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Politica

Verdi e democristiani vogliono bandire l’AfD: è il secondo partito in Germania e il primo nella parte orientale del Paese

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Il partito dell’Alternativa per la Germania (AfD), che oggi è il secondo partito più popolare del Paese, ma si troverebbe ad un passo dalla messa al bando. Il deputato cristiano-democratico (CDU) Marco Wanderwitz afferma di avere abbastanza deputati dalla sua parte per presentare una mozione per la messa al bando dell’AfD al Bundestag.

 

In un colloquio con il quotidiano di sinistra Taz ha sottolineato di aver riunito 37 deputati che sosterranno il divieto.

 

Wanderwitz è ancora in attesa presso il tribunale amministrativo superiore di Münster. Da allora, quella corte ha concordato con la classificazione dell’AfD come «sospetta organizzazione estremista» a maggio; tuttavia, la corte non ha ancora rilasciato una motivazione scritta a sostegno della sua decisione. Wanderwitz dice che sta aspettando che il tribunale rilasci il suo rapporto scritto prima di procedere con una proposta di divieto.

 

«Una volta che saranno disponibili le motivazioni della decisione, la esamineremo attentamente e poi presenteremo la nostra richiesta di divieto aggiornata e fondata», ha annunciato Wanderwitz. La corte ha almeno cinque mesi dalla data della sua decisione per pubblicare il suo rapporto scritto, ma non è chiaro cosa pubblicherà nella sua risposta.

 

Se il Bundestag votasse un divieto, la Corte Costituzionale, la più alta corte tedesca, avrebbe la decisione finale sulla legalità del divieto. In ogni caso, un divieto effettivo potrebbe gettare il sistema politico tedesco nello scompiglio e sollevare dubbi sulla legittimità democratica in Germania.

 

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Va segnalato che il Wanderwitz ha perso il proprio seggio a favore di un politico dell’AfD durante le elezioni locali.

 

Il successo dell’AfD nell’Est della Germania, dove è il partito numero uno e probabilmente vincerà diverse elezioni regionali in autunno, significa anche che i partiti al governo si trovano di fronte alla prospettiva di perdere completamente il potere in alcuni Länder tedeschi. In alcuni casi, il totale dei loro voti potrebbe essere così basso da essere completamente espulsi dai Parlamenti regionali; di qui un forte incentivo a cercare di mettere al bando il rivale AfD. Questi stati orientali potrebbero addirittura diventare ingovernabili senza la partecipazione dell’AfD al governo, il che sta alzando la posta affinché i partiti tradizionali accelerino il divieto.

 

Altri partiti oltre alla CDU stanno correndo per ottenere la messa al bando del partito, che è cresciuto grazie alla popolarità delle sue proposte anti-immigrazione e contro la guerra. Il politico verde Marcel Emmerich chiede alla conferenza dei ministri degli Interni di istituire una task force contro l’AfD, che raccoglierebbe prove a sostegno di un divieto.

 

«L’AfD rappresenta un rischio per la sicurezza del popolo e della democrazia», ha dichiarato al Taz.

 

In particolare, le politiche di apertura delle frontiere dei principali partiti al potere hanno alimentato un enorme aumento della criminalità violenta in Germania, con circa 6 crimini violenti su 10 commessi da stranieri nel 2023, un livello record. Nello stesso anno anche i crimini violenti hanno raggiunto un livello record.

 

Recentemente, un’ondata di attacchi con coltelli ha fatto notizia in Germania, tra cui un radicale afghano che ha ucciso un agente di polizia tedesco a Mannheim e un altro afghano che ha aggredito i tifosi tedeschi mentre guardavano i Campionati europei di calcio a Wolmirstedt. Quest’ultimo ha pugnalato a morte un uomo di 23 anni e poi ha attaccato un altro gruppo dove ha ferito tre uomini, due in modo grave, prima di essere ucciso a colpi di arma da fuoco.

 

L’AfD sostiene da tempo che questi attacchi rappresentano la vera minaccia alla sicurezza in Europa.

 

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Anche il governo rosso-rosso-verde di Brema sostiene una task force di questo tipo, mentre i ministri degli interni socialdemocratici (SPD) stanno cercando di discutere la questione del divieto dell’AfD in una conferenza mercoledì.

 

 

Non si tratta della prima volta che il Bundesamt für Verfassungschutz (BfV) – il servizio di sicurezza interno, che secondo il nome dovrebbe difendere la Costituzione – mette sotto osservazione il partito: ad aprile 2023 era emerso che i servizi avevano etichettato l’organizzazione giovanile AfD come «estrema destra» in modo da poter sorvegliarne i membri. Pochi mesi fa il BfV aveva reiterato la classificazione di AfD come «estremista».

 

I servizi tedeschi sono arrivati a spiare perfino il loro ex capo Hans-Georg Maaßen per presunti legami con l’«estremismo di destra». il Maaßen due mesi fa aveva dichiarato in un’intervista che l’Europa sta affrontando una crisi senza precedenti a causa dell’immigrazione di massa, che l’Islam è ben pronto a conquistare l’Europa e che la Germania e l’Austria potrebbero fare molto per fermare la crisi ma stanno scegliendo di non farlo.

 

Secondo un articolo comparso due anni fa sul quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitungle agenzie di Intelligence interne tedesche gestirebbero centinaia di account falsi di estremisti di destra sui social media. Tali agents provocateurs telematici possono incitare sia all’odio che alla violenza. È emerso lo scorso agosto che i servizi segreti tedeschi sarebbero pronti a criminalizzare chi critica lo Stato: e l’ufficio attivo in questo tipo di repressione è proprio il BfV.

 

Come riportato da Renovatio 21, l’anno scorso le autorità della regione tedesca della Sassonia hanno designato come gruppo estremista la sezione locale del partito Alternativa per la Germania (AfD). La decisione segue provvedimenti simili in Turingia e Sassonia-Anhalt, mentre il partito è accusato di essere un «caso sospetto» di estremismo di destra a livello federale.

 

In Turingia il ministro dell’interno Georg Maier nel 2022 voleva confiscare le armi regolarmente detenute ai membri di Alternative fuer Deutschland.

 

Sono stati registrati contro esponenti del partito anche attacchi di altro tipo, talvolta grotteschi, talvolta enigmatici, talvolta violenti.

 

Negli scorsi giorni il leader AfD Tino Chrupalla è stato assaltato e punto con una misteriosa siringa. Poco prima, aveva rivelato di essere stato debancarizzato: Postbank, una divisione bancaria al dettaglio del grande istituto finanziario Deutsche Bank, avrebbe chiuso il suo conto perché membro dell’AfD, ha lamentato il politico. Altri membri del partito hanno subìto la chiusura del conto corrente da parte delle banche.

 

Ad agosto la deputata AfD Beatrix von Storch è stata attaccato da un uomo che l’ha imbrattata di escrementi di cane durante un evento nel land della Renania-Palatinato. La Von Stoch è la deputata che tenne un notevole il discorso al Bundestag lo scorso 27 aprile in cui sferrava un feroce attacco contro i grandi interessi finanziari dietro i Verdi tedeschi spiegando le dinamiche occulte di tale «piovra verde».

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AfD è in pratica l’unico partito tedesco che in Europa si è espresso contro la follia COVID per bocca dell’eurodeputata Christine Anderson.

 

A marzo il Bundestag ha respinto istericamente la mozione parlamentare dell’AfD per il comitato investigativo sull’attentato al gasdotto Nord Stream. AfD aveva semplicemente detto che l’accusa che gli USA fossero dietro l’attacco terroristico contenuta nello scoop di Seymour Hersh andrebbe discussa.

 

Il leader del partito ritengono l’Europa un progetto fallito, e chiedono un referendum per uscire dalla UE.

 

AfD porta avanti apertamente una politica di remigrazione, cioè il rimpatrio di milioni di immigrati giunti irregolarmente su suolo tedesco.

 

Alternativa per la Germania appare tra i vincitori delle ultime elezioni europee. Ora starebbe per creare un nuovo polo all’interno del Parlamento UE.

 

Il leader Tino Chrupalla ha annunciato in un comizio che il suo partito, una volta al potere, non subirà una melonisierung, una «melonizzazione», alludendo alla trasformazione della premier italiana in moderata, specie in tema di immigrazione.

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Pensiero

Chi era Ali Khamenei? Il sito di Meyssan offre una biografia critica

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire, il sito del noto analista geopolitico francese Thierry Meyssan, che offre una breve biografia dai toni critici dell’aiatollà Khamenei. Si tratta forse dell’unico intervento dai toni talvolta aspri apparso in questi giorni riguardo la vita della guida della Rivoluzione Iraniana assassinato dall’operazione congiunta di USA ed Israele. Ricordiamo che le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.   Ali Khamenei era un erudito mussulmano. Difese ciò che aveva compreso della rivoluzione islamista di Ruhollah Khomeini e si ritagliò un potere su misura.   Iniziò la sua carriera all’ombra di Hachemi Rafsandjani, – presidente del parlamento dal 1980 al 1989, che trasse beneficio personale dell’Irangate, e presidente della Repubblica dal 1989 al 1997. Fu con il suo aiuto che Khamenei venne nominato Guida della Rivoluzione. In quell’occasione elaborò il concetto di Velayet-e-faqih, la tutela del saggio, con cui privò il già alleato Rafsandjani di ogni potere. Contrariamente a un’idea diffusa, non si tratta di un antico articolo di fede sciita, ma di un’idea moderna, che formula in termini religiosi sciiti un concetto di Platone.   Khamenei assegnò alla sua funzione di Guida della Rivoluzione – che non ha alcun rapporto con quella del predecessore Khomeini – un budget indipendente da quello dello Stato. Poté così beneficiare dell’aumento del prezzo del gas e del petrolio rispetto a quello usato come parametro per il bilancio dello Stato. Ebbe a disposizione finanziamenti esorbitanti di cui l’opinione pubblica non era consapevole.

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Diede impulso al Paese affinché si sviluppasse senza occidentalizzarsi, nella tradizione dello scrittore Jalal Al-e-Ahmad.   Trasformò la sua guardia personale, i Guardiani della Rivoluzione, noti come Pasdaran, in un super-esercito esterno e relativizzò il ruolo dell’esercito di leva.   Sabotò i tentativi di riforme liberali del residente Mohammad Khatami (1997-2005) e favorì l’elezione di un Guardiano della Rivoluzione, l’ingegnere nazionalista Mahmud Ahmadinejad, alla presidenza della Repubblica (2005-2013), di cui presto ostacolò il programma di laicizzazione della società.   Per contrastare ogni divisione interna del Paese, ogni volta che sorgeva un conflitto Khamenei favorì l’istituzione di commissioni di arbitrato. Alla fine, queste commissioni divennero talmente numerose da paralizzare ogni decisione politica: solo le attività dei Guardiani della Rivoluzione continuarono a funzionare.   Sebbene vivesse in modo molto sobrio, si circondò di un governo occulto, formato da «consiglieri» che disponevano, a loro volta, di poteri ben superiori a quelli dei ministri. Alcuni di loro mandarono le famiglie all’estero, dove poterono spendere a profusione il denaro del Paese.   Khamenei si preoccupò di coltivare il sostegno popolare al clero sciita. Lo riorganizzò in base all’anzianità, in modo che fosse amministrato dai membri più anziani. Lasciò la giustizia nelle mani della frangia più oscurantista del clero, aprendo la strada all’elezione alla presidenza della Repubblica del fanatico Ebrahim Raïssi (2021-2024).   Dal 2011 Khamenei coltivò l’ambizione di diventare la guida non solo della nazione iraniana, ma anche di tutto il mondo arabo. Organizzò conferenze internazionali a cui invitò tutte le fazioni mussulmane, compresa la Confraternita dei Fratelli Mussulmani.   L’esito fu la trasformazione della funzione di Guardiano della Rivoluzione in una gerontocrazia bigotta che impose, prima con il sorriso, poi con la violenza, il proprio ordine morale. Khamenei non è stato quindi un dittatore, ma un abile religioso che ha messo il Paese nelle mani di una giustizia oscurantista e lo ha condotto alla rovina.   Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Fonte: «Chi era Ali Khamenei?», Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 6 marzo 2026. Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

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Immagine di Khamenei.ir via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International 
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Politica

Storica vittoria dell’AfD nelle elezioni regionali della Germania occidentale

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Il partito Alternativa per la Germania (AfD) ha conseguito un risultato record alle elezioni regionali del Baden-Württemberg, raddoppiando la propria percentuale di voti rispetto al precedente appuntamento elettorale e registrando il miglior risultato mai ottenuto al di fuori del suo tradizionale bacino di consenso.

 

Il partito di destra si è piazzato al terzo posto nelle elezioni svoltesi nel fine settimana, alle spalle dei Verdi e dell’Unione Cristiano-Democratica (CDU) del cancelliere Friedrich Merz. Ha ottenuto quasi il 19% dei voti, in netto aumento rispetto al poco meno del 10% conquistato nel 2021. Questo risultato rappresenta inoltre il punteggio più alto raggiunto dall’AfD al di fuori degli ex Länder della Germania Est, che ne costituiscono la roccaforte storica.

 

Il miglior exploit dell’AfD nell’ex Germania Ovest risaliva alle elezioni regionali del 2023 in Assia, dove aveva raccolto il 18,4% dei voti.

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Il co-presidente federale del partito, Tino Chrupalla, ha definito il risultato «un enorme successo». Il co-presidente regionale dell’AfD, Emil Saenze, ha dichiarato che il suo partito sarebbe disponibile a collaborare con la CDU o addirittura a partecipare a una coalizione, ipotesi finora esclusa dai cristiano-democratici.

 

L’altro co-presidente regionale, Markus Frohnmaier, ha sottolineato che AfD e CDU sono stati gli unici due partiti a registrare guadagni, aggiungendo che la maggior parte degli elettori ha appoggiato i partiti «conservatori», un «chiaro segnale» di cambiamento.

 

I Verdi, formazione nota per la sua linea pro-UE e atlantista, che ha dominato la scena politica regionale negli ultimi due mandati, hanno comunque prevalso di misura sulla CDU, con un distacco inferiore all’1%. Entrambi i partiti hanno ottenuto circa il 30% dei voti.

 

Negli ultimi anni l’AfD ha guadagnato terreno in modo costante in tutta la Germania, sostenuta dalla crescente insoddisfazione verso i partiti tradizionali e dai dibattiti sulle politiche dell’UE e sull’immigrazione.

 

Il partito è rimasto la forza di opposizione più popolare per gran parte del 2025, dopo le elezioni di febbraio in cui aveva ottenuto il 20% dei voti, piazzandosi al secondo posto dietro il blocco CDU/CSU. Continua a godere di un ampio consenso, con gli ultimi sondaggi che indicano un sostegno tra il 24% e il 25% degli elettori tedeschi, a un solo punto dalla CDU/CSU.

 

Come riportato da Renovatio 21, tre settimane fa le autorità dello stato tedesco della Bassa Sassonia avevano classificato la sezione locale di AfD come priorità di sorveglianza, motivando la decisione con quelle che hanno definito tendenze «estremiste».

 

Come riportato da Renovatio 21, un sondaggio di mesi fa ha rilevato che AfD sarebbe il primo partito del Paese, superando il blocco democristiano del Merz.

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Come riportato da Renovatio 21, a giugno il capo della polizia del Bundestag tedesco, Uli Grötsch, ha chiesto che tutti i membri del partito di destra Alternativa per la Germania (AfD) vengano rimossi dal servizio di polizia.

 

Un mese prima l’agenzia di Intelligence interna tedesca ha temporaneamente sospeso la classificazione di AfD come gruppo «estremista di destra confermato», in attesa dell’esito di un ricorso legale. La tregua, tuttavia, arriva in anni di lotta persistente contro la formazione politica sovranista.

 

Nelle ultime elezioni negli stati di Sassonia e Turingia, l’AfD ha demolito la coalizione di sinistra al potere. In Turingia, ha ottenuto i voti del 37% dei 18-24enni. La crescita del partito ha portato anche a fenomeni di cannibalismo elettorale fra i partiti della coalizione, con la sparizione totale dei Verdi dal Parlamento del land del Brandeburgo.

 

Come riportato da Renovatio 21, Verdi e democristiani avevano segnalato la volontà di bandire l’AfD ancora mesi fa, quando era emerso che era divenuto il secondo partito del Paese e il primo della parte orientale. Nell’ultimo episodio di trasformismo compromissorio democristiano, la CDU si è dichiarata pronta ad allearsi con il partito ecologista per fermare l’avanzata di AfD e del nuovo partito populista di sinistra anti-guerra ed anti immigrati di Sahra Wagenknecht il BSW.

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Immagine di © Superbass via Wikimedia pubblicata su licenza CC-BY-SA-4.0

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Politica

L’Iran sceglie il successore di Khamenei: chi erano i candidati?

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La Guida Suprema Mullah Ali Khamenei, che ha governato l’Iran per 37 anni, è stata uccisa in un attacco israelo-americano su Teheran il 28 febbraio, all’inizio di una guerra che ha ormai coinvolto gran parte del Medio Oriente. Israele ha avvertito che avrebbe preso di mira qualsiasi figura scelta per sostituirlo.   «Ė stato individuato il candidato più idoneo, approvato dalla maggioranza dell’Assemblea degli esperti», ha dichiarato domenica il membro Mohsen Heydari, secondo quanto riportato dall’Agenzia di stampa degli studenti iraniani (ISNA).   Poco dopo, l’Assemblea degli esperti iraniana, incaricata di esaminare e selezionare la guida suprema, ha annunciato che Mojtaba Khamenei era stato scelto dopo «deliberazioni precise e approfondite».   Secondo quanto riportato dai media iraniani, il gruppo di studiosi ha avuto un piccolo disaccordo sulla questione se la decisione finale dovesse essere presa a seguito di un incontro di persona o se dovesse essere emessa senza rispettare questa formalità.   La Guida Suprema iraniana si trova ad affrontare minacce dirette di assassinio da parte di Israele, poiché il governo dello Stato ebraico ha chiaramente dichiarato che diventerà il suo obiettivo principale. A ciò si aggiunge la questione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che all’inizio di questa settimana ha affermato che Washington deve essere coinvolta nella scelta del prossimo leader dell’Iran e che sarebbe «meraviglioso» se le forze curde iraniane di stanza in Iraq attraversassero il confine con l’Iran per lanciare attacchi contro le forze di sicurezza locali.   A seconda della valutazione di Trump, potrebbe continuare a mantenere un atteggiamento conflittuale nei confronti dell’Iran o tentare di negoziare un accordo.   Si ritiene che la selezione abbia incluso i seguenti candidati.

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Immagine Tasnim News Agency via Wikimedia CC BY-SA 4.0

Mojtaba Khamenei

Il principale candidato e secondogenito del defunto leader, Mojtaba, è stato ora ufficialmente dichiarato nuovo leader supremo del Paese. Ha studiato teologia a Qom e ha combattuto come giovane volontario durante la guerra Iran-Iraq negli anni Ottanta.   Si ritiene che Mojtaba abbia stretti legami con figure di spicco della Guardia Rivoluzionaria. Tuttavia, esperti russi hanno sottolineato che il defunto aiatollà era contrario alla nomina del suo secondo figlio come successore, sottolineando che ciò contraddiceva i principi fondamentali della Repubblica Islamica. Inoltre, Mojtaba non possiede un rango teologico sufficientemente elevato, requisito obbligatorio per diventare il nuovo leader.  

Immagine di Mostafameraji via Wikimedia CC BY-SA 4.0

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Alireza Arafi

Al di fuori degli ambienti clericali iraniani, l’ayatollah Alireza Arafi non è un nome molto noto, ma, in quanto alto esponente del clero profondamente radicato nelle istituzioni religiose iraniane, merita maggiore attenzione, come sottolineano gli esperti.   Nato nel 1959, Arafi proviene da una famiglia ecclesiastica della provincia centrale iraniana di Yazd. Si dice che gli Arafi fossero zoroastriani convertiti all’Islam solo nel XIX secolo.   Alireza Arafi è stato nominato membro giurista del Consiglio direttivo dell’Iran, l’organismo incaricato di svolgere il ruolo di guida suprema dopo la morte di Khamenei, ruolo che ricoprirà finché l’Assemblea degli esperti non eleggerà un nuovo leader.   Membro religioso del Consiglio dei Guardiani, Arafi è entrato a far parte del Consiglio direttivo temporaneo insieme al presidente Masoud Pezeshkian e al giudice capo Gholamhossein Mohseni Ejei.  

Immagine Tasnim News Agency via Wikimedia CC BY-SA 4.0

Sadeq Larijani

Un altro potenziale candidato era il fratello di Ali Larijani, Segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale. L’ayatollah Sadeq Larijani, ex capo della magistratura, non è un personaggio di spicco come altri religiosi, ma ha ricoperto la carica di presidente della Corte Suprema e ha fatto parte di organi chiave come il Consiglio dei Guardiani (che esamina la legislazione e approva i candidati) e il Consiglio per il Discernimento delle Opportunità (che risolve le controversie tra il Parlamento e il Consiglio dei Guardiani e fornisce consulenza alla Guida Suprema in materia di politiche).

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Immagine Tasnim News Agency via Wikimedia CC BY-SA 4.0

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Hassan Khomeini

Un candidato degno di nota per la sua discendenza era Hassan Khomeini, nipote del fondatore della Repubblica islamica, Ruhollah Khomeini. Il cinquantatreenne ricopre un ruolo simbolicamente importante in quanto custode del mausoleo del nonno nel sud di Teheran. Non ha mai ricoperto incarichi governativi.   Era percepito come un moderato per la sua associazione con i riformisti, sempre più emarginati dal potere sotto Khamenei. Khomeini ha stretti legami con i riformisti, tra cui gli ex presidenti Mohammed Khatami e Hassan Rouhani, che hanno entrambi perseguito politiche di dialogo con l’Occidente durante il loro mandato.

Immagine Tasnim News Agency via Wikimedia CC BY-SA 4.0

Mehdi Mirbagheri

Anche il religioso estremista Mohammad Mehdi Mirbagheri, figura di spicco dell’Assemblea degli esperti composta da 88 membri, sarebbe stato un possibile candidato, a causa del suo allineamento ideologico con le fazioni più conservatrici del sistema politico iraniano.

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Immagine di Tasnim News Agency via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International
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