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«Ciò che il Concilio ha portato di nuovo si è rivelato dannoso». Mons. Viganò a proposito della risposta ai «Dubia»

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Renovatio 21 pubblica questo testo di Monsignor Carlo Maria Viganò.

 

 

 

« REDDE RATIONEM VILLICATIONIS TUÆ »

A proposito dei «Responsa ad Dubia»

di Traditionis Custodes

 

 

 

Vos estis qui justificatis vos coram hominibus :

Deus autem novit corda vestra :

quia quod hominibus altum est,

abominatio est ante Deum.

Lc 16, 15

 

 

Nel leggere i Responsa ad Dubia pubblicati recentemente dalla Congregazione per il Culto Divino viene da chiedersi a quali infimi livelli sia potuta scendere la Curia Romana, per dover assecondare Bergoglio con tale servilismo, in una guerra crudele e spietata contro la parte più docile e fedele della Chiesa.

 

Mai, negli ultimi decenni di gravissima crisi nella Chiesa, l’autorità ecclesiastica si è mostrata così determinata e severa: non l’ha fatto con i teologi eretici che infestano gli Atenei pontifici e i Seminari; non l’ha fatto con chierici e Prelati fornicatori; non l’ha fatto nel punire esemplarmente gli scandali di Vescovi e Cardinali.

 

Ma contro i fedeli, i sacerdoti e i religiosi che chiedono solo di poter celebrare la Santa Messa tridentina, nessuna pietà, nessuna misericordia, nessuna inclusività. Fratelli tutti? 

 

Mai come sotto questo «pontificato» è stato percepibile l’abuso di potere da parte dell’autorità, nemmeno quando duemila anni di lex orandi sono stati immolati da Paolo VI sull’altare del Vaticano II, imponendo alla Chiesa un rito tanto equivoco quanto ipocrita.

 

Quell’imposizione, a cui corrispose la proibizione di celebrare nell’antico rito e la persecuzione dei dissenzienti, aveva almeno l’alibi dell’illusione che un cambiamento avrebbe forse risollevato le sorti del Cattolicesimo dinanzi a un mondo sempre più secolarizzato.

 

 

Oggi, dopo cinquant’anni di disastri immani e quattordici anni di Summorum Pontificum, quella labile giustificazione non solo non è più valida, ma è sconfessata nella sua inconsistenza dall’evidenza dei fatti.

 

Tutto ciò che il Concilio ha portato di nuovo si è rivelato dannoso, ha svuotato chiese, seminari e conventi, ha distrutto le vocazioni ecclesiastiche e religiose, ha prosciugato ogni slancio spirituale, culturale e civile dei Cattolici, ha umiliato la Chiesa di Cristo e l’ha confinata ai margini della società, rendendola patetica nel suo tentativo maldestro di piacere al mondo.

 

E viceversa, da quando Benedetto XVI ha cercato di sanare quel vulnus riconoscendo pieni diritti alla liturgia tradizionale, le comunità legate alla Messa di San Pio V si sono moltiplicate, i seminari degli Istituti Ecclesia Dei sono cresciuti, le vocazioni aumentate, la frequenza dei fedeli incrementata, la vita spirituale di tanti giovani e di tante famiglie ha trovato uno slancio insperato. 

 

Quale lezione si sarebbe dovuta trarre da questa «esperienza della Tradizione» invocata a suo tempo anche da mons. Marcel Lefebvre? Quella più evidente e allo stesso tempo più semplice: quello che Dio ha dato alla Chiesa è destinato al successo, e quello che vi aggiunge l’uomo crolla miseramente.

 

Un’anima non accecata dal furore ideologico avrebbe ammesso l’errore compiuto, cercando di riparare ai danni e di ricostruire quello che era stato nel frattempo distrutto, di restaurare quanto era stato abbandonato. Ma questo richiede umiltà, uno sguardo soprannaturale e una fiducia nel provvidente intervento di Dio.

 

Questo richiede anche la consapevolezza da parte dei Pastori di essere amministratori dei beni del Signore, e non padroni: essi non hanno il diritto né di alienarne i beni, né di nasconderli o di sostituirli con loro invenzioni; essi devono limitarsi a custodirli e a renderli disponibili ai fedeli, sine glossa, e con il pensiero costante di dover rispondere dinanzi a Dio per ogni pecorella e ogni agnello del Suo gregge. Ammonisce l’Apostolo: « Hic jam quæritur inter dispensatores, ut fidelis quis inveniatur» (I Cor 4, 2), «quanto si richiede negli amministratori è che siano fedeli». 

 

I Responsa ad Dubia sono coerenti con Traditionis custodes, ed esplicitano l’indole eversiva di questo «pontificato», in cui il potere supremo della Chiesa è usurpato per ottenere uno scopo diametralmente opposto a quello per il quale Nostro Signore ha costituito in autorità i Sacri Pastori e il Suo Vicario in terra.

 

Un potere indocile e ribelle a Colui che lo ha istituito e che lo legittima, un potere che si crede fide solutus, per così dire, secondo un principio intrinsecamente rivoluzionario e quindi eretico.

 

Non dimentichiamolo: la Rivoluzione rivendica a sé un potere che si giustifica per il solo fatto di essere rivoluzionario, eversivo, cospiratorio e antitetico al potere legittimo che intende abbattere; e che appena giunge a ricoprire ruoli istituzionali viene esercitato con autoritarismo tirannico, proprio perché non è ratificato né da Dio né dal popolo. 

 

Mi sia permesso sottolineare un parallelo tra due situazioni apparentemente scollegate.

 

Come in presenza della pandemia sono negate le cure efficaci, con l’imposizione di un «vaccino» inutile, anzi dannoso e perfino letale; così la Santa Messa tridentina, vera medicina dell’anima in un momento di gravissima pestilenza morale, viene negata colpevolmente ai fedeli, sostituendole il Novus Ordo.

 

I medici del corpo vengono meno al proprio dovere, pur in presenza di terapie, e impongono tanto ai malati quanto ai sani un siero sperimentale, e si ostinano a somministrarlo nonostante l’evidenza della totale inefficacia e degli effetti avversi.

 

Analogamente i sacerdoti, medici dell’anima, tradiscono il proprio mandato, pur in presenza di un farmaco infallibile testato per oltre duemila anni, e fanno di tutto per impedire che quanti ne hanno sperimentato l’efficacia possano usarlo per guarire dal peccato.

 

Nel primo caso le difese immunitarie del corpo sono indebolite o annullate per creare dei malati cronici in balia delle case farmaceutiche; nel secondo caso le difese immunitarie dell’anima sono compromesse da una mentalità mondana e dalla cancellazione della dimensione soprannaturale e trascendente, in modo da lasciare le anime indifese dinanzi agli assalti del demonio

 

E questo valga come risposta a coloro che pretendono di affrontare la crisi religiosa senza considerare in parallelo la crisi sociale e politica, perché è proprio questa duplicità di attacco che lo rende così tremendo e che ne svela l’unica mente criminale. 

 

Non voglio entrare nel merito dei deliri dei Responsa: basta conoscere la ratio legis per respingere Traditionis custodes come un documento ideologico e fazioso, redatto da persone vendicative e intolleranti, pieno di velleità e di grossolani errori canonici, con l’intenzione di proibire un rito canonizzato da duemila anni di Santi e Pontefici e imporne uno spurio, copiato dai luterani e raffazzonato dai modernisti, che in cinquant’anni ha causato un immane disastro al corpo ecclesiale e che, proprio per questa sua efficacia devastatrice, non deve conoscere deroga. Non c’è solo la colpa: c’è anche il dolo e il duplice tradimento del divino Legislatore e dei fedeli. 

 

Vescovi, sacerdoti, religiosi e laici si trovano ancora una volta a dover compiere una scelta di campo: o con la Chiesa Cattolica e la sua dottrina bimillenaria e immutabile, o con la chiesa conciliare e bergogliana, con i suoi errori e i suoi riti secolarizzati

Vescovi, sacerdoti, religiosi e laici si trovano ancora una volta a dover compiere una scelta di campo: o con la Chiesa Cattolica e la sua dottrina bimillenaria e immutabile, o con la chiesa conciliare e bergogliana, con i suoi errori e i suoi riti secolarizzati. E questo avviene in una situazione paradossale in cui la Chiesa cattolica e la sua contraffazione coincidono nella medesima Gerarchia, alla quale i fedeli sentono di dover obbedire in quanto espressione dell’autorità di Dio e contemporaneamente di dover disobbedire in quanto traditrice e ribelle. 

 

Certo, non è semplice disobbedire al tiranno: le sue reazioni sono spietate e crudeli; ma persecuzioni ben peggiori furono quelle che dovettero patire nel corso dei secoli i Cattolici che si trovarono a dover affrontare l’arianesimo, l’iconoclastia, l’eresia luterana, lo scisma anglicano, il puritanesimo di Cromwell, il laicismo massonico della Francia e del Messico, il comunismo sovietico, della Spagna, della Cambogia, della Cina… Quanti vescovi e sacerdoti martirizzati, imprigionati, esiliati. Quanti religiosi massacrati, quante chiese profanate, quanti altari distrutti. E tutto questo perché? Perché i Sacri Ministri non hanno voluto rinunziare al tesoro più prezioso che Nostro Signore ci ha donato: la Santa Messa. La Messa che Egli ha insegnato a celebrare agli Apostoli, che gli Apostoli hanno trasmesso ai loro Successori, che i Papi hanno custodito e restaurato e che da sempre è al centro dell’odio infernale dei nemici di Cristo e della Chiesa.

 

Pensare che quella Santa Messa, per la quale i missionari inviati in terre protestanti o i sacerdoti prigionieri dei gulag rischiavano la propria vita, sia oggi proibita dalla Santa Sede è motivo di dolore e di scandalo, oltre che un’offesa ai Martiri che quella Messa hanno difeso fino all’ultimo respiro. Ma queste cose le può capire solo chi crede, chi ama, chi spera. Solo a chi vive di Dio. 

 

Chi si limita ad esprimere riserve o critiche a Traditionis custodes e ai Responsa cade nel tranello dell’avversario, perché riconosce legittimità ad una legge illegittima e invalida, voluta e promulgata per umiliare la Chiesa e i suoi fedeli, per fare un dispetto ai «tradizionalisti» che osano nientemeno che avversare dottrine eterodosse condannate fino al Vaticano II, da esso fatte proprie e oggi assurte a cifra del pontificato bergogliano. Traditionis custodes e Responsa vanno semplicemente ignorati, respinti al mittente. Vanno ignorati perché è chiara la volontà di punire i Cattolici rimasti fedeli, di disperderli, di farli scomparire. 

 

Rimango sgomento dinanzi al servilismo di tanti Cardinali e Vescovi, che per compiacere Bergoglio calpestano i diritti di Dio e delle anime loro affidate e che si fanno un merito di mostrare la propria avversione per la Liturgia «preconciliare», considerandosi meritevoli del pubblico encomio e dell’approvazione vaticana. A costoro sono rivolte le parole del Signore: «Voi vi ritenete giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che è esaltato fra gli uomini è cosa detestabile davanti a Dio» (Lc 16, 15).

 

La risposta coerente e coraggiosa dinanzi a un gesto tirannico dell’autorità ecclesiastica deve essere la resistenza e la disobbedienza a un ordine irricevibile. Rassegnarsi ad accettare questa ennesima sopraffazione significa aggiungere un altro precedente alla lunga serie di abusi sinora tollerati, e con la propria obbedienza servile rendersi responsabili del mantenimento di un potere fine a se stesso. 

 

Occorre che i Vescovi, Successori degli Apostoli, esercitino la propria sacra autorità, nell’obbedienza e nella fedeltà al Capo del Corpo Mistico, per porre fine a questo colpo di stato ecclesiastico che si è consumato sotto i nostri occhi. Lo richiede l’onore del Papato, oggi esposto al discredito e all’umiliazione da colui che occupa il Soglio di Pietro. Lo richiede il bene delle anime, la cui salvezza è suprema lex della Chiesa. Lo richiede la gloria di Dio, rispetto alla quale nessun compromesso è tollerabile. 

 

L’Arcivescovo polacco mons. Jan Paweł Lenga ha detto che è il momento di una controrivoluzione cattolica, se non vogliamo vedere la Chiesa sprofondare sotto le eresie e i vizi dei mercenari e dei traditori.

 

La promessa del Non prævalebunt non esclude minimamente, anzi chiede e pretende una azione ferma e coraggiosa non solo da parte dei Vescovi e dei sacerdoti, ma anche dei laici, che mai come oggi sono trattati come sudditi, nonostante i fatui appelli alla actuosa participatio e al loro ruolo nella Chiesa.

 

Prendiamone atto: il clericalismo ha raggiunto il proprio apice sotto il «pontificato» di chi ipocritamente non fa altro che stigmatizzarlo. 

 

 

Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

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Concistoro: i cardinali relegano la liturgia in secondo piano

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Il primo concistoro straordinario del pontificato di Leone XIV, tenutosi il 7 e l’8 gennaio 2026 in Vaticano, ha riunito quasi 170 cardinali nell’Aula del Sinodo. Ufficialmente dedicato a definire i principali orientamenti della Chiesa per i prossimi anni, questo evento ha innanzitutto confermato il sostegno pressoché unanime del Sacro Collegio all’approccio missionario e sinodale, tralasciando – ancora una volta – la questione liturgica, che è tuttavia essenziale nell’attuale crisi della Chiesa.

 

Un senso di déjà vu è inevitabile per l’osservatore attento. La metodologia adottata segue le formule ormai consolidate dei sinodi recenti: tavole rotonde, gruppi linguistici, interventi a tempo. Più che il contenuto delle discussioni, è il «processo» a prevalere. Il papa, assente dalle discussioni in piccoli gruppi ma attento alle sintesi finali, ha voluto sottolineare che il cammino intrapreso insieme era più importante delle conclusioni formali. Questa affermazione è diventata un leitmotiv del discorso sinodale contemporaneo.

 

Per aprire i lavori, il cardinale domenicano Timothy Radcliffe – difficilmente sospettato di tradizionalismo – è stato incaricato di pronunciare una meditazione inaugurale destinata a guidare i dibattiti. Invitando i «principi della Chiesa» ad affrontare coraggiosamente le «tempeste» del mondo moderno, dalle crisi umanitarie agli scandali sugli abusi, il prelato ha accuratamente evitato di affrontare altre tempeste che tuttavia scuotono la Chiesa da diversi decenni.

 

Il crogiolo delle priorità

Il cuore del concistoro poggiava su un voto cruciale. Quattro temi erano stati proposti dal Papa: l’evangelizzazione, la riforma della Curia, la sinodalità e la liturgia. A causa di presunti «limiti di tempo», ai cardinali è stato chiesto di sceglierne solo due, a maggioranza.

 

Il risultato è rivelatore. La sinodalità e la missione sono state approvate a stragrande maggioranza, relegando la liturgia – così come la riforma della Curia – a un ruolo secondario. Questa decisione è estremamente significativa. Infatti, mentre i mezzi dell’azione missionaria possono essere dibattuti, è a dir poco preoccupante vedere la preghiera pubblica della Chiesa, la lex orandi intimamente legata alla lex credendi, considerata una priorità secondaria.

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Un silenzio significativo

Questo silenzio sulla liturgia non è passato inosservato. Ancor prima dell’apertura del concistoro, diversi organi di stampa, tra cui l’agenzia di stampa Zenit e la stampa italiana, hanno indicato che un considerevole gruppo di cardinali desiderava specificamente porre questo tema al centro delle discussioni. Per loro, l’attuale crisi liturgica è inseparabile dalla crisi di fede. Avevano auspicato una seria riflessione sulle tensioni causate dalle restrizioni imposte da Traditionis Custodes, nonché un gesto di pacificazione nei confronti dei fedeli legati alla liturgia tradizionale.

 

Non è successo nulla del genere. Il «respiro» della Chiesa – la sua preghiera – sembra essere stato sacrificato sull’altare della sinodalità. Il portavoce vaticano, Matteo Bruni, ha tentato di minimizzare la portata di questa esclusione, affermando che nessun argomento era stato definitivamente escluso e che il papa era stato «informato dell’urgenza percepita» di alcune questioni. Da chi? Secondo quali criteri? La formulazione rimane volutamente vaga. È stato anche specificato che gli argomenti non selezionati potevano essere «affrontati nell’ambito dei temi scelti», un modo elegante, direbbero alcuni, per diluire i problemi anziché affrontarli.

 

Una strategia di elusione? Per alcuni osservatori, questa decisione deriva da un calcolo tattico. Eletto meno di un anno fa, Leone XIV starebbe cercando di evitare uno scontro diretto su una questione liturgica diventata altamente controversa, dove due visioni inconciliabili della Chiesa si scontrano frontalmente. Mettendo l’accento sulla missione e sulla sinodalità, egli cerca di costruire unità d’azione prima di riaprire questioni più delicate.

 

Ma questa strategia comporta un rischio importante: quello di rinviare indefinitamente la cura di una ferita aperta. La liturgia non è un argomento qualsiasi; è il cuore pulsante della vita della Chiesa. Finché la questione liturgica rimarrà irrisolta, qualsiasi tentativo di «pace ecclesiale duratura» rimarrà illusorio.

 

Questo concistoro avrà quindi lasciato irrisolte questioni fondamentali. La riforma amministrativa della Curia e, soprattutto, il ripristino di una liturgia fedele alla tradizione bimillenaria della Chiesa sono questioni che il pontificato di Leone XIV dovrà affrontare prima o poi se vorrà davvero garantire l’unità e la vitalità della Chiesa cattolica.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Il cardinale Müller: il «cristianesimo culturale» crea idoli. Poi attacca Thiel e Harari

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Il cardinale Gerhard Müller ha affermato che la Chiesa cattolica è «l’unica autorità morale credibile», contrapponendola alla pura volontà di potenza dei tecnocrati. Lo riporta LifeSite.   In un’intervista al quotidiano tedesco Die Welt, il cardinale Müller ha affermato: «nel mondo odierno, se si guarda al mondo nel suo insieme, il papa e la sua Chiesa sono le uniche autorità morali credibili: i principi morali vengono proclamati per se stessi e non sono contaminati dal potere e dall’influenza».   Il porporato germanico contrapposto il ruolo della Chiesa nel proclamare la verità a quello dei tecnocrati assetati di potere, menzionando specificamente il magnate della tecnologia Peter Thiel e lo scrittore ateo Yuval Noah Harari, entrambi omosessuali.

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«La nuova teoria di classe presuppone che i ricchi e i potenti abbiano un diritto alla vita maggiore rispetto alla stragrande maggioranza delle ‘persone inutili’, come le chiama Yuval Noah Harari», ha affermato il cardinale. «Dovrebbero semplicemente essere tenuti a tacere con droghe e programmi di intrattenimento».   «Credo che ci troviamo di fronte a una sfida importante perché molti di coloro che stanno realizzando grandi cose nella tecnologia stanno sviluppando idee disumane e dimostrando di essere filosoficamente disinformati. La tecnologia deve sempre essere al servizio delle persone, non il contrario».   «Queste persone credono che il progresso tecnologico porti al progresso morale. Tuttavia, il progresso morale dipende sempre dall’individuo e non può essere controllato collettivamente», ha affermato il prelato. «La tecnologia può aiutare, ma è legata all’etica. Posso usare un coltello per tagliare una mela o per uccidere un’altra persona. Qualsiasi mezzo tecnico può essere usato in modo improprio».   «In un mondo dominato da tecnocrati che si considerano i pochi eletti, chi definisce cosa è bene e cosa è male?», ha chiesto il cardinale tedesco. «Certamente non persone come Peter Thiel. E Trump può avere buone intenzioni, ma non è uno che riflette a fondo sulle cose».   Il cardinale Müller ha criticato anche lo Stato laico moderno, che si dichiara neutrale ma in realtà impone la sua moderna pseudo-religione sotto le mentite spoglie della «scienza».   «Uno Stato che si dichiara neutrale dal punto di vista religioso non ha né la legittimità né la competenza per interferire in questioni etiche e religiose», ha affermato. «Tuttavia, la politica trasgredisce questo principio e definisce la propria visione del mondo come scienza».   «Anche la teoria razziale si proclamava scientifica, così come l’eugenetica scientifica. Queste erano tutte pseudoscienze, così come l’ideologia LGBTQ».

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«Quest’ultima non ha nulla a che fare con la scienza perché contraddice il fatto biologico che gli esseri umani sono maschi o femmine, anche se possono esserci individui con disturbi dello sviluppo», ha affermato il cardinale. «Non si può semplicemente inventare qualcosa. Non esiste il genere sociale».   Il cardinale Müller ha avvertito che avere solo un «cristianesimo culturale» non è sufficiente e renderà impossibile alle nazioni cristiane difendersi dalle ideologie malvagie.   «Ciò significa che non si può resistere a nulla, non si può affrontare alcuna sfida, come l’arrivo di un’altra religione completamente diversa dalla nostra”, ha affermato. «Lo abbiamo visto nel nazionalsocialismo e nel comunismo”.   «Dostoevskij diceva: Se Dio non esiste, allora tutto è permesso. Senza Dio non c’è moralità. Un cristianesimo puramente culturale non fa che creare idoli».

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Concilio Vaticano II, mons. Viganò contro papa Leone

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L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha affidato a X un commento sulle recenti parole del papa riguardo il Concilio Vaticano II.

 

«Chi si aspettava un qualche esame di coscienza da parte di Leone dopo sessant’anni di immani disastri, è servito: Prevost ci invita a riscoprire l’indole profetica del Concilio Vaticano II – «aurora di un giorno di luce per tutta la Chiesa» – e ad attuarne con maggiore convinzione le riforme».

 

«Dinanzi alla rovina e alle macerie di sessant’anni di “primavera conciliare”, ammetterne il fallimento richiederebbe un minimo di buona fede purtroppo assente nei fautori della rivoluzione conciliare, i quali usarono come grimaldello un “concilio” per introdurre i principi rivoluzionari nella Chiesa Cattolica, provocando così la sua demolizione dall’interno» scrive il monsignore.

 


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«Da Roncalli in poi, la presa di distanza della chiesa conciliare rispetto alla Chiesa Cattolica Apostolica Romana è proseguita inesorabile, giungendo con Bergoglio a teorizzare la “sinodalità” come ultimo sfregio rivoluzionario al papato voluto da Nostro Signore» dice il prelato lombardo.

 

«Non stupisce che Leone, ultimo esponente della chiesa conciliare e sinodale, dichiari di voler “andare incontro all’umanità” proprio applicando l’unico “concilio” che invece di chiamare le pecore disperse nell’unico Ovile sotto l’unico Pastore come hanno fatto tutti i Sacrosanti Concili Ecumenici, ha invece aperto l’ovile, ne ha disperse le pecore e vi ha fatto entrare lupi e mercenari».

 

Non si tratta della prima condanna che monsignor Viganò emette contro il Concilio e i suoi seguaci di tutti i livelli.

 

«Chi aderisce consapevolmente a questo “concilio” si rende responsabile della demolizione della Chiesa Cattolica e ratifica con la propria complicità il golpe conciliare e sinodale» aveva tuonato l’arcivescovo pochi mesi fa.

Ancora quattro anni fa l’arcivescovo disse che «tutto ciò che il Concilio ha portato di nuovo si è rivelato dannoso, ha svuotato chiese, seminari e conventi, ha distrutto le vocazioni ecclesiastiche e religiose, ha prosciugato ogni slancio spirituale, culturale e civile dei Cattolici, ha umiliato la Chiesa di Cristo e l’ha confinata ai margini della società, rendendola patetica nel suo tentativo maldestro di piacere al mondo».

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Come riportato da Renovatio 21, in un’omelia del novembre 2024 Viganò dichiarò che i papi e i vescovi del Concilio Vaticano II «usarono il loro «concilio» non per combattere i nuovi errori, ma per introdurli nel sacro recinto; non per restaurare la sacra Liturgia, ma per demolirla; non per raccogliere il gregge cattolico intorno ai Pastori, ma per disperderlo e abbandonarlo ai lupi».

 

In un testo precedente fa Sua Eccellenza aveva scritto dell’«unico dogma irrinunciabile: riconoscere il Concilio Vaticano II, la sua ecclesiologia, la sua morale, la sua liturgia, i suoi santi e martiri e soprattutto i suoi scomunicati e i suoi eretici, ossia i «tradizionalisti radicali» non addomesticabili alle nuove istanze sinodali».

 

La catastrofe non solo religiosa causata dal Concilio è stata spiegata in un’intervista ad una testata francese dello scorso anno: «La chiesa del Vaticano II, che ci tiene tanto a definirsi così in antitesi alla “chiesa preconciliare”, ha posto le basi teologiche alla dissoluzione della società. Tutti gli errori dottrinali del Concilio si sono tradotti in errori filosofici, politici e sociali dagli esiti disastrosi per le Nazioni cattoliche».

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