, vale la pena di ricordare cosa seguì all’atto megaterrorista del World Trade Center: trilioni di dollari vennero spostati verso il budget della Difesa americana, guerre sanguinarie ed inutili vennero combattute in Asia, dove perirono forse uno o forse due milioni di locali, con diaspore lancinanti (quella dei cristiani, ad esempio, spariti dall’Iraq) e creazioni di mostri ulteriori come l’ISIS e il nuovo Emirato d’Afghanistan.

 

Insomma, se era una mascherata, ha funzionato: le operazioni sono andate avanti come volevano i padroni del mondo, che spesso sono molto disinteressati degli effetti finali, e soprattutto del costo in termini di vite umane.

 

E quale era il fine a breve termine, quindi? Cosa c’era in gioco? Semplice: con la dimostrazione del suo potere distruttivo, l’America definiva una volta per tutte l’assetto unipolare del pianeta. Avrebbe comandato Washington, nella libertà di distruggere qualsiasi Paese e prenderne le risorse per sé e i suoi vassalli sviluppati, come previsto dalla purtroppo mai abbastanza citata dottrina Rumsfeld-Cebrowski.

 

Mi preme a questo punto ricordare la posizione espressa da un anonimo alto funzionario americano durante il lancio delle guerre post-9/11, che si espresse con parole terribili e visionarie.

 

Uscì nel 2004 un articolo sul New York Times Magazine, dove il giornalista premio Pulitzer Ron Suskind faceva parlare questa allora anonima figura dell’amministrazione Bush.

 

«Siamo un impero ora, e quando agiamo, creiamo la nostra realtà» diceva il personaggio. «E mentre studiate quella realtà, con giudizio, come volete, noi agiremo di nuovo, creando altre nuove realtà, che potete studiare anche voi ed è così che le cose si sistemeranno. Siamo gli attori della storia… e voi, tutti voi, sarete lasciati solo a studiare quello che facciamo»

 

In pratica, gli USA imperiali avevano ottenuto la macchina della realtà. Non si trattava più di conquistare il mondo, da di creare direttamente l’universo in cui vivono gli uomini, e poi ricrearlo, e crearne altri ancora.

 

Le Torri Gemelle, e la devastazione globale che ne seguì, avevano fornito allo Stato profondo americano strumenti di onnipotenza. Così almeno pensava il personaggio, che, sarebbe poi emerso, altri non era se non Karl Rove, fedelissimo dei Bush e vice capo dello staff di Dubya, neocon che ancora vediamo ad abundantiam su Fox News. Per intenderci: fu lui ad avvertire George Bush dell’attacco alle Twin Tower mentre il presidente si trovava in visita ad una scuola elementare della Florida.

 

A questo punto ci viene alla mente, per riflesso chirale, un’altra figura, in Russia però. Vladislav Surkov è oggi considerato un personaggio fuori dai giochi. Tre lustri fa, o più, uno stilista russo mi fece per la prima volta il suo nome, in una conversazione il cui tema erano le figure che davvero hanno potere in Russia. «È un oligarca?» chiesi. «No, è molto di più. È una specie di mago. E pure si diverte». Surkov è uno dei nomi sparati da Prigozhin negli ultimi giorni nelle sue tirate populiste contro i gerarchi moscoviti che si sono arricchiti in questi anni. È stato vicepremier di Medvedev, e assistente del presidente Putin dal 2013 al 2020.

 

Appassionato di musica hip hop e di arte astratta (teorizza l’inesistenza della libertà democratica, ma la verità della «libertà artistica»), oggetto di sanzioni americane da un decennio e oltre, Surkov, il «Karl Rove di Putin», è anagraficamente di origine cecena, parente, a quanto dice, di Dzhokar Dudaev, il primo presidente della Repubblica separatista di Ichkeria, assassinato da due missili a guida laser mentre parlava al telefono satellitare nel 1996: al film non manca davvero niente.

 

Molti chiamano Surkov una sorta di demiurgo in grado di plasmare la realtà secondo i suoi disegni, precisi quanto apparentemente incoerenti.

 

«Il suo scopo è minare la percezione del mondo da parte delle persone, in modo che non sappiano mai cosa sta realmente accadendo» dice il cineasta britannico Adam Curtis in un suo articolo del 2014. «Surkov ha trasformato la politica russa in uno sconcertante pezzo di teatro in continua evoluzione. Ha sponsorizzato tutti i tipi di gruppi, dagli skinhead neonazisti ai gruppi liberali per i diritti umani. Ha anche sostenuto i partiti contrari al presidente Putin».

 

Tuttavia «la cosa fondamentale è stata che Surkov ha poi fatto sapere che questo era quello che stava facendo, il che significava che nessuno era sicuro di cosa fosse vero o falso. Come ha affermato un giornalista: “È una strategia di potere che mantiene costantemente confusa qualsiasi opposizione”».

 

«Un incessante mutare forma, inarrestabile perché indefinibile. È esattamente ciò che Surkov avrebbe fatto quest’anno in Ucraina» scrive il pezzo che, ricordiamo, e del 2014 – i tempi di piazza Maidan e della Crimea riannessa. «In modo tipico, all’inizio della guerra, Surkov pubblicò un racconto su qualcosa che chiamò guerra non lineare. Una guerra in cui non sai mai cosa stiano realmente facendo i nemici, o anche chi siano. Lo scopo di fondo, dice Surkov, non è vincere la guerra, ma utilizzare il conflitto per creare uno stato costante di percezione destabilizzata, al fine di gestire e controllare».

 

Ad un certo punto, la faccenda assunse le tinte della fantascienza, anche grottesca. I giornali occidentali, BBC e Corriere della Sera inclusi, iniziarono a parlare di un dispositivo misterico e totipotente che sarebbe caduto nelle mani di Putin, il «nooscopio», una macchina che può attingere alla coscienza globale e «rilevare e registrare i cambiamenti nella biosfera e nell’attività umana». Ci sarebbe da ridere, e se qualcuno sghignazzava dietro le quinte, quello era Surkov – l’uomo che aveva capito che poteva disporre davvero di armi creatrici di mondi, di macchinari di magia imperiale in grado di produrre la realtà. Ecco che subentra il divertimento, l’ironia di livello meta: i giornaloni mondiali se la bevono tutta – Putin ha in mano la macchina che cambia l’universo.

 

Surkov nell’aprile 2020, a pochi giorni dall’operazione russa in Ucraina, è stato messo agli arresti domiciliari, con l’accusa di appropriazione indebita fondi per il Donbass. Nonostante questo, la sua lezione potrebbe essere rimasta.

 

La rivolta della Wagner rientra nella categoria della «guerra non-lineare» surkoviana? Della creazione di mondi come strumento politico?

 

E quindi, più in concreto cosa avrebbe in gioco la Russia con una simile sceneggiata? Specularmente all’11 settembre, qui si tratta di far finire una volta per tutte ogni parvenza di mondo unipolare, stabilendo una volta per tutte la multipolarità come stato delle cose globali. E ci si gioca, ovviamente, molto altro: la dedollarizzazione, per esempio, che è un cambiamento di assetto della geopolitica planetaria di cui ancora nessuno ha davvero preso le misure.

 

Se quindi fosse tutto vero, Prigozhin – come un bad boy, come una bad bank – si è agglutinato ogni negatività per procedere spedito lasciando al Cremlino la totale plausible deniability (concetto tipico della CIA: la possibilità di negare in maniere plausibile). Ad ogni nuova mossa della Wagner, Mosca potrà dire al mondo: «noi non li controlliamo! È un pazzo! È un animale! Ha tentato pure di attaccare noi»…

 

Ecco che quindi ogni rivolgimento, capovolgimento strategico diventa possibile.

 

I Wagner potrebbero marciare da Nord su Kiev, anche senza una vera capacità di conquista, obbligando la coperta ucraina ad essere tirata verso la capitale, lasciando libero il Sud, così magari da lasciar libero l’esercito russo di entrare, finalmente, ad Odessa, la città più russa del Mar Nero, della cui presa però, strambamente mai si è parlato davvero, anche se questa significherebbe in pratica la risoluzione della questione della Transnistria, che verrebbe definitivamente riannessa alla Russia (facendo partire il domino moldavo-romeno, dove di mezzo c’è la NATO…)

 

E se non fosse Odessa? Kharkov, la seconda maggiore città del Paese, dove pure non c’è stata la penetrazione che pareva esserci a inizio conflitto, dove perfino i Tinder delle ragazze kharkovite pullulavano di soldatini da Belgorod o da Grozny che ci provavano spudoratamente.

 

E se non fosse nemmeno Kharkov?

 

A fianco della Bielorussia c’è proprio la Polonia, che già è preoccupata per le armi atomiche che Putin sposterà ai suoi confini tra circa dieci giorni. Possibile che la Russia attacchi un Paese NATO? Con quello che ne consegue?

 

A questo punto, turlupinati dalle narrative magiche e sconvolti dagli eventi degli ultimi anni, possiamo pure dire che non lo riteniamo impossibile. Avete visto come gli intellettuali russi ora inizino a parlare di utilizzo delle armi atomiche contro i Paesi occidentali: fine del tabù dell’atomo, e Finestra di Overton termonucleare spalancata. Avete visto quanto il Cremlino abbia sorpreso tutti il 24 febbraio 2022, e in tante altre occasioni. Avete visto Medvedev annunciare la possibilità di spazzare via l’«avversario in eterno», la Gran Bretagna, con uno tsunami radiattivo generato da droni Poseidon. Avete visto che la realtà è illeggibile, irrazionale, irricevibile. Forse è programmata per essere così, per disorientarci.

 

Di certo, sappiamo che mai saremo arrivati qui se non fosse stata per la follia di Washington – dove, invece che un impero creatore di realtà, ci sono dei dementi che dalla realtà hanno divorziato, e sul serio.

 

La guerra ucraina è stata provocata da individui che credono che un uomo possa diventare femmina, che il clima possa essere modificato dalle virtù civiche, che uccidere feti in massa rientri nella salute delle donne, che castrare bambini faccia loro bene, che i nazisti siano democratici, che predare gli organi a persone incoscienti sia salvarle, che obbligare la popolazione a farmaci di alterazione genica sia una forma di libertà, che uccidere gli anziani, i deboli, i depressi e i poveri sia giusto, che un vecchio demente e corrotto possa vincere le elezioni con una decina di milioni di voti di scarto.

 

Questa è la vera maskirovka lanciata verso di noi, è la realtà che vogliono farci vivere, che hanno prodotto per noi, ma a cui per fortuna un certo segmento della società non crede più, né crederà mai più.

 

Ciò non toglie il fatto che siamo a un passo dall’abisso: ed è verità, realtà materiale, non illusione, menzogna, malìa.

 

È la nostra vita, e quella della nostra prole, che dobbiamo difendere dall’inganno e dai fabbricanti di realtà fatte per sterminarci.

 

Perché l’ora presente non è un Götterdämmerung, non è il «crepuscolo degli dei» di Wagner – è il crepuscolo nostro e della nostra umanità. In qualsiasi direzione andrà a finire questa guerra.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

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Maldini, povera Italia

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Siamo un Paese vittima dell’odio e del risentimento nei confronti di chi cerca un piano culturale superiore, in qualsiasi campo, compreso quello sportivo. Una vendetta verso coloro che riescono a emergere, verso chi fa quel qualcosa in più che lo eleva dal mare di mediocrità massificata in cui gran parte del Belpaese è immerso.

 

Il caso Maldini, ultimamente onnipresente sulle pagine di tutti i giornali nazionali – sportivi e non – mi ha fatto tornare alla mente quell’odio atavico dell’italiano medio per chi, per cultura o capacità, riesce a spiccare. Paolo Maldini è uno dei nostri calciatori più rispettati e conosciuti a livello internazionale, e vanta un palmares e una carriera da giocatore del Milan che pochissimi altri al mondo possono solo vagamente sognare.

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Si è letto di tutto in questi giorni sul toto-CT della Nazionale italiana di calcio. Pare che Maldini – affiancato dal sempreverde Leonardo – esponendo un piano per rilanciare l’esanime struttura calcistica italiota, sia stato messo tempestivamente da parte in favore di quello che di fatto è uno status quo inscalfibile: il neopresidente FIGC Malagò ha imposto il nome di Roberto Mancini, il quale fuggì dall’Italia dopo l’amara esclusione dai Mondiali attratto da dorate sirene arabeggianti. Una sorta di mossa di badogliana memoria.

 

Dopo aver sondato il terreno sfoggiando profili d’immagine per la piazza quali Pep Guardiola e Carletto Ancelotti, Paolino e Leo hanno annunciato di volere il «maestro» Andrea Pirlo alla guida della selezione azzurra.

 

Nome che, giustamente, ha fatto storcere il naso ai più, in quanto il curriculum del bresciano come coach è poca cosa rispetto alle figure sopracitate, compreso lo stesso Mancini. Non dobbiamo dimenticarci che Luis de la Fuente, fresco campione del mondo con la Spagna, e Lionel Scaloni, vice campione del mondo con l’Argentina e campione del mondo con l’albiceleste nel 2022, al momento del loro approdo sulle panchine delle rispettive nazionali avevano un modesto curriculum da coach.

 

Per rimanere a casa nostra, Enzo Bearzot e Azeglio Vicini, non erano certo mister blasonati prima di dirigere la Nazionale (il primo campione del mondo nel 1982 e il secondo ci ha portato a un passo dal sogno a Italia Novanta).

 

Pirlo è stato fatto fuori dal palazzo e prontamente bollato come «filorusso», per suoi legami commerciali con una società di scommesse sportive che parla la lingua di Dostoevskij, Fonbet.

 

È bastata questa scusa per mandare in aria il piano Maldini e timbrare quello già probabilmente preconfezionato del presidente Malagò. Il marchio di «filorusso» è ancor oggi sinonimo di emarginazione da qualsivoglia dibattito. Un po’ come l’etichetta di «no-vax», tirata da sempre fuori per impallinare persone apparentemente scomode al sistema e metterle ai margini.

 

Vale la pena leggere l’articolo de La Gazzetta dello Sport per comprendere da dove arriva il fuoco amico.

 

«Fonbet è infatti una società russa e la Russia come noto è un Paese da cui l’Italia ha preso le distanze dopo l’attacco all’Ucraina. «Chi fa o ha fatto propaganda per la Russia dopo il 2022 non dovrebbe ricoprire cariche nazionali», ha commentato il leader di Azione, Carlo Calenda, scrive la Gazza.

 

«Dopo l’ennesima disfatta e un’altra qualificazione mondiale mancata, il calcio italiano avrebbe avuto bisogno di una rivoluzione culturale, etica e gestionale. La scelta di Andrea Pirlo – ha postato su X la vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno – va nella direzione opposta. Pirlo è stato un campione straordinario. Da allenatore, fin qui, ha mostrato ben poco. E c’è un tema che non può essere liquidato come irrilevante».

 

«Non interessa se Pirlo sia filorusso o meno. Conta ciò che ha scelto di fare: prestare, liberamente e ripetutamente, il proprio prestigio a un’operazione di normalizzazione del regime di Putin, partecipando a iniziative sfruttate dalla propaganda del Cremlino mentre l’Ucraina veniva bombardata. Per questo la scelta di Pirlo è stata un grave errore. E la scelta della FIGC lo è ancora di più. Non il piano B di Guardiola. Il piano Z del calcio italiano».

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Arriva poi il deputato di +Europa, Benedetto Della Vedova: «Pirlo pochi mesi fa ha fatto una scelta per me incomprensibile e sbagliata, quella di diventare ambasciatore nel mondo di Fonbet, prima agenzia di scommesse in Russia. Il settore delle scommesse non è colpito dalle sanzioni europee, ma questo non toglie che un personaggio pubblico della levatura di Andrea Pirlo dovrebbe riflettere sul significato pubblico di scelte private e di affari».

 

«Personalmente mi auguro che il nuovo CTdella Nazionale senta l’esigenza di rescindere il contratto con Fonbet, anche considerando la posizione attuale dell’Italia nei confronti della Russia. Anzi, voglio pensare che lo abbia già fatto».

 

Arriva quindi anche Mauro Berruto, responsabile Sport nella segreteria del Partito Democratico ed ex CT della nazionale maschile di pallavolo: «i auguro con tutto il cuore che se Pirlo fosse scelto come ct la prima cosa che farà sarà quella di risolvere questo imbarazzo rinunciando a questo suo ruolo. Parla a un movimento, a un mondo, ha un ruolo istituzionale che richiede una modalità di esecuzione esemplare».

 

C’è da aggiungere, come sottolineato da Sky TG24, che «un eventuale incarico come commissario tecnico degli Azzurri avrebbe posto infatti un evidente problema di compatibilità con il contratto sottoscritto con un operatore di scommesse», ma sarebbe bastato semplicemente risolvere quel contratto e avrebbe potuto serenamente allenare.

 

Sul piano etico il discorso potrebbe anche reggere, ma basta aprire un qualsivoglia sito per vedere calciatori che prestano liberamente il proprio volto ad agenzie di scommesse. C’è di più: due dei nostri big azzurri, quali Sandro Tonali e Nicolò Fagioli, sono stati travolti da un giro di scommesse clandestine con pesanti sanzioni comminate ad entrambi. La moralità e l’etica vengono spesso tirate per la giacchetta a seconda delle convenienze e degli interessi del momento.

 

Evidenzio inoltre che l’etica e la moralità nel calcio sono da sempre patinate e a tratti fortemente ipocrite. Come ha sottolineato il giornalista Giorgio Terruzzi proprio su Renovatio 21, il calcio è l’antitesi della correttezza: «non ho interesse per uno sport che tratta i simulatori come normali, che tratta gente che protesta con l’arbitro come normale, oppure gli allenatori che fanno continuamente queste scene a bordo campo inutili. Aggiungo anche che i rapporti tra alcuni uomini di calcio e gli ultras mi fanno schifo». 

 

«È uno sport che non si modernizza. Se un presidente fosse veramente evoluto, ogni suo giocatore che prende un’ammonizione per proteste dovrebbe pagare cinquecento mila euro di multa, vedrai poi che non succede più. Ognuno che simula, cento mila euro di multa. Ma purtroppo ciò non accade».

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Questo direttivo della FIGC, che oggi vuole moralizzare oltremodo tacciando Andrea Pirlo come sgradito per un discorso d’immagine, forse un piccolo esame di coscienza dovrebbe farselo.

 

L’intervento del giornalista Paolo Bargiggia sui suoi canali social va più al fondo della questione. «Il progetto di Maldini e Leonardo era un progetto veramente profondo che avrebbe potuto forse con pazienza cambiare il calcio italiano. Chi lo ha visto, chi ha capito come sarebbe andato, dava fastidio. A chi dava fastidio? Dava fastidio soprattutto ai club di serie A, alle persone che muovono più le fila, De Laurentiis, Marotta e poi si è aggiunto Cairo, il presidente del Torino. Dava fastidio alla Lega e anche all’Assocalciatori, guarda caso i due grandi elettori di Giovanni Malagò alla presidenza della Federcalcio. Perché dava fastidio direte voi? Perché andava a spostare i privilegi, lo status quo, la gestione delle convocazioni, dei raduni, dei giovani… avrebbe in pratica smosso un sistema incrostato da anni, marcio, ma di potere e di finanza che contraddistingue tutto il calcio italiano e i suoi apparati».

 

«Il progetto era molto buono, quantomeno era un progetto abbastanza sostanzioso visto che qui non se ne fanno da oltre dieci anni. Poi esce il nome di Pirlo. Si scatenano le penne armate; cominciano a scrivere contro Pirlo un po’ tutti i giornali, ma in particolare il Corriere della Sera e La Gazzetta dello Sport. Hanno attaccato Pirlo […] per attaccare Maldini e Leonardo e attaccare quel progetto e metterli nella condizione di andarsene. Perché questo fuoco di fila si è scatenato in particolare sul Corriere della Sera e sulla Gazzetta? L’editore di questi due giornali è Urbano Cairo, […] perché essendo un presidente di un club di serie A, ha i suoi interessi o la sua volontà a fare convergenza di opinioni. Malagò per non far partire Maldini e Leonardo ha aperto all’ingaggio di Thiago Motta, perché era la seconda scelta di Maldini e Leonardo. Maldini e Leonardo bene hanno fatto, capito qual è l’aria impestata, capito che il calcio italiano non vuole cambiare, capito che è un ambiente pericolosissimo e scivoloso, se ne sono andati. Malagò […] avrebbe dovuto tenere il punto e prendere Pirlo. Malagò è ostaggio dei suoi grandi elettori». 

 

Si ha la netta sensazione che Paolo Maldini sia stato prontamente messo da parte perché la sua idea era troppo a lungo termine, con una visione di rifondazione del sistema orientata al dopodomani e non al domani del «tutto e subito». Mi pare abbia alzato lo sguardo a qualcosa di serio, di programmato con uno scadenzario che con molta probabilità avrebbe richiesto più tappe e più tempo; basta osservare i risultati della Nazionale e il livello del campionato di Serie A per capire che viviamo un tempo di arretratezza, di mediocrità, di crisi economica, di crisi d’identità e di consapevolezza.

 

Invece c’è uno sport ideologico praticato da troppe persone: quello del discredito, dell’autocommiserazione e della vacua autocritica fine a se stessa. Molti italiani pare godano nel piangersi addosso e nel sentirsi masochisticamente inferiori agli altri. Un malcostume le cui radici andrebbero ricercate a qualche decennio fa. Lascio ai sociologi volenterosi questa palla avvelenata.

 

Questo perenne clima svalutante si riverbera nello sport, tant’è che molti campioni nostrani sono stati, e sono, oggetto di pareri da bar che tendono a svilire e infangare l’immagine di tali fuoriclasse.

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Andando indietro di pochi anni, ricordo il campionissimo di ciclismo Marco Pantani: tutti lo hanno applaudito dopo le prodezze eterne dell’estate 1998, per poi crocifiggerlo ed etichettarlo come dopato dopo il blitz notturno al Giro d’Italia dell’anno successivo.

 

Penso infine alle due fazioni create da Valentino Rossi, leggenda del motociclismo: una sequela di tifosi accaniti contro uno stuolo di detrattori altrettanto feroci.

 

Oggi c’è il tennista Jannik Sinner che sta facendo numeri assoluti in una disciplina sportiva che per troppi anni è stata nell’ombra a livello internazionale, rinvigorendo fortemente un sistema che oggi richiama numerosissimi giovani. Sinner stesso è tacciato di non essere italiano per via delle sue origini altoatesine, della sua freddezza caratteriale, della residenza a Montecarlo per non pagare le draconiane gabelle di Stato e persino per non aver partecipato ad alcuni tornei.

 

Con questo non dico che tutti dobbiamo o dovremmo tifare i nostri sportivi, ma quantomeno evitare di affossarli gratuitamente, anche perché tengono alto il nome del nostro Paese con risultati e prestigio riconosciuti in tutto il mondo.

 

Concludo tornando a Maldini. Non c’è da stupirsi per ciò che è avvenuto, perché sembra proprio che l’elevazione culturale di questa povera Italia non esista più. La politica stessa – a cui andrebbe attribuito questo compito, di concerto con le altre istituzioni – ha svuotato il suo respiro culturale a favore di gretti clientelismi. Il calcio, che è lo sport più nazional-popolare che abbiamo, è lo specchio perfetto delle storture italiane che pervadono ogni ganglio della nostra società e della nostra quotidianità.

 

Francesco Rondolini

 

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Geopolitica

Le bande degli stupratori pakistani e oltre. Intervista video al direttore di Renovatio 21

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Il direttore di Renovatio 21 Roberto Dal Bosco è stato intervistato sulla questione delle grooming gang dalla trasmissione YouTube «Spunti di Riflessione» condotta dal giornalista Paolo Arigotti.   Nell’intervista è stato spiegato il fenomeno delle ghenghe degli stupratori pedofili pakistani che tormentano l’Inghilterra e il Galles analizzandone storia e morfologia, discutendo se si tratti di un fenomeno organico e decentrato o, per pura ipotesi, di qualcosa che ha una regia altrove.   Nel video si discute inoltre la posizione del Pakistan, Stato islamico terzomondiale e potenza atomica, negli equilibri sociali britannici e pure in quelli geopolitici mondiali.   Inoltre si è parlato della natura degli atti di violenza sessuale, e il ruolo sociomilitare degli stupri nei conflitti contemporanei, con similiarità di elementi tra i fatti britannici ed episodi rivoltanti usciti dalle cronache di Gaza.

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«Lo stupro non è solo la sottomissione di un membro del gruppo avversario, ma è anche il danno che fai all’intero insieme: una volta che hai stuprato ripetutamente sei andato ad interrompere il tessuto sociale contro cui combatti (…) rimandi in società un elemento grandemente traumatizzato» dichiara il direttore.   «Ciò fa parte di una tendenza sempre più chiara, vista anche in politica, che è quella della disumanizzazione dell’avversario (…) l’effetto politico militare della disumanizzazione del nemico è quello di rendere sacrificabile l’intero suo gruppo sociale».   «Questo non riguarda più solo temi militari ed etnici (…) la disumanizzazione dell’avversario riguardano la nostra società: se io ritengo che l’altro non è un essere umano, io posso eliminarlo. Se io ritengo – l’espressione tedesca è lebensunwertes leben – che un bambino anche alle ultime settimane di gravidanza non è davvero vivo perché non ancora nato, lo posso uccidere, eliminare, prima che nasca. Un vecchio che non è in grado di vivere da solo, può essere eliminato» sostiene il Dal Bosco.   «È una cultura, questa, che chiamo Necrocultura (Giovanni Paolo II la chiamava Cultura della Morte) che si  è impadronita del mondo moderno, si è impadronita del mondo. Per cui la svalutazione della vita umana e della sua dignità è visibile in guerra ma soprattutto in pace».   «Questa trasformazione della società in senso di morte sta succedendo. E le sue manifestazioni sono di tutti i tipi: criminali, militari, geopolitiche, bioetiche, politiche in senso stretto, sociali. Ovunque è visibile che la barriera della dignità umana sta cadendo o è già caduta in alcuni del caso del tutto».   «Ciò rende possibile non solo uccidere la gente, ma ancora prima sfruttarla, stuprarla, farla lavorare senza pagarla nulla. Finché ti servono. Finché non arrivano i robot» conclude il direttore di Renovatio 21.   «È un grande disegno in cui è visibile la volontà di rendere l’uomo sacrificabile. Che significa, essenzialmente, tornare ai sacrifici umani. A ciò che precedeva la civiltà cristiana, dove invece l’uomo è ad immagine di Dio, e Dio si fa uomo».  

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Pensiero

Arriva la «scomunica marinata»?

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Nel momento in cui il Vaticano bombarda 600 mila e più persone con lo scomunicone anti-FSSPX, diviene naturale rifugiarsi nei sonetti di Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863), che da romano vero conoscitore della Città der papa non poteva non aver trattato il tema nella sua poesia in vernacolo romanesco.

 

Havvi, ad esempio, Er cedolone der vicario, sonetto scritto il 22 aprile 1834, che bene illustra la minaccia di scomunica e le pene per chi trattiene i beni ecclesiastici. Si parla di un «cedolone», cioè un manifesto pubblico, affisso a Roma. Il cedolone era un avviso ufficiale del vicario del papa che imponeva, pena la scomunica, la restituzione dei beni di un sacerdote defunto. La scomuniica è quindi qui intesa come strumento di pressione burocratica e poliziesca.

 

La scummunica è uguale ar marfrancese,
Che tte penetra l’osse a la sordina,
E tte manna a fà fotte in men d’un mese.

 

Chi ssarà ll’animaccia ggiacubbina
Che nnun ridìi le cose che ss’è pprese,
Doppo der cedolon de stammatina?

 

Notare come, con sprezzo totale, il Belli paragona la scomunica al «marfrancese» – cioè alla sifilide – una malattia che agisce «a la sordina» (di nascosto) consumando da dentro l’individuo: il poeta vuole qui parlarci della devastante azione dello Stato Pontificio sulla vita interiore dei cittadini posti sotto la minaccia di essere scomunicati. «Animaccia ggiacubbina», era l’etichetta usata per indicare chiunque si opponesse all’autorità ecclesiastica, che oggi che li giacobini sono al comando dello Stato pontificio, suona buffissima.

 

L’espressione «sta ffresco» evidenzia la rassegnazione del popolo di fronte alla potenza ecclesiastica dotata della superarma scomunicante, il cui effatto megatonico sull’animo umano è ancora brandito con sicumera dal (già) Sant’Uffizio.

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Evvi poi un ulteriore sonetto del Belli riguardo al tema della scomunica. Si tratta di quello intitolato, appunto, La scummunica, scritto il 25 agosto 1825.

 

La scummunica inzomma è una parola
Che ddisce er Papa, e appena Iddio l’ha intesa,
L’ubbidissce ar momento, e vve conzola
Cór cacciàvve dar gremmo de la Cchiesa.

 

Abbasta una scummunica, una sola,
Pe’ sbattezzavve; e gguai chi sse l’è ppresa!
Pò vvenì Ggesucristo co’ la stola
A bbenedillo, bbutta via la spesa.

 

Domenica er Curato l’ha spiegata,
E ha detto: “Iddio ne guardi, si pprennete
La scummunica nata e mmarinata.

 

Un libbro, un c…., un scappellotto a un prete,
Un sputo, una scorreggia, una pissciata
Ve pò scummunicà cquanno volete.„

 

Nelle prime quartine si satireggia sul paradosso teologico: le gerarchie universali sono invertite: il papa comanda e Dio esegue cecamente. La scomunica diventa una formula magica o un atto burocratico a cui persino Nostro Signore deve «ubbidire al momento». Nemmeno Gesù Cristo in persona, scendendo sulla terra con tanto di paramento liturgico, avrebbe il potere di annullare la scomunica del papa. La grazia divina viene così sottomessa alla burocrazia eclesiastica.

 

Interessante l’elenco, messo in bocca ad un parroco durante l’omelia domenicale, dei motivi per cui si può essere scomunicati: leggere un «libbro» proibito, aggredire un sacerdote («un scappellotto a un prete»), così come atti di volgarità corporale: uno sputo, un peto, una minzione («una pissciata»). La lista grottesca serve ad indicare come all’epoca (solo all’epoca?) la Chiesa utilizzasse l’arma della scomunica in modo indiscriminato: la scomunica serviva a punire sia il dissenso intellettuale sia, volendo, i comportamenti triviali, riducendo un grave provvedimento spirituale ad uno strumento di sottomissione politica continua.

 

Tra i peccati qui listati non vi è, curiosamente, la consacrazione dei vescovi senza mandato.

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Vi è poi da rivelare al lettore cosa il poeta intenda con «scummunica nata e marinata»: si tratta di come il popolano, soggetto enunciante della poesia bellica, capisce l’espressione «scomunica Maranathà», ossia la scomunica usque Dominus veniet (tradotto letteralmente: «fino a quando verrà il Signore»), la forma estrema e permanente di sanzione religiosa utilizzata storicamente dalla Chiesa cattolica, inflitta per colpe considerate talmente gravi da non poter essere perdonate da nessuna autorità umana terrena. La rimozione della scomunica veniva rimandata direttamente al Giudizio Universale, lasciando il verdetto finale a Dio, con il colpevole colpevole escluso in modo perpetuo dalla comunità dei fedeli e dai sacramenti – una scappatoia di perdonanza terrena, dicono dalla regia, da qualche parte c’era comunque.

 

La scomunica Maranathà veniva riservata a reati eccezionali, come le eresie ostinate, le profanazioni estreme o i gravi crimini contro la figura del papa. Si trattava di una scomunica che poteva prevedere anche un preciso cerimoniale di maledizione, sempre presente nel pontificale romano, benché caduto in disuso praticamente già nell’età moderna, con rare eccezioni.

 

Interessante pure ricordare come, in epoca pre-codiciale – cioè antecedente al Codice di Diritto Canonico (Codex Iuris Canonici), promulgato nel 1917 da Papa Benedetto XV – chi ordinava vescovi senza mandato pontificio veniva semplicemente sospeso fino a dispensa – di fatto, ‘na bazecola. Anzi, la scomunica per la consacrazione illecita di vescovi è perfino successiva, è stata introdotta da Pio XII in risposta alle ingerenze del regime comunista in Cina, che oggi invece, nella Chiesa invertita, ordina i vescovi che gli pare senza incorrere in scomunica e ricevendo poco dopo, dopo un mezzo silenzio di qualche ora, la ratifica del Sacro Palazzo.

 

A questo punto ci chiediamo quanto vescovi, sacerdoti e fedeli FSSPX siano andati vicini alla scomunica marinata. La quale, sì, è sparita con l’arrivo del Codice, ma col Fernandezzo non si sa mai, magari resuscita pure quella per far danno ai mostri tradizionalisti.

 

Il cardinale orgasmologo infatti, in punta di diritto positivo assoluto, potrebbe usare le parole del sonetto belliano Li soprani der monno vecchio (21 gennaio 1831), rese immortali dal Marchese del Grillo del democristiano Alberto Sordi.

 

C’era una vorta un Re cche ddar palazzo
Mannò ffora a li popoli st’editto:
“Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo,
Sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto.”

 

Eccoci che torniamo alla grande saggezza del poeta vernacolare, che visse i suoi 72 anni sotto sei papi, descrivendo una città sordida e in abbandono, di plebi tra le più incolte d’Italia, dove il papa era anche temuto, ha scritto un critico, «come capo della fatiscente società del putrido Stato pontificio».

 

I tempi sono cambiati, o forse, nella Rroma eterna e nelle sue cloache umane, no.

 

Anvedi.

 

Roberto Dal Bosco

 

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Immagine di Dipietroff via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International

 

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