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Spirito

Sentire cum Ecclesia: Come amare, oggi, una Chiesa che appare sfigurata?

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Al numero 352 e seguenti dei noti Esercizi spirituali di Sant’Ignazio di Loyola troviamo le poco conosciute 18 «Regole per sentire nella Chiesa». Di cosa si tratta?

 

Iniziamo prima con la spiegazione del titolo: il verbo sentire indica l’utilizzo di facoltà sensitive, proprie dunque alla parte inferiore dell’anima umana (1) che non potrebbero attribuirsi ad una realtà come la Chiesa che non è di ordine fisico. Si tratta dunque di una evidente metafora: si attribuisce, cioè, alla Chiesa un comportamento analogo a quello di un corpo fisico per poter istituire una similitudine con un determinato comportamento umano.

 

Il problema da risolvere, nella mens del fondatore dei Gesuiti, era distinguere il comportamento dei cattolici da quello dei protestanti; a distanza di secoli, un problema simile si pone, e cioè quello di scongiurare un’attitudine di derivazione protestante che sfociò nel modernismo, per confluire poi in un attualissimo e contemporaneo carismatismo: il rapporto diretto e individuale tra l’uomo e Dio come fondamento della Fede, a discapito di ogni mediazione umana.

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Un sano concetto ed una relativa sana applicazione del sensus Ecclesiae potrà illuminare a nostro avviso il lettore cattolico per una corretta professione di Fede cattolica anche nelle attuali burrasche che sconvolgono la Chiesa stessa, senza che queste mettano in discussione il giusto modo di condurre una vita cristiana.

 

Leggiamo dunque qualcuna di queste gustose regole per distinguere il vero cattolico da quello contraffatto:

 

2° regola: lodare la confessione sacramentale e ricevere il Santissimo Sacramento una volta all’anno, e meglio ancora ogni mese, e molto meglio ogni settimana con le condizioni richieste e dovute;

 

3° regola: lodare l’uso di udir Messa frequentemente; parimenti lodare i canti, i salmi e le preghiere anche prolungate […];

 

6° regola: lodare le reliquie dei santi, venerando quelle e pregando questi; lodare le stazioni liturgiche, i pellegrinaggi, le indulgenze, i giubilei, le crociate e l’uso di accendere le candele nelle chiese.

 

Tutto ciò a guisa di riassunto; il vero cattolico tridentino si rispecchierà in queste regole e si farà un vanto di approvare questi ed altri usi venerabili. Ma veniamo al punto centrale.

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La Chiesa come istituzione

È fuori dubbio, e non è qui il luogo per dimostrarlo, che Nostro Signore abbia inteso far proseguire l’opera della salvezza del mondo, da lui iniziata con la Redenzione sulla croce, attraverso l’istituzione di un corpo sociale che garantisse la continuità della predicazione del Vangelo e dell’amministrazione dei sacramenti, fonti della grazia: ci si potrebbe accontentare del capitolo 16 del Vangelo secondo san Matteo (2), ma vi aggiungeremo la tesi eterodossa n° 52 condannata dal decreto Lamentabili del Sant’Uffizio all’epoca di papa San Pio X, pubblicato il 3 luglio 1907: «Fu alieno dalla mente di Cristo di istituire la Chiesa come società che dovesse durare sulla terra per lunga serie di anni; anzi nel pensiero di Cristo il Regno dei Cieli era sul punto di venire con la fine del mondo». (3)

 

La fondazione della Chiesa su Pietro va intesa come riferita ad una istituzione e non ad un singolo: morto Pietro, altrimenti, non ci sarebbe comunque stata continuità e dunque ci si sarebbe ritrovati al punto di partenza; la storia della Chiesa mostra al contrario come la serie ininterrotta di papi sia l’applicazione perfetta della volontà del Cristo di perpetuare la sua opera.

 

Ma l’autorità del capo visibile della Chiesa (il papa) diventa allora fondamentale e centrale, diremo essenziale ad essa; la struttura che ne consegue (la potestà di giurisdizione che ad essa compete, i gradini della relativa gerarchia, le nomine e le relative successioni, le divisioni territoriali, perfino i tribunali) è parte integrante della realtà composita che costituisce il Regno di Dio sulla terra: non un regno evanescente, spirituale e mistico, ma un Regno ben concreto, fatto di uomini (dunque, per definizione, anche di peccatori) e visibile in tutte le sue manifestazioni, benché vivificato al suo interno dalla grazia che è chiamato a trasmettere con i sacramenti: una realtà, cioè, divina ed umana allo stesso tempo e sotto diversi rapporti.

 

È così che va capita la Chiesa, pena l’incomprensione di tanti aspetti della sua storia e della sua intima costituzione; è ciò che brillantemente auspica il Santo degli Esercizi nell’esordio delle regole già sopra citate, e che apre questo interessante sguardo sul vero fondamento dell’essere cattolici in tutti i tempi:

 

1° regola: deposto ogni giudizio proprio, dobbiamo avere l’animo apparecchiato e pronto ad obbedire in tutto alla vera sposa di Cristo nostro Signore, che è la santa Chiesa gerarchica, nostra madre.

 

Struttura, autorità, capi e sudditi, obbedienza, superiori, regole, leggi, tribunali, ordini e decreti, processi e testimonianze, giuramenti e voti, diritto canonico e decretali: ciò che farebbe inorridire ancora oggi Martin Lutero (e abitualmente indispone papa Francesco), il cattolico deve amarlo: la bellezza del Vangelo e le stupende e semplici pagine che raccontano i miracoli di Gesù, aprono la strada all’altrettanto bella e lunghissima pagina della continuazione di questo eterno Vangelo: la Storia della Chiesa. Gerarchica.

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Elementi del sensus Ecclesiae e crisi odierna

Diciamo allora che avere il senso della Chiesa significa agire da cristiani con gli scopi, i metodi, le abitudini della Chiesa.

 

Prima di tutto, la Chiesa insegna ad obbedire ai pastori: non c’è vita ecclesiastica, e dunque cattolica, al di fuori di un certo esercizio della virtù di obbedienza; l’auctoritas che, come abbiamo visto, è alla base dell’istituzione di Nostro Signore, lo postula necessariamente. Aggiungiamo però che l’amore per la Tradizione consegue direttamente a ciò, se si intende per Tradizione la trasmissione della verità immutabile della Fede, la quale a sua volta trova il suo criterio nell’esercizio del magistero ecclesiastico, ugualmente voluto da Gesù Cristo: la cattedra di Pietro (e quindi quelle dei vescovi) sono il diretto, giuridico risultato del comando del Divin Maestro: «Andate, insegnate a tutte le genti» (4).

 

Rifuggendo poi ogni desiderio di approccio carismatico alla Fede (5) (necessario all’inizio della predicazione cristiana, ma non più dopo il suo consolidamento), il fedele cattolico ama ricorrere a quella stessa autorità come guida indiscussa.

 

Che dire però della situazione di crisi in cui versa oggi la Chiesa dopo il Vaticano II?

 

Il discorso fin qui svolto parrebbe arrivato ad un punto morto: è proprio l’autorità ad essere in discussione nella crisi conciliare; la rinuncia da parte della gerarchia della Chiesa di insegnare con autorità per imporre una dottrina da doversi credere da tutti i fedeli è proprio uno dei criteri per rifiutare il nuovo pseudo-magistero proveniente dai pastori modernisti (6). Crollerebbe dunque tutto l’impianto del sensus Ecclesiae per il fatto che la Chiesa stessa vada in crisi o, peggio ancora, tale sensus condurrebbe invece, per attaccamento alla struttura giuridica che abbiamo finora magnificato, ad abbracciare l’errore assieme all’errante? In nessun modo.

 

Prima di tutto dobbiamo dissipare un facile errore: la crisi odierna del dopo Vaticano II ha effettivamente luogo nella Chiesa, ma non appartiene ad essa in quanto tale, bensì ne intacca solo i suoi aspetti accidentali (7) ed è da ascrivere alla parte umana e volontaria di essa: i suoi membri e capi come persone singole professanti idee divergenti dalla autentica dottrina che sarebbero invece chiamati a predicare.

 

Non solo dunque non è la Chiesa in se stessa ad essere in crisi, ma bisogna al contrario affermare che proprio essa, perché divinamente istituita, ha in sé i principi per contrastare gli elementi malati che ne turbano il funzionamento. Tali principi sono in principalmente la Verità divina, immutabile, insegnata dai successori di Pietro da tutti i secoli, che la rende infallibile in docendo, cioè nell’insegnamento perenne e tradizionale; inoltre, il sensus fidei, cioè il sentire cattolico che è l’eco ricevuto dai fedeli dell’insegnamento di sempre della Chiesa, e che la rende dunque infallibile in discendo (8).

 

Questo sensus fidei non è, certo, causa dell’infallibilità di una dottrina ma il segno, il criterio per discernere quale dottrina sia stata insegnata come autentica e quale no. Vogliamo dire con questo che qualunque fedele, fosse anche il meno preparato teologicamente, è in grado di professare la vera Fede a patto di attenersi a ciò che «ovunque, sempre e da tutti è stato creduto» (9) (criterio dunque oggettivo, e non soggettivo della professione di Fede).

 

Questo metaforico «sentire» della fede, se correttamente inteso, porta come conseguenza il relativo «sentire» con la Chiesa, la quale non è un qualcosa di estraneo al fedele cattolico ma l’istituzione di cui egli fa parte e che gli garantisce la fede stessa, la grazia, i sacramenti. Ora, chi ama la Chiesa, deve poterla amare anche se ferita, attaccata, insidiata: l’odierna crisi, perciò, non può e non deve condurre alla sfiducia nell’istituzione ecclesiastica ma, ben al contrario, ad amarla maggiormente ed anzi a combattere per vederla risorgere. Ma come?

 

I rimedi

Non bisogna cercare lontano: gli elementi per la guarigione della Chiesa sono presenti in essa stessa, come dicevamo più sopra; è esattamente ripartendo da essi, ed in particolar modo dal sacerdozio e dai sacramenti, utilizzati in un contesto gerarchico, che si riproduce il più fedelmente possibile la vita stessa della Chiesa.

 

È quanto ha inteso fare ed ha fatto, a nostro avviso, Monsignor Marcel Lefebvre, la cui opera principale non sono stati i suoi discorsi o omelie anticonciliari, né la sua celebre dichiarazione del 1974, né in generale le tante (ed illuminate) parole di verità che ha proferito nel corso dei suoi anni di episcopato.

 

L’opera principale è stata senza dubbio la fondazione della Fraternità San Pio X, cioè di una istituzione, come ne sono esistite tante nel corso dei secoli, per condurre gerarchicamente la vita cristiana attraverso il conferimento del sacerdozio tradizionale fondato su un’autentica preparazione dottrinale data nei seminari della società. Il prelato cercò ed ottenne, per questo, l’approvazione dell’autorità diocesana, condizione per lui essenziale per l’inizio di un’opera di Chiesa (10); lo stesso prelato, di fronte al crescente stato di necessità spirituale delle anime a causa del dilagare del modernismo della Chiesa non ha esitato a dare continuità alla sua opera con la consacrazione di quattro vescovi, a cui scrisse, peraltro, chiedendo loro di accettare il conferimento di questa consacrazione: «Vi conferirò questa grazia fiducioso che quanto prima la Sede di Pietro sarà occupata da un successore di Pietro perfettamente cattolico nelle cui mani potrete deporre la grazia del vostro episcopato perché la confermi»(11).

 

Perché non limitarsi ad ordinare dei sacerdoti e dei vescovi in ordine sparso, nel corso degli anni e magari in numero maggiore? Non hanno bisogno, forse, i fedeli, unicamente dei sacramenti e della Messa? Perché, diciamo, «complicarsi la vita» istituendo dei distretti, delle comunità con dei superiori, con gli immancabili problemi di obbedienza che ciò comporta, e così via?

 

Esattamente perché così facendo si riproduce, in piccolo, ciò che Nostro Signore ha voluto per l’intera Chiesa: la gerarchia e l’autorità sono garanzia di continuità ed affidabilità di un’opera, e questo a dire il vero è semplicemente fondato sulla natura umana, i cui membri, per ottenere un qualsiasi scopo a lungo termine, si riuniscono in società ordinate (12).

 

Pensiamo di poter dire che il vero sensus Ecclesiae, accompagnato senz’altro dalla vera professione di fede, si possiede però soltanto quando ci si comporta nella Chiesa come la Chiesa fa abitualmente. Non basta, cioè, combattere il modernismo a parole, o con il solo scritto (oggi diremmo piuttosto: con un video su Youtube, con un post su Facebook…), o con l’opera sparsa del singolo sacerdote che, in nome di se stesso, difende più o meno bene la fede cattolica. Di questo, il mondo della Tradizione intesa in senso ampio è pieno, ma nella stragrande maggioranza dei casi queste realtà sparse per il mondo o per il web sono senza alcuna credibilità né continuità possibile.

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Conclusione

Un grande rischio del mondo cattolico tradizionalista oggi è quello di pensare che, a causa della crisi, si può agire come si vuole. Per riassumere, potremmo dire che piuttosto si è autorizzati a fare come si può per riprodurre, appunto, la vita della Chiesa ricercando in tutto il suo scopo principale che è la salvezza delle anime. Questo scopo si raggiunge tramite la riscoperta del sacerdozio cattolico essenzialmente gerarchico che è il fulcro dell’istituzione di Nostro Signore, e perché senza il sacerdozio non ci sono né sacramenti, né predicazione, né direzione delle anime.

 

Amare il sacerdozio, poi, vuol dire amare la vocazione e le vocazioni, ed avere a cuore il fiorire di esse tramite la buona educazione cristiana data nelle famiglie, nelle scuole, nelle opere della gioventù.

 

Il vero ed autentico senso della Chiesa sarà allora vivificato da questo amore per lo scopo che Nostro Signore ha perseguito su questa terra preparandoci il Regno di Dio definitivo nell’aldilà.

 

Don Gabriele D’Avino

 

NOTE

1) Aristotele, De Anima, Libro II.

2) Ove si legge il celebre: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa», al v. 18.

3) S’intende dunque che la proposizione cattolica corretta è la contraddittoria della tesi condannata: il Cristo intese proprio fondare, con la Chiesa, una società duratura.

4) Mt 28, 19.

5) Chiamiamo approccio carismatico alla Fede ogni tentativo di fondare l’assenso del proprio intelletto alle verità cristiane unicamente sui fenomeni straordinari, sulle apparizioni e rivelazioni private anche approvate, sulla fiducia illimitata data a tale o tale altra personalità ecclesiastica, fosse anche un santo, in quanto individuo e non in quanto espressione di un corpo sociale.

6) Si vedano a questo proposito le conclusioni sulla natura magisteriale dei documenti del concilio e post-concilio tratte da don Jean-Michel Gleize FSSPX, nel libro Vaticano II, un dibattito aperto, ed. Ichtys 2013, pag 196 n° 18.

7) Come è stato ben spiegato nella prefazione a firma di don Pierpaolo Maria Petrucci al libro di don Matthias Gaudron FSSPX Catechismo della crisi nella Chiesa, ed. Ichtys, pag. 3.

8) Melchior Cano, De locis theologicis, libro IV, c. 3 (117). «Si quidquam est nunc in Ecclesia communi fidelium consensione probatum, quod tamen humana potestas efficere non potuit, id ex apostolorum traditione necessario derivatum est».

9) Vincenzo da Lerino, Commonitorium II, 5.

10) Salvo poi farne sacrificio allorché, per motivi manifestamente ingiusti e direttamente contrari alla professione di fede, questa approvazione gli fu tolta: si veda per questo il n° 113 del 2020 di questa rivista, in cui viene affrontato il tema delle condanne subite dalla FSSPX da parte della Santa Sede.

11) Mons. Marcel Lefebvre, Lettera ai futuri vescovi, 28 agosto 1987.

12) Aristotele, Politica, Libro I.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Immagine: Pietro Paolo Rubens (1577 – 1640), Sant’Ignazio di Loyola (circa 1620 – 1622), Norton Simon Museum, Pasadena, California.

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

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Spirito

Mons. Strickland: l’amore, non la sfida, è stata la forza trainante di mons. Lefebvre e della FSSPX

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Renovatio 21 pubblica questo testo del vescovo Joseph Strickland apparse su The Pillars of Faith.  

«Se avessi tutta la fede, al punto da trasportare le montagne, ma non avessi l’amore, non sarei nulla».

1 Corinzi 13,2

  Nei momenti di grande tensione all’interno della Chiesa, dobbiamo ricordare che ogni giudizio emesso deve in ultima analisi servire alla salvezza delle anime. La verità non può mai essere separata dalla carità, né la carità dalla verità.   Mentre proseguono le discussioni sulla Fraternità Sacerdotale San Pio X, credo sia necessario porsi una domanda che vada oltre le argomentazioni canoniche o le controversie storiche. Cosa ha mosso questi sacerdoti e fedeli nel corso degli ultimi 50 anni?

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Per comprendere la Fraternità, dobbiamo ricordarne le origini. L’arcivescovo Marcel Lefebvre non intraprese questo cammino perché fosse facile, né perché gli procurasse onore o pace. Qualunque sia il giudizio su ogni sua decisione, pochi negherebbero che egli soffrì immensamente a livello personale. Credeva che i preziosi tesori affidati da Cristo alla Sua Chiesa – il Santo Sacrificio della Messa, la venerabile celebrazione dei sacri misteri, la formazione dei santi sacerdoti e gli insegnamenti perenni della Fede Cattolica – fossero in pericolo di essere sminuiti. La sua risposta nacque da un profondo desiderio di preservare e tramandare ciò che generazioni di cattolici avevano ricevuto con gratitudine.   Questo amore per il sacro patrimonio della Chiesa ha continuato a ispirare molti sacerdoti, religiosi e famiglie di fedeli che hanno accettato incomprensioni e sacrifici perché credevano che questi tesori meritassero di essere preservati per le generazioni future.   Osservando onestamente la loro storia, si vedono uomini e donne che hanno sacrificato grandi cose perché credevano di preservare i tesori affidati alla Chiesa da Cristo stesso: il Santo Sacrificio della Messa, la riverenza dovuta alla Santa Eucaristia, la dottrina perenne della Fede Cattolica e le sacre tradizioni tramandate nei secoli.   Se ogni decisione presa lungo il cammino sia stata prudente è una questione che i cattolici ragionevoli possono discutere. Ma è difficile negare l’amore che ha ispirato innumerevoli sacrifici, vocazioni, famiglie e anime fedeli che hanno desiderato solo rimanere vicine a Nostro Signore e fedeli al deposito della fede.   La Chiesa ha sempre riconosciuto che la disciplina esiste per la guarigione, la riconciliazione e il bene delle anime. Essa non dovrebbe mai essere esercitata in modo da oscurare il sincero amore che molti nutrono per Cristo e la Sua Chiesa.   Questo è anche un momento di onesta riflessione. In tutto il mondo, numerose contestazioni pubbliche alla dottrina e alla morale cattolica hanno generato grande confusione tra i fedeli. I cattolici si chiedono, naturalmente, perché coloro che rifiutano apertamente gli insegnamenti consolidati della Chiesa spesso non subiscono quasi nessuna correzione, mentre coloro il cui desiderio più profondo è quello di preservare la sacra eredità della Chiesa sono visti con le pene più severe. Tali domande non dovrebbero essere ignorate, ma dovrebbero trovare risposta con giustizia, saggezza e carità.   Nessun cattolico dovrebbe rallegrarsi della divisione. Ogni cattolico fedele dovrebbe pregare per la piena e visibile unità. Ma l’unità non si rafforza con il sospetto, né con la paura, bensì con la fiducia reciproca, l’umiltà e il riconoscimento dell’amore sincero ovunque esso si trovi.   Il Signore ci ha insegnato che il comandamento più grande è l’amore: amore per Dio e amore per il prossimo. Se partiamo da questo, parleremo diversamente gli uni con gli altri, giudicheremo con maggiore attenzione e cercheremo la riconciliazione con più fervore.   Affidando questa questione alla Divina Provvidenza, chiedo a ogni cattolico di pregare, non solo per i fedeli della Fraternità Sacerdotale San Pio X, ma anche per il Santo Padre, per i vescovi e per tutti coloro a cui è stata affidata la grave responsabilità di pascere il gregge di Cristo.

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Possa ciascuno di noi esaminare il proprio cuore davanti al Cuore di Gesù. Possano coloro che si sono adoperati per preservare le sacre tradizioni della Chiesa continuare ad agire con umiltà, fedeltà e amore. E possano coloro che devono prendere decisioni per la Chiesa universale scrutare a fondo il cuore di chi li ha preceduti, riconoscendo non solo le loro azioni, ma anche l’amore che ha ispirato tali sacrifici.   Il Sacro Cuore di Gesù non è diviso contro se stesso. Il Suo Cuore è la fonte di verità e amore, giustizia e misericordia. È a quel Sacro Cuore che ora dobbiamo rivolgerci. Se il Cuore di Cristo ci guida, allora la verità non sarà mai pronunciata senza carità, la giustizia non sarà mai esercitata senza misericordia e l’autorità sarà sempre diretta alla salvezza delle anime.   Possa la Madonna, Madre della Chiesa, intercedere per tutti i suoi figli, affinché rimaniamo saldi nella pienezza della fede cattolica, amandoci gli uni gli altri con la stessa carità del suo Divin Figlio.   «Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e l’amore; ma la più grande di esse è l’amore». (1 Corinzi 13, 13)   E Dio Onnipotente vi benedica, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Amen.   + Joseph E. Strickland, Vescovo emerito  

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Spirito

Consolatrici del Sacro Cuore, giubileo dell’abate du Chalard e 18 prime professioni religiose

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Il 12 e 13 giugno 2026, a Narni, in Italia, la Congregazione delle Suore Consolatrici del Sacro Cuore di Gesù ha celebrato due importanti eventi: le prime professioni religiose di diciotto giovani suore e il giubileo d’oro di Padre Emmanuel du Chalard, alla presenza del Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, Padre Davide Pagliarani. Queste due celebrazioni testimoniano la notevole crescita di questa comunità.

 

Diciotto professioni di punta

Venerdì 12 giugno, festa del Sacro Cuore, diciotto novizie hanno pronunciato i primi voti di povertà, castità e obbedienza nelle mani di padre Davide Pagliarani. Si sono così impegnate a seguire Cristo nella vita religiosa secondo le costituzioni delle Suore Consolatrici del Sacro Cuore.

 

Cinquant’anni di sacerdozio

Il giorno seguente, la Congregazione ha reso grazie per i cinquant’anni di sacerdozio di padre Emmanuel du Chalard. La messa giubilare, celebrata nella chiesa di San Francesco a Narni da padre du Chalard, è stata caratterizzata da un’omelia pronunciata da padre Davide Pagliarani.

 

Fondata nel 1961 da padre Basilio Rosati, sacerdote passionista, la Congregazione è affidata dal 1996 alla direzione dell’abate Emmanuel du Chalard.

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Una primavera di vocazioni

La Congregazione sta vivendo un periodo di crescita eccezionale. Negli ultimi sei anni, 90 giovani donne sono entrate nel noviziato di Narni, un segno particolarmente incoraggiante nell’attuale contesto di declino delle vocazioni religiose.

 

Fedeli alla loro missione, le Suore Consolatrici si dedicano alla preghiera, all’adorazione e alla riparazione del Sacro Cuore di Gesù, svolgendo al contempo un apostolato di insegnamento, catechismo, accoglienza degli orfani e opere di misericordia.

 

Di fronte a questo afflusso di vocazioni, il noviziato, ospitato dal 2021 in un ex monastero cappuccino del XVII secolo, è diventato ben presto troppo piccolo. La costruzione di una nuova chiesa, iniziata nell’estate del 2025, fornirà alla comunità un santuario adeguato alla sua crescita.

 

Prime professioni religiose

 

Giubileo d’oro dell’abate du Chalard

 

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Bioetica

Pegoraro vescovo, FSSPX scomunicata: ecco la chiesa moderna

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Domenica scorsa è stato ordinato vescovo monsignor Renzo Pegoraro, attuale presidente della Pontificia Accademia per la Vita (PAV).   La cerimonia si è avuta nel pomeriggio nel Santuario di Santa Maria Madre della Provvidenza, all’interno dell’Opera della Provvidenza di Sant’Antonio (OPSA) a Sarmeola di Rubano, Padova, città del neovescovo, che ha 67 anni e una laurea in medicina presso il prestigioso ateneo patavino.   Era presente, oltre al vescovo Cipolla (quello nella cui città si prega contro «qualsiasi tradizione che offusca lo spirito evangelico»), anche un peso massimo del Vaticano, il segretario di Stato Pietro Parolin, e pure il predecessore alla presidenza della PAV, monsignor Vincenzo Paglia. Non solo: vi erano anche monsignor Pierantonio Pavanello (diocesi di Adria-Rovigo), monsignor Giampaolo Dianin (diocesi di Chioggia), monsignor Giuliano Brugnotto (diocesi di Vicenza), mons. Riccardo Battocchio (diocesi di Vittorio Veneto) e monsignor Giuseppe Alberti (diocesi di Oppido Mamertina-Palmi); i vescovi emeriti monsignor Antonio Mattiazzo (diocesi di Padova) e monsignor Michele Pennisi (diocesi di Monreale); monsignor Fabio Dal Cin, arcivescovo prelato di Loreto e delegato pontificio per il Santuario della Santa Casa, monsignor Ivo Scapolo, ex nunzio apostolico in Portogallo.   Insomma, un’ordinazione davvero sentita dall’istituzione cattolica. E non solo: c’era pure la terza carica della Repubblica Italiana, il presidente della Camera onorevole Lorenzo Fontana, che alcuni pensavano fosse un tradizionalista cattolico, qui sorridente ed entusiasta assai.  

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I lettori di Renovatio 21 hanno potuto leggere un articolo in cui venivano elencati alcuni punti controversi della carriera del Pegoraro, che al momento della nomina a presidente PAV aveva espresso l’intenzione di «lavorare in continuità con i temi e la metodologia di questi anni, valorizzando le competenze specifiche del nostro ampio e qualificato gruppo internazionale e interreligioso di accademici».   Si tratta della stessa PAV che con Paglia, quello della 194 «pilastro della vita sociale» e delle geremiadi per infliggere la quinta dose mRNA agli anziani, aveva di fatto ha aperto a contraccezione ed esseri umani prodotti in laboratorio, passando per l’eutanasia con DAT con modulo accluso ai libri pubblicati dalla Pontificia Accademia.   Il vaticanista Edward Pentin aveva riassunto per il National Catholic Register alcune dichiarazioni controverse, invero gravemente controverse, nelle quali era incappato quello che era definito «il braccio destro di Paglia» divenuto vertice PAV.   Nel 2022, ha commentato il sostegno di altri membri del PAV al suicidio assistito e la probabilità, all’epoca, che una legge sul suicidio assistito o una legge sull’eutanasia venissero legalizzate in Francia. Ha ammesso che sembrava scontato che una delle due sarebbe stata legalizzata e che, tra le due, il suicidio assistito offriva maggiori garanzie rispetto alla legge sull’eutanasia. Tuttavia il monsignore aveva sottolineato con fermezza che entrambe le opzioni erano in contrasto con l’insegnamento cattolico: il discorso del sasso e della mano che conosciamo bene negli equilibrismi della democristianeria maleminorista.   Un’intervista rilasciata alla fine del 2022 suggeriva che Pegoraro fosse aperto alla possibilità dell’uso di contraccettivi. «La norma contro la contraccezione «segnala valori che devono essere preservati nella vita matrimoniale – in particolare il senso della sessualità e la trasmissione della vita – ma è anche vero che altri valori degni di essere protetti possono essere presenti nella situazione che la famiglia sta vivendo» avrebbe detto il nuovo vescovo parlando con il veterano vaticanista Francis Rocca sul Wall Street Journal. «Ad esempio, ha affermato mons. Pegoraro, la contraccezione potrebbe essere ammessa “nel caso di un conflitto tra l’esigenza di evitare una gravidanza per ragioni mediche e la salvaguardia della vita sessuale della coppia”».   In un’intervista del luglio 2025 a La Repubblica il Pegoraro, pur dicendo di condannare il suicidio assistito, sembrava accettare certi criteri imposti dalla Corte Costituzionale in tema eutanasia. «Monsignor Pegoraro: “Sul fine vita Chiesa aperta al dialogo» era il titolo dell’articolo apparso sul quotidiano «laico». «In una società pluralista è necessario trovare delle mediazioni. Applicare meglio le leggi su cure palliative e consenso informato del paziente» scriveva l’occhiello per riassumere il contenuto della conversazione con il prelato.   Possiamo raccontare anche un altro episodio, non finito sui giornali. Si era a metà degli anni 2010, nel pieno della battaglia sul gender che stava entrando di prepotenza nelle scuole – cosa a cui, nonostante i vani proclami di Pro-vita & Famiglia e dei Valditari, è semplicemente accaduta, forse proprio per un placet che neanche tanto silenziosamente l’Oltretevere aveva dato.   Una scuola cattolica patavina, gestita da coriacee suore, organizza un incontro sul tema. L’ospite più ambito per tali conferenze di rottura era all’epoca Elisabetta Frezza, che girava il Veneto e l’Italia tutta sconvolgendo le masse (chi scrive ha visto palazzetti di cittadine campagna con gente che aspettava fuori: duemila, tremila persone) raccontando del piano in atto, apofanticamente rivelato da schemini come quello sull’educazione sessuale OMS.

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Alla conferenza organizzata dalle suore, Elisabetta, davanti alla solita torma di genitori sbigottiti e via via più imbestialiti, spiega la teoria gender e la sua penetrazione a scuola. Sul tavolo non c’è solo lei, c’è anche lui, don Pegoraro, a quel tempo solo noto come prete bioetico, e con probabilità figura già di un certo peso nell’ecosistema ecclesiastico della città del Santo.   Dopo la Frezza prende parola don Pegoraro, solo che, ascoltando quanto dice, il pubblico fa partire mugugni, fischi, buuu, in maniera sempre più aperta. Era il momento in cui la chiesa padovana aveva recepito, per prima, l’allarme in corso, ed era corsa ai ripari per spegnere l’incendio: cioè, non per combattere l’ideologia omotransessualista anticristiana versata nelle scuole dei nostri figli, ma per normalizzare, tranquillizzare, dire che è tutto sotto controllo. Uscì un comunicato di un alto prete della diocesi che diceva che andava tutto bene, che bisognava fidarsi dell’allora ministro all’istruzione Stefania Giannini, già rettrice dell’università di Perugia e nota per le foto in topless finite sui rotocalchi.   Dopo questo segnale, le conferenze agguerrite persero una buona porzione di audience: alla fin fine, ogni genitore anela a sentirsi rassicurato, a vedere l’orrenda dissonanza cognitiva (ma davvero devo credere che vogliono pervertire mio figlio?) chiusa per sempre.   E così, nonostante i fischi, quella linea è passata. Così, senza che il clero cattolico sparasse un colpo – anzi – siamo passati dalla propaganda a scuola agli ormoni bloccanti e alle proposte di mutilazione sessuale per i nostri figli, grazie anche alla diffusione incontrastata della carriera alias.   Ora visualizziamo alle immagini di tutti questi prelati importanti in questa brutta chiesa moderna fuori Padova, e poi pensiamo ai quattro giovani che, in una spianata verde gremita da diecine di migliaia di fedeli in festa, saranno consacrati vescovi per la FSSPX.   Quattro sacerdoti che sono rimasti fedeli alla Chiesa di Cristo, alla sua dottrina, alla sua tradizione: essi saranno, con buona probabilità, scomunicati, mentre i Pegorari divengono vescovi con ogni onore possibile.   È anche da questi episodi che vediamo in quale crisi abissale si è cacciata Roma. E vediamo pure quanto le consacrazioni della Fraternità San Pio X siano davvero necessarie alla sopravvivenza della fede cattolica – e forse, in un momento in cui la bioetica vaticana apre al mondo umanoide – dell’umanità stessa.   Roberto Dal Bosco 

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