Spirito
«Una condanna inesorabile, già scritta» contro Satana e i suoi servi: omelia di Mons. Viganò per l’Ascensione di Nostro Signore
Renovatio 21 pubblica questa omelia di Monsignor Carlo Maria Viganò.
OMELIA
nell’Ascensione di Nostro Signore
Quid admiramini aspicientes in cælum?
At 1, 11
Nell’Introito della Messa di oggi abbiamo cantato: Viri Galilæi, quid admiramini aspicientes in cælum? Uomini di Galilea, di cosa vi meravigliate guardando verso il cielo? Lo chiedono i due Angeli agli Apostoli, assorti nel veder ascendere il Signore. La domanda dei messaggeri celesti è retorica: il prodigio che deroga alle leggi della natura è nulla, rispetto al miracolo della Resurrezione di cui essi saranno testimoni fino al martirio.
Perché vi stupite di veder salire al cielo il Signore? Vi stupite di vederLo ascendere miracolosamente per scomparire tra le nuvole, o vi meravigliate del fatto che vi stia lasciando soli, proprio adesso che è risorto e può ristabilire il regno di Israele (At 1, 6)? Ma non vi ha Egli già detto: Vado a preparare il luogo per voi. E quando sarò partito, e avrò preparato il luogo per voi, verrò di nuovo, e vi prenderò meco, affinché dove son Io, siate anche voi (Gv 14, 2-3)?
Perché il Signore non è rimasto con noi? Se non fosse asceso al cielo così presto, anzi: se fosse ancora qui sulla terra, avrebbe potuto viaggiare e far conoscere il Suo Vangelo con l’autorevolezza di un Dio fattoSi uomo, morto e risorto. Il Cristianesimo si sarebbe diffuso più in fretta, e con maggior successo, anche risparmiando molte vite di Martiri. Se il Signore fosse rimasto qui sulla terra, avrebbe potuto veramente restituire, nella Chiesa Cattolica, il regno di Israele, essendo Lui stesso a governare come Pontefice e come Re. Egli avrebbe attraversato i secoli senza invecchiare, e sarebbe bastato questo a convertire a Lui il mondo. Ecco perché gli Apostoli sono meravigliati: perché ancora agiscono e pensano secondo la mentalità del mondo.
Nostro Signore, dopo trent’anni di vita ritirata e tre di ministero, in tre giorni sconfigge con la propria Passione e Morte l’antico Serpente, riacquistando a prezzo del Suo preziosissimo Sangue ogni anima sottratta all’eterna salvezza dal peccato di Adamo. Ci ha redenti, ci ha comprati schiavi del demonio per renderci liberi di essere non più servi, ma amici (Gv 15, 15). Nei quaranta giorni successivi alla Resurrezione, Egli ha insegnato agli Apostoli le verità della Fede e a celebrare i Sacramenti, e alla fine di questo «seminario» accelerato tenuto nientemeno che dal Signore in persona, è giunto il tempo di uscire dal Cenacolo: Andate per tutto il mondo, predicate il Vangelo a tutti gli uomini. Chi crederà, e sarà battezzato, sarà salvo: chi non crederà, sarà condannato (Mc 16, 15-16). È il Suo ultimo comando, la Sua eredità prima di lasciare questa terra.
Tra l’Ascensione del Signore e la discesa dello Spirito Santo passano solo dieci giorni: riceverete la virtù dello Spirito santo, il quale verrà sopra di voi, e sarete Miei testimoni in Gerusalemme, in tutta la Giudea, nella Samaria e sino all’estremità della terra (At 1, 7). Le fiamme del Paraclito che si fermano sul capo degli Apostoli e della Vergine Santissima nel giorno di Pentecoste danno inizio alla Santa Chiesa, Mistico Corpo di Cristo, e da quel momento le porte del Cenacolo – sino ad allora chiuse per paura dei Giudei (Gv 20, 19) – si spalancano e ne escono persone nuove, rinate nello Spirito Santo, che non pensano più secondo lo spirito del mondo, ma secondo Dio. Lo canteremo tra pochi giorni: Emitte Spiritum tuum, et creabuntur; et renovabis faciem terræ.
Nel momento in cui essi si sono lasciati toccare dalla Grazia, essi hanno cambiato il loro modo di pensare. Ed è grazie a questo che comprendono la necessità dell’Ascensione. La Chiesa nasce quando gli Undici rimasti fedeli al loro Maestro comprendono che quel vuoto lasciato su questa terra dal Signore, quello spazio di tempo che va dalla Sua Ascensione al cielo al Suo ritorno nella gloria alla fine dei tempi, dev’essere usato per far fruttare i tesori infiniti dei Meriti della Passione di Cristo, con la predicazione del Vangelo a tutte le nazioni, con la testimonianza della nostra Fede, con la conversione delle anime all’unico Pastore nell’unico Ovile, nell’unico Battesimo, nell’unica professione di Fede.
La Santa Chiesa è la continuazione della presenza del Suo Capo divino fino alla fine del mondo. È nel suo seno purissimo – il Santo dei Santi, l’Altare di Dio – che nel Santo Sacrificio della Messa scende, sotto i veli eucaristici, il Signore con il Suo glorioso Corpo e Sangue, la Sua Anima e la Sua Divinità. E sono degli uomini a compiere questo miracolo ineffabile, grazie al cui Sacerdozio Nostro Signore Gesù Cristo rimane su questa terra, presente agli occhi della Fede, prigioniero del Tabernacolo, perché con San Tommaso possiamo riconoscerLo e adorarLo come nostro Signore e nostro Dio anche senza mettere le dita nelle Sue sante Piaghe.
Il Santissimo Sacramento dell’Altare, cuore palpitante Santa Chiesa, è il dono divino del Signore che sale al cielo ai Suoi fedeli che lascia in questa terra d’esilio, in questa valle di lacrime, in questo campo di battaglia che non conosce mai tregua. E mentre ricordiamo il mistero dell’Ascensione spegnendo simbolicamente il Cero pasquale al canto del Vangelo, un’altra fiamma rimane accesa: è quella nella lampada rossa che arde accanto al Tabernacolo. Essa onora la Presenza del Re dei re, che nella Sua infinita magnificenza Si umilia esponendoSi all’irriverenza, al sacrilegio, alla profanazione degli empi, pur di avere la consolazione di vederci prostrati dinanzi a Sé, a pregarLo, a ringraziarLo dei favori concessi, a implorarGli una grazia, a chiederGli perdono per le nostre mancanze, a riceverLo nella Santissima Eucaristia e fare della nostra anima il tempio della Santissima Trinità. A riporre in Lui, tutte la nostra fede, ogni nostra speranza, tutto il nostro amore: fac me tibi semper magis credere, in te spem habere, te diligere.
Se Nostro Signore avesse voluto il proprio trionfo secondo la mentalità del mondo, ci avrebbe creati senza libero arbitrio, programmandoci per compiere solo la Sua volontà, senza merito e senza colpa. Non avrebbe creato nemmeno gli Angeli peccabili, evitandoSi di avere contro le schiere degli spiriti ribelli. Ci avrebbe fatti tutti uguali, distribuendoci equamente sul Pianeta, dotandoci dello stretto necessario e controllando ogni nostra azione. Avrebbe insomma agito come Klaus Schwab, che vorrebbe ridurci in schiavitù e cancellare ciò che rende noi umani, e meravigliosamente divino il nostro Creatore: la nostra unicità, la nostra libertà di amarLo e di ricambiare con la nostra miseria la magnificenza delle Sue grazie.
Il «successo» del Signore non si compie secondo la mentalità del mondo, perché se così fosse esso non sarebbe che un’illusione, un effimero fuoco d’artificio, come tutte le cose mondane e che non vengono da Dio. Il «successo» di Cristo avviene con quella delicatezza del padre che lascia al figlio la soddisfazione di dimostrargli le proprie capacità, il frutto tratto dall’insegnamento paterno. Come l’artigiano che, dovendosi assentare, lascia la bottega al più esperto, per dargli la possibilità di confermare la fiducia ben riposta. E sa che tornando non rimarrà deluso.
Nostro Signore sale al cielo perché da questo momento ognuno di noi, e in particolar modo i Successori degli Apostoli, abbiamo il mandato di annunciare la salvezza di Dio in un mondo ribelle e apostata, di portare la luce di Cristo nelle tenebre del peccato e della morte. Vi mando come pecore in mezzo ai lupi (Mt 10, 16), ci ha detto, preannunciandoci che un discepolo non è da più del maestro, né un servo da più del suo padrone (Mt 10,25).
Questo è un momento di prova, che dura – con esiti alterni – da duemila anni: la Chiesa continua a rendere presente Cristo sulla terra, e ad offrirLo misticamente al Padre. Ma quanti lupi, travestiti non solo da agnelli, ma addirittura da pastori! Quanti mercenari corrotti, illusi di poter frodare il padrone prima del suo ritorno! Quanti traditori, che cercano di distruggere la Chiesa proprio per cancellare la presenza di Dio e impedire la salvezza delle anime!
Nella domanda dei due Angeli ai Discepoli c’è un avvertimento: Quel Gesù, il quale tolto a voi è stato assunto al cielo, così verrà, come lo avete veduto andare al cielo (At 1, 11). Ciò rimanda alla fine dei tempi, quando Nostro Signore trionfante sulla morte e sul peccato tornerà a giudicare i vivi e i morti, per concludere con un processo universale quella vittoria sull’antico Serpente annunciata nel Protoevangelo (Gen 3, 15), inaugurata con l’Incarnazione, compiuta con la Passione e Morte sulla Croce, ma ancora incompleta perché mancante della pubblica condanna di Satana e dei suoi servi.
Una condanna inesorabile, già scritta, ma che ancora dev’essere pronunciata. Liber scriptus proferetur, in quo totum continetur, unde mundus judicetur, cantiamo nel Dies iræ. Il libro che è stato scritto, in cui è contenuto tutto, verrà letto e il mondo sarà giudicato.
Ma quando verrà il Figlio dell’uomo, troverà fede sopra la terra? (Lc 18, 8). Se guardiamo attorno a noi, dovremmo dire di sì, perché le avversità che attraversiamo permettono a molte anime di convertirsi e di tornare a Dio, e questa celebrazione ne è la prova. Ma se guardiamo al mondo, c’è di che inorridire, ad iniziare dall’apostasia, dalla corruzione e dall’immoralità in cui versa la Gerarchia cattolica.
Molti miei Confratelli e tanti sacerdoti pensano che sia più semplice promuovere una versione soft del Cristianesimo – umanitaria, ambientalista e globalista – perché la sua «edizione integrale» è considerata improponibile alla mentalità del mondo. Con mentalità mercantile, credono di poter “svecchiare il magazzino” proponendo un «prodotto» nuovo, che incontri i gusti della clientela. Cose poco impegnative, tanto generiche quanto rassicuranti per chi non vuole cambiare nulla della propria vita: solidarismo, accoglienza, inclusione, sinodalità, resilienza, ecosostenibilità. E soprattutto: nessun richiamo al peccato, quindi nessuna colpa originale, nessuna Redenzione, ma solo un “camminare insieme”, verso il baratro. La Passione e Morte del Signore è di ingombro, è divisiva, non è inclusiva. Non crea ponti, ma erige muri.
Ma è forse questa la Fede che il Signore ha insegnato agli Apostoli durante i tre anni di ministero pubblico e, dopo la Resurrezione, fino al momento dell’Ascensione? È per questo che ha istituito l’Ordine Sacro, e tutti i Sacramenti? È questo che ha ordinato di insegnare a tutte le nazioni? Per questo sono morti tra atroci tormenti i Martiri? Per sentirsi dire che la missione divina della Chiesa di convertire i popoli è una «solenne sciocchezza»?
Per questo hanno dedicato la propria vita alla predicazione della dottrina i Santi Padri e i Dottori della Chiesa? Per ascoltare i deliranti e sconclusionati discorsi contro chi rimane fedele alla Santa Tradizione, emarginato come indietrista o nostalgico patologico?
Per questo sono stati perseguitati i sacerdoti cattolici nell’Inghilterra di Enrico VIII o nella Francia del Terrore? Per veder proibita quella Messa che è in odio agli eretici di tutti i tempi?
I due Angeli non ammoniscono solo i Discepoli a testa in su, ma anche ognuno di noi: Quel Gesù, il quale tolto a voi è stato assunto al cielo, così verrà, come lo avete veduto andare al cielo (At 1, 11). E quando tornerà chiederà ai Suoi amministratori che cosa abbiano fatto dei talenti inestimabili che ha loro lasciato nel forziere della Santa Chiesa. Rendi conto della tua amministrazione (Lc 16, 2).
Tremo all’idea del Giudizio di Dio, che ha costituito in autorità il Papa e i Vescovi perché siano altri Cristi e predichino il Vangelo a tutte le genti, e oggi Si trova la Chiesa infestata da un sinedrio di ipocriti, eretici e apostati intento a spartirsi con i potenti della terra la Sua veste inconsutile. Com’è stato fatto fruttare il patrimonio di Cristo, costituito dai Sacramenti e dalla Santa Messa?
Copiando la «Cena» ai Protestanti e proibendo il Rito apostolico? Come sono stati fatti moltiplicare i talenti della predicazione e dell’apostolato, i tesori di dottrina dei Santi teologi?
Promuovendo l’ecumenismo irenista e partecipando sacrilegamente al pantheon delle “religioni abramitiche” di Abu Dhabi?
Facendo adorare l’idolo infernale della Pachamama in Vaticano?
Incoraggiando i vizi e deridendo le virtù?
Promuovendo Prelati indegni e perseguitando i buoni sacerdoti?
Questi corrotti burocrati mitrati correranno a dissotterrare il tesoro, pensando di poterlo impunemente restituire senza averlo fatto fruttare, quando esso è stato conquistato con il Sangue dell’Agnello.
L’Ascensione del Signore ci mostra che è Sua volontà che noi cooperiamo all’opera della salvezza, perché siamo membra vive del Suo Corpo che è la Chiesa, e come tali dobbiamo seguire docilmente il suo Capo divino. Lo chiede ai Pastori, ai quali ha ordinato di predicare il Vangelo e battezzare tutte le nazioni, senza lasciare equivoci sulla condanna che attende chi non si converte e chi non annuncia il Vangelo.
Perché l’autorità dei Pastori è vicaria, ossia esiste proprio perché esercitata nell’assenza fisica di Nostro Signore, unico Capo della Chiesa. Chi ascolta voi ascolta Me, e chi disprezza voi disprezza Me (Lc 10, 16): sono parole che rassicurano chi è disprezzato dal mondo perché predica Cristo, ma che devono terrorizzare chi è accolto dal mondo perché in nome di Cristo predica un altro vangelo. E guai a chi fa disprezzare Cristo perché con l’autorità di Cristo propaga l’errore, legittima il peccato e il vizio, dà scandalo con la propria condotta di vita.
Il Signore se ne va senza strepito, come nel silenzio Egli è risorto. Solo, si lascia vedere dai Discepoli, perché all’evidenza della Sua Ascensione al cielo segua la Fede nella Sua presenza sacramentale nella Santissima Eucaristia custodita dalla Chiesa, la Speranza di riunirsi a Lui nella gloria celeste e la Carità ardente nell’amare Lui e il prossimo per amor Suo.
Questa è l’eredità che la Chiesa di Cristo trasmette intatta da duemila anni, e che nessuno può modificare o adulterare, illudendosi di farla franca: Deus non irridetur.
Perché quando il Signore tornerà, vorrà tornare in possesso dei beni spirituali inestimabili che ha concesso in amministrazione ai suoi Ministri, e di cui essi dovranno render conto.
Facciamo dunque tesoro noi tutti – tutti: dai vertici della Chiesa al più umile fedele – del tempo che ci rimane. Di quello che ci resta in questa vita mortale, prima di trovarci dinanzi a Dio per il Giudizio particolare. Di quello che resta al mondo e alla Chiesa prima della fine dei tempi, prima del Giudizio universale.
Se anche solo un’anima sarà stata conquistata a Cristo dalla nostra predicazione, dal nostro esempio, da una nostra buona parola potremo mostrare serenamente al Signore di aver moltiplicato i talenti ricevuti e sentirci rispondere: Bravo, servo buono, e fedele… entra nel gaudio del tuo Signore (Mt 25, 23).
Possa questo auspicio valere soprattutto per quanti il Signore ha costituito in autorità nella Chiesa: sia questa l’intenzione delle preghiere che deponiamo ai piedi della Regina degli Apostoli e Madre della Chiesa, Maria Santissima.
E così sia.
Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
18 Maggio 2023
Feria V in Ascensione Domini
Spirito
«Parodia gnostica della fede»: mons. Viganò condanna la chiesa «panenteista»
L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha condannato quanto scritto in un nuovo documento vaticano che sembra elogiare il panenteismo, un’eresia che, come nelle religioni orientali, offusca la distinzione essenziale tra Creatore e creazione.
Il documento dall’ovvia matrice ecologica che infetta gli ultimi due papati si chiama «“Prendersi cura della nostra Casa comune”: Risposta responsabile e fraterna al Dio trinitario». Uscito ad agosto, su Renovatio 21 ne avevamo scritto per i suoi accenti ecofascisti, arrivando persino a parlare di «antropocentrismo predatorio».
Il testo, al punto 52, critica la «comprensione immanentistica del cosmo» per poi esaltare l’alternativa escogitata dal Vaticano conciliare: «altri orientamenti filosofici e una parte della teologia contemporanea propendono piuttosto per il panenteismo» scrive il documento redatto dalla Commissione Teologica Internazionale.
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«Secondo questa prospettiva, il mondo esiste in Dio, mentre Dio, nello stesso tempo, lo trascende. A differenza del teismo classico, che spesso enfatizza la distinzione tra Dio e la creazione, e del panteismo, che identifica Dio con il mondo, il panenteismo coniuga l’immanenza e la trascendenza divine. Questa prospettiva offre un quadro interpretativo per comprendere come Dio possa essere intimamente presente in ogni aspetto della realtà senza determinarlo in modo coercitivo».
«Dio, nella sua misericordia gratuita, apre uno spazio a una creazione che è genuinamente distinta da Lui, al tempo stesso che continua a esserne il fondamento che la sostiene» cerca di spiegare il documento del Sacro Palazzo.
È da qui che parte monsignor Viganò nel suo commento di condanna.
«La legittimazione del panenteismo da parte della Santa Sede non rappresenta un innocuo aggiornamento pastorale, bensì il culmine coerente di quella deriva modernista secolare che mira a dissolvere la Redenzione nel panteismo gnostico e la Grazia nell’autosufficienza pelagiana» ha scritto Sua Eccellenza su X.
«Se il cosmo viene dichiarato intrinsecamente divino e l’umanità si redime attraverso il divenire di un’evoluzione collettiva, la Croce perde la sua tragica necessità e la Chiesa si riduce a cortigiana della storia, un’inutile agenzia di servizi sociali al servizio degli interessi del mondo».
«Contro questa sottile parodia gnostica della fede, che deifica la materia solo per celare la ferita del peccato originale e sminuire la Maestà divina, i cattolici sono chiamati oggi più che mai al dovere della resistenza» aggiunge il già nunzio apostolico negli USA.
«È necessario istruirsi e riaffermare con fermezza l’assoluta trascendenza del Creatore, la drammatica realtà della Caduta e la perfetta adeguatezza del Sacrificio di Cristo. In questo modo ogni fedele può contribuire a superare la grave crisi dell’autorità petrina che la Chiesa sta vivendo oggi, con l’incrollabile certezza che, nonostante i temporanei tradimenti delle sue gerarchie, le porte dell’inferno non prevarranno»
«La legittimazione del panenteismo da parte della Santa Sede non rappresenta un innocuo aggiornamento pastorale, bensì il culmine coerente di quella deriva modernista secolare che mira a dissolvere la Redenzione nel panteismo gnostico e la Grazia nell’autosufficienza pelagiana.… pic.twitter.com/y4FgKHxNz2
— Arcivescovo Carlo Maria Viganò (@CarloMVigano) September 8, 2026
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Il panenteismo è una posizione teologica secondo cui Dio compenetra ogni parte dell’universo e ne estende la propria esistenza nel tempo e nello spazio, ma allo stesso tempo trascende l’universo stesso, non identificandosi completamente con esso. È una via di mezzo tra il teismo classico, per cui Dio è separato e distinto dal mondo, pur avendolo creato e governandolo, e iil panteismo, per cui Dio è l’universo stesso, senza alcuna trascendenza (cioè, divinità e cosmo coincidono).
Nel panenteismo (letteralmente «tutto-in-Dio»), il mondo esiste «in» Dio, come una sorta di sua manifestazione o dimensione, ma Dio è “di più” e non si esaurisce nel mondo. È una visione associata soprattutto alla cosiddetta process theology – un movimento teologico nato nell’alveo luterano che vede Dio non come un essere statico e immutabile, ma come un’entità dinamica che partecipa al divenire del mondo e ne viene influenzata – e a correnti della teologia protestante liberale, oltre che ad alcune tradizioni indù e buddiste e a filosofi come lo Hegel.
Molti teologi e filosofi considerano il pensiero del teologo Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955) come tendente al panenteismo, anche se lui stesso non si definì mai esplicitamente tale e la sua opera ha ricevuto interpretazioni diverse. La sua visione cosmica descrive un universo in evoluzione verso il «Punto Omega», identificato con Cristo cosmico, verso cui converge tutta la creazione.
Per il Teilhardo, Dio non è solo il creatore trascendente all’inizio del processo, ma è anche la meta immanente che attrae e compenetra l’evoluzione dall’interno. Parla di una «cristogenesi» in cui la materia stessa è intrisa di una dimensione spirituale («dentro» delle cose), e l’intero cosmo è in qualche modo “divinizzato” attraverso il processo evolutivo. Il concetto di «milieu divin» (il titolo di una sua opera celebre, tradotto in Italia come L’Ambiente divino, 1927) suggerisce che Dio permea l’intera realtà, dando l’idea di un’immanenza molto forte, più di quanto la teologia cattolica classica sia disposta ad accettare.
Il Sant’Uffizio emise un monitum (avvertimento, non una condanna formale di eresia) nel 1962, segnalando ambiguità dottrinali e imprecisioni nelle sue opere, invitando alla cautela nell’uso dei suoi scritti nei seminari e nelle scuole cattoliche. Non fu mai dichiarato eretico, e negli anni successivi diversi papi conciliari – Paolo VI, Giovanni Paolo II e soprattutto Francesco, che lo ha citato positivamente nell’enciclica Laudato si’ – ne hanno riconosciuto il valore spirituale e intellettuale, pur senza sciogliere del tutto le ambiguità teologiche legate al suo linguaggio su Dio, materia ed evoluzione.
Il Teilhard è citato, in nota, anche nel documento della Commissione teologica. «In questa prospettiva va accolto il contributo di P. Teilhard de Chardin» scrive la nota 184, che si riferisce al concetto espresso al punto 107 di «Illuminazione Eucaristica»: «Questa funzione dell’essere umano tra le altre creature e il compimento del disegno di Dio trova la sua ispirazione più profonda nella celebrazione dell’Eucarestia: l’essere umano offre in Cristo la creazione a Dio e, in cambio, implora la benedizione di Dio in Cristo per tutte le cose. Cristo è in questo modo l’asse della maturazione del mondo».
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Va notato che non esiste una condanna formale e specifica del panenteismo come tale, cioè non è mai stato nominato ed espressamente anatemizzato con questo termine in un documento magisteriale ufficiale (concilio, enciclica dogmatica).
Posizioni panenteiste, quando implicano una compromissione della trascendenza divina o una confusione tra la sostanza di Dio e quella del mondo, sono generalmente considerate incompatibili con la dottrina cattolica classica, che insiste sulla distinzione ontologica tra Creatore e creatura (Dio crea ex nihilo, non «emana» se stesso nel mondo). In passato teologi cattolici hanno guardato con cautela o criticato alcune forme di teologia processuale proprio per le loro implicazioni panenteiste.ù
Non è sempre chiaro al lettore la linea di divisione tra il panenteismo e il panteismo, e anzi si può pensare che il primo sia una solo una transizione verso il secondo, come la droga leggera come accesso per la droga pesante: è la Finestra di Overton per la decristianizzazione, la decattolicizzazione del cattolicesimo.
Il panteismo è stato condannato esplicitamente, ad esempio dal Concilio Vaticano I (1870), che ribadisce la distinzione sostanziale tra Dio creatore e il creato.
Il fondatore di Renovatio 21 ha trattato il tema del panteismo e dei suoi aspetti oscuri più di una decade fa nel libro Contro il Buddismo (2012) nel capitolo «Aspetti e maschere del nulla buddista», magari con linguaggio sinestetico che ora riformulerebbe.
Riguardo alla religione orientale e al tema di Creatore e creazione, l’autore scriveva: «In pratica, la domanda fondamentale che tanto tormenta l’umano pensiero – «da dove vengo?» – viene accuratamente lasciata senza risposta. Le conclusioni che ne tira uno, è che quindi l’universo sia tutto un grande sistema dove tra creatore e
creatura, tra madre e figlio, tra questo e quello, non c’è questa grande differenza. Il termine tecnico è “emanazionismo”: tutto è “emanazione” di qualcosa, un prodotto aleatorio non interamente distinguibile dal suo originatore. Un po’ come l’odore, che, appunto, emanano certe cose – l’odore altro non è che uno sciamo di atomi che
lasciano la materia per vagolare nell’aria».
«Il buddismo se ne infischia del creatore, e, quel che è davvero pericoloso, nulla gli importa nemmeno della creatura, che alla fine non è che un vago e microscopico accidente cosmico. E come tale vale poco, anzi vale come tutto il resto dell’universo, cioè nulla. “I destini degli esseri sono simili ad un sogno […]
comprendiamo, fratelli miei, che tutto è vuoto, come lo spazio”».
«Possiamo capire quali sono le conseguenze di tutto questo. Innanzitutto, la spersonalizzazione. Nel cosmo di Budda, noi non siamo persone, e forse nemmeno individui, ma inspiegabili combinazioni transitorie di questo Uno impersonale: espressioni momentanee e transeunte dell’Essere, che in realtà è un divenire, o neanche quello perché tutto è Illusione, il peto del nulla dentro un’automobile lanciata verso il niente…» scriveva il Dal Bosco.
«Per la sensibilità europea, e non solo per quella, le cose stanno diversamente. La persona, con la sua responsabilità e dignità, è forse il fondamento primo della civiltà. I popoli del primo mondo attorno alla persona ci hanno costruito tutto: la famiglia, la democrazia, il pensiero, il diritto. La persone è il cardo attraverso cui scorre la vita sociale dell’occidente. Che si crederebbe ricco, saggio e libero, se si rifiutasse di credere alla persona».
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«Comprendiamo bene come invece la sua cancellazione sia diretto effetto dell’emanazionismo. L’emanazionismo, che come un ubriaco in fase terminale fatica a discriminare tra soggetto e oggetto, non può accordare autonomia ad un essere umano: egli altro non è che la risultante di un milioni di concause diverse, l’anello di congiunzione passeggero e insignificante delle infinite catene che girano attorno all’inarrestabile ruota dell’universo».
«Di più: nell’emanazionismo (che beninteso non è prerogativa del buddismo, ma al quale quest’ultimo aggiunge il suo efferato afflato nichilista) manca quella cosa senza la quale qualsiasi famiglia non va avanti: l’amore. L’amore del padre per il figlio, e del figlio per il padre. Il creazionismo vede le parti legate da un rapporto preciso: la creatura esiste perché è stata voluta dal creatore. E il creatore è spesso oggetto della gratitudine della creatura…»
Il risultato del panteismo è quindi la fine del Dio padre, e dell’uomo come suo figlio, come Imago Dei. Per il pensiero panteista, « davvero Dio è morto, l’uomo è morto, tutto è morto. Come nelle ossessioni dei malati depressi, tutta la realtà è considerata come un inutile miraggio mortifero».
La Chiesa conciliare, depressa e suicida, ci sta con evidenza portando lì: vuole dissolvere Dio nell’universo come nell’acido, vuole uccidere Dio, sacrificarlo una volta per tutte, senza significato, senza resurrezione, senza perdono.
Messa così, è difficile non vedere chi possa esservi dietro anche questa mutazione teologica. La chiesa diverrà ancella del Regno sociale di Satana? Sembrerebbe, ma, alla fine, mai sarà davvero così: portae inferi non praevalebunt adversus eam.
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Spirito
Cardinale Burke: L’immoralità sessuale odierna assomiglia a Sodoma e Gomorra
Cardinal Burke Warns Today Resembles Sodom and Gomorrah
“God looked upon man and the way he was living, and he was doing everything but what God wanted. The Scriptures say that it made God sorry that he had made man. Because man has free will, he can go away from God. And at… pic.twitter.com/z6vzg7he33 — Shawn Ryan (@ShawnRyan762) September 8, 2026
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;FEDE SCIENZA E COSCIENZA video integrale del Convegno di Renovatio 21 su vaccini e cellule di feto abortito. Relatori: S.E.R. Cardinale Raymond Leo Burke ; Dr.ssa Theresa Deisher, ricercatrice e scienziata, Direttrice del Sound of Choice Pharmaceutical Institute; Dr.ssa Debi… pic.twitter.com/JajXVXJYXa
— Renovatio 21 (@21_renovatio) January 6, 2025
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Spirito
Il peccato non diventa mai un bene
Pubblicata il 24 giugno 2026, la Professione di Fede Cattolica della Fraternità Sacerdotale San Pio X viene qui presentata in diverse parti. Questa dodicesima parte ci ricorda che il bene e il male sono determinati dalla legge di Dio e non cambiano in base alle circostanze, alle intenzioni o ai mutamenti sociali. La vera misericordia non può quindi mai giustificare il peccato: essa chiama alla conversione e conduce le anime ai rimedi della grazia.
XI. Ordine morale e legge di Dio
88. Io affermo che esiste un ordine morale fondato sulla sapienza eterna di Dio. Le azioni umane sono buone o cattive a seconda della loro conformità o opposizione alla legge divina, che è santa e immutabile. Opinioni individuali, consenso sociale, intenzioni soggettive e circostanze storiche non possono alterare il valore inviolabile di questi principi della morale cristiana.
89. Dall’immensa bontà con cui Dio ha elevato l’uomo all’ordine soprannaturale, consegue che l’uomo ha un solo fine ultimo, soprannaturale, al quale rimane ordinato secondo il piano di Dio, anche dopo il peccato. Questo fine soprannaturale assume, eleva e perfeziona il fine dell’ordine naturale dell’uomo.
90. La legge naturale, iscritta da Dio nella natura umana, rimane conoscibile attraverso la retta ragione e vincola tutti gli uomini. La legge positiva rivelata, di ordine soprannaturale, la conferma, la eleva e la chiarisce, trascendendola. Pertanto, non vi è alcuna opposizione tra la legge del Vangelo e la legge naturale; anzi, la stessa grazia dà all’umanità la forza di essere soprannaturalmente fedele ai propri precetti, e di godere così di quella libertà dei figli di Dio grazie alla quale, liberati dal potere del peccato, possiamo tendere al nostro fine ultimo.
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91. Rifiuto pertanto la moralità situazionale, secondo la quale circostanze concrete potrebbero rendere buone azioni intrinsecamente malvagie. In particolare, sostengo che nessuna circostanza possa mai legittimare il ricorso alla contraccezione, all’aborto o all’eutanasia. Rifiuto qualsiasi dottrina che affermi che una condotta oggettivamente contraria ai comandamenti di Dio possa costituire, per alcuni, la generosa risposta attualmente richiesta da Dio. Dio non comanda mai il peccato o ciò che è impossibile; non benedice mai il disordine morale e non giustifica mai ciò che contraddice la sua stessa legge; ma a coloro che fanno del loro meglio, non nega mai la sua grazia per osservare i suoi comandamenti.
92. Affermo che le unioni adulterine, le unioni contro natura e tutte le situazioni pubbliche contrarie alla legge divina non possono essere presentate come beni imperfetti, doni di Dio, passi positivi o realtà degne di benedizione in quanto tali. Una simile presentazione ingannevole mina gravemente i principi della morale cristiana e danneggia la sacra istituzione del matrimonio e il benessere delle famiglie.
93. Respinggo pertanto, in quanto contraria alla costante fede e disciplina della Chiesa, la pretesa di ammettere ai sacramenti, e in particolare alla ricezione della Santissima Eucaristia, coloro che persistono pubblicamente in tali stati senza rinunciare al loro disordine. La vera misericordia chiama il peccatore alla conversione; non ratifica il peccato con il pretesto della cura pastorale o del discernimento delle situazioni particolari.
94. Rifiuto altresì la moderna separazione tra dottrina e cura pastorale. Una cura pastorale che contraddice la dottrina non è cura pastorale; svia le anime. La carità non consiste nel nascondere la verità per evitare la sofferenza, ma nel dire la verità con gentilezza per condurre alla salvezza. La medicina della Chiesa può guarire solo nominando il male, invitando al pentimento e offrendo i rimedi della grazia.
95.Infine, affermo che Dio non è solo l’autore e il fine dell’ordine morale, ma anche il suo custode, il suo giudice e l’arbitro supremo del bene e del male. Dimenticare il giudizio divino genera una misericordia falsa, sentimentale e impotente che non salva nessuno perché non converte nessuno.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di Pudelek (Marcin Szala) via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International
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