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Eutanasia

517 persone sono morte per eutanasia senza richiesta nel 2021

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Nei Paesi Bassi, fin dall’introduzione della legge sull’eutanasia, si riscontrano problemi legati all’eutanasia senza richiesta esplicita (LAWER) e alla mancata segnalazione dei casi di eutanasia.

 

Ogni cinque anni, il governo olandese incarica ricercatori di condurre uno studio per analizzare i decessi causati da decisioni mediche di fine vita. I medici ricevono questionari anonimi per determinare le cause di morte in un dato anno, includendo eutanasia, suicidio assistito e casi di fine vita senza richiesta esplicita (LAWER).

 

Lo studio del 2021 ha registrato 9.799 decessi assistiti, di cui 9.038 per eutanasia, 245 per suicidio assistito e 517 per LAWER, ovvero casi in cui la vita è stata terminata intenzionalmente senza una richiesta esplicita del paziente. Questi 517 casi rappresentano circa lo 0,3% dei decessi totali, inclusi sei casi di neonati, terminati secondo il protocollo di Groninga, che consente l’eutanasia di neonati con gravi disabilità se un genitore e un medico concordano che la vita del bambino sia «incompatibile» o priva di prospettive.

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Lo studio del 2015, pubblicato sul New England Journal of Medicine, riportava 7.254 decessi assistiti, di cui 6.672 per eutanasia, 150 per suicidio assistito e 431 per LAWER. I dati mostrano che la percentuale di decessi LAWER è rimasta stabile tra il 2015 e il 2021, indicando che la pratica di terminare vite senza consenso esplicito persiste a un ritmo costante. Il rapporto ufficiale olandese del 2021 ha segnalato 7.666 decessi per eutanasia, ma lo studio governativo ne ha contati 9.799, evidenziando 2.133 decessi assistiti non segnalati (circa il 22%).

 

Analogamente, nel 2015, su 7.254 decessi assistiti, 1.693 non furono segnalati (circa il 23%). Questo suggerisce che oltre il 20% dei decessi assistiti nei Paesi Bassi non viene regolarmente riportato.

 

In Canada, dove l’eutanasia (MAiD) è legale dal 2016, non esistono studi simili per verificare abusi o decessi non segnalati. Tuttavia, un’analisi del rapporto sull’eutanasia del Québec 2021-22, condotta da Amy Hasbrouck, ha rivelato una discrepanza di 289 decessi, suggerendo una sottostima del 7%.

 

È probabile che casi simili si verifichino anche altrove in Canada, ma senza studi specifici non è possibile confermarlo. I dati olandesi sollevano interrogativi sulla possibilità che pratiche simili di eutanasia senza consenso o non segnalata avvengano in altri paesi, come il Canada. La mancanza di studi analoghi rende difficile rispondere a queste domande.

 

La legalizzazione dell’eutanasia e del suicidio assistito non elimina il fenomeno dell’omicidio medico; la normalizzazione dell’eutanasia sembra giustificare questi atti indicibili.

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Eutanasia

Noelia e il sistema della morte

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Il caso di Noelia, la giovane donna spagnola alla quale è stata «concessa» l’eutanasia a domicilio, è stato immediatamente inghiottito nella solita polarizzazione sterile.   Da una parte, la narrazione dominante: libertà, diritto, autodeterminazione, scelta consapevole. Dall’altra, la contro-narrazione speculare: diritti negati, Stato assente, sistema sanitario incapace di prendersi cura dei sofferenti. Ma si tratta in realtà di due letture che tendono a «galleggiare» in superficie, in cui le opposte fazioni si interrogano sulle conseguenze senza mai mettere in discussione le cause e, soprattutto, senza ricercare l’origine di una visione dell’uomo ormai profondamente deformata.   Già, perché il punto non è stabilire se la scelta di Noelia sia stata libera e consapevole oppure no, bensì capire come si è arrivati a considerare la morte una risposta alla sofferenza. Anzi, la risposta alla sofferenza. Il sistema sanitario spagnolo ha accolto la richiesta di morte di Noelia come conforme ai criteri di legge: sofferenza ritenuta intollerabile, assenza di prospettive terapeutiche, volontà reiterata di porre fine alla propria vita. Tutto perfettamente legale, tutto perfettamente coerente. Ma è proprio questa coerenza a essere inquietante.   La vicenda di Noelia non è diversa, nella sostanza, dalle tante che l’hanno preceduta, come i casi di Charlie Gard, Alfie Evans, Vincent Lambert, Eluana Englaro o Terry Schiavo. Cambiano i contesti, cambiano le sentenze, cambia il lessico, ma la struttura è identica. Si parte sempre dalla medesima premessa antropologica: per essere riconosciuta come degna di essere vissuta, la vita deve essere cosciente, autonoma, relazionale, efficiente.   Quando perde queste caratteristiche, diventa discutibile; quando diventa segnata dalla sofferenza, può essere considerata non più degna. Non si tratta però di una deriva improvvisa, ma il risultato di un lungo processo culturale in cui il momento di svolta è rappresentato dall’introduzione del criterio della morte cerebrale.

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È proprio a questo punto che si è consumato il primo e decisivo strappo: un essere umano può essere dichiarato cadavere non perché il suo organismo ha cessato di vivere, ma perché ha perso una funzione ritenuta essenziale. Da quel momento in poi, la vita umana non coincide più con l’unità biologica dell’organismo, ma con la presenza di determinate prestazioni funzionali.   In un editoriale del The New York Times del 30 luglio 2025 intitolato Donor organs are too rare. We need a new definition of death, alcuni cardiologi di fama internazionale propongono apertamente di ridefinire la morte sulla base della perdita di specifiche funzioni cognitive. La memoria, l’intenzione e il desiderio sarebbero, secondo tale impostazione, le vere basi dell’identità personale e quando esse vengono meno, la persona può essere considerata morta, anche se l’organismo continua a vivere in senso biologico.   Non si tratta tuttavia di un’eccezione ma della formalizzazione esplicita di una linea teorica già ben nota, sviluppata sul piano filosofico da Peter Singer, per il quale la persona coincide con il possesso di determinate capacità cognitive. Dove queste capacità non ci sono, o vengono meno, non c’è più una persona in senso pieno. E dove non c’è più persona, non c’è più neppure un soggetto da rispettare.   Il resto viene da sé: se la vita vale solo in quanto «qualificata», allora può essere giudicata; se può essere giudicata, può essere ritenuta insufficiente; se è insufficiente, può essere soppressa. Si tratta di una catena logica semplice, lineare, implacabile. La sofferenza non è più un evento da accompagnare, ma un parametro da valutare. E quando essa si accorda al desiderio di morire, viene elevata a criterio: nasce così la «morte sociologica».   In pratica, quando la persona non soddisfa più gli standard qualitativi della modernità, viene progressivamente espulsa dalla piena umanità, prima sul piano culturale, poi su quello giuridico, infine su quello clinico. Il sistema che oggi chiama «diritto» l’eutanasia è lo stesso che ieri ha ridefinito la morte in termini funzionali, che ha ridotto il corpo a materiale biologico disponibile e la persona a un insieme di prestazioni; è lo stesso che oggi decide quali vite meritano di essere vissute e quali no. In questo senso, l’eutanasia non è una deviazione del sistema, ma la sua coerente espressione.   Dalla ridefinizione della morte alla relativizzazione del valore della vita e, infine, alla soppressione come atto terapeutico e caritatevole. Un percorso circolare, perfettamente logico: la vita viene prima svuotata, poi valutata, infine eliminata. E tutto questo viene raccontato come progresso, come civiltà, come conquista di diritti, oppure, all’opposto, come fallimento della società civile. Ma finché continueremo a discutere di libertà o di abbandono senza mettere in discussione la nuova antropologia inaugurata dalla rivoluzionaria ridefinizione della morte e dell’esistenza umana, continueremo a muoverci dentro lo stesso schema.   Cambieranno le parole, ma non la sostanza. E la sostanza è una sola: quando la vita perde il suo valore intrinseco, la morte diventa una soluzione perfettamente coerente.   Alfredo De Matteo

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Eutanasia

Eutanatizzata dopo essere stata vittima di stupro di gruppo: ecco l’Europa moderna

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La 25 spagnola Noelia Castillo è morta giovedì dopo aver ricevuto farmaci letali in una struttura medica a Sant Pere de Ribes, vicino a Barcellona. Aveva chiesto di essere sola al momento del decesso, sebbene alcuni familiari fossero stati presenti poco prima. Un’amica intima, che sperava di convincerla a cambiare idea, sarebbe stata impedita dall’ospedale di vederla prima.

 

Noelia soffriva di disturbi psichiatrici, tra cui disturbo borderline di personalità, e aveva già tentato il suicidio. Nell’ottobre del 2022, a quanto pare in seguito ad anni di violenze sessuali e a una recente aggressione di gruppo, si gettò da una finestra del quinto piano nel tentativo di togliersi la vita, riportando una paraplegia irreversibile e un dolore cronico. In seguito, le fu riconosciuta una grave disabilità.

 

In un’intervista trasmessa il giorno prima della sua morte, Noelia disse di «non poterne più andare avanti», aggiungendo: «Finalmente ci sono riuscita, quindi vediamo se ora potrò finalmente riposare». Disse anche: «Nessuno della mia famiglia è d’accordo… ma che dire del dolore che ho sofferto in tutti questi anni?».

 

Nell’aprile del 2024, Noelia presentò domanda di eutanasia assistita a un organismo di controllo catalano, che approvò la sua richiesta, ritenendo che soddisfacesse i requisiti di legge. La decisione fu contestata dal padre, rappresentato dallo studio legale cattolico conservatore Abogados Cristianos, il quale sostenne che le condizioni di salute della madre compromettevano la sua capacità di decidere. Il caso passò attraverso diversi tribunali, con la Corte Suprema spagnola che confermò il suo diritto e il rigetto, all’inizio di questo mese, di un ultimo ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

 

Come riportato da Renovatio 21, non solo il Regno di Spagna ha spalancato le porte alla «dolce morte» (con anni di ampie discussioni anche sull’uccisione dei disabili), ma la regione autonoma della Catalonia – creatasi in opposizione separatista a Madrid e quindi al supposto re cattolico – è divenuto in questi anni patria del fondamentalismo eutanasico, con casi davvero grotteschi, come quello dell’assassino stragista che chiede, lamentando il dolore, di essere ucciso prima ancora di venir giudicato definitivamente.

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La stampa spagnuola descritto Noelia come una delle persone più giovani ad essersi sottoposta all’eutanasia nel Paese, che ha legalizzato la pratica nel 2021. La Spagna è uno dei diversi Stati europei che consentono il suicidio assistito per gli adulti affetti da malattie gravi e incurabili o da gravi sofferenze, a determinate condizioni. Secondo i dati del Ministero della Salute, alla fine del 2024 un totale di 1.123 persone si erano sottoposte alla procedura.

 

Il caso di Noelia , il primo in Spagna ad essere portato davanti a un giudice per pronunciarsi sull’eutanasia, ha attirato l’attenzione di tutto il Paese, alimentando il dibattito, anche tra esperti medici ed etici. Alcuni specialisti hanno dichiarato ad ABC che il caso soddisfaceva i criteri legali per la morte assistita, mentre altri lo hanno descritto come «un fallimento della società e della medicina», sollevando dubbi sulla sua capacità mentale e sul fatto che le opzioni terapeutiche alternative fossero state pienamente esplorate.

 

In un post su X, confermando la morte di Castillo, lo studio legale Abogados Cristianos ha chiesto modifiche alla legge, affermando che non tutela le persone vulnerabili. La sua presidente, Polonia Castellanos, ha scritto che «Noelia non è morta, è stata GIUSTIZIATA», criticando quella che ha definito una mancanza di cure adeguate e sostenendo che la morte non dovrebbe essere una soluzione per i giovani.

 

La vicenda offre un quadretto chiarissimo di cosa sta diventando l’Europa: una terra di degradazione e morte. La Necrocultura permette a chiunque di farsi uccidere dallo Stato moderno, mentre quest’ultimo importa milioni di immigrati che aumenteranno stupri e violenza. Un meccanismo perfetto di disintegrazione dell’essere umano: più attacchi alla dignità umana, più morte.

 

Mettiamocelo in testa: è questo quello che esattamente vuole lo Stato moderno, che altro non è che una macchina di morte programmata contro l’essere umano.

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Eutanasia

La Scozia respinge la legge sull’eutanasia: vittoria per la Chiesa e per la vita

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La sera del 17 marzo 2026, i parlamentari scozzesi hanno respinto, con 69 voti contro 57, il disegno di legge per legalizzare l’eutanasia nel paese. Va detto che i vescovi cattolici avevano fatto tutto il possibile per lanciare l’allarme. In una dichiarazione pubblicata pochi giorni prima, la Conferenza episcopale scozzese aveva denunciato un testo che avrebbe consentito agli adulti malati terminali di richiedere assistenza medica per porre fine alla propria vita.   San Patrizio, patrono d’ Irlanda, diede probabilmente una spinta ai suoi cugini scozzesi: fu infatti il ​​17 marzo, giorno della sua festa, che i membri del parlamento respinsero il disegno di legge. Per i vescovi, questo testo rappresentava un grave attacco alla libertà religiosa e alla libertà di coscienza.   Il progetto avrebbe potenzialmente costretto le istituzioni cattoliche – ospedali, case di cura e professionisti sanitari – a partecipare, direttamente o indirettamente, ad atti contrari alla dottrina della Chiesa.   Il vescovo John Keenan, presidente della conferenza episcopale, aveva definito il piano un «disastro terribile», avvertendo che avrebbe gettato gli anziani, i malati e i disabili in una «paura profonda e viscerale».   La Chiesa cattolica scozzese ha colto l’occasione per ribadire che la vera compassione consiste nell’accompagnare la sofferenza con cure palliative di qualità, non nell’accelerare la morte. Ha chiesto un dibattito autentico sulle cure di fine vita, anziché una legalizzazione affrettata, e la sua voce è stata ascoltata.

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Un’eco preoccupante in Francia

Questo grido d’ allarme scozzese risuona in particolare in Francia, dove il disegno di legge relativo al «diritto al suicidio assistito» è stato approvato in seconda lettura dall’Assemblea nazionale alla fine di febbraio 2026 (299 voti a favore, 226 contrari).   Il testo sancisce il diritto all’autosomministrazione di una sostanza letale (il suicidio assistito come norma), con la somministrazione da parte di un operatore sanitario in caso di incapacità fisica ( l’eutanasia come eccezione). Nonostante il rifiuto iniziale al Senato nel gennaio 2026, il disegno di legge sta procedendo, aprendo la strada alla legalizzazione effettiva qualora l’iter parlamentare abbia esito positivo.   Anche i cattolici francesi ravvisano gli stessi pericoli: una banalizzazione della morte, una maggiore pressione sui più vulnerabili (anziani isolati, disabili, malati psichiatrici) e una minaccia alla clausola di obiezione di coscienza di chi si prende cura degli altri e delle istituzioni religiose.   Sebbene le cure palliative continuino a ricevere risorse insufficienti, la priorità dovrebbe essere il loro massiccio sviluppo, in linea con l’ insegnamento della Chiesa che difende l’ inviolabilità della vita, dal concepimento alla morte naturale.   Scozia e Francia illustrano lo stesso cambiamento culturale: sotto la maschera dell’autonomia , è la «cultura della morte» che avanza. Ma respingendo questo disegno di legge, la Scozia dà ragione a coloro – primi fra tutti i vescovi scozzesi – che si sono rifiutati di rassegnarsi al peggio, invocando sia la preghiera sia una difesa intransigente della vita.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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Immagine di Rhys Asplundh via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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