Pensiero
Per la vera pace
Qualche tempo fa, scrissi ad un importante professore nordamericano, che dirige un sito molto trafficato. Gli dovevo chiedere se potevo ripubblicare su Renovatio 21 un testo del suo sito che aveva destato il mio interesse.
Tuttavia, a colpirmi ancora di più, furono le parole che concludevano la sua email di assenso.
For true peace, Roberto.
Per la vera pace.
Questa semplice espressione di commiato mi diede da pensare più dell’articolo che volevo ripubblicare. Si era nei mesi in cui il mondo sta entrando nel tunnel della follia di fuoco e sangue che stiamo vivendo, con la maggior potenza termonucleare del pianeta sfidata in un conflitto infame e fratricida.
Meditavo. La pace necessaria non era quella che ci avevano venduto finora, magari con le marcette e le bandiere colorate, e partitini e sindacati che frignano in strada e sui media. La vera pace, in pratica, non era la pace dei «pacifisti».
La vera pace è l’unica cosa che ora è davvero necessaria per salvare milioni di vite umane dalla catastrofe che si prepara all’orizzonte. La vera pace è qualcosa che coloro che parlano di pace non possono offrire. Perché in fondo, non la vogliono. Perché i loro padroni non la vogliono.
Notate: il pacifismo, davvero non si capisce dove si sia dissolto. Vogliamo dire: i «pacifisti», quelle delle manifestazioni varie con la bandiera arcobalenata ora completamente rapinata loro dagli LGBT, non hanno fatto nemmeno finta. Non hanno messo in piedi nemmeno una scenografia di cartapesta, qualche urletto da prefica goscista, un barlume di opposizione scientifica.
I pacifisti sono spariti. Dove sono finiti? Dove sono finiti i centri sociali? Dove sono finiti quelli che si opponevano, con manifestazioni e canti, all’«imperialismo USA»? Dove sono quelli che protestavano per le stragi di civili? Dove sono quelli che più raramente, e molto giustamente, trattavano del rischio esiziale della guerra atomica?
Non sappiamo bene. Sono evaporati, tipo neve al sole. Si sono tolti di mezzo, forse per sempre.
Non che la loro sparizione mi angusti. Gaston Bothoul, studioso francese pioniere della polemologia – lo studio sociologico della guerra, che egli vedeva come necessario e crudele antidoto alla supposta sovrappopolazione del pianeta (ovviamente, smentita dai fatti) – scrisse un libro sul pacifismo, notando come esso ha sempre fallito, avendo pure tra le sue declinazioni quel «pacifismo piagnucoloso» che tutti noi conosciamo, e mai un «pacifismo funzionale» in grado di portare avanti concretamente un ideale di pace fra le Nazioni.
Per una volta, c’è da essere d’accordo con uno spopolatore. Il pacifismo ha fallito. La sua dissoluzione, sotto i nostri occhi, non turba nessuno: rivela semplicemente la mascherata del progressismo globale, la sua facciata di cartone, la vuotezza e la sterilità degli urlatori prezzolati che lo sostenevano.
Eppure, oggi più che mai, è impossibile non sentire il valore della pace. La vera pace. Perché non si tratta di bombe che esplodono lontano, in un Medio Oriente che era più un luogo dello spirito che uno spazio reale. No: le bombe esplodono sulle nostre vite. Sulle famiglie di persone che conosciamo. Sulla nostra economia. Nei nostri supermercati. Nelle nostre case fredde perché devastate dalla pazzia delle sanzioni di guerra. Altro che «pacifismo funzionale»: la pace è un bisogno oggettivo per le nostre società, ora. Ma non ditelo a Giorgia Meloni: nel discorso più importante della sua vita, ha detto, da neopremier della Nazione, che avrebbe continuato il sostegno al valoroso popolo ucraino, cioè avrebbe continuato la guerra. Dichiarazioni nel medesimo senso le fa Crosetto, il suo ministro della Difesa.
La «pace funzionale» non interessa loro, sembra. Neanche quella da mandare giù come una cucchiaiata amara di medicinale. Tale mancanza di rispetto dell’interesse della popolazione umana è incomprensibile solo chi non ha capito il livello di disintegrazione raggiunto dalla nostra sovranità nazionale.
Tuttavia, c’è qualcosa di più che vorrei scrivere qui. La guerra ha diversi effetti. Ci sono gli eserciti, le economie, i giochi di poteri, la «continuazione della politica con altri mezzi». Poi c’è l’impatto sull’animo umano. C’è il male che la guerra fa alle persone, c’è l’orrore morale infinito, e la sofferenza, e il pianto, che fuori dalla pace distruggono il cuore degli esseri umani, uccidendo le persone a loro care nell’«inutile strage» programmata da coloro che comandano e che, in fin dei conti, odiano la vita.
Per questo mi è tornata in mente, in questi mesi di guerra, la figura di Vera Brittain (1893-1970). Una vera pacifista, e soprattutto, una donna devastata dal dolore che infligge l’assenza della pace.
La sua era stata un’infanzia stupenda. Spensierata, libera, felice. Poteva correre per i prati della campagna inglese attorno ai mulini della sua famiglia, con un unico, grande compagno di giochi: Edward Brittain, suo fratello. Con lui aveva vissuto gli anni fantastici della prima giovinezza, con lui aveva conosciuto il sorriso dorato della vita.
Quando venne il momento, sbalordì i suoi genitori per l’ostinazione con cui voleva andare a studiare ad Oxford. L’ebbe vinta, si iscrisse al corso di laurea in letteratura inglese. Ritrovò l’amato fratello Edward, che adesso aveva una cerchia di amici davvero divertenti: c’era Victor, c’era Geoffrey, e poi c’era… Roland.
Roland Leighton, era questo ragazzo pieno di vita che studiava i classici al Merton College di Oxford. Veniva da una famiglia di scrittori e artisti, era compito ed elegante, aveva il fuoco della vita che ardeva dentro in modo evidente. Vera si innamorò perdutamente, e perdutamente fu ricambiata.
Roland scriveva poesie, ed è impossibile non vedere come ogni verso fosse colmo dell’amore per Vera.
«Il sole sulla lunga strada bianca
Che fioccava giù per la collina,
La peonia di velluto che si aggrappava
Attorno al davanzale
Ti aspettano ancora.
Ancora una volta l’ombroso stagno deve rompersi
in riflessi ai tuoi piedi,
E quando gli uccelli cantano nella tua selva,
Non sanno che puoi incontrare
Un altro straniero, o mia dolce.
E se egli non è così vecchio
Come il ragazzo che hai conosciuto
E meno orgoglioso, e degno
Dovrai lasciarlo andare»
Di lì a poco, Roland chiese la mano di Vera.
Questa gioia aveva un nemico. Essa, come tutte le cose, dovette affrontare la nube nera che si addensava sopra il vecchio mondo; un mostro sanguinario che stava inghiottendo la vita e l’amore di tanti, tanti altri su tutta la superficie d’Europa: la guerra.
Era il 1914: il Comandante in Capo dell’Esercito inglese, Lord Horatio Kitchener, impose la coscrizione obbligatoria e creò 33 nuove divisioni pronte a combattere i tedeschi su suolo continentale. Roland fu arruolato e mandato al fronte francese. Anche Victor, Geoffrey e il fratello Edward andarono a combattere. Una situazione del tutto simile la potete vedere ben raccontata nel film biografico Tolkien, con studenti ragazzini buttati a morire o impazzire nel fuoco e nel fango delle trincee, laddove il futuro autore del Signore degli Anelli aveva forse avuto le prime visioni di draghi e terre devastate.
Vera interruppe gli studi per andare anche lei verso la guerra, come infermiera V.A.D., il distaccamento volontario di aiuto. Non era un lavoro semplice, né sicuro: i soldati che tornavano impestati di gas (la grande conquista tecnologica della I Guerra Mondiale) non raramente infettavano il personale medico che doveva curarli.
Vera non si perse d’animo mai, perché ogni giorno scriveva al suo amato Roland. Poi una notte, mentre ispezionava il filo spinato, Roland fu centrato all’addome da un cecchino austriaco. Il mostro, il drago aveva mangiato per sempre il sogno di questi ragazzi.
«Sembrava che non fosse rimasto più nulla al mondo, perché sentivo che Roland aveva portato con sé tutto il mio futuro e Edward tutto il mio passato» scrisse anni dopo la poetessa pacifista.
Nonostante il dolore, Vera continuò a servire la causa del suo Paese, prendendosi cura personalmente del fratello Edward tornato a Londra ferito. Anche Victor e Geoffrey, gli altri amici del cuore, erano morti… Edward una volta guarito fu rimandato al fronte, questa volta sull’altopiano di Asiago. I britannici volevano così rafforzare il fronte alleato meridionale dopo la disfatta di Caporetto, e contenere così l’incubo di uno sfondamento delle forze austro-tedesche.
Il 15 giugno 1918 una pallottola austriaca uccise anche Edward. A Vera non era rimasto più niente. Aveva solo i ricordi. Tanti, bellissimi, dolorosi. Nel 1922 intraprese il lungo viaggio che la portò al camposanto di Granezza, tra Lusiana ed Asiago, dove pianse sulla tomba di Edward. Dalla morte del fratello, dicono i biografi, non si riprese mai del tutto.
Carica di memorie, conclusasi la guerra trovò la forza di scrivere in un libro che divenne una sorta di manifesto proto-pacifista: Testamento della giovinezza (1933).
Potete trovare in esso la poesia «Perhaps» («Forse») dedicata a «R.A.L», che altri non è che il suo sposo promesso Roland, sacrificato al drago del fronte occidentale.
Forse un giorno il sole tornerà a splendere,
E vedrò che ancora i cieli sono azzurri,
E sentirò un altro giorno che non vivo invano,
Anche se priva di te.
Forse i prati dorati ai miei piedi,
Faranno sembrare allegre le ore di sole della primavera,
E troverò dolci i bianchi fiori di maggio,
Anche se sei morto.
Forse i boschi estivi brilleranno luminosi,
E le rose cremisi ancora una volta saranno chiare,
E il raccolto autunnale dei campi sarà una ricca delizia,
Anche se tu non ci qui.
Ma sebbene il tempo gentile possa rinnovare molte gioie,
C’è una gioia più grande che non conoscerò
Di nuovo, perché il mio cuore per la tua perdita
È stato rotto, molto tempo fa.
Vera divenne una sorta di eroina degli ideali di pace, ma fu spesso dileggiata dall’Inghilterra che stava muovendo guerra alla Germania hitleriana. Lamentò l’orrore del saturation bombing, cioè dei bombardamenti a tappeto britannici sulle città tedesche (memento Dresda) e fu quindi ; a guerra finita tutti finirono di accusarla di tradimento quando videro che nella lista nazista delle persone da arrestare appena conquistata la Gran Bretagna c’era anche lei.
La vita dopo la guerra continuò. Il crescente movimento pacifista pendeva dalle sue labbra. Ebbe il successo letterario, un marito, una figlia che sarebbe diventata ministro. Non ebbe indietro gli anni della felicità.
Poco prima di morire chiese a sua figlia di disperdere le sue ceneri sull’Altopiano, dove era caduto suo fratello. «Per più di cinquanta anni il mio cuore è stato nel cimitero di quel villaggio in Italia», disse.
Scrisse un altro libro di versi struggenti, Because you died («Perché sei morto»).
Poiché sei morto, non mi riposerò più,
Ma vagherò per sempre per il solitario mondo,
Cercando l’ombra di un sogno diventato vano
Perché sei morto.
Passerò brevi e oziose ore accanto
Ai tanti amori minori che ancora restano,
Ma in nessuno troverò il mio trionfo e il mio orgoglio;
E la lenta macchia corrosiva di Disillusione
Si insinuerà in ogni ricerca ma appena provato,
Perché ogni sforzo ora non darà nessun guadagno
Perché sei morto.
Mi è impossibile rimanere insensibile davanti a queste parole. Mi è impossibile pensare che tanti cuori in questo stesso momento, in russo o in ucraino, stanno componendo il medesimo dolore, la disillusione, la perdita.
Fermate la guerra, fatelo per porre fine, prima che alla devastazione di dighe e città, alla distruzione dell’anima umana. Fatelo per il pianto di tante donne russe e ucraine divenute anche loro come Vera. Che, peraltro, è un nome femminile anche in russo e significa «Fede».
Cosa serva per fermare la nuova «inutile strage», non lo sappiamo. Sappiamo che i vertici di Londra sono impegnati per impedire la pace, e, oggi come ai tempi di Roland, a buttare altre migliaia di vite nella fornace della guerra. Sappiamo che qualche proposta, anche poco credibile, è arrivata perfino dall’occupante il Soglio di Pietro. Quel che accadrà dopo le elezioni americane che si stanno consumando in questo preciso momento, non lo sappiamo, e non osiamo nemmeno ipotizzarlo.
Tuttavia, qualsiasi cosa succeda, deve essere chiaro che abbiamo un imperativo, che è quello di avviare la pace. Quella cosa che non corrompe il mondo, che non porta via per sempre i nostri cari, sacrificandoli al niente.
La vera pace. Per tutte le Vera di Russia e Ucraina, d’Europa e del pianeta.
Roberto Dal Bosco
Pensiero
Trump e la potenza del tacchino espiatorio
Il presidente americano ha ancora una volta dimostrato la sua capacità di creare scherzi che tuttavia celano significati concreti – e talvolta enormi.
L’ultima trovata è stata la cerimonia della «grazia al tacchino», un frusto rito della Casa Bianca introdotto nel 1989 ai tempi in cui vi risiedeva Bush senior. Il tacchino, come noto, è l’alimento principe del giorno del Ringraziamento, probabilmente la più sentita ricorrenza civile degli americani, che celebra il momento in cui i Padri Pellegrini, utopisti protestanti, furono salvati dai pellerossa che indicarono ai migranti luterani come a quelli latitudini fosse meglio coltivare il granturco ed allevare i tacchini. Al ringraziamento degli indiani indigeni seguì poco dopo il massacro, però questa è un’altra storia.
Fatto sta che il tacchino, creatura visivamente ripugnante per i suoi modi sgraziati e le sue incomprensibili protuberanze carnose, diventa un simbolo nazionale americano, forse persino più importante dell’aquila della testa bianca, perché il rapace non raccoglie tutte le famiglie a cena in una magica notte d’inverno, il tacchino sì. Tant’è che ai due fortunati uccelli di quest’anno, Gobble e Waddle (nomi scelti online dal popolo statunitense, è stata fatta trascorrere una notte nel lussuosissimo albergo di Washington Willard InterContinental.
🦃 America’s annual tradition of the Presidential Turkey Pardon is ALMOST HERE!
THROWBACK to some of the most legendary presidential turkeys in POTUS & @FLOTUS history before the big moment this year. 🎬🔥 pic.twitter.com/QT2Oal12ax
— The White House (@WhiteHouse) November 24, 2025
Iscriviti al canale Telegram ![]()
Da più di un quarto di secolo, quindi, eccoti che qualcuno vicino alla stanza dei bottoni si inventa che il commander in chief appaia nel giardino delle rose antistante la residenza e, a favore di fotografi, impartista una grazia al tacchino, salvandolo teoricamente dal finire sulla tavola – in realtà ci finisce comunque suo fratello, o lui stesso, ma tanto basta. Non sono mancati i momenti grotteschi, come quando il bipede piumato, dinanzi a schiere di alti funzionari dello stato e giornalisti, ha scagazzato ex abrupto e ad abundantiam lasciando puteolenti strisce bianche alla Casa Bianca.
Non si capisce cosa esattamente questo rituale rappresenti, se non la ridicolizzazione del potere del presidente di comminare grazie per i reati federali, tema, come sappiamo quanto mai importante in quest’ultimo anno alla Casa Bianca, visti le inedite «grazie preventive» date al figlio corrotto di Biden Hunter, al plenipotenziario pandemico Anthony Fauci, al generale (da alcuni ritenuto golpista de facto) Mark Milley. Sull’autenticità delle firme presidenziali bideniane non solo c’è dibattito, ma l’ipostatizzazione del problema nella galleria dei ritratti dei presidenti americani, dove la foto di Biden, considerato in istato di amenza da anni, è sostituita da un’immagine dell’auto-pen, uno strumento per automatizzare le firme forse a insaputa dello stesso presidente demente.
Ecco che Donaldo approffitta della cerimonia del pardon al tacchino per lanciare un messaggio preciso: appartentemente per ischerzo, ma con drammatico valore neanche tanto recondito.
Trump si mette a parlare di un’indagine approfondita condotta da Bondi e da una serie di dipartimenti su di « una situazione terribile causata da un uomo di nome Sleepy Joe Biden. L’anno scorso ha usato un’autopsia per concedere la grazia al tacchino».
«Ho il dovere ufficiale di stabilire, e ho stabilito, che le grazie ai tacchini dell’anno scorso sono totalmente invalide» ha proclamato il presidente. «I tacchini conosciuti come Peach and Blossom l’anno scorso sono stati localizzati e stavano per essere macellati, in altre parole, macellati. Ma ho interrotto quel viaggio e li ho ufficialmente graziati, e non saranno serviti per la cena del Ringraziamento. Li abbiamo salvati al momento giusto».
La gente ha iniziato a ridere. Testato il meccanismo, Trump ha continuato quindi ad usare i tacchini come veicoli di attacco politico.
«Quando ho visto le loro foto per la prima volta, ho pensato che avremmo dovuto mandargliele – beh, non dovrei dirlo – volevo chiamarli Chuck e Nancy», ha detto il presidente riguardo ai tacchini, facendo riferimento ai politici democratici Chuck Schumer e Nancy Pelosi. «Ma poi ho capito che non li avrei perdonati, non avrei mai perdonato quelle due persone. Non li avrei perdonati. Non mi importerebbe cosa mi dicesse Melania: ‘Tesoro, penso che sarebbe una cosa carina da fare’. Non lo farò, tesoro».
Dopo che il presidente ha annunciato che si tratta del primo tacchino MAHA (con tanto di certificazione del segretario alla Salute Robert Kennedy jr.), l’uso politico del pennuto è andato molto oltre, nell’ambito dell’immigrazione e del terrorismo: «invece di dar loro la grazia, alcuni dei miei collaboratori più entusiasti stavano già preparando le carte per spedire Gobble e Waddle direttamente al centro di detenzione per terroristi in El Salvador. E persino quegli uccelli non vogliono stare lì. Sapete cosa intendo».
Tutto bellissimo, come sempre con Trump. Il quale certamente non sa che l’uso del tacchino espiatorio non solo non è nuovo, ma ha persino una sua festa, in Alta Italia.
Aiuta Renovatio 21
Parliamo dell’antica Giostra del Pitu (vocabolo piementose per il pennuto) presso Tonco, in provincia di Asti. La ricorrenza deriverebbe da usanze apotropaiche contadine, dove, per assicurarsi il favore celeste al raccolto, il popolo scaricava tutte le colpe dei mali che affligevano la società su un tacchino, che rappresentava tacitamente il feudatario locale. Secondo la leggenda, questi era perfettamente a conoscenza della neanche tanto segreta identificazione del tacchino con il potere, e lasciava fare, consapevole dello strumento catartico che andava caricandosi.
Tale mirabile festa piemontese va vanti ancora oggi, anticipata da un corteo storico che riproduce la visita dei nobili a Gerardo da Tonco, figura reale del luogo e fondatore dell’Ordine ospedaliero di San Giovanni in Gerusalemme, poi divenuto Sovrano Militare Ordine di Malta.
Subito dopo il gruppo che accompagna Gerardo avanza il carro su cui troneggia il tacchino vivo, autentico protagonista della celebrazione. Seguono quindi i giudici e i carri delle varie contrade del paese, che mettono in scena, con grande realismo, momenti di vita contadina tradizionale. Il passaggio del tacchino è tra ali di folla che non esitano ad insultare duramente il pennuto sacrificale.
Il clou dell’evento è il cosiddetto processo al Pitu, arricchito da un vivace botta-e-risposta in dialetto piemontese tra l’accusa pubblica e lo stesso Pitu, il quale tenta inutilmente di difendersi. Dopo la inevitabile condanna, il Pitu chiede come ultima volontà di fare testamento in pubblico, dando vita a un nuovo momento di ilarità.
Durante la lettura del testamento, infatti, egli si vendica della sentenza rivelando, sempre in stretto dialetto, vizi grandi e piccoli dei notabili e dei personaggi più in vista della comunità. Fino al 2009, al termine del testamento, un secondo tacchino (già macellato e acquistato regolarmente in macelleria, quindi comunque destinato alla tavola) veniva appeso a testa in giù al centro della piazza. Dal 2015, purtroppo, il tacchino è stato sostituito da un pupazzo di stoffa, così gli animalisti sono felici, ma il tacchino in zona probabilmente lo si mangia lo stesso.
Ci sarebbe qui da lanciarsi in riflessioni abissali sulla meccanica del capro espiatorio di Réné Girard, ma con evidenza siamo già oltre, siamo appunto al tacchino espiatorio.
Il tacchino espiatorio diviene il dispositivo con cui è possibile, se non purificare, esorcizzare, quantomeno dire dei mali del mondo.
Ci risulta a questo punto impossibile resistere. Renovatio 21, sperando in una qualche abreazione collettiva, procede ad accusare l’infame, idegno, malefico tacchino, che gravemente nuoce a noi, al nostro corpo, alla nostra anima, al futuro dei nostri figli.
Noi accusiamo il tacchino di rapire, o lasciare che si rapiscano, i bambini che stanno felici nelle loro famiglie.
Noi accusiamo il tacchino di aver messo il popolo a rischio di una guerra termonucleare globale.
Noi accusiamo il tacchino di praticare una fiscalità che pura rapina, che costituisce uno sfruttamento, dicevano una volta i papi, grida vendetta al cielo.
Noi accusiamo il tacchino di essere incompetente e corrotto, di favorire i potenti e schiacciare i deboli. Noi accusiamo il tacchino di essere mediocre, e per questo di non meritare alcun potere.
Noi accusiamo il tacchino di aver accettato, se non programmato, l’invasione sistematica della Nazione da parte di masse barbare e criminali, fatte entrare con il chiaro risultato della dissoluzione del tessuto sociale.
Noi accusiamo il tacchino di favorire gli invasori e perseguitare gli onesti cittadini contribuenti.
Noi accusiamo il tacchino di aver degradato la religione divina, di aver permesso la bestemmia, la dissoluzione della fede. Noi accusiamo il tacchino di essere, che esso lo sappia o meno, alleato di Satana.
Noi accusiamo il tacchino di operare per la rovina dei costumi.
Noi accusiamo il tacchino per la distruzione dell’arte e della bellezza, e la sua sostituzione con bruttezza e degrado, con la disperazione estetica come via per la disperazione interiore.
Noi accusiamo il tacchino di essere un effetto superficiale, ed inevitabilmente tossico, di un plurisecolare progetto massonico di dominio dell’umanità.
Noi accusiamo per la strage dei bambini nel grembo materno, la strage dei vecchi da eutanatizzare, la strage di chi ha avuto un incidente e si ritrova squartato vivo dal sistema dei predatori di organi.
Noi accusiamo il tacchino del programa di produzione di umanoidi in provetta, con l’eugenetica neohitlerista annessa.
Noi accusiamo il tacchino di voler alterare la biologia umana per via della siringa obbligatoria.
Noi accusiamo il tacchino di spacciare psicodroghe nelle farmacie, che non solo non colmano il vuoto creato dallo stesso tacchino nelle persone, ma pure le rendono violente e financo assassine.
Noi accusiamo il tacchino per l’introduzione della pornografia nelle scuole dei nostri bambini piccoli. Noi accusiamo il tacchino per la diffusione della pornografia tout court.
Noi accusiamo il tacchino per l’omotransessualizzazione, culto gnostico oramai annegato nello Stato, con i suoi riti mostruosi di mutilazione, castrazione, con le sue droghe steroidee sintetiche, con le sue follie onomastiche e istituzionali.
Noi accusiamo il tacchino di voler istituire un regime di biosorveglianza assoluta, rafforzato dalla follia totalitaria dell’euro digitale.
Noi accusiamo il tacchino, agente inarrestabile della Necrocultura, della devastazione inflitta al mondo che stiamo consegnando ai nostri figli.
Tacchino maledetto, i tuoi giorni sono contati. Sappi che ogni giorno della nostra vita è passato a costruire il momento in cui, tu, tacchino immondo, verrai punito.
Roberto Dal Bosco
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Civiltà
Da Pico all’Intelligenza Artificiale. Noi modernissimi e la nostra «potenza» tecnica
Sostieni Renovatio 21
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Iscriviti al canale Telegram ![]()
Aiuta Renovatio 21
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Eutanasia
Il vero volto del suicidio Kessler
Vi è tutta una tradizione di geremiadi sulle stragi perpetrate dai tedeschi in Italia, che va dal Sacco di Roma dei Lanzichenecchi (1527) agli eccidi compiuti dai soldati nazisti alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Una strage ulteriore è partita in queste ore, ma pare non ci sia nessuno a cercare di fermarla: anzi, consapevoli o no, i funzionari dell’esablishment, e di conseguenza il quivis de populo, sono impegnati ad alimentarla.
Esiste infatti un fenomeno sociologico preciso, conosciuto ormai da due secoli, chiamato «effetto Werther», che descrive l’aumento dei suicidi in seguito alla diffusione mediatica di un caso di suicidio, per imitazione o suggestione emotiva. Esso prende nome dal romanzo I dolori del giovane Werther di Goethe (1774), la cui pubblicazione fu seguita da una serie di suicidi imitativi tra i giovani europei, tanto da spingere alcune nazioni a vietarne la vendita.
Quella del suicidio come contagio non è un residuo dello scorso millennio. Vogliamo ricordare, specie all’Ordine dei Giornalisti e alle autorità preposte, che le direttive per il discorso pubblico sui suicidi sono molto precise: le cronache del suicidio vanno limitate, soppesate, controllate, perché è altissima la possibilità che i lettori ne traggano un’ulteriore motivazione per farla finita. Perfino nei motori di ricerca, alla minima query sulla materia, spuntano come funghi i numeri di telefono delle linee anti-suicidio.
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
«Le norme deontologiche indicano chiaramente le cautele con cui devono essere esposti questi casi per non provocare dei fenomeni di emulazione: ci sono dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che dimostrano in modo chiaro che parlare dei suicidi fa aumentare il numero delle persone che decidono di togliersi la vita» scrive l’Ordine, che sull’argomento organizza pure abbondanti corsi di aggiornamento.
Tutto questo pudore civile e spirituale è stato completamente inghiottito dalla propaganda sulle nuove frontiere dell’autodeterminazione, quella che vuole convincere tutti di essere padroni incontrastati della propria vita e della propria morte, e ci sta riuscendo alla grande. La morte assistita assume pure, in quest’era grottesca, le forme delle gambe delle Kessler – che, forse temendo un cortocircuito di senso, non si sono rivolte per la pratica all’Associazione Coscioni.
Il loro è stato un bel finestrone di Overton aperto sull’autosoppressione pianificata: basta guardare come ne parlano i giornali, le TV, gli ebeti al bar, per comprendere come esso serva a sdoganare definitivamente il suicidio come valore.
E per giunta una forma di suicidio nuova, con conseguenze sul racconto pubblico ancor più insidiose: par di capire infatti che si tratti di un suicidio per «vita completa», cioè il caso in cui l’aspirante morituro sente di aver esaurito, con più o meno soddisfazione, la sua esistenza. In Olanda, dove la fattispecie trova la naturale assistenza dello Stato eutanatico fondamentalista, la chiamano voltooid leven, e si adatta agli anziani (di solito tra i 70–75 anni) che non soffrono gravemente e spesso godono di una salute relativamente buona, ma che vogliono concludere la vita dettando loro le condizioni: i tempi, il contesto, la scenografia.
Le Kessler avevano deciso di morire. La piccola autostrage omozigotica era perfettamente programmata: la disdetta dell’abbonamento al quotidiano bavarese spedita per lettera con la data esatta del suicidio (la precisione tedesca!), i regalini inviati per arrivare a destinazione post mortem, la disposizione di essere cremate (ovvio) e di mettere in un’urna unica le proprie ceneri insieme a quelle della madre e del cane Yello. Particolare, quest’ultimo che, nel finestrone, apre un altro finestrino.
Le gemelle erano, come tante persone morbosamente legate a cani e gatti, nullipare: niente figli, per scelta emancipativa (tra le cronache che le immortalavano accompagnate a questo o quel divo, dicevano di aver visto il papà picchiare la mamma i fratelli morire in guerra: come in effetti non è mai accaduto a nessuno).
Morire così, facendosi trovare in una casa vuota, è qualcosa che ripugna al pensiero di chiunque abbia una famiglia. Perché, nella scansione naturale per cui si è figlie, ragazze, fidanzate, spose, madri, nonne, la casa si riempie di consanguinei e nemmeno solo di quelli. Nella famiglia (non fateci aggiungere l’aggettivo «tradizionale») non si può morire soli: la tua mano è stretta tra quelle di tante persone di generazioni diverse. Abbiamo in mente il caso di una nonna veneta, che, attorniata da una dozzina di figli, nipoti e pronipotini, mentre moriva pronunciò due semplici e inaspettate parole: «me spiaze», mi dispiace. Del resto, si accingeva a lasciare un intero universo che non solo non era vuoto, ma che materialmente, incontrovertibilmente, le voleva bene.
Sostieni Renovatio 21
Ecco la condanna definitiva che proviene dal mondo creatosi con il dopoguerra e il boom economico: egotismo infinito e terminale che arriva ad impedire, oltre che la trascendenza, pure la discendenza. Persone narcotizzate e sterilizzate dalla TV, o per chi come loro stava dall’altra parte, catturate dal culto dell’immagine e del successo; soggetti che, programmaticamente rifiutando di procreare – e quindi di tramandare un pezzo della propria vita biologica, un pezzo di codice, un pezzo di cuore – coltivano una visione solipsista dell’esistenza suscettibile di sfociare nel nichilismo sociopatico. Si precludono così quella forma istintiva di empatia che, antivedendo il danno che un gesto estremo può provocare ad altri, tiene in conto la possibilità concreta che questo si traduca in pedagogia distorta.
Le Kessler in apparenza incarnavano il simbolo di un’era di gioia morigerata, di eleganza e di innocenza – mostravano al massimo le gambe chilometriche, mentre l’economia prosperava e il mondo costruiva una pace con il tetto di armi termonucleari – ma quell’era (che mai dobbiamo rimpiangere!) non ha fatto altro che preparare il terreno all’ambiente malato in cui ci tocca vivere nell’ora presente. Dove non c’è nulla al di fuori di me, non c’è l’al di là, ma neppure l’al di qua: no figli, no nipoti, no amici, no consorzio umano in generale. Perché, sì, l’utilitarismo edonista caricatosi nelle menti dei boomer così come nel sistema della medicina di Stato e dello Stato moderno tutto, è un orizzonte disumano e disumanizzante.
La vita svuotata di ogni dimensione che non sia il piacere, la vita che non contempla il dolore, non può non portare che al desiderio di morte quando la percezione del piacere sfuma, o quando appare il dolore, o anche quando, in assenza di dolore, c’è la paura che esso prima o poi si manifesti. La soglia che legittima la compilazione del modulo con la richiesta di morte si anticipa sempre di più, e lo Stato genocida è pronto ad assolverla sotto la maschera bugiarda della pietà anche per chi semplicemente desideri allestire il proprio teatrino funebre curando e controllando ogni dettaglio della scena, per chiudere il sipario definitivo sotto la propria esclusiva regia.
Lo scrittore francese Guy Debord, proprio negli anni in cui le Kessler allungavano i loro arti a favore di telecamere RAI, aveva pubblicato un piccolo saggio, invero un po’ sopravvalutato, intitolato La società dello spettacolo. Ebbene, ora che quella generazione è arrivata alla raccolta, potremmo aggiungerci una specificazione e parlare di società dello spettacolo della morte.
Come fosse il loro ultimo balletto, la morte procurata delle soubrette non è dipinta dai media alla stregua di un fatto tragico – anzi. Se neanche troppi anni fa di un suicidio si dava conto sulle pagine della cronaca (con relativa descrizione di particolari squallidi e disturbanti), oggi potrebbe finire tranquillamente nella rubrica degli spettacoli perché, in fondo, anche quello fa parte della carriera.
Quando una decina di anni fa, lanciandosi dalla finestra, si suicidò il regista Mario Monicelli, il cui successo fu coevo a quello delle Kessler, non fu del tutto possibile, per questioni organolettiche, esaltarne il gesto. Ora invece sì, perché non c’è la star spiaccicata sull’asfalto, non c’è nulla da pulire, il quadretto è asettico come nella brochure di un mobilificio.
Iscriviti al canale Telegram ![]()
Forse, inzuppati e inflacciditi dentro il brodo avvelenato della pubblicità progresso, non ci rendiamo più nemmeno conto di cosa alligni dietro la stomachevole apologia della carriera televisiva delle ballerine e del loro gesto orrendo, impacchettati entrambi nello stesso cartoccio mediatico che vuole profumare di teutonica, himmleriana, perfezione – quando in realtà puzza di cadavere e di impostura.
Non ci rendiamo conto di cosa significhi un messaggio patinato così violento nella sua apparente dolcezza per chi ne viene investito quando magari debba ancora capire, perché nessuno glielo ha trasmesso, il senso del vivere e il senso del morire, l’ineludibilità della sofferenza e la nobiltà che risiede nella forza di farsene carico.
Ci resta, ora, la conta impossibile di quanti ci faranno un pensiero a togliersi di mezzo dopo l’esempio delle gemelle suicide. Magari persone che un tempo le guardavano ballare in TV, che hanno lavorato e penato una vita intera, alle quali il suicidio di due soubrette VIP dovrebbe suonare come uno schiaffo in faccia e invece un sistema putrescente vuole far apparire come un addio di gran classe.
Chi può contrapponga subito a loro, nella mente, l’antidoto più naturale: il ricordo della propria nonna, che ha figliato, patito, lavorato per la discendenza con infinite ore-uomo, con un’eternità di pranzi della domenica e di racconti e di ricami, la nonna saggia e piena di affetto per chi veniva dopo di lei.
Perché dopo di lei qualcosa c’è: ci siamo noi, c’è la vita e c’è un mondo da ricostruire.
Roberto Dal Bosco
Elisabetta Frezza
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; immagine modificata
-



Spirito2 settimane faIl vescovo Strickland denuncia Papa Leone e i vescovi per aver scandalizzato i fedeli
-



Eutanasia1 settimana faIl vero volto del suicidio Kessler
-



Spirito1 settimana faLangone e le ceneri delle gemelle suicide Kessler «brave post-cristiane»
-



Spirito2 settimane faMons. Viganò: i traditori demoliscono la Chiesa dall’interno e spingono nell’eterna dannazione le anime
-



Scuola7 giorni faScuola: puerocentrismo, tecnocentrismo verso la «società senza contatto». Intervento di Elisabetta Frezza al convegno di Asimmetrie.
-



Pensiero2 settimane faIl Corriere e Lavrov, apice del cringe giornalistico italiano
-



Eutanasia2 settimane faGemelle Kessler, Necrocultura Dadaumpa
-



Geopolitica5 giorni faCandace Owens afferma che il governo francese ha dato il «via libera» al suo assassinio








