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Eutanasia

Harakiri di massa per gli anziani e altre storie del Giappone della Necrocultura

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È finita su tutti i giornali la sparata di Yusuke Narita, assistente professore di economia a Yale, il quale ha fatto la sua proposta per risolvere il problema dell’invecchiamento della popolazione giapponese: bassissimo tasso di nascite (come l’Italia) e il più alto debito pubblico nel mondo sviluppato portano il Paese alla prospettiva di non poter reggere il peso delle pensioni.

 

«Sento che l’unica soluzione è abbastanza chiara», aveva detto il professor Narita durante un programma di notizie online alla fine del 2021. «Alla fine, non può essere il suicidio di massa e il seppuku di massa degli anziani?» Seppuku è un atto di sventramento rituale che era un codice tra i samurai disonorati nel XIX secolo. Per qualche ragione, in occidente lo chiamiamo harakiri, parola che è scritta con gli stessi ideogrammi ma è di letta in altro modo: il significato è lo stesso, il taglio della pancia, l’autosbudellamento rituale, quello che un po’ in tutto il mondo si conosce come peculiarità del Giappone con i suoi infiniti sensi del dovere.

 

Secondo il New York Times, l’anno scorso, quando un ragazzo in età scolare gli aveva chiesto di elaborare le sue teorie sul seppuku di massa, il dottor Narita aveva descritto a un gruppo di studenti riuniti una scena di Midsommar, un film horror del 2019 in cui una setta della Svezia rurale invia uno dei suoi membri più anziani a suicidarsi gettandosi da un dirupo.

 

«Che sia una buona cosa o meno, è una domanda più difficile a cui rispondere», aveva detto il dottor Narita all’interrogante che prendeva assiduamente appunti. «Quindi, se pensi che sia un bene, allora forse puoi lavorare sodo per creare una società del genere».

 

Altre volte il Narita, 37 anni, aveva affrontato il tema dell’eutanasia. «La possibilità di renderla obbligatoria in futuro», aveva detto in un’intervista, «verrà messa in discussione».

 

Narita ritiene che le sue parole sono state riportate senza contesto. Tuttavia, il successo fra i giapponesi è arrivato subito: Narita si è ritrovato con centinaia di migliaia di follower sui social media in Giappone tra giovani frustrati che credono che il loro progresso economico sia stato frenato da una società gerontocratica. Appare in TV in t-shirt, dispensa opinioni e sentenza, pubblica libri, uno dei quali in traduzione per il mercato anglofono.

 

Il problema è che nel suo Paese quelle parole risuonano in modo inquietante.  Nel folklore giapponese, le famiglie portano i parenti più anziani in cima alle montagne o in angoli remoti delle foreste e li lasciano morire. Il linguaggio del Narita, in particolare quando ha menzionato il «suicidio di massa», suscita sensibilità storiche in un paese in cui i giovani uomini furono mandati a morire come piloti kamikaze durante la seconda guerra mondiale e i soldati giapponesi ordinarono a migliaia di famiglie di Okinawa di suicidarsi piuttosto che resa. I critici temono che i suoi commenti possano evocare il tipo di sentimenti che hanno portato il Giappone ad approvare una legge eugenetica nel 1948, in base alla quale i medici hanno sterilizzato con la forza migliaia di persone con disabilità intellettive, malattie mentali o disturbi genetici. Nel 2016, un uomo che credeva che le persone con disabilità dovessero essere soppresse ha ucciso 19 persone in una casa di cura fuori Tokyo.

 

Oggi, alcuni sondaggi in Giappone hanno indicato che la maggioranza del pubblico sostiene la legalizzazione dell’eutanasia volontaria.

 

Il Sol Levante, insomma, pare essere il luogo dove la Necrocultura è pronta a scatenarsi come da nessun’altra parte. È così. La storia recente lo conferma: soprattutto il caso mostruoso di Oni Sanba, la strega infanticida. Nel 1948, in un Giappone in macerie prostrato dalla guerra, il governo passò la Yusei Hogoho, la «legge di protezione eugenica», ossia la legislazione che consentiva il libero aborto nell’arcipelago.

 

Miyuki Ishikawa, una nativa della prefettura meridionale di Miyazaki, lavorava a Tokyo come direttrice della clinica ostetrica Kotobuki, a Tokyo. Trovatasi negli anni Quaranta ad affrontare il dilemma delle poche risorse ospedaliere per i tanti neonati che affollavano i reparti della sua clinica. Non vedendo possibili soluzioni, decise di privilegiare alcuni bambini a discapito di altri, che lasciava deperire senza acqua e senza cibo.

 

Con questa tecnica, la Ishikawa, detta anche Oni Sanba, ostetrica-oni (gli oni sono caratteristici demoni cornuti del folclore nipponico: qualche lettore ha presente Lamù) uccise la cifra accertata di almeno 85 bambini, mentre la polizia – che aveva notato una strana anomalia statistica nelle morti infantili nella zona – la sospettò di 103 morti (almeno quaranta piccoli corpi erano sepolti sotto la casa di un becchino, altri trenta vicino ad un tempio), ma sono ancora poche considerando che le morti sospette in tutto sarebbero 169. L’aritmetica finale del massacro perpetrato da Oni Sanba è, insomma, non ancora conosciuta.

 

La Ishikawa coinvolse nel suo piano stragista il marito, che divenne poi aiutante anche nel riscuotere il pagamento del proprio operato: era arrivata a chiedere ai poveri che facevano nascere i figli nel suo ospedale una sorta di «pizzo» (dai 4.000 ai 5.000 yen) per uccidere  i loro figli, garantendo loro che le spese per crescerli, in quel paese devastato, sarebbero comunque state maggiori. All’abbietto traffico si aggiunse anche un medico, che falsificava i certificati di morte.

 

Nel gennaio 1948 la polizia rinvenne accidentalmente i cadaveri di cinque bambini. Pochi giorni dopo, i coniugi Ishikawa vennero arrestati.

 

Miyuki Ishikawa, detta Oni-Sanba

 

Al processo – che fu un evento mediatico – Oni Sanba si difese dicendo che i veri responsabili delle morti erano i genitori dei bambini, che li avevano abbandonati. La cosa, forse per tramite di imperscrutabili meccaniche spirituali orientali, parve convincere molti. Nonostante le proteste della scrittrice femminista Yuriko Miyamoto, l’abominio di Kotobuki non costò ai suoi perpetratori la pena di morte, norma che è tutt’ora in vigore in Giappone. La Corte Distrettuale di Tokyo condannò a 8 anni la Ishikawa, e a 4 anni il marito Takeshi e il dottore complice. I tre fecero appello all’Alta corte di Tokyo, che dimezzò le sentenze.

 

Tuttora, la Ishikawa è considerabile come il più grande assassino seriale della storia del Giappone.

 

A seguito di questo racconto d’orrore, il popolo giapponese, che nel 1948 aveva visto un inatteso boom di nascite, accettò la legge di protezione eugenica Yusei Hogoho, e il 2 giugno 1949 fu possibile richiedere di interrompere la gravidanza per motivi socioeconomici, così come richiesto dalla sinistra giapponese.

 

Come un serial killer possa influenzare il pubblico ad accettare una legge che estende sotto l’egida dello stato la strage degli innocenti, è un mistero che pertiene alla psiche giapponese e a quella umana più in generale.

 

L’aborto legale dal 1948 ha giocato un ruolo fondamentale nel controllo delle nascite nel Giappone del secondo Novecento. Prima del boom dei contraccettivi, esso ha rappresentato il primo fattore di calo demografico per l’intero Paese.

 

Dati del Population Policy Data bank dell’ONU, parlano dell’inarrivabile picco del 1955, quando ai 1.731.000 neonati giapponesi si affiancano 1.170.000 aborti: un bambino concepito su tre. Un terribile computo il Giappone sta cominciando a pagare. Ad ogni modo, questo numero orripilante è gradualmente sceso negli anni. Nel 1983, furono registrati 567.000 casi di aborto.

 

Uno studio del 1990 ha indicato in 22 su mille i casi di gravidanza adolescenziale: quasi tutti terminano con l’aborto.

 

Essendo che di Oni Sanba si conosce solo la data di nascita (1897) e sapendo quanto possa essere longeva la vita in Giappone, non stupirebbe pensare che questo mostro sia ancora in circolazione, in perfetta libertà e con i conti con la giustizia perfettamente saldati. Magari ha letto delle sparate del dottor Narita, e ha sorriso: sarebbe da inventarsi il business dell’harakiri dei vecchi, in fondo chissà quanti sarebbero disposti a divenire clienti.

 

Il Giappone quattro secoli fa rifiutò il cristianesimo con una delle persecuzioni più atroci conosciute dalla storia. Nella beffa finale, l’unica città che era rimasta cattolica, Nagasaki fu rasa al suolo dalla bomba atomica di Henry Truman, sganciata direttamente sopra la cattedrale di Urakami nell’ora in cui i fedeli si confessavano.

 

Dove non c’è Cristo, trionfa la Cultura della Morte. E si celebrano impudicamente i suoi osceni sacerdoti.

 

 

 

 

 

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Bioetica

Morte a Venezia. E inferno sulla Terra senza soprannaturale

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Il consiglio regionale del Veneto ha votato per la Morte. Il cosiddetto «fine vita», espressione di pudicizia orwelliana per definire l’eutanasia e il suicidio assistito, è passato con 32 favorevoli, 14 contrari, 5 astenuti.

 

Il Veneto diviene la quarta regione a intervenire, seguendo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna. Il dato politico è che si tratta della prima regione governata dal centrodestra. Il segnale – morale, politico, religioso, storico – è chiarissimo. Il Veneto non è più la «sacrestia d’Italia» – anche perché se non esiste la Chiesa come può esistere la sacrestia?

 

La regione più cattolica del mondo, alcuni dicevan così, non è più tale. È stata conquistata dall’Impero della morte, che ha ottenuto un trofeo non da poco.

 

Ha vinto Luca Zaia, il vero protagonista di questo ostinato raid della Necrocultura. Il quale Luca Zaia, ricordiamo, appena eletto governatore con un plebiscito impressionante nel 2010 mise al bando negli ospedali, in concordia con gli altri due governatori leghisti di Lombardia e Piemonte freschi di elezione(Maroni e Cota), la pillola RU486, ossia la pasticca che uccide i feti e poi li fa espellere magari nel water. Era un segnale chiaro, perché l’operazione non sembrava dare vantaggi politici. Ci sembrava un vero atto morale, spirituale.

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Avevamo applaudito Zaia anche nel 2017 quando, unica figura politica in Italia, si oppose alla legge Lorenzin sull’obbligo dei vaccini pediatrici – quella per cui i nostri figli non possono andare a scuola senza essere sottomessi a 10 sieri – presentando ricorso alla Corte Costituzionale e chiedendo formalmente di sospendere gli effetti del decreto prima del giudizio di merito.

 

In seguito lo Zaia avrebbe perso interesse per questa battaglia, anche perché sul piatto della Consulta aveva la questione della costituzionalità dell’autonomia differenziata referendum. Che volete farci: la politica pesa più delle vite dei bambini, altrimenti non esisterebbe le legge su aborto, provette etc.

 

Tuttavia nemmeno con una visione di cinismo politico si riesce a spiegarsi questa ostinazione assoluta dello Zaia, divenuto paladino della Necrocultura, al punto da tornare a spingere per una manovra che lo aveva scottato nel 2024, quando il Consiglio regionale respinse il primo tentativo di introdurre la legge.

 

Vuole davvero essere ricordato per questo, lo Zaia? Probabilmente sì. E allora, ci chiediamo, come tutti, cosa gli è successo? Da cosa deriva questa «conversione»? Abbiamo raccolto ipotesi da ambienti vicini alla Regione, ma nulla è pubblicabile.

 

Ricordiamo ancora una pubblicità per le TV locali (all’epoca la comunicazione politica si faceva soprattutto lì…) della campagna che portò Zaia a Palazzo Ferro-Fini 16 anni fa. Il video si apriva con Zaia che scendeva da una macchina della polizia: un’operazione di sicurezza notturna, con cui il già presidente della provincia di Treviso indicava la sua priorità.

 

Nella réclame elettorale seguiva un’inquadratura, fugace ma efficace, del futuro governatore mentre stava probabilmente ad una Messa o a qualcosa del genere, un evento in cui entrava anche la religione: al suo fianco si intravede appena uno zucchetto colorato (un vescovo?) dove, con un microscopico cenno, portava su il capo chino, il volto serio, lo sguardo pieno di rispetto, di gravitas. Come a dire: io sono qui a rispettare il fondamento religioso della nostra terra. Tipo: io mi inchino

 

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Ora anche Zaia, dopo tre lustri al vertice incontrastato della politica veneta, può aver compreso che la religione non conta più nulla. Nemmeno in Veneto. La Balena Bianca è morta, fiocinata da mille capitani Achab, nutriti dallo Stato moderno, dalla sua democrazia farlocca, e dai noi stessi, dalla nostra stessa tolleranza, la nostra incapacità di reagire alla catastrofe che sapevamo sarebbe arrivata.

 

La questione, quindi, è eminentemente religiosa. Anzi, più specificatamente: è soprannaturale. Più nessuno crede al soprannaturale. Più nessuno crede all’invisibile. Più nessuno crede.

 

Basta vedere quale resistenza è stata fatta alla legge della morte veneta: nessuna, a parte il gruppetto creato dall’indomito attivista Alberto Zelger, che con probabilità nel 2024 aveva contribuito a far fallire il putsch eutanasico regionale. Di fatto, non si è visto niente altro. Il cattolicesimo organizzato è non pervenuto. Anzi: sappiamo che la chiesa moderna sia d’accordo, perché il compromesso cattolico con i padroni della Morte va molto oltre l’aborto.

 

Lo si capisce perfino leggendo la nota, in teoria «dolente», in realtà molto rivelatrice, del patriarcato di Venezia, l’istituzione cattolica che nei secoli è servita come trampolino di lancio per il papato. Il patriarca – un genovese, a Venezia: una nomina che molti hanno ritenuto un segno di quanto il papato di Ratzinger fosse divenuto disfunzionale – non si è mai visto nei giorni precedenti al voto, ma poi ha emanato questa letterina, che vale la pena di leggere.

 

«A seguito dell’approvazione della legge regionale sul suicidio assistito, si esprime amarezza poiché, in tal modo, si afferma un modello culturale e un modello di sanità che possono portare ad una deriva difficilmente controllabile» scrive la dichiarazione del patriarca cardinale Moraglia. Fate bene attenzione alle parole: «amarezza», tipo quando perde la squadra del cuore. E poi «modello di sanità»: la chiesa pensa a ospedali ed amminstrazioni. Non pensa ai poveretti che ora verranno uccisi dallo Stato. Non pensa alle sue pecore sacrificate a Baal. Non pensa ai figli di Dio – pensa alle strutture burocratiche.

 

La «deriva difficilmente controllabile» non è nel futuro, Sua Eminenza: la deriva è già qui. Uno Stato che uccide i suoi cittadini è già dentro all’Inferno, cardinale!

 

Poi è un raffica di frasette cosparse di forme attenuative. «La percezione della dignità della vita umana appare da oggi meno tutelata». La percezione? Ma dice seriamente? Tipo «la percezione che l’acqua sia bagnata»?

 

«C’è soprattutto grande preoccupazione per le persone fragili e sole» scrive ancora la noterella patriarcale. «Preoccupazione», certo: non la certezza di quello che accadrà, come stiamo vedendo in Belgio, Olanda, Canada, dove a farsi uccidere (o ad essere uccisi pure contro la loro volontà…) sono i malati, i depressi, i poveri, i disabili… e bambini. Ma comprendiamo anche qui l’uso della parola di attenuazione: «preoccupazione», come quella dei polacchi quando Hitler invase nel 1939.

 

Il cardinale patriarca fa comprendere quindi di aver assimilato la posizione e il linguaggio del fronte della Morte: «l’impegno è di accompagnare le persone, sempre più e con i mezzi tecnici che oggi la scienza ci offre. Non ci si riferisce – è chiaro – ad alcuna forma di accanimento terapeutico ma, piuttosto, a quelle cure palliative di provata efficacia nel ridurre il dolore». Eccerto: la cura del malato diviene «accanimento terapeutico», come da manuale della battaglia eutanatica.

 

Non poteva mancare la bandiera definitiva del compromesso con il male: ecco «l’auspicio che l’obiezione di coscienza sia davvero garantita in tutti i momenti e in tutti i soggetti interessati da tali protocolli sanitari». Ecco: uccidete pure, ma lasciate in pace quei colleghi, che stanno nell’altra stanza a tapparsi le orecchie, gli occhi, la bocca, o che non fanno nemmeno quello: poi andranno a pranzo assieme agli assassini, magari pure vi si accoppieranno a certe cene di Natale furbette. È la realtà della buffonata genocida dell’obiezione di coscienza, il feticcio catto-politico a cui vi ordinano di attaccarvi mentre nel retrobottega loro avanzano con il programma della Morte.

 

Infine, il patriarca offre il capolavoro: «oggi non ha vinto o perso qualcuno, ma, certo, un modello di vicinanza umana è stato, in qualche modo, ferito e limitato». Capito? Non ha vinto o perso nessuno: no, ci rassicura il porporato, alla fine la Cultura della Morte non ha segnato un punto che costerà migliaia di vite innocenti, anche dei fedeli del patriarcato. Macché: è stato colpito «un modello di vicinanza umana», cioè un’astrazione ricoperta di un’etichetta da Unità Pastorale, da chiesa ONG del postconcilio.

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Insomma, per la massima autorità spirituale veneziana (cioè, genovese…), la figura che nei millenni ha guidato le sorti dei milioni di anime venete, non è in fondo successo niente di che. È stata una cosa incruenta, un bisticcio ideologico, una partita a briscola bioetica finita male.

 

Notate, Dio, il soprannaturale, mai entrano nel discorso del cardinal Moraglia. Eppure, quello dovrebbe essere il suo lavoro: ricordare non il «modello di sanità», ma Iddio, e magari pure la sua ira.

 

È stato così nei secoli. La Repubblica Veneta è stata, certo, non sempre in linea con il papato. Stampava libri proibiti. I suoi costumi, certo tenuti dietro il velo del pudore, erano ben noti, e desiderati da tutto il mondo: il carnevale, le sue sale da gioco (da dove credete che deriva la parola «casinò»?), i suoi abiti sfolgoranti, le «cortigiane», la cultura libera ed abbondante, come le sue licenze. Chi conosce le Memorie di Casanova, o anche ha solo veduto il capolavoro di Federico Fellini (1976), sa di cosa sto parlando.

 

Tuttavia, da studioso del tabarro, e suo indossatore seriale, conosco la storia: esso serviva anche, assieme alla maschera (la bauta) a non farsi riconoscere nemmeno nel passo (quindi, a prova di computer vision attuale: la frontiera della sorveglianza IA, invero superata da anni, è il gait, la possibilità di individuarvi da come camminate), ed è stato colpito ciclicamente da leggi suntuarie, cioè leggi sui costumi, piuttosto ignorate da tutte le classi sociali.

 

Ebbene, il tabarro, che era variopinto, ad un certo punto divenne scuro – lo stesso destino toccato alle gondole, rimaste nere per sempre. Forse si tratta solo di una leggenda popolare, tuttavia si dice che l’abbandono del colore sia stato in segno di penitenza e lutto per la peste del 1630, per la quale costruirono come ex voto Santa Maria della Salute – mezzo secolo prima, per la pestilenza precedente, il Senato della Serenissima aveva commissionato ad Andrea la costruzione della Basilica del Redentore. Gli storici moderni questo non lo possono smentire. Così come non si può smentire che la chiesa costruita per la peste è stata poi chiusa durante il COVID.

 

Sì, Venezia credeva materialmente nel soprannaturale. Venezia credeva. Me lo ha ripetuto anche un amico venetista qualche giorno fa, spiegandomi che le ville venete prevedevano per forza una cappella che desse all’esterno, perché il popolo non poteva essere privato dei sacramenti. Come dire: lo Stato veneto non osava sfidare Dio, temeva che farlo avrebbe cagionato i semi della sua stessa distruzione, come si era visto con la peste: il potere sapeva che il controllo del proprio destino non esiste, in ultima analisi è la Grazia che fa andare avanti le cose. Le cose sono molto cambiate. Ora le élite, politiche e religiose, credono ad una sola cosa: credono di non credere.

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Il lettore può rimirare la differenza: Venezia un tempo distribuiva al suo popolo i sacramenti, Venezia oggi vuole distribuire ai suoi cittadini la morte. È incontrovertibilmente così, ed è terrificante pure per chi, come noi, sa che il vero principio dello Stato moderno è la sottomissione e l’eliminazione della sua popolazione.

 

Più nessuno crede che possano esservi delle conseguenze divine alla scelta di infliggere la morte alle persone: punizioni, catastrofi, inferni sulla Terra, o dopo. Non ci credono gli eredi dei dogi e del Maggior Consiglio, non ci credono gli zucchetti. Eppure, il credente sa che ciò sarà inevitabile. Il castigo è nel nostro futuro.

 

«Dal Veneto una legge di civiltà» ha trionfato lo Zaia, che come noto è senza figli. Ha ragione: è una legge della civiltà della Morte, che spazza via secoli di Civiltà Veneta, di Civiltà cristiana, di Civiltà umana. L’attacco è alla stessa matrice che ci ha generati: la matrice divina della Vita.

 

La civiltà della Morte è l’anti-civiltà: è il sistema che vuole eliminare l’essere umano, magari per sostituirlo con esseri artificiali. Tutti oramai sapete che questa non è fantascienza, né deve sembrarvi un discorso apocalittico: umanoidi e macchine pensanti sono qui.

 

Il Leone alato piange. Nel Risiko dell’Inferno, la Necrocultura ha portato a casa una bella partita, si è presa un’icona non da poco, una storia cristiana millenaria.

 

Tuttavia, fino a che siamo vivi, la battaglia non finisce. Forse è per questo che vogliono ucciderci e sostituirci. Non lo permetteremo: né noi, né i nostri bambini.

 

Preghiamo, combattiamo contro l’Impero della Morte e i suoi servitori. San Marco ci guida e ci aiuta.

 

Viva San Marco. Viva.

 

Roberto Dal Bosco

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Eutanasia

Il Veneto si appresta a votare ancora per il suicidio assistito

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Nel gennaio 2024 si era sfiorata in Veneto l’approvazione di una legge regionale sul suicidio assistito. Sarebbe stato, molto bizzarramente, il primo caso in Italia, ben prima delle regioni «rosse» del Centro Italia, proprio nel territorio chiamato, un tempo, la «sacrestia d’Italia» per la sua intensa fede cattolica.   Il putsch della Necrocultura due anni fa fallì anche grazie all’attivismo inesausto di Alberto Zelger, già consigliere comunale e provinciale a Verona, città dove è stato candidato sindaco nel 2022, già noto agli addetti ai lavori per i decenni dedicati alle cause pro-life e poi per le sue battaglie su guerra ucraina e green pass. Nel 2024 la proposta era stata bocciata con un esito di parità (su 51 consiglieri c’erano 22 contrari e tre astenuti, con uno che è uscito dall’auto impedendo la maggioranza assoluta di 26 consiglieri), portando ad un rinvio in commissione.   Come l’altra volta, Zelger sta organizzando una resistenza alla Cultura della Morte che, imperterrita, torna a bussare a Venezia. Il voto in Consiglio regionale del Veneto sulla proposta di legge di iniziativa popolare sul fine vita detta orwellianamente «Liberi Subito» è fissato per martedì 1 settembre 2026. Anche in vista di questo voto, la maggioranza e i gruppi consiliari si trovano divisi e orientati verso la libertà di coscienza, con possibili spaccature analoghe a quelle registrate nel precedente esame consiliare.

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È importante, quindi, far sentire la voce del popolo, dice Zelger, che Renovatio 21 ha intervistato per capire al meglio la situazione.   Prof. Zelger, cosa sta accadendo in Veneto? Per la seconda volta – la prima è stata il 16 gennaio 2024, quando la proposta di legge non ottenne la maggioranza assoluta dei presenti per essere approvata – l’Associazione Luca Coscioni cerca di far approvare la sua proposta di legge sul suicidio medicalmente assistito anche in Veneto, dopo essere riuscita a farla approvare in Sardegna, Toscana e ultimamente anche in Emilia-Romagna. Poi il Governo fece ricorso alla Corte Costituzionale, ritenendo la materia di competenza nazionale e la Consulta cassò alcune parti di queste leggi regionali.   Come un progetto regionale di suicidio assistito già respinto è tornato fuori? Devo constatare che il principale promotore di questa iniziativa è l’ex presidente Zaia, attuale presidente del Consiglio regionale, che purtroppo ha trovato l’appoggio del neopresidente Stefani. D’altra parte, in una recente intervista sul Corriere del Veneto dichiarò che, se fosse stato consigliere regionale nel 2024 – era europarlamentare – avrebbe votato a favore. Ora sembra che voglia stare con i piedi in due staffe, proponendo una mediazione impossibile – tra vita e morte non si può stare nel mezzo – con alcuni emendamenti mirati a convincere i contrari.   Quali forze lo hanno riproposto? Si tratta sempre della proposta di legge d’iniziativa popolare dell’Associazione Luca Coscioni, presentata in Regione con 9000 firme il 30 giugno 2023 (per una proposta di legge d’iniziativa popolare bastano 5000 firme). Fu subito sponsorizzata dall’ex presidente Zaia, che cercò di convincere uno per uno i suoi consiglieri di maggioranza, ma perse la partita. Forse se l’è legata al dito.   Come era stato evitato il peggio la volta scorsa, nel 2024? Con l’aiuto di qualche consigliere regionale, Valdegamberi in primis, ma anche Finco e Formaggio, che ora non siedono più in consiglio, fu presentata una proposta di legge alternativa sulle cure palliative, sui caregivers e sull’aiuto alle famiglie che si fanno carico di anziani ammalati, facendo anche risparmiare il SSN. Cercammo anche di fare pressione sui consiglieri facendoli riflettere sulle conseguenze di una legge simile, come già accaduto in Belgio, Olanda e Canada, dove ormai siamo vicini ai 100.000 morti per suicidio assistito da quando è stata approvata la legge nel 2016.   A una donna disabile canadese che chiedeva un contributo per un montascale, fu risposto che il contributo non potevano darglielo, ma che potevano garantirle un gratuito suicidio: un ritorno alla barbarie, come quello che accade in Belgio e Olanda, dove in certi casi è prevista anche l’uccisione di bambini. Si comincia con i soliti casi pietosi, montati ad arte dal movimento radicale, per poi arrivare ad una vera e propria cultura dell’abbandono, in cui una persona sola o malata si sente un peso per i propri cari e chiede di essere uccisa.

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I partiti della cosiddetta destra da che parte stanno? Da mettersi le mani nei capelli. Ormai ci sono posizioni radicali in tutti i partiti sull’inizio e sul fine vita e persino sulle famiglie omosessuali. Pensi che un europarlamentare della Lega ha chiesto una legge per finanziare la crioconservazione degli ovociti, cioè per fare carriera o divertirsi fino a 50-60 anni e poi cercare di diventare mamma a quell’età. Aberrante. Il padre ovviamente sarà sostituito da una provetta di sperma acquistata online. Mi dicono che in Svezia è già così.   Quali forze politiche si oppongono ora? Ci sono fronde favorevoli in tutti i partiti. Io credo che le nostre iniziative debbano far leva sulla coscienza e sul buon senso delle persone a prescindere dal partito di appartenenza. D’altra parte abbiamo visto che nel 2024 il progetto di legge non fu approvato grazie alla consigliera Anna Maria Bigon del PD.   Vi sono altri pericoli per la vita umana all’orizzonte in Regione? Naturalmente sì. Si cerca di far passare queste iniziative anche per via amministrativa. Ricordo la delibera n. 1259 dell’11-07-2025 dell’ULSS3-Serenissima, che ha per oggetto «Istruzioni operative per la gestione delle richieste di suicidio medicalmente assistito», ma anche la delibera n. 557 del 28-06-2018 dell’ULSS6-Euganea con oggetto «Adozione del documento del Comitato Etico per la Pratica Clinica “Nutrizione ed idratazione artificiale nella persona affetta da demenza: riflessioni etiche per un corretto impiego”», che presenta diversi punti di chiara impostazione eutanasica.   Anche su altri temi sensibili la Regione Veneto si è dimostrata all’avanguardia in senso inverso. Si deve all’ex presidente Zaia l’istituzione di un centro regionale per il cambio di sesso a Padova, con qualche succursale anche altrove (a Verona per esempio), tutto finanziato dal bilancio regionale. Il primo tentativo di istituirlo ad Abano, in provincia di Padova nel 2017, stanziando 600.000 euro in 3 anni fu sventato dal consigliere Nicola Finco, capogruppo Lega, ora sindaco di Bassano. Poi nel 2023 Zaia disse che era una scelta di civiltà!?   Cosa consiglia di fare al cittadino Veneto? Anzitutto informarsi dalle persone di cui si ha stima, perché la maggior parte dei cittadini non ha il tempo di leggere i documenti e di comprenderne la portata. Chi è in grado di farlo ha poi il dovere di parlare con la gente e spiegar loro di cosa si tratta e di quali conseguenze comportano certe scelte; altrimenti l’opinione dei più si basa sulle notizie riportate da stampa e tv, che sono per lo più controllati e finanziati dalla grande finanza, cui non interessa il bene dei cittadini, ma il loro massimo guadagno. Lo si è visto con i miliardi guadagnati da Big Pharma su farmaci spesso dannosi per la salute.   Vi sarà una manifestazione anche stavolta? Sì. Abbiamo comunicato le nostre intenzioni alla Questura di Venezia di manifestare davanti a palazzo Ferro Fini prima dell’inizio del consiglio regionale, in cui si voterà la proposta di legge sul suicidio assistito. La Questura ha risposto che l’Associazione Coscioni aveva prenotato quello spazio, assai angusto, prima di noi, e che quindi dovevamo manifestare altrove. Ho chiesto al Questore di garantire le pari opportunità di rappresentanza delle opinioni radicali e di quelle pro-life davanti a palazzo Ferro Fini, non in una piazza dove non avevamo alcuna visibilità. Attendo una risposta.

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Eutanasia

Eutanasia, nonna cristiana è stata uccisa in Canada contro la volontà della famiglia: il racconto

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Una nonna cristiana di 83 anni affetta da problemi cognitivi è stata sottoposta a eutanasia malgrado la sua opposizione dichiarata e contro il volere della famiglia, nell’ambito del programma canadese di eutanasia, nel mese di luglio. Lo riporta LifeSite.

 

Secondo il racconto scioccante della famiglia, la bisnonna aveva trascorso gli ultimi due anni in una struttura di assistenza a lungo termine in Ontario. Inizialmente aveva espresso in modo chiaro, per le sue convinzioni cristiane, di non voler ricorrere all’eutanasia. Circa cinque mesi prima della morte le era stato diagnosticato un cancro allo stomaco in stadio IV, incurabile.

 

Mentre la nipote titolare della procura legale, era in vacanza, l’équipe medica ha convinto l’anziana a chiedere l’eutanasia o «assistenza medica alla morte» (MAID).

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«La struttura ha ripreso le discussioni sull’eutanasia con una paziente che in precedenza aveva rifiutato», ha osservato Kelsi Sheren in un articolo su Substack. La Sheren ha elencato i modi in cui il personale della struttura ha lavorato in silenzio per organizzare la morte di Stegemann all’insaputa della famiglia.

 

«Il personale della struttura ha condotto gli incontri privati mentre l’avvocato era assente. Il responsabile della struttura ha compilato la domanda. Il personale della struttura ha assistito alla firma», ha scritto la Sheren.

 

«In ogni punto cruciale in cui la legge immagina l’indipendenza, la stessa istituzione appare come iniziatrice, facilitatrice, scriba e testimone, mentre l’unica parte realmente indipendente, un procuratore nominato dodici anni prima, è stata tenuta, per usare le parole della famiglia, all’oscuro nonostante la sua costante presenza fisica in casa.»

 

In un articolo pubblicato sul blog della Coalizione per la Prevenzione dell’Eutanasia, la famiglia ha raccontato un incontro inquietante del 6 luglio con il personale:

 

«La nostra famiglia ha partecipato all’incontro programmato sull’eutanasia assistita, con l’intenzione di discutere la procedura con il medico (…) Prima dell’arrivo del medico, un amministratore e un’infermiera della struttura sono entrati nella stanza e ci hanno informato che il medico era in ritardo».

 

«Durante questa conversazione, che si è svolta interamente nella stanza in sua presenza», è stato «chiesto chi avesse organizzato l’incontro sull’eutanasia. Non è stata data alcuna risposta chiara. Al contrario, la famiglia si è trovata di fronte a un muro di difensività, in particolare da parte dell’infermiera. L’infermiera ha informato la famiglia che il personale aveva incontrato privatamente GG in due occasioni durante i 10 giorni di vacanza di Brigitte per discutere dell’eutanasia.»

 

La nipote ha domandato «perché fossero state avviate quelle discussioni, visto che GG in precedenza aveva rifiutato l’eutanasia per motivi di fede cristiana. Chiese senza mezzi termini se queste conversazioni fossero state iniziate da GG stessa o dal personale della struttura».

 

«L’infermiera si è agitata fisicamente e ha assunto un atteggiamento difensivo, scuotendo la testa avanti e indietro mentre si rivolgeva direttamente» all’anziana, affermando: “La sto difendendo”.»

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Quando la donna ha insistito «per scoprire chi avesse tirato fuori l’argomento dell’eutanasia assistita, l’infermiera rispose bruscamente: “Non ho bisogno di dirvi niente”».

 

La nipote «ha replicato di essere stata la tutrice per oltre un decennio, di averle conferito la procura e di averla visitata regolarmente, sottolineando di non aver mai incontrato quell’infermiera in particolare durante le sue frequenti visite. Man mano che l’interazione si faceva più ostile, [la donna] ha infine affermato: “Non capisco da dove venga questo atteggiamento”».

 

«L’infermiera ha replicato bruscamente: “Beh, lei ha un brutto carattere”. A quel punto, la donna «ha detto all’infermiera che doveva uscire dalla stanza e tornare solo quando si fosse calmata. L’infermiera ha sbuffato e se n’è andata sbattendo la porta».

 

«Mentre i familiari si preparavano a discutere dell’imminente morte di nostra nonna, abbiamo trovato questo comportamento aggressivo e poco professionale da parte di un membro dello staff assolutamente inaccettabile, soprattutto perché questa discussione accesa si è svolta direttamente nella stanza, dove lei poteva vedere e sentire il disagio che le stava causando», ha scritto la famiglia.

 

La famiglia del’anziana ha descritto l’incontro del 7 luglio con il suo medico come una «farsa profondamente allarmante». Lo scopo dell’incontro era che il dottore stabilisse se l’anziana nonna fosse in grado di prendere una decisione consapevole riguardo all’eutanasia. Brigitte si è ripetutamente dimostrata incapace di rispondere a semplici domande sulla sua famiglia.

 

Nonostante chiari e innegabili indicatori di disorientamento cognitivo e le dirette obiezioni della famiglia, la valutazione è proseguita:

 

Il dottore «ha quindi spiegato a GG in termini specifici l’eutanasia assistita, descrivendola, per quanto ricordiamo, come la somministrazione di farmaci, una sensazione di tranquillità, l’addormentamento e la promessa esplicita che “non avrebbe perso il controllo dell’intestino”».

 

«Questa impostazione ha profondamente turbato la nostra famiglia. Per una persona anziana del calibro di GG, con le sue caratteristiche demografiche e le sue capacità cognitive, il termine “farmaco” era concettualmente legato esclusivamente a guarigione, cura e sollievo».

 

«Descrivere un’iniezione letale come una semplice somministrazione di farmaci, concentrandosi intensamente sulle sue specifiche e quotidiane paure di umiliazione fisica, ha sfruttato la sua vulnerabilità, rendendole impossibile comprendere appieno che stava acconsentendo alla cessazione attiva della propria vita».

 

«Prima di qualsiasi ulteriore discussione, il dottore ha chiesto a tutti i familiari di lasciare la stanza». la nipote «ha chiesto il permesso di rimanere, adducendo come motivazione il suo ruolo di sostenitrice di lunga data e di procuratrice legale». La sua richiesta è stata categoricamente respinta e la cruciale conversazione tra il dottore e l’anziana «si è svolta interamente in privato».

 

Quando il dottore uscì dalla stanza, si rivolse alla famiglia e dichiarò senza mezzi termini: “L’ho ritenuta capace di prendere le proprie decisioni”. Ci informò poi che GG aveva dato il suo consenso a procedere e che l’intervento era stato programmato per venerdì 10 luglio 2026».

 

L’8 luglio la nipote ha ricevuto una telefonata in cui le veniva comunicato che la procedura di eutanasia era stata anticipata di un giorno intero, al 9 luglio, perché il medico aveva improvvisamente un posto libero in agenda.

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Quando la donna si è presentata alla struttura e si è opposta al trasferimento, disse che «il programma di suicidio assistito veniva imposto con la forza alla famiglia, mentre le cose realmente importanti» la nonna venivano ignorate».

 

Quando la donna si è seduta con la nonna e le ha chiesto se fosse sicura di voler procedere con l’eutanasia, la nonna è apparsa confusa e visibilmente angosciata. L’anziana donna ha risposto alla nipote con delle domande: «Morirò venerdì? Mi uccideranno venerdì?»

 

Secondo quanto riferito dalla famiglia, GG «ha pianto a lungo, ripetendo più volte di aver commesso un errore. Brigitte l’ha confortata e rassicurata dicendole che, se avesse cambiato idea, avrebbe avuto il pieno diritto di comunicare all’équipe medica venerdì che non voleva procedere».

 

Grazie alla forte opposizione e al tempestivo intervento della famiglia, la struttura ha rinunciato a modificare la data, che è stata quindi confermata per venerdì 10 luglio alle ore 11:00.

 

La mattina dell’intervento programmato, la famiglia dell’eutanatizzanda l’ha portata nel patio della struttura per farle godere dell’aria fresca e di una pallina di gelato alla fragola. Tuttavia il momento è stato rovinato quando un amministratore ha insistito per interrompere la visita all’aperto al fine di inserire una flebo.

 

Poco dopo è arrivato e ha tentato di parlare con l’anziana, la quale non ha fornito alcuna risposta verbale.

 

«Alla nostra famiglia era stato rigorosamente garantito che» la nonna «sarebbe stata chiesta una conferma verbale definitiva ed esplicita il giorno dell’intervento, per accertarsi che desiderasse ancora procedere».

 

Quando la nonna è rimasta «completamente in silenzio e non dava alcuna risposta», la nipote «ha provato un’improvvisa ondata di sollievo e un grande sorriso le si è era dipinto sul volto, convinta che la procedura sarebbe finalmente stata interrotta poiché non era stato soddisfatto il requisito fondamentale del consenso definitivo».

 

«Purtroppo, siamo rimasti allarmati e inorriditi quando l’équipe medica ha completamente ignorato il suo silenzio e ha proceduto con la procedura come se nulla fosse».

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Secondo quanto riferito, il dottore ha incontrato delle difficoltà nella somministrazione dei farmaci tramite la flebo, ma alla fine l’operazione è stata portata a termine.

 

«Nella stanza è calato un silenzio assoluto. La nostra famiglia diede l’ultimo saluto alla matriarca che avevamo protetto, amato e per cui avevamo lottato per tanti anni».

 

«Quanto accaduto (…) è stato un fallimento sistemico, causato da arroganza clinica, totale mancanza di trasparenza e un palese disprezzo per le misure di sicurezza volte a proteggere i pazienti vulnerabili», ha dichiarato la sua famiglia.

 

«Una delle nostre maggiori preoccupazioni etiche è che (…) avesse esplicitamente rifiutato l’eutanasia, affermando che violava la sua fede cristiana. Quando una paziente vulnerabile rifiuta esplicitamente questa strada, la struttura non avrebbe mai dovuto sottoporla a una nuova valutazione a porte chiuse, mentre il suo principale tutore era assente», hanno dichiarato. «Siamo profondamente allarmati dalla totale mancanza di trasparenza e di supervisione indipendente riguardo alla procedura di richiesta».

 

«Gli eventi dell’ultima mattina (…) hanno lasciato un trauma indelebile nella nostra famiglia.»

 

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 Immagine generata artificialmente

 

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