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Pensiero

Per la vera pace

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Qualche tempo fa, scrissi ad un importante professore nordamericano, che dirige un sito molto trafficato. Gli dovevo chiedere se potevo ripubblicare su Renovatio 21 un testo del suo sito che aveva destato il mio interesse.

 

Tuttavia, a colpirmi ancora di più, furono le parole che concludevano la sua email di assenso.

 

For true peace, Roberto.

 

Per la vera pace.

 

Questa semplice espressione di commiato mi diede da pensare più dell’articolo che volevo ripubblicare. Si era nei mesi in cui il mondo stava entrando nel tunnel della follia di fuoco e sangue che stiamo vivendo, con la maggior potenza termonucleare del pianeta sfidata in un conflitto infame e fratricida.

 

Meditavo. La pace necessaria non era quella che ci avevano venduto finora, magari con le marcette e le bandiere colorate, e partitini e sindacati che frignano in strada e sui media. La vera pace, in pratica, non era la pace dei «pacifisti».

 

La vera pace è l’unica cosa che ora è davvero necessaria per salvare milioni di vite umane dalla catastrofe che si prepara all’orizzonte. La vera pace è qualcosa che coloro che parlano di pace non possono offrire. Perché in fondo, non la vogliono. Perché i loro padroni non la vogliono.

 

Notate: il pacifismo, davvero non si capisce dove si sia dissolto. Vogliamo dire: i «pacifisti», quelle delle manifestazioni varie con la bandiera arcobalenata ora completamente rapinata loro dagli LGBT, non hanno fatto nemmeno finta. Non hanno messo in piedi nemmeno una scenografia di cartapesta, qualche urletto da prefica goscista, un barlume di opposizione scientifica.

 

I pacifisti sono spariti. Dove sono finiti? Dove sono finiti i centri sociali? Dove sono finiti quelli che si opponevano, con manifestazioni e canti, all’«imperialismo USA»? Dove sono quelli che protestavano per le stragi di civili? Dove sono quelli che più raramente, e molto giustamente, trattavano del rischio esiziale della guerra atomica?

 

Non sappiamo bene. Sono evaporati, tipo neve al sole. Si sono tolti di mezzo, forse per sempre.

 

Non che la loro sparizione mi angusti. Gaston Bouthoul, studioso francese pioniere della polemologia – lo studio sociologico della guerra, che egli vedeva come necessario e crudele antidoto alla supposta sovrappopolazione del pianeta (ovviamente, smentita dai fatti) – scrisse un libro sul pacifismo, notando come esso ha sempre fallito, avendo pure tra le sue declinazioni quel «pacifismo piagnucoloso» che tutti noi conosciamo, e mai un «pacifismo funzionale» in grado di portare avanti concretamente un ideale di pace fra le Nazioni.

 

Per una volta, c’è da essere d’accordo con uno spopolatore. Il pacifismo ha fallito. La sua dissoluzione, sotto i nostri occhi, non turba nessuno: rivela semplicemente la mascherata del progressismo globale, la sua facciata di cartone, la vuotezza e la sterilità degli urlatori prezzolati che lo sostenevano.

 

Eppure, oggi più che mai, è impossibile non sentire il valore della pace. La vera pace. Perché non si tratta di bombe che esplodono lontano, in un Medio Oriente che era più un luogo dello spirito che uno spazio reale. No: le bombe esplodono sulle nostre vite. Sulle famiglie di persone che conosciamo. Sulla nostra economia. Nei nostri supermercati. Nelle nostre case fredde perché devastate dalla pazzia delle sanzioni di guerra. Altro che «pacifismo funzionale»: la pace è un bisogno oggettivo per le nostre società, ora. Ma non ditelo a Giorgia Meloni: nel discorso più importante della sua vita, ha detto, da neopremier della Nazione, che avrebbe continuato il sostegno al valoroso popolo ucraino, cioè avrebbe continuato la guerra. Dichiarazioni nel medesimo senso le fa Crosetto, il suo ministro della Difesa.

 

La «pace funzionale» non interessa loro, sembra. Neanche quella da mandare giù come una cucchiaiata amara di medicinale. Tale mancanza di rispetto dell’interesse della popolazione umana è incomprensibile solo chi non ha capito il livello di disintegrazione raggiunto dalla nostra sovranità nazionale.

 

Tuttavia, c’è qualcosa di più che vorrei scrivere qui. La guerra ha diversi effetti. Ci sono gli eserciti, le economie, i giochi di poteri, la «continuazione della politica con altri mezzi». Poi c’è l’impatto sull’animo umano. C’è il male che la guerra fa alle persone, c’è l’orrore morale infinito, e la sofferenza, e il pianto, che fuori dalla pace distruggono il cuore degli esseri umani, uccidendo le persone a loro care nell’«inutile strage» programmata da coloro che comandano e che, in fin dei conti, odiano la vita.

 

Per questo mi è tornata in mente, in questi mesi di guerra, la figura di Vera Brittain (1893-1970). Una vera pacifista, e soprattutto, una donna devastata dal dolore che infligge l’assenza della pace.

 

La sua era stata un’infanzia stupenda. Spensierata, libera, felice. Poteva correre per i prati della campagna inglese attorno ai mulini della sua famiglia, con un unico, grande compagno di giochi: Edward Brittain, suo fratello. Con lui aveva vissuto gli anni fantastici della prima giovinezza, con lui aveva conosciuto il sorriso dorato della vita.

 

Quando venne il momento, sbalordì i suoi genitori per l’ostinazione con cui voleva andare a studiare ad Oxford. L’ebbe vinta, si iscrisse al corso di laurea in letteratura inglese. Ritrovò l’amato fratello Edward, che adesso aveva una cerchia di amici davvero divertenti: c’era Victor, c’era Geoffrey, e poi c’era… Roland.

 

Roland Leighton, era questo ragazzo pieno di vita che studiava i classici al Merton College di Oxford. Veniva da una famiglia di scrittori e artisti, era compito ed elegante, aveva il fuoco della vita che ardeva dentro in modo evidente. Vera si innamorò perdutamente, e perdutamente fu ricambiata.

 

Roland scriveva poesie, ed è impossibile non vedere come ogni verso fosse colmo dell’amore per Vera.

 

«Il sole sulla lunga strada bianca

Che fioccava giù per la collina,

La peonia di velluto che si aggrappava

Attorno al davanzale

Ti aspettano ancora.

Ancora una volta l’ombroso stagno deve rompersi

in riflessi ai tuoi piedi,

E quando gli uccelli cantano nella tua selva,

Non sanno che puoi incontrare

Un altro straniero, o mia dolce.

E se egli non è così vecchio

Come il ragazzo che hai conosciuto

E meno orgoglioso, e degno

Dovrai lasciarlo andare»

 

Di lì a poco, Roland chiese la mano di Vera.

 

Questa gioia aveva un nemico. Essa, come tutte le cose, dovette affrontare la nube nera che si addensava sopra il vecchio mondo; un mostro sanguinario che stava inghiottendo la vita e l’amore di tanti, tanti altri su tutta la superficie d’Europa: la guerra.

 

Era il 1914: il Comandante in Capo dell’Esercito inglese, Lord Horatio Kitchener, impose la coscrizione obbligatoria e creò 33 nuove divisioni pronte a combattere i tedeschi su suolo continentale. Roland fu arruolato e mandato al fronte francese. Anche Victor, Geoffrey e il fratello Edward andarono a combattere. Una situazione del tutto simile la potete vedere ben raccontata nel film biografico Tolkien, con studenti ragazzini buttati a morire o impazzire nel fuoco e nel fango delle trincee, laddove il futuro autore del Signore degli Anelli aveva forse avuto le prime visioni di draghi e terre devastate.

 

Vera interruppe gli studi per andare anche lei verso la guerra, come infermiera V.A.D., il distaccamento volontario di aiuto. Non era un lavoro semplice, né sicuro: i soldati che tornavano impestati di gas (la grande conquista tecnologica della I Guerra Mondiale) non raramente infettavano il personale medico che doveva curarli.

 

Vera non si perse d’animo mai, perché ogni giorno scriveva al suo amato Roland. Poi una notte, mentre ispezionava il filo spinato, Roland fu centrato all’addome da un cecchino austriaco. Il mostro, il drago aveva mangiato per sempre il sogno di questi ragazzi.

 

«Sembrava che non fosse rimasto più nulla al mondo, perché sentivo che Roland aveva portato con sé tutto il mio futuro e Edward tutto il mio passato» scrisse anni dopo la poetessa pacifista.

Edward Brittain

 

 

Nonostante il dolore, Vera continuò a servire la causa del suo Paese, prendendosi cura personalmente del fratello Edward tornato a Londra ferito. Anche Victor e Geoffrey, gli altri amici del cuore, erano morti… Edward una volta guarito fu rimandato al fronte, questa volta sull’altopiano di Asiago. I britannici volevano così rafforzare il fronte alleato meridionale dopo la disfatta di Caporetto, e contenere così l’incubo di uno sfondamento delle forze austro-tedesche.

 

 

Il 15 giugno 1918 una pallottola austriaca uccise anche Edward. A Vera non era rimasto più niente. Aveva solo i ricordi. Tanti, bellissimi, dolorosi. Nel 1922 intraprese il lungo viaggio che la portò al camposanto di Granezza, tra Lusiana ed Asiago, dove pianse sulla tomba di Edward. Dalla morte del fratello, dicono i biografi, non si riprese mai del tutto. 

 

 

Carica di memorie, conclusasi la guerra trovò la forza di scrivere in un libro che divenne una sorta di manifesto proto-pacifista: Testamento della giovinezza (1933). 

 

Potete trovare in esso la poesia «Perhaps» («Forse») dedicata a «R.A.L», che altri non è che il suo sposo promesso Roland, sacrificato al drago del fronte occidentale.

 

Forse un giorno il sole tornerà a splendere,

E vedrò che ancora i cieli sono azzurri,

E sentirò un altro giorno che non vivo invano,

Anche se priva di te.

 

Forse i prati dorati ai miei piedi,

Faranno sembrare allegre le ore di sole della primavera,

E troverò dolci i bianchi fiori di maggio,

Anche se sei morto.

 

Forse i boschi estivi brilleranno luminosi,

E le rose cremisi ancora una volta saranno chiare,

E il raccolto autunnale dei campi sarà una ricca delizia,

Anche se tu non ci qui.

 

Ma sebbene il tempo gentile possa rinnovare molte gioie,

C’è una gioia più grande che non conoscerò

Di nuovo, perché il mio cuore per la tua perdita

È stato rotto, molto tempo fa.

 

Vera divenne una sorta di eroina degli ideali di pace, ma fu spesso dileggiata dall’Inghilterra che stava muovendo guerra alla Germania hitleriana. Lamentò l’orrore del saturation bombing, cioè dei bombardamenti a tappeto britannici sulle città tedesche (memento Dresda) e fu quindi attaccata. A guerra finita tutti finirono di accusarla di tradimento quando videro che nella lista nazista delle persone da arrestare appena conquistata la Gran Bretagna c’era anche lei.

 

La vita dopo la guerra continuò. Il crescente movimento pacifista pendeva dalle sue labbra. Ebbe il successo letterario, un marito, una figlia che sarebbe diventata ministro. Non ebbe indietro gli anni della felicità.

 

Poco prima di morire chiese a sua figlia di disperdere le sue ceneri sull’Altopiano, dove era caduto suo fratello. «Per più di cinquanta anni il mio cuore è stato nel cimitero di quel villaggio in Italia», disse. 

 

Scrisse un altro libro di versi struggenti, Because you died («Perché sei morto»).

 

Poiché sei morto, non mi riposerò più,

Ma vagherò per sempre per il solitario mondo,

Cercando l’ombra di un sogno diventato vano

Perché sei morto.

 

Passerò brevi e oziose ore accanto 

Ai tanti amori minori che ancora restano,

Ma in nessuno troverò il mio trionfo e il mio orgoglio;

 

E la lenta macchia corrosiva di Disillusione

Si insinuerà in ogni ricerca ma appena provato,

Perché ogni sforzo ora non darà nessun guadagno

Perché sei morto.

 

Mi è impossibile rimanere insensibile davanti a queste parole. Mi è impossibile pensare che tanti cuori in questo stesso momento, in russo o in ucraino, stanno componendo il medesimo dolore, la disillusione, la perdita.

 

Fermate la guerra, fatelo per porre fine, prima che alla devastazione di dighe e città, alla distruzione dell’anima umana. Fatelo per il pianto di tante donne russe e ucraine divenute anche loro come Vera. Che, peraltro, è un nome femminile anche in russo e significa «Fede».

 

Cosa serva per fermare la nuova «inutile strage», non lo sappiamo. Sappiamo che i vertici di Londra sono impegnati per impedire la pace, e, oggi come ai tempi di Roland, a buttare altre migliaia di vite nella fornace della guerra. Sappiamo che qualche proposta, anche poco credibile, è arrivata perfino dall’occupante il Soglio di Pietro. Quel che accadrà dopo le elezioni americane che si stanno consumando in questo preciso momento, non lo sappiamo, e non osiamo nemmeno ipotizzarlo.

 

Tuttavia, qualsiasi cosa succeda, deve essere chiaro che abbiamo un imperativo, che è quello di avviare la pace. Quella cosa che non corrompe il mondo, che non porta via per sempre i nostri cari, sacrificandoli al niente.

 

La vera pace. Per tutte le Vera di Russia e Ucraina, d’Europa e del pianeta.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

Civiltà

La devastazione prodotta dalla Scuola di Francoforte

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Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, messosi in luce negli ultimi tempi per ul suo pensiero riguarda la civiltà e i suoi mali.

 

Il progetto intellettuale più distruttivo del XX secolo. La Scuola di Francoforte. Dovreste sapere cos’era, cosa ha costruito e perché ne subite ancora le conseguenze.

 

1. L’Istituto per la Ricerca Sociale fu fondato a Francoforte nel 1923 e trasferito alla Columbia University nel 1934, con l’ascesa al potere di Hitler. La civiltà che avevano deciso di smantellare offrì loro rifugio quando un’altra cercò di annientarli. Trascorsero i successivi cinquant’anni a elaborare l’infrastruttura teorica per quello smantellamento. La civiltà occidentale stessa era il problema: la ragione, l’Illuminismo, la famiglia, la tradizione, l’autorità. Non riformata. Smantellata.

 

2. La chiamarono Teoria Critica – e il nome è il programma. Tutto deve essere criticato; nulla deve essere costruito. Nella Dialettica dell’Illuminismo (1944), Adorno e Horkheimer sostenevano che la ragione occidentale – la ragione che ha prodotto Newton e lo Stato di diritto – conteneva i semi di Auschwitz. Non che la ragione fosse stata usata in modo improprio, ma che la ragione stessa, portata alle sue estreme conseguenze, producesse i campi di sterminio. Non si trattava di una critica alle istituzioni, bensì di un’accusa alla civiltà stessa.

 

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3. Adorno fornì loro l’arma psicologica. In La personalità autoritaria (1950) classificava il conservatorismo, la fede religiosa, il patriottismo e la famiglia tradizionale non come posizioni politiche, bensì come sintomi di una personalità proto-fascista. Se credi nella nazione o nell’autorità paterna, sei pre-fascista. L’avversario non aveva più torto, era malato. Non si discute con una patologia, la si cura. Questo rendeva impossibile il dialogo. Non si persuade chi ha torto, si diagnostica una malattia. La politica diventa terapia e il disaccordo diventa patologia.

 

4. Marcuse fornì loro l’arma politica. In Critica della tolleranza (1965) sosteneva che tollerare idee sbagliate è di per sé oppressione. La vera tolleranza, quindi, richiede la soppressione delle idee intolleranti. La sinistra decide quali idee sono intolleranti. Tutti gli altri vengono messi a tacere, non nonostante la tolleranza, ma «in suo nome». Censura mascherata da linguaggio di liberazione.

 

5. La generazione che ha letto Marcuse alla Columbia, a Berkeley e a Yale è poi arrivata a dirigere università, media, fondazioni, ONG, dipartimenti di moderazione dei contenuti e l’apparato normativo dell’UE. Hanno applicato sinceramente le loro tesi perché le avevano apprese come filosofia. Questo è stato il più grande risultato della Scuola di Francoforte: ha prodotto veri credenti.

 

6. La teoria francese ha ripreso gli strumenti e li ha resi estetici. Foucault ha reso letteraria la critica del potere. Derrida ha reso filosofica la critica del significato. Deleuze ha reso elegante la critica dell’identità. Un programma politico è diventato una sensibilità culturale. Si può argomentare con un programma. Una sensibilità è nell’aria che si respira. Quando queste idee sono arrivate nei campus americani attraverso il canale francese, non erano più ideologia. Erano l’acqua. I pesci non sapevano di essere bagnati.

 

7. Una civiltà si fonda su tre pilastri: la verità esiste ed è accessibile alla ragione; il bene è distinguibile dal male; e c’è un patrimonio che vale la pena trasmettere. La Scuola di Francoforte ha attaccato tutti e tre – sistematicamente e con notevole raffinatezza intellettuale. Ha prodotto una generazione che sa decostruire e ha dimenticato come costruire. Che vede potere ovunque e bellezza da nessuna parte.

 

Il risultato finale è stato quello di far percepire la distruzione come progresso. Ogni istituzione ereditata è diventata sospetta; ogni vincolo è diventato oppressione; ogni atto di conservazione è diventato reazionario.

 

La decostruzione è diventata la norma, mentre la costruzione è diventata qualcosa che doveva giustificarsi. La risposta non è un’altra teoria. È ciò che la Scuola di Francoforte temeva di più: il costruttore che semplicemente costruisce, lo scienziato che segue le prove, il padre che trasmette ciò che gli è stato trasmesso.

 

La macchina della decostruzione funziona partendo dal presupposto che nulla valga la pena di essere costruito.

 

Dimostrate il contrario. Dite la verità, abbiate coraggio e costruite.

 

Krzysztof Szczawinski

 

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 Immagine di Jjshapiro via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported

 

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Storia di rune e cani che abbaiano

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Ai cortesi e umani lettori agostani porgiamo un’amena storiella, o se si preferisce un apologo.   Un vecchio cane stava di guardia a un vecchio cascinale di campagna. La maggior parte del tempo stava a dormire nella polvere.   Spesso sognava di inseguire lepri e selvaggine di vario tipo, e allora si agitava tutto con piccoli scatti inutili, il muso diventava feroce e batteva i denti gialli per azzannare una preda inesistente.   Al risveglio, si grattava un po’ e gironzolava a coda bassa, slanciandosi in brevi corse, poiché aveva il fiato corto, contro qualche passero che subito volava via per posarsi più in là.   La sua vera e unica passione era abbaiare alla gente.   Nella parte davanti costeggiava l’edificio un sentiero sterrato, usato come scorciatoia. Al passaggio della gente il cane correva al cancello con grandi latrati, quasi fosse il doppio più grosso e animoso.   Sulle prime i passanti si spaventavano, poi ridevano e qualcuno gli tirava una sassata, facendolo scappare guaendo e ringhiando. Nessuno in verità si sognava di entrare nella proprietà, non per paura del cane, ma perché l’edificio era cadente e abbandonato, e dava un senso di tristezza.   Un giorni il proprietario mandò un muratore per aggiustare una parte del muro di cinta che stava per rovinare. Ogni volta che lo vedeva al cancello il cane faceva la scena di gettarglisi incontro veementemente, come volesse sbranarlo. Dopo qualche tempo il muratore, che amava gli animali e ne conosceva il linguaggio, si sedette sui talloni e lo interrogò attraverso le sbarre:   «Perché fai così? E’ una settimana che vengo qui ogni giorno, ormai mi conosci. Lo sai che mi ha mandato il tuo padrone per riparare quel muro. In più hai già visto che lavoro di fuori e che non mi interessa entrare nel cancello. Non ti tratto male e neppure ti lancio delle pietre. Non hai niente da temere da me. Eppure mi abbai contro oggi come il primo giorno».   «La proprietà privata non si tocca» rispose il cane. «Che ci sia chi voglia entrare è intollerabile. Il gesto poi è ancora più condannabile perché questo cascinale è un bene storico. È già accaduto in passato, e non deve accadere più. Se qualcuno anche solo accenna a passare la soglia bisogna levare alta la voce. Che tu sia un amico non è un buon motivo per far passare le provocazioni» aggiunse il cane.   «Mai cedere, mai credere di essere al sicuro. E in fondo, a dirtela chiara, più abbaio e più mi sento bene e importante, e più la scodella mi si riempie. Perciò, sappi che anche domani, quando mi passerai davanti con il tuo secchio e i tuoi arnesi, latrerò, ululerò e ringhierò furiosamente, come se non ti avessi mai visto prima.   «Come ti chiami, bel cagnone?»   «Pavlov».

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Piaciuta la favola? Sentite quest’altra.   A Pisa, il 17 agosto, sul muro di una scuola primaria, appaiono delle scritte inneggianti al fascio, e dei simboli chiaramente runici.   Un’ondata di sdegno pervade le istituzioni.   Il vicepresidente del Consiglio regionale toscano, PD, scatta: «Pisa è una città insignita della Medaglia di bronzo al valor militare per la Resistenza e non può esserci spazio per simboli e richiami a ideologie fasciste e naziste. Episodi come questo vanno condannati da tutti con fermezza e senza ambiguità».   Queste scritte sono, incalza, «un gesto gravissimo e intollerabile, ancora più odioso perché colpisce una scuola, luogo di educazione, libertà e democrazia».   Inoltre, «Fa impressione che siano apparse oggi, giorno in cui ricorre il ritrovamento del corpo di Giacomo Matteotti». Senza dimenticare la ricorrenza appena celebrata dell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema.   Da palazzo Madama gli fa subito eco una senatrice, sempre progressista: «Dopo l’imbrattamento della lapide dedicata a Franco Serantini e altri luoghi continuano ad apparire scritte e riferimenti nostalgici».   Poi si scopre che la scuola primaria è in ristrutturazione e che le scritte le hanno lasciate gli operai come indicazioni. La scritta «Sì fascia» non auspicava il ritorno del Duce, ma il luogo dove applicare il cappotto termico. Le terribili celtiche non erano altro che frecce tracciate alla buona.   Ci si poteva arrivare, si dirà.   Già, forse. Ma intanto nel prendere atto del granchio il PD, se si può dire, si chiude a riccio.   L’eccesso di zelo è stato causato dalla proliferazione dei rigurgiti fascisti. «Possiamo anche sorridere dell’equivoco, ma non liquidare con battute il clima nel quale è maturato. Riconoscere un errore non significa abbassare la guardia: Pisa ha bisogno di attenzione e di una condanna netta di ogni intimidazione fascista».   La storiella finisce qui. De te fabula narratur, dice Orazio, e sinceramente non sapremmo che altro aggiungere.   Massimo Zanetti

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Pensiero

Il fascismo evergreen

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Oggi, nel giorno dell’anniversario della strage di Sant’Anna di Stazzema, il presidente della Repubblica Mattarella tuona contro il «ritorno di logiche di dominio e nuove ombre di guerra».

 

Senza nulla togliere alla drammaticità di quell’evento, le dichiarazioni del presidente potrebbero apparire contraddittorie a chi ricordasse che Mattarella è il principale supporter istituzionale dell’Unione Europea, e cioè di un apparato sempre più incline a derive totalitaristiche e guerrafondaie, come dimostra la cronaca degli ultimi anni, almeno dal COVID in poi.

 

Ma, per fortuna del Capo dello Stato, e tutto sommato anche nostra, a parte gli iscritti al PD sono sempre meno quelli che hanno tempo di seguire le notizie del mainstream e ancor meno quelli in grado di cogliere la contraddizione in questione.

 

Del resto, «ribadire il NO al fascismo», come ha fatto nella stessa occasione anche un ex presidente del Consiglio, è praticamente esilarante, se non fosse strumentale ad altri obiettivi.

 

Definito dal coevo Dizionario Enciclopedico Moderno Labor (Milano, 1943, tomo II, pag. 601) come il «movimento politico italiano creato da Benito Mussolini», senza ulteriori aggettivazioni, tentare ricorrentemente di fornirne una definizione, o prenderne le distanze, a più di 100 anni dalla sua creazione, e a più di 80 anni dalla morte del suo fondatore e unico capo, può avere molti scopi di cui il principale è forse questo: ridicolizzare, etichettare e ostracizzare sbrigativamente chi non la pensa o non si comporta come la massa rintronata dalle logiche demo-liberal-globaliste propagandate dal capitalismo ultra-finanziario e digitale di matrice giudaico-massonica.

 

Non sei woke? Non sei europeista? Non sostieni le politiche di genere? Non credi nel cambiamento climatico? Non ti sei vaccinato?

 

Sei un fascista di merda.

 

Con tanti saluti dai nazi-arcobaleno.

 

Prof. Luca Marini

 

Articolo previamente apparso su Il futuro è mia nonna

 

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 Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

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