Geopolitica
La situazione «non sembra buona» per l’Ucraina, afferma il vertice delle forze armate polacche
L’Ucraina ha poche possibilità di uscire vittoriosa dal conflitto contro la Russia, ha detto il capo di stato maggiore delle forze armate polacche Rajmund Andrzejczak. Lo riporta il sito russo Sputnik.
Intervenendo a un dibattito presso l’Ufficio per la sicurezza nazionale a Varsavia questa settimana, Andrzejczak ha spiegato che la crisi della sicurezza ucraina e i conflitti in generale sono politici ed economici e non strettamente «una questione di competenza militare».
«La guerra è sempre stata, è, e non c’è nulla che indichi il contrario – una questione di politica, e nelle sue determinanti ha un numero considerevole di fattori economici: finanza, questioni infrastrutturali, questioni sociali, tecnologia, produzione alimentare e tutta una serie di problemi che deve essere messo in questa scatola per capire questo conflitto», ha detto il generale.
«Quando guardo al conflitto in Ucraina, lo vedo principalmente attraverso queste lenti politiche, e sfortunatamente non sembra buono», ha detto il generale Andrzejczak.
L’alto ufficiale ha spiegato che almeno nella prospettiva del prossimo periodo di uno-due anni, non c’è «nulla» che indichi che la Russia non avrà le risorse per continuare le operazioni.
«Quegli strumenti finanziari che aveva prima del conflitto, la dinamica della spesa, l’efficacia delle sanzioni e l’intera complessa situazione economica parlano del fatto che la Russia avrà i soldi per questo conflitto», ha detto.
L’Ucraina, d’altra parte, «ha enormi problemi finanziari», dice l’Andrzejczak. «Sappiamo quanto il Paese ha bisogno al mese. Sappiamo a cosa ammonta l’assistenza americana, quella dell’intero Occidente collettivo. Sappiamo anche cos’è l’assistenza polacca in questo settore, perché siamo il secondo donatore e dovremmo probabilmente essere di grande ispirazione per gli altri. La velocità del logoramento nell’area finanziaria è, a mio parere, sfavorevole, purtroppo», ha sottolineato il massimo generale polacco.
Inoltre, ha detto Andrzejczak, non c’è nulla che indichi che gli ucraini fuggiti dal paese l’anno scorso siano pronti a tornare a casa e iniziare a ricostruire il paese.
Di conseguenza, ha suggerito, gli alleati della NATO e l’intero Occidente collettivo dovranno utilizzare l’imminente vertice dell’alleanza a Vilnius a luglio per dimostrare la loro «credibilità».
«Se arriviamo in ritardo, se non approfittiamo di questa opportunità e non dimostriamo determinazione, non daremo all’Ucraina la possibilità di costruire il suo futuro sicuro», ha continuato il militare, sottolineando che il suo status di soldato professionista lo obbliga a parlare degli scenari più sfavorevoli e difficili per l’attuale crisi. La situazione della sicurezza oggi, dice, è «pessima, molto pericolosa per la Polonia».
L’alto ufficiale si è anche lamentato del fatto che molti leader occidentali non sembrano ancora rendersi conto di quanto sia lontana l’Ucraina dal «vincere» contro la Russia, dicendo che il blocco occidentale «semplicemente non ha le munizioni, l’industria non è pronta non solo a inviare attrezzature a Ucraina, ma per ricostituire le nostre scorte, che si stanno sciogliendo. Questa consapevolezza non è la stessa lì che qui sul fiume Vistola, e deve essere comunicata con fermezza, senza anestesia, a tutti e in tutte le sedi, ove possibile, che è quello che sto facendo».
Essendo uno dei principali alleati dell’America nella NATO, la Polonia ha fornito oltre 2,67 miliardi di dollari di assistenza militare diretta all’Ucraina nell’ultimo anno e ha consentito che il suo territorio venisse utilizzato per il trasferimento di decine di miliardi di dollari di materiale militare occidentale a Kiev e addestramento per le truppe ucraine. I media polacchi hanno anche riferito che un gran numero di polacchi ha preso parte ai combattimenti contro la Russia, con un rapporto del novembre 2022 che stimava che circa 1.200 cittadini polacchi erano stati uccisi fino a quella data, e il governo ha creato un cimitero speciale per 1.700 caduti a Olsztyn, nel nord-est della Polonia per i morti.
«Varsavia ha svolto un ruolo determinante nel sostenere il colpo di stato di Euromaidan nel febbraio 2014 che ha scatenato la crisi ucraina, sostenendo la spinta guidata da Washington e Bruxelles per interrompere l’interazione e la cooperazione dell’Ucraina con la Russia e per spingerla verso istituzioni occidentali come l’Europa Unione e NATO» scrive Sputnik.
Tuttavia «non tutti i polacchi sono contenti del ruolo che il loro governo ha svolto in Ucraina, con alcuni che citano i costi finanziari della guerra economica con la Russia e l’onere di ospitare fino a 1,3 milioni di rifugiati. Altri sono critici nei confronti del sostegno del governo ucraino alle forze ultranazionaliste radicali a Kiev, che hanno glorificato Stepan Bandera – un fascista ucraino e collaboratore nazista le cui milizie hanno assassinato centinaia di migliaia di civili polacchi, ebrei, ucraini antifascisti e truppe dell’Armata Rossa nell’ovest Ucraina durante la seconda guerra mondiale».
Secondo recenti sondaggi d’opinione, mentre il 48% dei polacchi continua a sostenere ulteriori aiuti militari per l’Ucraina, oltre un terzo degli intervistati è ora contrario a qualsiasi ulteriore aiuto.
L’idea di un’annessione di porzioni dell’Ucraina occidentale, che sono state storicamente polacche (Leopoli, Ternopoli, Rivne) aleggia sin dall’inizio nel conflitto nelle chiacchiere sui progetti di Varsavia.
Secondo un recente articolo apparso sul quotidiano turco Cumhuriyet, vi sarebbe un accordo tra il presidente ucraino Zelens’kyj e il potere di Varsavia per una partecipazione delle forze polacche al conflitto.
Come riportato da Renovatio 21, l’europarlamentare ed ex ministro polacco Radoslav Sikorski (ex capo delle trattative per la UE a Kiev ai tempi di Maidan e sposato con la neocon americana Ann Applebaum) in un’intervista al settimanale italiano L’Espresso è arrivato a ipotizzare la possibilità di consegnare testate atomiche occidentali a Kiev.
La Polonia è stata da subito uno dei Paesi che ha forsennatamente spinto per l’opzione di guerra alla Russia, arrivando a dichiarazioni erratiche come l’idea del Mar Baltico «lago NATO» (da cui è stata espunta l’infrastruttura gasiera russa Nord Stream, peraltro lo stesso giorno in cui la Polonia inaugurava un gasdotto proveniente dalla Norvegia, mentre l’ex ministro degli Esteri Sikorski ringraziava via Twitter gli USA per l’esplosione del gasdotto euro-russo) o la riconquista dell’énclave russa di Kaliningrad, che mai è stata polacca, in realtà, semmai tedesca.
A inizio febbraio il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti e il Ministero degli Esteri polacco hanno rilasciato una dichiarazione congiunta sul dialogo strategico tra i due governi in cui si afferma che entrambi i Paesi sono impegnati nella «sconfitta strategica» della Russia.
Lo scorso autunno il viceministro della Difesa Marcin Ociepa ha dichiarato che la Polonia sarà in guerra con la Russia tra 3 o 10 anni massimo.
La Polonia è stata altresì teatro di bellicose dichiarazioni di Biden dal castello reale di Varsavia nello scorso anno. In un evento annesso, l’incontro con i soldati USA di stanza nel Paese, si lasciò sfuggire che sarebbero andati a combattere in territorio ucraino.
Geopolitica
Melania Trump riceve i rappresentanti russi ed ucraini alla Casa Bianca
Rappresentanti di Russia e Ucraina si stanno incontrando alla Casa Bianca a Washington, DC, per colloqui ospitati dalla First Lady Melania Trump.
L’incontro fa seguito a un cessate il fuoco umanitario temporaneo ad Alyoshki, città nella regione russa di Kherson, coordinato con il coinvolgimento della First Lady statuninse (FLOTUS).
La Casa Bianca ha annunciato l’incontro il 3 novembre, descrivendolo come un «momento straordinario nella storia americana».
Secondo quanto affermato dal portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, la Russia è rappresentata dalla Commissaria per i diritti umani Yana Lantratova e dall’inviato speciale del Presidente Kirill Dmitriev.
Secondo quanto riportato dai media ucraini, l’Ucraina ha inviato il Commissario per i diritti umani Dmitry Lubinets e David Arakhamia, capo del gruppo parlamentare al governo «Servitore del Popolo».
Melania Trump ha auspicato che la cooperazione tra Mosca e Kiev si estenda oltre il cessate il fuoco temporaneo ad Alyoshki, descrivendo l’accordo umanitario come un precedente per promuovere la pace nella regione.
Il Dmitriev ha ringraziato Melania Trump «a nome del presidente Putin» per il suo coinvolgimento nell’operazione umanitaria, definendo il suo ruolo crucialedonando alla FLOTUS un dipinto realizzato da una bambina di 11 anni di Alyoshki, che si era trasferita con la sua famiglia nella città russa di Tuapse. Il disegno recava la scritta «Amo Melania».
L’inviato presidenziale ha anche affermato che gli sforzi umanitari hanno contribuito a riunire 34 bambini con le loro famiglie in Russia e Ucraina. Il presidente russo Vladimir Putin ha sostenuto le iniziative proposte dal presidente statunitense Donald Trump, tra cui lo scambio di prigionieri, il rilascio di detenuti americani e altre misure umanitarie, ha dichiarato Dmitriev.
La Casa Bianca ha affermato che Melania Trump ha avviato autonomamente i contatti tra i due Paesi e ha contribuito a garantire il cessate il fuoco temporaneo ad Alyoshki e nell’area circostante.
La tregua di sei giorni, scaduta domenica, ha permesso alle squadre umanitarie russe e ucraine di consegnare cibo, acqua, medicinali e altri beni di prima necessità e di evacuare i residenti. Secondo Melania Trump, sono state evacuate quasi 800 persone.
Il 2 novembre Lantratova ha dichiarato che erano in corso discussioni per organizzare missioni umanitarie regolari ad Alyoshki con la mediazione della first lady, il che avrebbe potuto consentire la consegna di aiuti ogni mese.
L’incontro precede un altro ciclo di negoziati tra Mosca e Kiev, mediati dagli Stati Uniti, previsto per il 10 e 11 novembre ad Abu Dhabi.
Come riportato da Renovatio 21, un anno fa la FLOTUS Melania aveva rivelato di essere in contatto diretto con il presidente russo Vladimiro Putin da mesi, nell’ambito di un’iniziativa diplomatica riservata per riunire i bambini ucraini sfollati a causa del conflitto con le loro famiglie. Il dialogo era iniziato dopo aver inviato una lettera a Putin nell’agosto 2025. «Mi ha risposto per iscritto, esprimendo la sua disponibilità a collaborare direttamente con me», ha detto. Da allora, i due hanno mantenuto un «canale di comunicazione aperto» incentrato sul benessere dei bambini.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
Geopolitica
Zelens’ky afferma che gli USA devono ancora a Kiev 16 miliardi di dollari
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Geopolitica
Espulsione incrociata di diplomatici tra Sudan ed Etiopia
Sudan ed Etiopia si sono chiusi reciprocamente i consolati e hanno espulso il personale diplomatico a seguito di accuse reciproche di sostegno a gruppi armati che combattono contro i rispettivi governi.
Secondo quanto riportato dai media mercoledì, l’Etiopia ha ordinato la chiusura del consolato sudanese nella città di confine occidentale di Assosa e ha dato a sei diplomatici 48 ore di tempo per lasciare la sede. Il Sudan ha risposto chiudendo il consolato etiope nella città orientale di Gedaref e ordinando al personale di lasciare la sede. Nessuno dei due ministeri degli Esteri ha fornito spiegazioni pubbliche in merito a tali decisioni.
Il consigliere presidenziale sudanese Amjad Farid ha dichiarato che il suo governo resta impegnato a difendere il proprio territorio, secondo quanto riportato da Reuters. «Ciononostante, sta facendo tutto il possibile per evitare una guerra aperta con l’Etiopia», ha affermato.
Domenica il ministero degli Esteri sudanese ha dichiarato di aver presentato reclami al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e al Consiglio per la Pace e la Sicurezza dell’Unione Africana, accusando l’Etiopia di aver permesso alle Forze di Supporto Rapido (RSF), un gruppo paramilitare, di lanciare attacchi con droni dal suo territorio.
«L’utilizzo del territorio etiope da parte della milizia terroristica (RSF) per colpire il territorio sudanese è considerato un atto ostile», ha dichiarato il Ministero degli Esteri sudanese.
Un rapporto pubblicato dal Consiglio di sovranità di transizione guidato dall’esercito sudanese ha affermato che tra il 15 febbraio e il 27 ottobre si sono verificati 70 attacchi che hanno coinvolto 187 droni d’attacco a senso unico lanciati dall’Etiopia. Secondo il rapporto, gli attacchi hanno ucciso o ferito 484 civili e ucciso 176 soldati, prendendo di mira ospedali, zone residenziali e infrastrutture per l’energia elettrica e il carburante.
Addis Abeba ha negato di sostenere le RSF o di aver autorizzato attacchi con droni dal suo territorio. In una dichiarazione del 5 maggio, il suo Ministero degli Esteri ha respinto le accuse sudanesi definendole «prive di fondamento» e ha chiesto una tregua umanitaria immediata, un cessate il fuoco duraturo e un dialogo guidato dai civili per ripristinare il governo civile in Sudan.
La coordinatrice residente e umanitaria delle Nazioni Unite, Denise Brown, ha dichiarato martedì che l’intensificarsi degli attacchi dei droni in Sudan sta interrompendo le forniture di elettricità, acqua e carburante. Ha affermato che un’interruzione di corrente ha bloccato la dialisi per 25 pazienti in un ospedale alla periferia di Khartoum, mentre la carenza di carburante ha lasciato a piedi centinaia di camion carichi di aiuti.
Le espulsioni si verificano in un contesto di deterioramento delle relazioni regionali. L’Etiopia ha espulso dieci diplomatici eritrei e chiuso la propria ambasciata ad Asmara il 1° ottobre, spingendo l’Eritrea a interrompere le relazioni diplomatiche. Anche Addis Abeba ha espulso un diplomatico egiziano lo stesso giorno.
L’Etiopia ha accusato Eritrea, Egitto e Sudan di sostenere un’alleanza guidata dal Fronte di Liberazione del Popolo del Tigrè, che si è unito ad altri sei gruppi armati con l’obiettivo di rovesciare il governo del primo ministro Abiy Ahmed. Tutti e tre i paesi negano le accuse.
Come riportato da Renovatio 21, a settembre sette gruppi armati etiopi, tra cui ex avversari sul campo, hanno dato vita a un’alleanza per rovesciare il governo del primo ministro Abiy Ahmed e insediare un’amministrazione di transizione.
Come riportato da Renovatio 21, il caos dilagato in Etiopia potrebbe aver avuto determinati padrini geopolitici stranieri e soggetti internazionali che vi hanno lucrato non poco: tutto va considerato nell’ottica dell’enantiodromia su suolo africano tra il vecchio potere USA e quello rampante della Repubblica Popolare Cinese, più interessata che mai a continuare il recente dominio stabilito sul Continente Nero.
Il contrasto tra il TPLF e lo Stato etiope aveva portato anche a speciose accuse contro l’attuale direttore dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus, già ministro della Salute etiope ed ex dirigente del TPLF, che il capo di Stato maggiore generale Berhanu è arrivato ad accusare addirittura di traffico d’armi.
L’Etiopia è altresì interessata da un conflitto strisciante con il vicino Egitto a causa di una diga che Addis Abbeba vuole porre sul Nilo. Secondo alcuni analisti, tale frizione potrebbe sfociare in una vera e propria guerra, la prima che può chiamarsi apertamente come guerra per l’acqua.
Come riportato da Renovatio 21, la guerra civile ha avuto come effetto collaterale la quasi cancellazione del cristianesimo dal Tigrè.
Come riportato da Renovatio 21, un anno fa un’operazione delle forze etiopi avevano arrestato diecine di presunti miliziani ISIS.
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Immagine di Jnyssen, CC BY 4.0, via Wikimedia
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