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Mons. Viganò: omelia nella Domenica delle Palme

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Renovatio 21 pubblica questa omelia di Monsignor Carlo Maria Viganò per la domenica II di passione.

 

 

 

OMELIA

nella Domenica II di Passione o delle Palme

 

 

Improperium exspectavit cor meum, et miseriam: 

et sustinui qui simul mecum contristaretur, et non fuit: 

consolántem me quæsivi, et non inveni: 

et dederunt in escam meam fel, et in siti mea potaverunt me aceto.

Ps 68, 21-22

 

Israël es tu Rex, Davidis et inclyta proles. Tu sei il Re di Israele, la nobile stirpe di David. In queste solenni parole dell’antico inno a Cristo Re, troviamo identificata la Santa Chiesa con Israele, il popolo di Dio con il popolo che fu l’eletto. Plebs Hebræa tibi cum palmis obvia venit: cum prece, voto, hymnis, adsumus ecce tibi: il popolo ebreo Ti è venuto incontro con le palme: ecco anche noi dinanzi a Te con preghiere, voti e cantici. 

 

Dovrebbe destare sgomento come il trionfo di Cristo, accolto in Gerusalemme come Figlio di David, salutato come Colui che viene nel nome del Signore, si sia potuto mutare nell’arco di poche ore nello schiamazzo violento della folla dinanzi al Pretorio, nelle grida, negli insulti, nei tormenti della Passione e infine nella morte del Re dei Giudei sul legno della Croce. Uno sgomento che viene dalla considerazione di quanto la massa del popolo sia mutevole, nella sua propensione a lasciarsi manipolare dal Sinedrio e dagli anziani del popolo, nella sua facilità a dimenticare – quasi come se non fosse mai avvenuto – il tributo di onori, i rami di palme e di ulivo, le vesti stese sulla via al passaggio del Signore. 

 

Non sappiamo se tra i pueri Hebræorum ci fossero anche quanti poi schernivano il Salvatore morente in croce. Ma sappiamo che essi erano ebrei come ebrei erano i Sommi Sacerdoti, gli scribi, le guardie del tempio e coloro che gridavano Crucifige dinanzi a Gesù flagellato e coronato di spine. Ed erano ebrei gli Apostoli fuggiti, ebreo Simon Pietro che per tre volte rinnegò Cristo, ebree le Pie Donne, ebreo il Cireneo, ebreo Giuseppe d’Arimatea. 

 

Ma se parte del popolo ebreo, nonostante le Profezie e gli interventi di Dio sotto l’Antica Legge, giunse a mandare a morte il Messia promesso, dovremmo chiederci se questo tradimento non possa ripetersi in una parte del nuovo Israele, la Chiesa, quando vediamo fedeli cattolici ma soprattutto membri della Gerarchia che, come i farisei e i capi del Sinedrio ai tempi di Cristo, ancor oggi gridano il loro Crucifige, o ripetono quia non novi hominem (Mt 26, 72).

 

Il popolo. Non nel senso latino di populus – una società che si dà leggi e le osserva – ma di vulgus, ossia gente senza identità, che non ha consapevolezza di diritti e doveri, che è manovrabile, ignaro della propria eredità e di quale sia il proprio destino, profanum, insensibile al sacro. 

 

Se guardiamo a quanto avviene nella Chiesa, alla crisi che la affligge, all’apostasia che corrompe la Gerarchia e i fedeli, gli eventi della Domenica delle Palme sembrano dimenticati, mentre vivi dinanzi a noi sono gli orrori della Passione e della Crocifissione.

 

La Chiesa che ieri celebrava i trionfi di Cristo e ne predicava il Vangelo sembra oggi eclissata dal Sinedrio che accusa di blasfemia il Figlio di Dio, dai Sommi Sacerdoti che ne chiedono la morte.

 

La società che ieri era cristiana grida furente il suo Tolle, tolle, sputa sul volto del Salvatore, ne deride i tormenti, ne vuole la cancellazione.

 

Gli odierni scribi e farisei sembrano determinati a mettere delle guardie a sorvegliare il sepolcro in cui giace la Chiesa, quasi a scongiurarne la resurrezione che li sbugiarderebbe.

 

Gli stessi discepoli del Signore fuggono, si nascondono, negano di averLo mai conosciuto per non essere esclusi ed emarginati, per non apparire controcorrente, per non contraddire i potenti.

 

E, allo stesso tempo, tante Pie Donne, tanti Cirenei, tanti Giuseppe d’Arimatea, derisi e insultati, aiutano la Chiesa a portare la sua croce, rimangono ai suoi piedi con la Vergine e San Giovanni, cercano un luogo in cui deporre quel Corpo Mistico in attesa di vederlo risorgere. 

 

Il tradimento di oggi non è meno grave di quello che dovette subire Nostro Signore; la passio Ecclesiæ non è meno dolorosa di quella del Suo Capo; la desolazione e lo sconforto di quanti contemplano la Domina gentium esposta al disonore dai suoi stessi Ministri non è meno straziante dei patimenti della Mater dolorosa. Perché l’odio che mosse i carnefici allora è lo stesso che muove i carnefici di oggi, e l’amore dei buoni Ebrei che riconobbero il Messia è lo stesso dei buoni Cristiani che ne vedono ancor oggi perpetuata l’agonia. 

 

Io ti ho liberato dalla schiavitù d’Egitto, e tu ricambi il tuo Salvatore crocifiggendoLo – cantiamo negli Improperia.

 

Ti ho dato la Messa, e tu la sostituisci con un rito che Mi disonora e che allontana i fedeli. Ti ho dato il Sacerdozio, e tu lo profani con ministri eretici e fornicatori.

 

Ti ho reso saldo contro i nemici, e tu spalanchi le porte della Cittadella, gli corri incontro, lo onori mentre si appresta a distruggerti.

 

Ti ho insegnato le verità della Fede, e tu le adulteri o le taci per compiacere al mondo. Ti ho indicato la via regale del Calvario, e tu segui la strada della perdizione, dei piaceri, della perversione. 

 

Popule meus, quid feci tibi? aut in quo contristavi te? responde mihi! Popolo mio, che ti ho fatto? in cosa ti ho contristato? rispondimi! Non sono queste parole applicabili a tanti Cattolici, a tanti Prelati, a tante anime a cui il Signore, come al popolo ebraico, mostrò mille e mille volte il proprio amore struggente?

 

Non dovremmo noi tremare, al solo pensiero di poterci essere resi complici del tradimento di Cristo e della Sua Chiesa, che di Cristo perpetua il Sacrificio incruento sui nostri altari, che dei Suoi meriti infiniti è ministra e dispensatrice sino alla fine del mondo, che dei Suoi miracoli è testimone, della Sua Parola predicatrice, della Sua Verità custode?

 

Meditiamo, cari amici, dove si pone la nostra anima immortale in questa feroce battaglia che scuote il mondo sin dalle sue fondamenta.

 

Se siamo tra i manigoldi, a torturare le carni santissime del Redentore, o se mettiamo a disposizione il nostro cuore per accogliere quel Corpo adorabile. Se ci stracciamo le vesti alla proclamazione della Sua divinità, o se ci inchiniamo come il Centurione dinanzi al Salvatore che muore per noi. Se siamo tra quanti sobillano la turba contro il Figlio di Dio, o tra coloro che ne testimoniano la gloriosa Resurrezione.

 

Perché quest’anima nostra, per la quale Nostro Signore ha sparso il Suo Sangue e dato la Vita, rimane immortale tanto nella beatitudine eterna del Paradiso, quanto nell’eterno tormento dell’Inferno. 

 

La contemplazione della Passione di Cristo e nel Suo Corpo Mistico ci scuota dal torpore, ci strappi dalla schiavitù del peccato, ci sproni all’eroismo della santità.

 

Perché il Sangue versato non ricada su di noi come condanna, ma come salutare lavacro di Grazia. E così sia. 

 

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

 

 

2 Aprile 2023

Dominica II Passionis seu in Palmis

 

 

 

 

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«L’Europa consegna i suoi Paesi ad una nuova invasione». Mons. Viganò, messaggio per Lepanto

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Renovatio 21 pubblica il messaggio per la ricorrenza della battaglia di Lepanto dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò.

 

Il 7 ottobre 1571, mentre la flotta della Lega Santa affrontava a Lepanto un nemico che pareva invincibile, San Pio V e il popolo cristiano pregavano il Rosario. Vinse allora ciò che aveva vinto con Gedeone: «ne glorietur contra me Israel, et dicat: Meis viribus liberatus sum». [«Perché Israele non si vanti contro di me dicendo: “La mia mano mi ha salvato”», ndr]

 

Il Signore tolse al suo condottiero ventinovemila uomini e gliene lasciò trecento, perché nessuno attribuisse alle proprie forze una vittoria che era Sua.

 

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Oggi i governanti d’Europa, dimentichi dell’identità dei loro popoli forgiata dal Cattolicesimo Romano, consegnano inermi i propri Paesi a una nuova invasione. E la gerarchia sedicente cattolica, che dovrebbe chiamare a raccolta i fedeli, incoraggia la sostituzione etnica, benedice chi la promuove e chiama «dialogo» la propria vile e abbietta diserzione.

 

Ma i primi nemici dei popoli europei non sono coloro che violano i nostri confini: sono quanti, servi dei potentati finanziari che pretendono di governare le nazioni, se ne servono per scardinare la Religione e l’ordine sociale, e imporre così la propria tirannide tecnocratica. Alle genti che arrivano la Chiesa Cattolica deve la carità e l’annuncio di Cristo; ai loro strumentalizzatori, la coraggiosa denuncia e la resistenza.

 

Un’Europa apostata dalla Fede e pervertita nella Morale non ha più galee, perché non ha più Rosari. Ma la Vergine è la stessa, e Dio non ha mutato il suo giudizio sui numeri: gli bastano trecento uomini, purché siano in ginocchio. «Cunctas hæreses sola interemisti in universo mundo». [«Rallegrati, Vergine Maria, tu sola hai distrutto tutte le eresie nel mondo intero», ndr]

 

Torniamo ai piedi dell’altare. Torniamo al Rosario quotidiano.

 

Carlo Maria Viganò

+ Arcivescovo

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Immagine: cerchia di Andries van Eertvelt (1590–1652), La battaglia di Lepanto (1622), collezione privata.

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia.

 

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Domani, l’Anticristo? Quando la teologia fa luce sulla geopolitica

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Nel numero 700 del Courrier de Rome (settembre 2026), padre Jean-Michel Gleize si interroga sulla possibilità di spiegare il sostegno americano a Israele unicamente con motivazioni geopolitiche e rintraccia le radici religiose e messianiche di questa alleanza fino alla questione dell’Anticristo. Padre Philippe Bourrat, dal canto suo, ripercorre l’intervento di San Clemente di Roma nella crisi della Chiesa di Corinto.  

Israele, il Tempio e l’Anticristo

«Domani, l’Anticristo?”: Dietro questo titolo interrogativo, padre Jean-Michel Gleize inizia ponendo una questione metodologica. La scienza, nel senso moderno del termine, cerca le cause immediate e osservabili dei fenomeni. La «saggezza» va più indietro, alle loro cause profonde. Che dire allora della geopolitica? Può spiegare pienamente gli eventi che osserva, o dobbiamo, in certi casi, guardare più in profondità?   L’autore applica questa questione alle relazioni tra Stati Uniti e Israele. Dal riconoscimento dello Stato ebraico al trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme sotto la presidenza di Donald Trump, passando per l’entità degli aiuti concessi a Israele, egli osserva una convergenza che sembra difficile da spiegare unicamente con interessi economici, finanziari o strategici. «È possibile che considerazioni teologico-politiche prevalgano in questo caso sulla geopolitica?», si chiede.

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Fu allora che emerse il sionismo cristiano, una branca del protestantesimo evangelico per la quale la creazione dello Stato di Israele era vista come il compimento delle profezie dell’Antico Testamento. Il raduno degli ebrei in Terra Santa e la ricostruzione del Terzo Tempio erano, in quest’ottica, finalizzati a preparare il ritorno di Cristo e la conversione di Israele. L’abate Gleize individua dunque, dietro alcune scelte della politica americana, una motivazione religiosa che trascende la mera geopolitica.   Ma questa convergenza cela una profonda divergenza. L’autore esamina l’aspettativa messianica ebraica, basandosi in particolare sull’opera di Elijah Benamozegh: il Messia atteso deve instaurare un ordine universale incentrato su Gerusalemme e sul suo Tempio. La ricostruzione del Tempio assume quindi un significato messianico per entrambe le parti, ma non conduce allo stesso Messia.   È a questo punto che lo studio si allinea al suo titolo. Padre Gleize mette a confronto questa aspettativa con i principi della teologia cattolica, in particolare quelli di San Paolo, Sant’Ireneo e San Tommaso d’Aquino. Il falso Messia che apparirà alla fine dei tempi e sarà accolto come tale è l’Anticristo; Sant’Ireneo lo descrive mentre instaura il suo regno a Gerusalemme e siede nel Tempio. La convergenza tra il sionismo evangelico americano e la causa israeliana appare quindi come una temporanea «coincidenza di interessi».   La conclusione ritorna dunque al problema posto nelle righe iniziali. La geopolitica, «lasciata a se stessa», rimane, per l’abate Gleize, «incapace di fornirci una vera comprensione degli eventi che si svolgono sotto i nostri occhi». La loro profonda spiegazione richiede il ricorso a «dati religiosi, biblici e teologici» e, in ultima analisi, alla «Saggezza dall’alto».

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Una sedizione a Corinto, Roma interviene

Con padre Philippe Bourrat, questo numero ci trasporta alla fine del I secolo. Intorno all’anno 98, scoppiò una sedizione nella Chiesa di Corinto: diversi sacerdoti, fino ad allora irreprensibili nel loro ministero, furono destituiti. Il terzo successore di San Pietro intervenne quindi per ristabilire l’ordine tra i Corinzi.   Il significato di questa epistola, tuttavia, va ben oltre l’episodio che l’ha ispirata. San Clemente riconduce i disordini visibili alle loro cause morali: gelosia, superbia e insubordinazione. Al contrario, esorta i fedeli a riscoprire l’umiltà e l’obbedienza che avevano caratterizzato la loro comunità: «vi siete tutti dimostrati umili, senza vantarvi, più inclini all’obbedienza che al comando».   L’epistola dispiega dunque un intero insegnamento della vita cristiana: penitenza, timore del giudizio di Dio, speranza della risurrezione, imitazione dell’umiltà di Cristo e sottomissione all’ordine stabilito da Dio. «Fratelli, impegniamoci con tutto il nostro zelo, sotto il comando di questo irreprensibile condottiero», esorta san Clemente prima di ricordare la distinzione e la gerarchia delle funzioni nella Chiesa.   L’abate Bourrat sottolinea in particolare ciò che questo intervento rivela sull’autorità romana in un’epoca molto vicina a quella degli Apostoli. Il vescovo di Roma interviene in un’altra Chiesa, condanna la sedizione, esige che i suoi decreti siano osservati e invia legati per riferire sul ristabilimento della concordia. San Clemente può quindi scrivere: «ci darete gioia e letizia se obbedirete a ciò che vi abbiamo scritto per mezzo dello Spirito Santo».   Le pagine conclusive mettono a confronto questa interpretazione con quella proposta nel recente manuale Alla scoperta dei Padri della Chiesa . L’abate Bourrat la critica in particolare per aver spostato l’enfasi su un presunto «eccesso di zelo» che sfocia nel fanatismo, mentre il testo di San Clemente denuncia esplicitamente la superbia, la gelosia e l’insubordinazione dei sediziosi.   Secondo l’autore, è proprio questo che rende questa lettera, vecchia di quasi duemila anni, così attuale: gli stessi disordini producono gli stessi risultati quando si perde lo spirito di Cristo. «Gli insegnamenti di questo venerabile testo sono ancora validi oggi», conclude.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Leone XIV elogia la Confessione di Augusta, documento fondativo luterano

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Il 1° ottobre papa Leone XIV ha ricevuto nella biblioteca privata del Palazzo Apostolico i rappresentanti della Federazione Luterana Mondiale e ha esortato cattolici e luterani a riscoprire un patrimonio «apostolico e preconfessionale» condiviso, mentre avanzano «verso la piena e visibile unità». Lo riporta LifeSite.

 

Il romano pontefice ha detto che il cammino ecumenico cattolico-luterano dovrebbe mirare a una «rinnovata comunione nella fede apostolica, nei sacramenti e nei ministeri». Erano presenti il presidente della Federazione, Henrik Stubkjær, e il cardinale Kurt Koch, prefetto del Dicastero vaticano per il Servizio dell’Unità dei Cristiani.

 

«Il 2030, anno che segna il 500° anniversario della Confessione di Augusta, può diventare uno di questi momenti condivisi: una profonda esperienza ecumenica che possa dare nuova energia e gioia ai passi che compiremo verso una piena e visibile unità», ha affermato Papa Leone.

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Ha richiamato in particolare la Confessione di Augusta, il documento del 1530 divenuto il credo fondante del movimento luterano. A suo giudizio lo scopo originario non era fondare una confessione separata, ma cercare la riconciliazione all’interno della Chiesa occidentale.

 

«Quando la Confessio Augustana fu letta ad Augusta il 25 giugno 1530, l’unità della Chiesa occidentale era in pericolo, ma non ancora frantumata», ha detto. Citando Giovanni Paolo II, ha aggiunto che gli autori del XVI secolo intendevano testimoniare la loro fede nella «Chiesa una, santa, cattolica e apostolica».

 

Leone XIV ha osservato che il documento è stato compreso solo in seguito come parte di un processo divisivo di separazione confessionale. In vista del cinquecentesimo anniversario, nel 2030, cattolici e luterani dovrebbero cercare di recuperare quello che ha definito il suo «potenziale ecumenico preconfessionale».

 

«Rivolgo un appello accorato a tutti i credenti, e in particolare ai teologi, affinché rivolgano la loro mente a Cristo e al suo Vangelo», ha detto il Papa. Ha auspicato un ritorno «alla fede della Chiesa primitiva e dei Padri della Chiesa» per riscoprire «l’eredità apostolica e preconfessionale che ci unisce veramente come fratelli e sorelle in Cristo».

 

Il Prevost inoltre ricordato i progressi del dialogo cattolico-luterano negli ultimi decenni, indicando la Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione, firmata nel 1999, come tappa fondamentale, insieme ai documenti comuni precedenti sull’Eucaristia, sul ministero nella Chiesa e sui cammini verso una maggiore comunione, richiamando. Ha infine richiamato un discorso di Papa Francesco del 2021 alla Federazione Luterana Mondiale, in cui l’ecumenismo era descritto come un «cammino di grazia» piuttosto che come una «diplomazia ecclesiale».

 

Nel 2030 ricorrerà il 500° anniversario della Confessione di Augusta, presentata ad Augusta il 25 giugno 1530. Anche se non aveva lo scopo di dividere la Chiesa, il testo respinse comunque una serie di dottrine importanti già definite in modo autorevole dalla Chiesa stessa.

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Redatta dal teologo luterano Filippo Melantone e presentata all’imperatore cattolico Carlo V, la Confessione del 1530 mirava a dimostrare che i suoi aderenti stavano affrontando quelli che consideravano «abusi teologici ed ecclesiastici», ripristinando al contempo la fede e la pratica della «prima comunità cristiana». Tra quegli «abusi» rientravano dottrine e pratiche a lungo sostenute dalla Chiesa cattolica: la Comunione sotto un’unica specie, il celibato sacerdotale, la natura sacrificale della Messa, la concezione tradizionale della confessione sacramentale e della penitenza, e alcuni aspetti del rapporto tra autorità ecclesiastica e civile.

 

La risposta cattolica fu la Confutatio Augustana, una confutazione dettagliata preparata da teologi papali e presentata alle autorità imperiali. Il documento affrontava in modo sistematico le tesi luterane e sollecitava l’adesione alla pienezza della dottrina cattolica. Molte delle questioni sollevate in quello scambio furono poi esaminate più a fondo dal Concilio di Trento, che diede la risposta definitiva della Chiesa alle sfide della Rivoluzione protestante.

 

Le parole di papa Leone XIV fanno eco a quanto già detto all’inizio di quest’anno dall’arcivescovo Flavio Pace, segretario del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani. In un’intervista del 22 gennaio 2026 a Vatican News, in occasione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, Pace aveva elogiato la Confessio Augustana del 1530 come un tentativo significativo di individuare un terreno comune tra i cattolici e il nascente movimento protestante, e aveva suggerito che il documento potesse servire da punto di riferimento per la riflessione ecumenica in vista del cinquecentesimo anniversario del 2030.

 

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Immagine: Lutero e Murner come draghi, Murnarus Leviathan, J. Grüninger, 1521, folio c3 verso, Biblioteca Nazionale e Universitaria di Strasburgo

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