Pensiero
Dugin: la guerra per il nuovo ordine è dinanzi a noi
Renovatio 21 pubblica questo scritto di Aleksandr Dugin apparso su Arktos.
Il nuovo ordine mondiale multipolare non è scolpito nella pietra ed è improbabile che venga accettato pacificamente, ma è destinato a prendere forma attraverso un conflitto intensificato, ricordando come i cambiamenti storici siano decisi dall’imprevedibile svolgimento della guerra.
Un cambiamento nell’ordine mondiale avviene solitamente attraverso la guerra. Molto raramente coloro che detengono il potere globale sono disposti a rinunciarvi volontariamente. Resistono fino alla fine, finché non vengono distrutti e ridotti in rovina. Lo stesso vale senza dubbio oggi.
Naturalmente, nella storia accadono diversi colpi di scena. Pertanto, si potrebbe solo ipoteticamente aspettarsi, sperare o almeno desiderare che i leader occidentali rinuncino volontariamente alla loro egemonia. Ma qualcosa mi dice che è improbabile che ciò accada. E se non accade, allora ci sarà la guerra. Questa guerra è già in corso: la guerra in Ucraina, le guerre in Medio Oriente. Ma non è ancora in pieno svolgimento. Finora, è solo un presagio dell’enorme, fondamentale guerra che sarà combattuta per la ridistribuzione della sovranità reale tra le forze che oggi vengono demarcate.
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Oggigiorno diciamo spesso: guardate, il mondo multipolare è qui, il mondo non è più unipolare, ci sono i BRICS, c’è una «grande umanità», e così via. Tuttavia, possiamo vedere che l’egemonia del sistema unipolare è ancora forte. Questo nonostante il fatto che sia in declino, e nonostante la sua colossale crisi interna, l’implosione piuttosto che l’esplosione della società occidentale e dell’intera civiltà occidentale, sia chiaramente in fermento. Ma, in un certo senso, nonostante il vettore di questa onda discendente, l’egemonia occidentale è ancora più forte del multipolarismo.
Siamo onesti: è ancora in grado, ad esempio, di rimodellare la situazione e l’equilibrio di potere nello spazio post-sovietico. Sappiamo che i globalisti operano in Ucraina, Moldavia, nel Caucaso meridionale e in Asia centrale da tre decenni. Ma glielo abbiamo permesso. E ora, nonostante la divisione dell’Occidente in due o addirittura tre forze – i globalisti, l’UE, Trump e il MAGA – sono comunque riusciti a imporre la forza alle elezioni in Romania, sostituendo candidati sgraditi ai globalisti, uccidendo diverse decine di candidati di Alternativa per la Germania, insabbiando il tutto come «incidenti» e, infine, sono riusciti a imporre la forza alle elezioni in Moldavia. Allo stesso tempo, la guerra in Ucraina è in corso. L’Occidente non si ritira ed è molto difficile per noi ottenere una vittoria decisiva.
È troppo presto per dire che il mondo unipolare occidentale non esiste più. Esiste, anche se in agonia.
E, naturalmente, è molto probabile che se il mondo unipolare non crollerà semplicemente nel prossimo futuro, tutto questo sfocerà in una grande guerra.
Non sono sicuro di dove si svolgerà questa guerra , se nell’Oceano Pacifico contro la Cina o contro l’India, in Medio Oriente, o se ci coinvolgerà direttamente.
È del tutto possibile che tutto inizi da noi. Pertanto, ciò che sta accadendo in Ucraina potrebbe essere l’inizio di una guerra più grande e temibile.
Con le nostre armi nucleari, i nostri territori, la nostra identità storica e la nostra capacità di concettualizzare i processi mondiali, la Russia è qualche passo avanti alla Cina. La Cina sta diventando solo ora una vera potenza globale. Questa è una nuova qualità, un nuovo stato per lei. Non c’è garanzia che i cinesi gestiranno questa situazione. Eravamo una grande potenza mondiale nel XX secolo (una delle due) e nel XIX secolo (una delle tante). La grandezza della Cina risale all’antichità. Senza dubbio, la Cina è oggi uno degli Stati di primo ordine più importanti, uno dei due o tre che governano il mondo. Ma questa è un’esperienza nuova per la Cina contemporanea. Deve ancora prepararsi a questo, e qui si possono commettere molti errori. Abbiamo un’esperienza molto viva in questo campo, ed è per questo che la Russia è il principale ostacolo per i globalisti e il loro principale nemico. Pertanto, noi, e nessun altro, siamo i principali partecipanti a questa guerra, i principali conduttori del raggio luminoso della storia mondiale. Siamo noi che costruiamo il mondo multipolare.
Se una Terza Guerra Mondiale possa essere evitata in queste circostanze è un grande interrogativo. Per ora, l’unica opzione proposta per evitarla è la capitolazione, ovvero la deliberata cessazione anticipata della guerra, alzando bandiera bianca e arrendendosi alla mercé dei vincitori. Ma il riconoscimento deliberato della sconfitta non significa la fine della guerra. Siamo ancora pieni di volontà e di forza, e ci stiamo dirigendo verso la Vittoria, non verso la sconfitta.
Pertanto, se una grande guerra può essere evitata solo con la sconfitta, allora questo non è il nostro caso, e in tal caso la guerra non può essere evitata. Ma se ci sarà o meno la guerra non dipende da noi. Dipende da come il mondo unipolare che la sta organizzando sceglierà il nuovo livello di escalation.
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Nel complesso, concordo con l’analisi secondo cui non possiamo evitare una grande guerra mondiale. Una guerra del genere coinvolgerà la Cina, e molto probabilmente l’India, l’intero Medio Oriente, il mondo islamico. Allo stesso tempo, naturalmente, avrà ripercussioni in Africa e in America Latina, dove si stanno formando due coalizioni: quella dei sostenitori dell’unipolarismo e quella dei sostenitori del multipolarismo.
Pertanto, prove mostruose attendono l’umanità. Stanno già accadendo, noi siamo già dentro di esse. Ciò che abbiamo ora sembrerà un gioco da ragazzi rispetto a ciò che ci aspetta. Naturalmente, come ogni persona normale, non me ne compiaccio né mi rallegro. Ma le guerre scoppiano praticamente sempre quando le persone dicono di non volere la guerra.
Le guerre non dipendono dal fatto che le persone le vogliano o meno. C’è una certa logica nella storia a cui è praticamente impossibile eludere.
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Immagine della Diocesi di Ekaterinodar via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
Pensiero
La scuola dell’amicizia
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Essere genitori
I bambini che libereranno Faccetta nera
Il papa dell’Intelligenza Artificiale si è inserito nel trend minorile più misterioso ed insopportabile del momento, quello di «6-7», «six-seveeeen». Chi non ha figli in età scolare non può capire l’opaca pervasività di questo socio-meme, che sembra occupare notte e giorno le menti degli infanti, e divertirli assai.
In pratica, non appena il bambino – in ispecie se in branco – nota da qualche parte il numero 6 seguito dal 7, parte automaticamente il grido collettivo: «six-seveeeen» urlan compiaciute le creature, movendo per qualche motivo le manine su e giù.
Pope Leo does the ‘67’ meme in new video. pic.twitter.com/nnaPtFa36L
— Pop Base (@PopBase) May 17, 2026
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Si tratta di un fenomeno globale, che parrebbe partito da una qualche gag tiktokkata nel mondo del basket o del rap USA, per poi tsunamizzarsi in un caso che riguarda tutti i pargoli della Terra. La questione, che si dà come simbolo dell’incomprensione transgenerazionale («ma perché fanno così?» si chiede il matusa, cui peraltro i monelli spesse volte cercano di tener nascosto il meme sociale), ha attirato l’attenzione degli autori del cartone più riflessivo ed irriverente della Terra, South Park, che in un episodio ha tirato in mezzo Peter Thiel e le sue teorie sull’anticristo, che sarebbero legate al 6-7, mentre Trump mette «incinto» Satana e ci convive alla Casa Bianca, dove il demonio si comporta da moglie gravida gelosa ed ormonalmente instabile. (La satira di South Park davvero sa inventarsi cose pazzesche)
E quindi, dopo l’anticristo, non poteva mancare la clip del papa americano indotto dai bambini – o forse dall’«animatore» che li accompagna… – a fare «six-seveeeen».
Il video sembra voler avvicinare il pontefice ai giovani attraverso i meme. I papi moderni, del resto, tendono a far così: se il modernismo è il programma di dissolvere la Chiesa di Dio nel mondo, ecco che i pontefici si adattano alle tendenze sociali (organiche o programmate che siano), dagli scherzi dei pargoli all’Intelligenza Artificiale, alla riproduzione artificiale, all’immigrazione, all’omotransessualismo.
Vista questa apertura del papato, vogliamo chiederci se non è il caso che il papa abbracci anche un trend, ancora più pervasivo e scatenato, che striscia presso la nostra gioventù, dalle elementari e oltre – l’estemporanea, continua, esecuzione, canora e strumentale, da parte dei bambini, di un brano ritenuto proibito nell’Italia repubblicana: stiamo parlando di Facetta nera.
Scena uno: piccolo ritrovo di amici a casa nostra. Amici in casa significa, invariabilmente, amici con figli. I quali subito si appartano, con i nostri, nella stanzetta dove si studia e si gioca, o dove c’è una bella tastierona Yamaha. Noi genitori intanto, in soggiorno, beviamo e sgranocchiamo, ciarliamo… fino a quando dalla stanza dei fanciulli sorge, inconfondibile, una melodia: ta-ta-ta-tarada…
Sono le note di Faccetta nera. Individuiamo subito il colpevole: è un bambino amico da sempre, serio e tranquillo, particolarmente intelligente e dotatissimo per la musica. Non sembra aver subito nessuna influenza di nostalgici del Ventennio, la madre è cresciuta in un Paese comunista. A fianco c’è un altro bambino la cui madre è cresciuta in un altro Paese comunista, e suo nonno partigiano ha combattuto fianco a fianco contro i nazisti con quello che ne sarebbe poi divenuto il celeberrimo presidente. Ebbene, la progenia dell’alta partigianeria è lì che ride felice mentre il suo amico, ad orecchio, riproduce la musichetta fascia.
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Scena due. Due anni fa ho comprato a mio figlio la tastierona di cui sopra, e per stimolarlo nello studio monosettimanale del piano ci ho pure attaccato un iPad con un app che fa da sintetizzatore ad ampio spettro; poi l’ultimo Babbo Natale ha portato pure una batteria elettronica: niente, l’entusiasmo verso la musica non è partito sino a che tutta la classe, su indicazione del nuovo maestro di educazione musicale, non ha dovuto investire 30 euri per compare una «melodica», uno strumento osceno, praticamente una pianola a fiato, collegata ai polmoni del bambino con un inguardabile tubo ospedaliero.
La dura realtà è che questo arnese inascoltabile gli piace da impazzire, lo suona in continuazione, pure quando scende dalla macchina. Ci zufola dentro melodie di ogni tipo, dalle canzoni di Natale a quelle delle festicciole di compleanno – in pratica tutte tranne quelle dei saggio di fine anno che, disastrosamente, si terrà domani.
Ecco che ci ritroviamo alla recita di fine anno delle elementari, tutta la classe è dotata dello strumento infernale, con cui avrebbe più tardi eseguito un Saltarello medievale, pure molto bello. Ma ecco che prima, quando tutte queste diecine di ragazzini sono seduti in ginocchio in cortile con il tubetto in bocca pronti a fare una piccola prova prima di iniziare, scatta, dinanzi a centinaia di genitori di tutte le classi, il ritornello imperiale: ta-ta-ta-tarada… Giù risolini.
Va così: nelle scuole della Repubblica nata dalla Resistenza (fiaba notissima che qui abbiamo talvolta contestato ricordando il vero padre della patria James Jesus Angleton) i nostri piccoli impazziscono per una delle canzoncine principali della dittatura fascista. Nelle scuole cattoliche, pure. Non escludiamo che vi siano casi persino nell’homeschooling.
Un’amica insegnante in provincia me lo conferma: il fenomeno è inarrestabile, incontrollabile, incontenibile. Gli studenti se la suonano e se la cantano fra loro, felicissimi, e a volte lo fanno pure facendosi sentire monellamente dall’autorità adulta di insegnanti, presidi, bidelli, genitori.
Urgono tante considerazioni: a cosa servono le ore di educazione civica inflitte ai bambini per farne cittadini sinceri-democratici? A nulla, e questa è decisamente una buona notizia. A cosa serve l’autolavaggio antifascista in cui immergono la popolazione di tutte le età? Articoli di giornale, libri, convegni, feste, musica rock, celebrità… A cosa servono tutte quelle sigle che dell’opposizione al fascismo ha fatto una raison d’être ossessa e totalista (Mussolini mai ha fatto cose buone! Ma scherziamo?!)? Tipo CGIL, ANPI, ARCI, AVS, ACLI, PD… ma che ci stanno a fare, con i loro miliardi di investimento nella creazione di una cultura antifascista (un intero sistema culturale, una filiera infinita: dalle Feltrinelli alle Feste dell’Unità, dalle cattedre ai compagni al cinema sponsorizzato dallo Stato, dai concertoni ai giornaloni in codominio con l’oligarcato finanziario) se poi i frugoletti intonano imperterriti il coretto nostalgico?
E ancora, chiediamoci: è possibile applicare la legge Mancino contro la massa di bambini italiani, virata mostruosamente verso il pericolo faashistah?
In verità bisogna realizzare – e ci rendiamo conto quanto sia difficile per chi ancora crede di essere di sinistra e pure per chi ha ammirazione per il regime mussolinico – che i bimbi con la canzoncina non stanno in alcun modo dirigendo verso il fascio.
Innanzitutto, perché il razzismo sembra, oggi, molto più difficile: nel gruppone di pargoli che suonavano la melodica di cui ho parlato sopra, c’era un ragazzino nero. Il quale è benvoluto da tutti i compagni, in un modo assolutamente organico e naturale. Sono pronto a scommettere che chiunque abbia fatto partire il motivetto abissino mai e poi mai abbia considerato, neppure per un istante, di ferirlo – perché con evidenza, l’ilarità provocata dall’esecuzione della solfa colonialista nulla ha a che fare con il suprematismo bianco. Sempre che, ipotesi che non mi azzardo a fare, a suonarla non sia stato proprio lui… Il che non avrebbe importanza, perché parliamo di un meme condiviso in tutta la popolazione pediatrica, praticamente.
In secondo luogo, saltiamo la staccionata e proviamo a dirlo una volta per tutte: Faccetta nera non è una canzone razzista. Anzi. Faccetta nera è una canzone antirazzista.
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Come? Ma dai. È il simbolo stesso dell’era fascista, che era razzista, dice il grillo parlante repubblicano installato dentro (e fuori) ognuno di noi. Abbiamo visto, nei decenni, scandali ingenerati da persone che l’avevano come suoneria del cellulare (un tempo una delle più diffuse tra le figure che si vogliono sfrontate), e ci sembra di ricordare di consiglieri comunali e altre figure politiche di tutti i gradi ammonite o persino disintegrate per lo squillo del telefono finito pubblico: ti-ti-ti-tiridi…
Ci siamo sempre chiesti come questo sia possibile: l’antirazzismo di Faccetta nera si manifesta subito quando si rivolge alla protagonista della canzone, la donna africana, chiamandola «bella abissina». Come può essere razzista chi ritiene un membro dell’altra razza come «bello», lasciando immaginare pure altri concetti di attrazione?
Il testo parla alla bella abissina come qualcuno da far entrare nel sistema dello Stato – all’epoca Regno, Impero – italiano. «Faccetta nera, bell’abissina / Aspetta e spera che l’ora si avvicina! /Quando saremo insieme a te / Noi ti daremo un’altra legge e un altro Re (…) Faccetta nera, piccola romana / Accogli in sogno questa mia canzone / Vedi nell’alto il faticar dell’uomo Per la tua terra, per la tua civiltà.»… sono parole che non parlano della maschia violenza dei bruti e degli skinheddi, sono parole di accoglienza, di integrazione. Come nei sogni del PD e delle ONG sorosiane, del cleroneocattolic, dell’immigrazionismo calergista più sfrenato, proprio.
Vale la pena di ricordare come e quando fu scritta: fu la reazione del poeta romanesco Renato Micheli che scrisse un testo (poi musicato da Mario Ruccione) alle notizie dell’abolizione della schiavitù nel Tigrè e in tutta l’Etiopia occupata dagli italiani. I critici, senza veri appigli, dicono che è solo un inno al madamato, cioè al concubinaggio more uxorio dei coloni con donne locali, ma il succo non cambia: potete tirar fuori la guerra e l’uso delle armi chimiche, ma l’appello all’unione umana con la gente abissina è incontrovertibile.
Sì: Faccetta nera è una canzone multirazziale, che inneggia persino al meticciato. È una canzone che parla di integrazione prima che al mondo comparisse l’inscalfibile monolite del terzomondismo, per cui bisogna integrare nelle società avanzate la disfunzione post-coloniale, invece che innalzare il livello di civiltà di quelle popolazioni là dove si trovano, senza bisogno di traversate in gommone.
Faccetta nera è una canzone antirazzista in modo così plateale che, cosa non notissima a causa della cappa comunista-repubblicana postbellica, il fascismo tentò di censurarla, specie dopo le leggi razziali del 1937: nemmeno lì si riuscì a fermare la forza memetica del brano, che continuò ad essere cantato, suonato e fischiettato ovunque.
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Specifico che la canzoncina, a me non piace in nessun modo (come non amo il fascismo), e non mi risuona in testa come sembra invece fare a tutti. Tuttavia non ho mancato, nella vita, di parlarne con le abissine che ho incontrato. Le quali, in genere abbastanza «belle», non sembravano particolarmente turbate: anzi, il riconoscimento musicale condiviso della loro beltà trovava un certo non celato compiacimento, e di lì a significare il fascino algido e misterico di etiopi ed eritree, tipo, diciamo, Zeudi Araya, attrice di straordinaria avvenenza abissina famosissima negli anni Settanta.
Di più: le belle abissine non sembravano mai particolarmente turbate dal periodo coloniale italiano, anzi. Alcune cominciano a parlarti della parte italiana finita nel proprio albero genealogico: «il mio bisnonno era di Verona» attaccò a raccontarmi una bellezza di Asmara… «Mio padre è nato in quella casa all’inizio di Corso Genova», mi disse un tassista milanese di origini etiopi, «e io quando passo davanti benedico quel posto». Ecco. l’anticolonialismo, l’antifascismo di tanti abissini si risolve così: nell’integrazione completa con l’Italia, esattamente come cantato da Faccetta nera.
Nel frattempo, un amico che fa l’insegnante di musica alle medie durante un viaggio in macchina mi fa sentire quello che circola tra gli alunni: arrangiamenti di Faccetta nera in ogni possibile declinazione. C’è la versione posata sulle musiche de Il Signore degli Anelli. C’è quella in salsa rock’n’roll. C’è quella in 8-bit, a riprova che è tracimata in ogni possibile strumento musicale in mano ad un italofono. C’è quella, impressionante, calata nella sinfonia di John Williams per la colonna sonora di Guerra Stellari: si chiama «Faccetta Morte Nera».
Una risata vi seppellirà, dice un celebre slogano attribuito all’anarchico Mikhail Bakunin, ma che oggi non ci scandalizzermo a sentir proferita dai papi dei meme.
C’è da chiedersi quindi: le risate dei bambini seppelliranno la cultura isterica e fissata che regna sulla Repubblica?
Roberto Dal Bosco
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Immagine generata artificialmente
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