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Zuckerberg ammette di avere censurato tutti. Sarà punito lui o il sistema che ha dietro?

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Il CEO di Meta Mark Zuckerberg ha ammesso che l’amministrazione Biden ha fatto pressione sulle sue aziende di social media «per censurare determinati contenuti sul COVID-19» e che era sbagliato censurare la storia del laptop di Hunter Biden.

 

In una lettera indirizzata al presidente della commissione giudiziaria della Camera, il deputato repubblicano Jim Jordan, lo Zuckerberg scrive che «nel 2021, alti funzionari dell’amministrazione Biden, inclusa la Casa Bianca, hanno ripetutamente fatto pressione sui nostri team per mesi affinché censurassero determinati contenuti sul COVID-19, tra cui umorismo e satira, e hanno espresso molta frustrazione nei confronti dei nostri team quando non eravamo d’accordo».

 

«Alla fine, la decisione se rimuovere o meno i contenuti è stata nostra, e siamo responsabili delle nostre decisioni, comprese le modifiche relative al COVID-19 che abbiamo apportato alla nostra applicazione in seguito a questa pressione», afferma il giovane ultramiliardario.

 


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«Credo che la pressione del governo fosse sbagliata e mi dispiace che non ne siamo stati più espliciti», continua l’amministratore delegato, presidente e fondatore di Facebook. «Penso anche che abbiamo fatto delle scelte che, a posteriori e con nuove informazioni, oggi non faremmo».

 

«Come ho detto ai nostri team in quel momento, sono fermamente convinto che non dovremmo compromettere i nostri standard di contenuto a causa delle pressioni di qualsiasi amministrazione, in entrambe le direzioni, e siamo pronti a reagire se dovesse succedere di nuovo qualcosa del genere».

 

Lo Zuck non si è fermato al coronavirus. Ha anche ammesso che è stato un errore censurare l’articolo-bomba del New York Post sul laptop di Hunter Biden prima delle elezioni del 2020.

 

«In una situazione separata, l’FBI ci ha messo in guardia su una potenziale operazione di disinformazione russa sulla famiglia Biden e Burisma in vista delle elezioni del 2020», si legge nella lettera. «Quell’autunno, quando abbiamo letto un articolo del New York Post che riportava accuse di corruzione che coinvolgevano la famiglia dell’allora candidato democratico alla presidenza Joe Biden, abbiamo inviato la storia ai fact-checker per una revisione e l’abbiamo temporaneamente declassata in attesa di una risposta».

 

«Da allora è stato chiarito che il reportage non era disinformazione russa e, a posteriori, non avremmo dovuto sminuire la notizia», ​​ha affermato Zuckerberg, che non si avventura in pensieri sul fatto che, a questo punto, possiamo definire le elezioni che si sarebbero tenute di lì a poche settimane come falsate, viziate in partenza.

 

Di più: ecco che vengono a galla gli «Zuck-bucks», cioè l’investimento da quasi mezzo miliardo di dollari fatto dal fondatore di Facebook per salvaguardare «l’integrità elettorale». In vista delle elezioni presidenziali del 2020, lo Zuckerberg aveva donato più di 400 milioni di dollari a un’organizzazione non-profit di sinistra, The Center for Technology and Civic Life, che ha poi distribuito il denaro agli uffici elettorali dei governi locali, in gran parte nelle contee a maggioranza democratica. Varie analisi hanno dimostrato che il finanziamento ha notevolmente aumentato i margini di voto di Joe Biden in stati chiave cruciali e potrebbe aver determinato l’esito delle elezioni.

 

«Alcune persone credono» che il suo enorme investimento finanziario nel sostegno alle «infrastrutture elettorali» durante le elezioni presidenziali del 2020 «abbia favorito un partito rispetto all’altro», ovvero i Democratici, dice lo Zuckerbergo nella missiva alla Commissione.

 

Tali contributi «sono stati concepiti per essere imparziali e distribuiti tra comunità urbane, rurali e suburbane».

 

«Il mio obiettivo è essere neutrale e non giocare un ruolo in un modo o nell’altro, o anche solo sembrare di giocare un ruolo. Quindi non ho intenzione di dare un contributo simile in questo ciclo», ha detto.

 

Queste improvvise multiple ammissioni stanno facendo discutere il mondo. È praticamente impossibile che il lettore non sappia quello che è successo: durante il biennio pandemico Facebook, il più popolato social della Terra, fece scattare la mannaia della censura su tutti i suoi utenti. Era proibito non solo mettere in discussione restrizioni COVID, vaccini ed origini del virus; in alcuni casi diveniva lampante che diveniva problematico anche solo parlarne, citare la questione, mentre milioni di persone, orwellianamente, si piegavano o restando in silenzio o tentando di esprimersi in quello che chiamano algospeak («v**cino, C*OVID, etc.).

 

In realtà, se il lettore è presente su una piattaforma Meta – cioè Facebook e Instagram, restando la finzione del Whatsapp libero (nonostante le spinte della Casa Bianca e di Bill Gates, che teniamo a mente è in qualche parte socio di Facebook) – è altamente improbabile che non ne sia stato toccato, anche solo con la forma dello shadow banning: pubblicate quello che volete, poi tanto la piattaforma non la mostra a nessuno.

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Come sa chi ci segue, Renovatio 21 fu ripetutamente sospesa, per poi arrivare alla soluzione finale: disintegrazione della pagina Facebook e pure degli account personali associati. Chi scrive si è trovato quindi d’improvviso non più senza lo strumento che portava il traffico a questo sito, ma a tre lustri di memorie, contatti, pensieri, immagini personali. Perché hanno colpito proprio il profilo, cancellandolo – e più avanti, in una sorta di capriccio non subito spiegabile, hanno cancellato pure altre pagine legate alla mia persona, «Civiltà del Tabarro» (gioviale paginetta dedicata all’imbattibile ed eterno soprabito, con migliaia di follower) e pure la paginetta di organizzazione della Messa antica nel mio territorio.

 

Come abbiamo già avuto modo di raccontare, portammo Meta in tribunale, dove il giudice emise l’ordinanza di ridarci la pagina e l’account. Tuttavia, abbiamo avuto subito l’impressione che la pagina fosse shadowbannata: le diecine, centinaia, migliaia di like e condivisioni (in un caso arrivammo a più di 12.000 per un singolo video: un record impressionante) di un tempo si erano ridotte a due, tre.

 

È bene ricordare che non si trattava di una paginetta piccola: eravamo arrivati quasi a 20 mila follower, e continuavamo a crescere. Fino a che ci sembra pure – ma stiamo scavando con la memoria – ci sia stato detto che sopra un certo tetto non potevamo andare. Ad ogni modo, la pagina attualmente è abbandonata, ed è facile capire perché.

 

Di fatto, ci è diventato chiaro che avevamo a che fare con un sistema malvagio. Con pervicacia, portavano avanti un’agenda politica (biopolitica) in spregio al rispetto per l’utente e per la legge italiana. Secondo il diritto commerciale italiano, non è possibile cambiare un contratto senza che una parte avvisi l’altra: e gli «Standard della Comunità», eternamente cangianti per inserirvi qualsiasi cosa (del tipo: l’impossibilità di dire, anche solo in via ipotetica, anche solo riportando il pensiero di esperti, che il COVID potrebbe essere una bioarma), possono costituire una violazione – così almeno pensava il mio avvocato Gianni Correggiari (pace all’anima sua).

 

Inoltre, c’è questa cosa che si chiama Costituzione, che in quei mesi mostrò di non contare nulla. La Carta, e non solo quella italiana, prevede la libertà di espressione, un tratto che ci hanno spiegato (e continuano pure a ripeterlo!) è fondamentale per la Democrazia. Pare invece che abbiano consentito tranquillamente ad una multinazionale straniera di calpestare i diritti costituzionali degli italiani. Perché può anche essere vero che si tratta di una piattaforma privata (normata, ripetiamo, da un rapporto commerciale, dove voi siete in realtà il prodotto: per questo Facebook non dice più che è gratis) ma non esiste che io possa imbavagliare qualcuno che viene a cena a casa mia, né che lo possa mettere alla porta (specie in presenza di un rapporto legale di qualche tipo) tenendomi pure delle cose sue, anche fossero dati intangibili.

 

Il motivo perché davanti a questo macello del diritto – che si innesta nel più grande quadro pandemico del massacro finale dello Stato del diritto, dell’inversione del rapporto tra cittadino e Stato – nessuno ci abbia difesi è semplice. I politici – tutti – sono sottomessi al software dello Zuckerberg, perché chissà mai, se gli diventi antipatico, magari tolgono (senza che tu nemmeno in realtà possa accorgertene, possa averne prova) audience ai tuoi post. E a quel punto, i voti, come li vai a prendere?

 

Salvini, come noto, fece di Facebook lo strumento principale della sua cavalcata politica – ricorderete «la Bestia» e la sua ingloriosa fine. La Meloni non fece, ci pare, che copiare quanto fece Salvini. È quindi improbabile che i vertici si arrischino di difendere i loro elettori contro il guardiano che di fatto permette di arrivare ad essi. Ecco il piccolo segreto di Pulcinella sull’impunità di Facebook: hanno tutti troppa paura. E se i leader lasciano stare, cosa pensate possa fare il deputatino che non sa nemmeno se racimolerà i voti necessari a farsi rieleggere?

 

Per questo ritengo che non ci sia davvero nulla da festeggiare rispetto all’ammissione dello Zuckerberg, che sta solo cercando di fare l’occhiolino al possibile ritorno alla Casa Bianca di Trump, il quale –  ricordiamolo – ha definito Facebook come «nemico del popolo», invitando intere nazioni a portare la società in tribunale.

 

In rete circola qualche lettura della mossa: il ragazzo ebreo del New Jersey in realtà si sta solo portando avanti rispetto ad un possibile whistleblower, una gola profonda che potrebbe ora saltare fuori e spiattellare cose ancora più imbarazzanti – rammentando sempre che il connubio tra lo Stato e i privati per limitare la libertà di parola è severamente proibito dal Primo Emendamento della Costituzione americana, che come quella italiana è stata fatta a pezzettini dal coronavirus.

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Altri dicono che lo Zuckerberg, che a questo punto potrebbe essere accusato apertamente di interferenza elettorale nel 2020, stia cercando di proteggersi da qualcosa di più grande: processi massivi della nuova presidenza Trump, in cui potrebbe essere punito in tribunale con severità esemplare.

 

A questo punto è il caso che facciamo cascare anche un’ulteriore maschera: la censura su Facebook non è iniziata con il COVID. Chi scrive può testimoniare di essere stato testimone di uno strano fenomeno ancora una decina di anni fa: d’improvviso, credo fosse il 2014, Facebook mi tolse, senza alcune spiegazioni, l’accesso alla pagina. Mi venne detto che avrei dovuto caricare un documento per riavere accesso. Ebbene sì: sono stato, purtroppo, pioniere anche della cancel culture e della censura elettronica.

 

In nessun modo mi era chiaro cosa avessi fatto, né vi era modo di saperlo. Bada bene: la mia presenza sui social era piuttosto pacata, perché, per questioni anche professionali oltre che di gusto personale, vi tenevo un profilo piuttosto basso. Niente parolacce, insulti, opinioni al Napalm. Eppure, eccomi cancellato da un sito al quale avevo fornito pensieri, foto, immagini già da 7 anni: mi iscrissi un giorno a Londra nel 2007, vedendo che tutte le amiche mi invitavano a provare questa cosa nuova. «Sono su Facebook» sembrava aver rimpiazzato lo scambiarsi il numero di telefono…

 

Di primo acchito, rifiutai di piegarmi all’ingiunzione posta per riavere l’account sequestrato. Ma come si permettono? Ma cosa è questa roba? Ma è legale che mi chiedano un documento d’identità? Chiesi allora ad un mio collega di verificare dal suo profilo: ogni mia presenza sul social era sparita. «E scusa, i messaggi che ci siamo mandati sul messenger?» Erano spariti anche quelli, cioè risultava che aveva parlato con qualcuno senza faccia, l’iconcina anonima in chat invece della mia foto, e le mie parole sparite: vedeva quello che aveva detto lui, mai quello che rispondevo lui. Grottesco, allucinante, orwelliano. Un piccolo episodio di Black Mirror o per chi se lo ricorda, Ai confini della realtà.

 

Cancellato dal sistema sociale principale dell’era informatica. Ed era solo il 2014.

 

Qualcuno ricorderà pure che ad un certo punto, qualche anno dopo ma sempre molto prima del COVID, decine se non centinaia di aderenti a due movimenti di destra vennero cancellati dal social. Cosa era accaduto? Cosa avevano fatto? Non è mai stato chiarito, partirono querele. Mi divenne chiaro che Facebook operava su input che non potevano essere solo interni all’azienda: qualcuno, anche in Italia, forse compilava questa sorta di «liste di proscrizione e gliele passava».

 

Di fatto, tempo dopo il sito di giornalismo d’inchiesta The Intercept pubblicò nel 2021 alcune di queste liste, che contenevano quantità incredibili di «individui e organizzazioni pericolose», da sigle terroriste ai gruppi musicali. Allora, eravamo finiti già finiti da almeno due anni in lista per Newsguard, lo strano ente presieduto da potenti della Terra (ex direttori CIA inclusi) e fiancheggiato da Gates che addita alcuni siti di essere fake news. Riteniamo che questa lista sia particolarmente delicata: perché riguarda non la politica, ma la biopolitica, ovvero l’interesse primario del potere del XXI secolo. Non sappiamo che cosa succeda poi agli elenchi stilati da Newsguard, ma qualcuno ci ha detto che un colosso informatico mondiale starebbe bloccando Renovatio 21 nella sua rete intranet, una cosa che ci ha un po’ scioccato.

 

E poi, facciamoci un giro in rete. Troviamo immagini di un evento di sei anni fa (sei) chiamato F8 Keynote in cui Zuckerberg parla al pubblico con dietro proiettate enormi le scritte «Combattere le Fake News» e «Integrità elettorale».

 

Mark Zuckerberg F8 2018 Keynote

 

Mark Zuckerberg F8 2018 Keynote

 

Era il 2018, in piena era Trump, e non crediamo che alcun membro dell’amministrazione del biondo del Queens possa aver fatto pressioni all’azienda perché se ne occupasse. Con evidenza, qualcuno, ben prima di Wuhan, con Mark stava già lavorando, magari con pressioni non diverse da quelle di cui ora lui accusa l’amministrazione Biden.

 

Ma allora, qual è davvero il lavoro di Facebook? Cosa vi è dietro?

 

The Onion, il sito di informazione satirica americana par excellence (un tempo divertentissimo, ora con la dittatura woke per niente) pubblicò nel 2011 un video davvero indicativo: «CIA’s “Facebook” Program Dramatically Cut Agency’s Costs», cioè «il programma “Facebook” della CIA riduce drasticamente i costi dell’agenzia».

 

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«Il Congresso oggi ha dato nuovi fondi a Facebook, il programma di sorveglianza di massa operato dalla CIA» dice la conduttrice del finto TG. «Secondo un rapporto della Homeland Security, Facebook ha sostituito qualsiasi altro programma di raccolta informazioni della CIA da quando è stato lanciato nel 2004».

 

«Molto del credito va all’agente CIA Mark Zuckerberg», che è premiato per «il più grande strumento di controllo della popolazione mai creato». Ha-ha.

 

All’epoca, quindi, si poteva discuterne: anzi, sulle origini militari di Facebook si poteva perfino scherzare.

 

Andiamo più a fondo: la giornalista d’inchiesta Whitney Webb non manca di far notare che, per pura casualità, Facebook nasce esattamente lo stesso giorno (4 febbraio 2004) in cui viene cestinato il programma governativo Total Information Awareness (TIA), un sistema di controllo capillare dei cittadini «onniveggente» portato avanti dopo l’11 settembre da personaggi legati allo scandalo Iran-Contra. Il TIA, una iniziativa pubblica, crollò sotto la pressione di giornali e politici che ne indicavano la follia totalitaria soggiacente. Tuttavia, dove il governo non poteva arrivare, sarebbe arrivata una società privata…

 

La Webb butta lì qualche dettaglio di storia aziendale interessante: «Sean Parker, che divenne il primo presidente di Facebook, aveva anche una relazione con la CIA, che lo reclutò all’età di sedici anni subito dopo essere stato arrestato dall’FBI per aver violato database aziendali e militari. Grazie a Parker, nel settembre 2004, [Peter] Thiel ha acquisito formalmente 500.000 di azioni Facebook ed è stato inserito nel suo consiglio di amministrazione».

 

Ora capite, si tratta di punire Zuckerberg o di affrontare qualcosa di più grande dell’ultramiliardario con i suoi bunker apocalittici alle Hawaii e i pedofili che scorrazzano sui suoi social? Che cosa abbiamo davvero davanti?

 

Facebook è solo un ortaggio che compare in superficie: la pianta da sradicare, sotto, è immensa, ha radici ovunque, radici tenaci, e oscure.

 

E quindi: a cosa avete dato i vostri dati, anche i più intimi, anche se nemmeno lo sapete? Fate pure quelli che «non posto mai niente»: bravi, tuttavia, grazie a voi, sanno cosa guardate, chi guardate, chi conoscete dove siete, cosa fate, più almeno una foto buona per il riconoscimento facciale.

 

Se ci mettiamo anche Whatsapp (che Elon Musk definisce «uno spyware»), possiamo dire che sanno pure cosa pensate, come è la vostra vita ad un livello sotto, più privato, di quello pubblico di Facebook. E realizzatelo pure: si dice che esistano profili nascosti, già pronti, anche per coloro che ai social non hanno mai aderito: i dati per crearli un tempo erano soggetti a compravendita, e quindi è facile che anche il nonno, che non sa usare nemmeno un telefonino Nokia, abbia suo malgrado un profilo da qualche parte.

 

E allora, cosa volete farci?

 

Sarebbe il caso di porsi tutti questa domanda. Sarebbe il caso che qualche politico coraggioso – qualcuno deve essere rimasto – affrontasse questo mostro nelle vite dei cittadini, anche a costo di trovarsi privato della piattaforma.

 

No, non è solo Zuckerberg ad essere rimasto impunito sinora. E un sistema immane, sul quale vogliono bassare tutto il XXI secolo: la sorveglianza assoluta dei cittadini, cioè la vostra sottomissione cioè il ritorno della schiavitù. Se la vostra esistenza diventa un insieme di dati su di una piattaforma – come avvenuto col green pass – questo destino è inevitabile. Specie se a breve sarete costretti all’euro digitale.

 

Credetemi, non si tratta di un problema che non vi riguarda. E vi state mettendo like.

 

Roberto Dal Bosco

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Immagine di Anthony Quintano via Flickr pubblicata su licenza CC BY 2.0

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Trump diventa castano. Internet scatenata

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha mostrato una nuova acconciatura decisamente più scura, generando sconcerto tra gli utenti dei social e scatenando una valanga di battute e meme.   Le foto di Trump che scende dall’Air Force One a Morristown, nel New Jersey, venerdì, diretto al suo golf club nella vicina Bedminster, ritraggono la caratteristica chioma biondo dorato trasformata in una tonalità quasi castana.   Internet è ovviamente impazzita, realizzando che Donald Trump, il biondo per eccellenza (pure a ottanta anni!) ora era diventato «moro».   Sono seguiti commenti satirici e, ovviamente, meme – oggi più che mai arricchiti dall’uso dell’AI che genera filmati fotorealistici, come quello in cui l’assistente Natalie Harp, detta la «stampante umana», lo tinge nello studio ovale.  

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La frenesia online è esplosa pochi giorni dopo che Trump aveva ribadito di non indossare una parrucca. Parlando mercoledì a una cena nel Giardino delle Rose della Casa Bianca, ha richiamato un comizio elettorale del 2024 in Ohio, particolarmente ventoso.   «Per anni ho dovuto sopportare la gente che diceva: “Indossa una parrucca”. Io non indosso una parrucca», ha detto Trump. «Quella sera hanno scoperto che non indossavo una parrucca, perché se l’avessi indossata, non sarebbe rimasta in testa a lungo».   Un video di Trump che sale a bordo dell’Air Force One nel 2018 è tornato virale dopo che una folata di vento gli ha sollevato i capelli accuratamente acconciati, scoprendo una chiazza calva sulla nuca.   «Faccio di tutto per nascondere quella calvizie, gente. Ci lavoro sodo», ha scherzato Trump alla Conservative Political Action Conference più tardi quello stesso mese. «Resistiamo, gente, insieme resistiamo.»   Diverse testate statunitensi hanno chiesto un commento alla Casa Bianca. Sabato il presidente sembrava nascondere la nuova acconciatura sotto un berretto rosso mentre giocava a golf.   Varie volte in televisione Trump, già famosissimo come immobiliarista e poi come conduttore del programma The Apprentice, aveva dato prova della veracità della chioma bionda facendosela toccare dai presentatori.    

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Immagine AI screenshot da YouTube  
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La Sony dice che gli utenti PlayStation non hanno mai posseduto i giochi digitali che hanno acquistato

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Sony chiede l’archiviazione di una class action sulla proprietà reale dei videogiochi acquistati dagli utenti, puntando sull’arbitrato individuale e sulla sospensione del giudizio oppure sull’archiviazione definitiva del caso. Lo riporta Reclaim The Net.

 

La causa è stata promossa a giugno da quattro querelanti dinanzi al Tribunale distrettuale degli Stati Uniti per il distretto settentrionale della California e riguarda quella che i ricorrenti definiscono una pratica ingannevole di Sony: la vendita di giochi digitali con un linguaggio che evoca la proprietà, mentre i termini di servizio del gruppo precisano che gli acquirenti ottengono soltanto una licenza limitata.

 

I querelanti, quattro giocatori californiani, accusano Sony di violare la sezione 17500.6 del Codice delle Attività Commerciali e Professionali della California, che vieta di pubblicizzare beni digitali con espressioni come «compra», «acquista» o analoghe, salvo che il venditore ottenga la «conferma esplicita» del cliente che non sta acquistando il prodotto ma una licenza, oppure fornisca una dichiarazione «chiara ed evidente» prima della transazione, specificando che il prodotto è concesso in licenza e non venduto.

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La mozione depositata da Sony il 21 agosto chiede al giudice di accogliere tali richieste e richiama i termini di servizio che, secondo l’azienda, i querelanti avrebbero accettato, compresa una clausola vincolante di arbitrato individuale e di rinuncia all’azione collettiva.

 

Secondo Sony, Andrew Garcia, Edward Heycock, Jason Mendoza e John Salinas hanno riconosciuto che un avviso di licenza compariva sopra il pulsante «Conferma acquisto» sul PlayStation Store, il sistema informatico di distribuzione dei giochi Sony. L’avviso recitava che «l’acquisto di questo prodotto digitale equivale a una licenza soggetta al Contratto di licenza del prodotto software».

 

Sony ha inoltre evidenziato che i termini e le condizioni di PlayStation e il contratto di licenza erano disponibili come collegamenti ipertestuali blu su sfondo nero.

 

In base ai termini del gruppo, quando un prodotto viene ordinato o acquistato dal negozio l’acquirente ottiene «una licenza personale per utilizzare tale prodotto per uso privato e non commerciale». La licenza non è trasferibile, salvo diversa previsione della legge locale, e «ciò significa che è possibile utilizzare un prodotto nei modi descritti nella licenza, ma non se ne diventa proprietari», si legge nel documento depositato da Sony.

 

Un’altra sezione dei termini precisa che parole come «possedere», «proprietà», «acquisto», «vendita» e «comprare» non implicano alcun trasferimento di titolarità. Il contratto di licenza del software afferma che il software è «concesso in licenza, non venduto».

 

Sony sostiene inoltre che nell’«era digitale» non è credibile che consumatori ragionevoli ritenessero di acquistare la proprietà di un gioco digitale anziché una licenza. Lo illustra osservando che i due querelanti che hanno comprato il videogiuoco Resident Evil Requiem non avrebbero potuto farlo se il primo acquirente fosse divenuto proprietario esclusivo del titolo. I consumatori ragionevoli sanno che molte persone giocano allo stesso gioco contemporaneamente e quindi non possono esserne tutti i proprietari esclusivi.

 

La società aggiunge che tutti e quattro i querelanti hanno accettato l’ultima versione dei termini nell’aprile 2024, che contiene la clausola arbitrale e la rinuncia all’azione collettiva, e che non hanno esercitato il diritto di recesso entro i 30 giorni previsti per farlo per iscritto.

 

La richiesta di Sony sarà esaminata il 1° ottobre. La controversia è emersa dopo che PlayStation aveva già revocato l’accesso a film e serie TV a pagamento nel 2022 e annunciato un’ulteriore rimozione dei contenuti Discovery nel 2023. Nel 2026 Sony avrebbe dovuto togliere 551 film di StudioCanal dalle librerie dei clienti.

 

Ad aprile Sony ha inoltre introdotto un controllo della licenza per i giochi digitali appena acquistati per PlayStation 4 e PlayStation 5. «Dopo l’acquisto è richiesto un controllo online una tantum per confermare la licenza del gioco, dopodiché non saranno necessari ulteriori controlli», ha dichiarato un rappresentante di PlayStation a Game File.

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Una decisione distinta di Sony è destinata a incidere sull’autenticazione dei dischi PlayStation nel gennaio 2028. Nel frattempo, nel documento depositato in tribunale ad agosto, il negozio online invita il cliente a «Confermare l’acquisto», mentre i termini che Sony intende far valere affermano che il cliente non è proprietario del prodotto.

 

La querelle giudiziaria in cui è incorsa Sony illustra bene un caposaldo dell’era dell’economia elettronica: nessuno è davvero padrone di ciò che compra, ma di una sua licenza, che quindi può essere revocata dal venditore.

 

Quando acquisti un software o un videogioco – si badi, sia in formato digitale che fisico – nella stragrande maggioranza dei casi non ne diventi proprietario, ma acquisti una licenza d’uso, cioè il diritto di utilizzarlo secondo termini stabiliti dal produttore/editore. Il titolare dei diritti (sviluppatore o editore) resta proprietario del software. L’utente riceve una licenza, spesso «non esclusiva, non trasferibile, revocabile», per usare il prodotto per uso personale.

 

Se acquisti un gioco digitale (es. su piattaforme come Steam, PlayStation Store, Epic, etc.), stai comprando l’accesso, cioè una licenza legata al tuo account, non un «bene» che possiedi in senso pieno. L’editore può, in teoria, revocare l’accesso o chiudere i server, rendendo il gioco inutilizzabile, come è successo con alcuni titoli online-only.

 

La rivendita è un tema controverso: in Europa, la sentenza della Corte di Giustizia UE UsedSoft contro Oracle (2012) ha stabilito che, per il software (non specificamente i videogiochi), se hai acquistato una licenza a tempo indeterminato con pagamento univoco, hai il diritto di rivenderla, esaurendo il diritto di distribuzione del titolare. Tuttaviaquesto principio è stato applicato in modo molto più limitato ai videogiochi, specie se distribuiti tramite piattaforme con account personali (vedi caso UFC in Germania, o le policy di Steam, che vietano la rivendita degli account).

 

Per le copie fisiche (es. un DVD/cartuccia), il «supporto» fisico è tuo, ma il contenuto software resta sotto licenza: puoi rivendere il disco (principio di esaurimento del diritto sulla copia fisica), ma non hai diritti sul codice sorgente o sulla proprietà intellettuale.

 

Tale cifra dell’economia elettronica, il lettore lo capisce subito, si adatta stupendamente all’idea di una società in cui la propriet privata è abolita è tutto diviene «servizio», e cioè esattamente quella sintetizzata plasticamente dal World Economic Forum di Davos nel motto «non avrai nulla e sarai felice».

 

Sarai felice fino a che non ti toglieranno pure i videogiochi – magari perché non ti sei vaccinato, o perché hai detto, non necessariamente online, qualcosa che non va su minoranze etniche o sessuali, Vladimir Putin, procedure mediche e farmaceutiche, e via con altri tabù che piano piano verranno inseriti nel padrone del vapore. La vera importanza di istituzioni come il WEF è questa: la convergenza tra Stato e multinazionali, per cui anche aziende private vi giudicano persino moralmente – tanti lettori hanno subito tale trasformazione con censure, visibili o invisibili, sui social, mentre anche in Italia avanza la forma più incredibile della repressione del totalitarismo democratico terminale, cioè la debancarizzazione.

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Si tratta di una riformulazione del rapporto tra Stato e cittadino, in cui non più il primo è emanato dal secondo per servirlo, ma al contrario, è il cittadino che deve sottomettersi allo Stato. Il quale Stato non è più regolato da una Carta costituzionale (che, come visto in era COVID, può venire stracciata in tranquillità in ogni Paese, dall’Italia agli USA), ma da un sistema di accessi ai cittadini gestiti dal vertice – lo Stato diviene piattaforma, il cittadino utente.

 

E un utente, in una piattaforma che non ha legge fissa (è lo Stato post-costituzionale, è Stato detto), non può avere diritti. E chi non ha diritti, cosa è? Uno schiavo.

 

Con questo in mente, sappiate che il disegno dell’euro digitale – sulla cui architettura software è stato costruito, ma guarda, il sistema del green pass –è esattamente questo: faranno a mezzo miliardo di cittadini europei. Vi potranno limitare o togliere la possibilità di fare qualsiasi cosa, dal comprare carburante all’acquistare cibo (quale tipo, quale quantità), di improvi il dove e quando, di spiare e profilare il vostro comporamento a partire da ogni vostra singola transazione. In una parola, la moneta elettronica UE esisterà per controllarvi: perché non siete più cittadini, ma schiavi.

 

Il nostro futuro euro digitale, che è sempre più imminente (se non è già stato di fatto varato con l’ID digitale) è un videogioco da incubo. Anzi, non è un videogioco: è la nostra vita.

 

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Immagine di Mayuki Sawatari via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic

 

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I fratelli Tate incriminati in Romania per reati sessuali contro minori

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Le autorità della Romania hanno formalizzato, in contumacia, l’incriminazione degli influencer Andrew e Tristan Tate, contestando loro reati che vanno dalla tratta di esseri umani ai crimini sessuali su minori, fino al riciclaggio di denaro e all’intralcio alla giustizia. Dalla metà di luglio i due fratelli si trovano detenuti in un istituto penitenziario statunitense, in attesa dell’esito della procedura di estradizione avviata dalla Gran Bretagna. Entrambi respingono con decisione ogni accusa mossa nei loro confronti.   Andrew Tate, ex campione mondiale di kickboxing con cittadinanza sia britannica sia statunitense, ha costruito nel tempo un ampio seguito internazionale facendo leva su temi come il successo economico e la mascolinità. I suoi contenuti pubblicati online gli hanno garantito milioni di follower, ma gli hanno anche attirato numerose critiche per le posizioni espresse nei confronti delle donne.   Venerdì la Direzione rumena per le indagini sulla criminalità organizzata e il terrorismo (DIICOT) ha reso noto che Andrew deve rispondere delle accuse di tratta di esseri umani, rapporti sessuali con una persona minorenne, riciclaggio di denaro e intimidazione di testimoni, mentre a Tristan viene contestato il concorso nei medesimi reati attraverso attività di favoreggiamento.

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Stando alla ricostruzione accusatoria, nel 2012 Andrew avrebbe adescato nel Regno Unito una ragazza quindicenne, illudendola circa l’avvio di una relazione sentimentale, per poi condurla in Romania. Qui la giovane sarebbe stata costretta a realizzare materiale pornografico destinato a un’attività di webcam, mentre i due fratelli ne avrebbero mantenuto il controllo ricorrendo a minacce, pressioni psicologiche e violenza fisica.   L’accusa sostiene inoltre che Tristan abbia amministrato proventi derivanti da questa attività per una cifra complessiva pari a circa 1,25 milioni di dollari. La DIICOT punta ora a ottenere la confisca di quattro veicoli di lusso, che sarebbero stati acquistati con tale denaro e intestati a persone vicine ai due fratelli.   In un procedimento distinto, i pubblici ministeri hanno inoltre accusato Andrew di aver intrattenuto rapporti sessuali con un’altra minorenne quindicenne.   Il fascicolo è ora nelle mani del Tribunale di Bucarest, dove la fase preliminare del procedimento dovrebbe protrarsi per un periodo di almeno due mesi.   Il legale rumeno dei due fratelli, Eugen Vidineac, ha reso noto che la difesa intende impugnare l’atto d’accusa. Andrew e Tristan, stabilitisi in Romania nel 2016, erano già stati arrestati nel Paese nel dicembre 2022 nell’ambito di un procedimento separato basato su accuse analoghe; in quell’occasione una corte d’appello aveva successivamente rinviato il caso alla procura dopo aver dichiarato inammissibili alcune prove. Sebbene le accuse non siano mai state formalmente ritirate, nel febbraio 2025 le restrizioni agli spostamenti dei due sono state revocate, permettendo loro di volare in Florida.   Nel mese di luglio, la Procura della Corona britannica ha reso pubbliche ulteriori accuse a carico dei Tate, portando a sette il numero complessivo delle presunte vittime individuate nell’ambito del procedimento britannico e a 59 quello dei capi d’imputazione, che comprendono stupro, violenza sessuale e reati connessi alla tratta di esseri umani.   I due fratelli sono stati in seguito arrestati a Miami a seguito della richiesta di estradizione presentata da Londra. Il loro avvocato, Joseph McBride, ha dichiarato che Andrew e Tristan opporranno una resistenza decisa alla procedura di estradizione, sostenendo che il procedimento avviato nel Regno Unito abbia una matrice politica, dal momento che i suoi assistiti si sono più volte espressi in modo critico nei confronti delle autorità britanniche e dell’establishment politico del Paese.   Nel caso della persecuzione dei Tate era stato persino ipotizzato che fondi dell’ente di aiuto internazionale USAID, chiuso da Trump in un blitz appena reinsediatosi alla Casa Bianca, fossero stati utilizzati per spingere la persecuzione giudiziaria romena dei due fratelli.   I Tate si erano mossi spesso negli ultimi mesi, andando a soggiornare a Dubai nel momento in cui la città veniva bombardate dall’Iran e facendo una capatina in Russia solo poche settimane fa. Quando i fratelli l’anno scorso arrivarono in Florida, il governatore Ron DeSantis prese subito le distanze, dichiarando pubblicamente che non erano i benvenuti nello Stato.   Andrew Tate, chiamato dai fan «Top G», è stato quattro volte campione mondiale di kickboxing, arte marziale competitiva molto impegnativa e non troppo retribuita, dove era conosciuto con il nome di «King Cobra». È figlio di Emory Tate, il primo grande campione di scacchi di origini afroamericane; Andrew, che era divenuto un fenomeno della scacchiera già da bambino, sostiene oggi che il padre avesse lavorato anche per la CIA.   Inseparabile dal fratello Tristan, Andrew ha raccontato la sua versione dei fatti in una lunga intervista con Tucker Carlson, che ha poi sentito anche Tristan Tate. Andrew, dopo anni di ateismo manifesto, si è convertito all’islam a Dubai lo scorso anno, mentre Tristan avrebbe riscoperto la religione cristiana grazie al padre della madre di sua figlia, un religioso ortodosso romeno.   Andrew Tate è divenuto una figura di spicco sui social media dopo essere apparso nella versione britannica del reality «Grande Fratello» nel 2016, mantenendo nei suoi post un atteggiamento sfacciato per molti irritante, vantandosi della sua grande ricchezza e incoraggiando i suoi giovani seguaci maschi a frequentare e pagare corsi in cui promette di aiutarli a superare il loro insuccesso con il denaro e le donne.   I critici hanno accusato Tate di diffondere misoginia e di avere una cattiva influenza sui giovani. Lui ha sempre negato con forza tali accuse.

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I suoi discorsi, che spesso colpiscono per profondità ed articolazione, hanno molti estimatori ben al di fuori della cosiddetta «manosphere», ossia la sottocultura che rivendica il ruolo dei maschi nella società.   Tate fu uno delle prime figure pubbliche a rifiutare la narrazione pandemica, trasferendosi, allo scoppio del COVID, in Svezia, Paese che definiva «noioso» ma dove non c’era restrizioni, come mostravano i suoi tanti video con ragazze nei locali, pubblicati mentre il resto del mondo era chiuso in casa dai lockdown.   Poco dopo, d’improvviso, i suoi canali social furono chiusi, mentre partirono quantità di articoli e servizi che contenevano contro di lui e il fratello accuse sessuali e criminali.   Alcuni ritengono che l’origine dei problemi di Tate potrebbero essere proprio in meccaniche profonde del Dipartimento di Stato USA, o forse ancora più in alto, dove l’ideologia gender de-mascolinizzante è penetrata al punto da divenire una policy precisa, come peraltro dimostrerebbe l’avversione materiale per i Paesi africani che hanno istituito leggi anti-sodomia – lo stesso portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale (NSC) di Biden, l’ammiraglio John Kirby, ha di fatto definito pubblicamente i diritti LGBT come «il fondamento della politica estera americana».
Andrew ha più volte preconizzato pubblicamente il ritorno di una persecuzione giudiziaria da parte della Gran Bretagna, che considera il suo vero Paese.   Le istituzioni britanniche sembrano infatti davvero preoccupate di come il messaggio di Tate si stia diffondendo tra i giovani maschi delle scuole britanniche. Ciò è provato dall’interesse che lo stesso governo britannico ha dimostrato per la serie Netflix Adolescence, dove ad usare violenza non sono i maranza d’Albione ma i seguaci della «manosfera» di Tate.
 

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Immagine screenshot da Twitter  
   
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