Eutanasia
Una commissione australiana per i diritti umani vuole la «morte assistita» per i bambini e le persone affette da demenza
Renovatio 21 traduce questo articolo di Bioedge.
Sebbene l’Australian Capital Territory (ACT) sia sulla buona strada per creare la legislazione nazionale sulla «morte volontaria assistita» (VAD) più progressista, la sua commissione per i diritti umani si sta già lamentando che è troppo restrittiva.
Con una popolazione di solo mezzo milione di abitanti, l’ACT ha un’influenza enorme sul dibattito nazionale, poiché è la sede di Canberra, la capitale nazionale.
Un disegno di legge che legalizza il VAD è stato introdotto nella legislatura dell’ACT e sarà probabilmente approvato entro la fine dell’anno. «Migliora» le leggi di altri stati australiani: non esiste un periodo di tempo fino alla morte, gli infermieri possono valutare l’idoneità, gli operatori sanitari possono discutere la possibilità di VAD; e le case di cura non possono ostacolare il desiderio di morire dei pazienti.
Tuttavia, questo non è sufficiente per i burocrati dell’ACT nella Commissione per i diritti umani del territorio (HRC). Ancor prima che la legge venga approvata, il commissario per i diritti umani, il commissario per l’infanzia e il commissario per le disabilità vogliono modificarla per consentire l’accesso ai bambini e alle persone che hanno perso la vita a causa della demenza.
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Nella sua bozza attuale la legge limita la VAD alle persone di età superiore ai 18 anni. Ciò è discriminatorio, afferma l’HRC: «La Commissione ritiene che ciò si estenda alla decisione di un bambino o di un giovane di porre fine volontariamente alla propria vita con dignità nelle stesse circostanze in cui adulti».
Che età potrebbero avere questi bambini? In Belgio e nei Paesi Bassi, i medici possono praticare l’eutanasia sui bambini dalla nascita fino ai 18 anni e non è necessariamente richiesto il consenso dei genitori. Un noto bioeticista americano ha sostenuto che «il semplice rifiuto del consenso dei genitori non dovrebbe impedire ai medici di porre fine… alla sofferenza con un’iniezione letale».
Ciò a cui si potrebbe arrivare a Canberra dopo futuri emendamenti è un sistema in cui i medici decidono se i bambini malati debbano vivere o morire, senza o senza il loro consenso o il consenso dei loro genitori.
Non c’è qualcosa di terribilmente sbagliato quando i diritti umani vengono utilizzati per giustificare un presunto diritto alla morte, soprattutto per i bambini? Come ha recentemente stabilito un tribunale australiano, il VAD è solo un altro modo di suicidarsi. Come può una società orgogliosa di proteggere i più vulnerabili permettere, o addirittura incoraggiare, i bambini ad uccidersi?
Ancor peggio è il desiderio dell’HRC di dare alle persone che temono di morire di demenza la possibilità di scrivere le direttive anticipate. Ciò consentirebbe loro di essere sottoposti ad eutanasia quando non saranno più compos mentis. Sostiene che «la demenza provoca sofferenze intollerabili oltre ad essere una delle principali cause di morte in Australia, tanto che limitare il VAD alle persone con capacità decisionale escluderebbe un’ampia percentuale di persone vicine alla fine della loro vita e costringerebbe loro a continuare in modo intollerabile sofferenza senza l’ulteriore scelta di fine vita del VAD».
Tuttavia, è più probabile che si tratti di porre fine alla miseria dei parenti piuttosto che alla miseria del paziente. Un ex capo scienziato australiano, Ian Chubb , ha recentemente dichiarato in un’inchiesta parlamentare sulla legislazione di essere tormentato dagli ultimi anni indegni che la sua amata moglie ha trascorso convivendo con la demenza.
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È comprensibile che i parenti si sentano sconsolati di fronte a una persona cara che non riesce più a riconoscere loro e tutte le altre tristi conseguenze della demenza. Tuttavia, è bizzarro che gli esperti in diritti umani sostengano che ucciderli promuova l’autonomia individuale.
L’HRC invoca l’autorità delle Nazioni Unite per sostenere la sua posizione. Si riferisce a un parere del 2018 della Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite sul «diritto alla vita». Tuttavia, più recentemente, nel 2020, la relatrice speciale delle Nazioni Unite per le persone con disabilità, Catalina Devandas-Aguilar, nel suo rapporto ufficiale è stata severa nei confronti dell’eutanasia. Poiché è una donna disabile affetta da spinale bifida, parla con l’autorità dell’esperienza, non dell’ideologia:
«Dal punto di vista dei diritti dei disabili, esiste la grave preoccupazione che la legalizzazione dell’eutanasia e del suicidio assistito possa mettere a rischio la vita delle persone con disabilità. Se la morte assistita fosse resa disponibile a tutte le persone con una condizione di salute o una menomazione, indipendentemente dal fatto che siano malate terminali o meno, ne potrebbe derivare un presupposto sociale secondo cui è meglio essere morti che vivere con una disabilità».
«In generale, quando gli interventi di fine vita vengono normalizzati al di fuori dello stadio terminale della malattia terminale, le persone con disabilità e gli anziani possono sentire sempre più il bisogno di porre fine alla propria vita… in particolare le persone con disabilità psicosociali e demenza».
La documentazione dell’HRC non menziona la disabilità in relazione alla demenza, nonostante uno dei suoi autori sia il commissario per la disabilità.
Inoltre, Devandas-Aguilar sottolinea che offrire – o addirittura promuovere – VAD dimostra una grave mancanza di rispetto per la diversità. La buona salute è solo una dimensione della condizione umana. Le persone sono dotate di una dignità intrinseca e non la perdono perché sono handicappate fisicamente o psicologicamente.
«Le persone con disabilità sono fini a se stesse e non mezzi per raggiungere i fini degli altri, sfidando le risposte sociali che le trattano come oggetti da compatire, proteggere o curare, o che valorizzano le loro vite solo da un punto di vista utilitaristico» scrive.
Il disegno di legge dell’ACT non è stato nemmeno approvato e il governo sta già preparando degli emendamenti per consentire a più persone di morire.
Questa non è una politica: è fanatismo.
Michael Cook
Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.
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Eutanasia
La festa della morte in Veneto
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Bioetica
Morte a Venezia. E inferno sulla Terra senza soprannaturale
Il consiglio regionale del Veneto ha votato per la Morte. Il cosiddetto «fine vita», espressione di pudicizia orwelliana per definire l’eutanasia e il suicidio assistito, è passato con 32 favorevoli, 14 contrari, 5 astenuti.
Il Veneto diviene la quarta regione a intervenire, seguendo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna. Il dato politico è che si tratta della prima regione governata dal centrodestra. Il segnale – morale, politico, religioso, storico – è chiarissimo. Il Veneto non è più la «sacrestia d’Italia» – anche perché se non esiste la Chiesa come può esistere la sacrestia?
La regione più cattolica del mondo, alcuni dicevan così, non è più tale. È stata conquistata dall’Impero della morte, che ha ottenuto un trofeo non da poco.
Ha vinto Luca Zaia, il vero protagonista di questo ostinato raid della Necrocultura. Il quale Luca Zaia, ricordiamo, appena eletto governatore con un plebiscito impressionante nel 2010 mise al bando negli ospedali, in concordia con gli altri due governatori leghisti di Lombardia e Piemonte freschi di elezione(Maroni e Cota), la pillola RU486, ossia la pasticca che uccide i feti e poi li fa espellere magari nel water. Era un segnale chiaro, perché l’operazione non sembrava dare vantaggi politici. Ci sembrava un vero atto morale, spirituale.
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Avevamo applaudito Zaia anche nel 2017 quando, unica figura politica in Italia, si oppose alla legge Lorenzin sull’obbligo dei vaccini pediatrici – quella per cui i nostri figli non possono andare a scuola senza essere sottomessi a 10 sieri – presentando ricorso alla Corte Costituzionale e chiedendo formalmente di sospendere gli effetti del decreto prima del giudizio di merito.
In seguito lo Zaia avrebbe perso interesse per questa battaglia, anche perché sul piatto della Consulta aveva la questione della costituzionalità dell’autonomia differenziata referendum. Che volete farci: la politica pesa più delle vite dei bambini, altrimenti non esisterebbe le legge su aborto, provette etc.
Tuttavia nemmeno con una visione di cinismo politico si riesce a spiegarsi questa ostinazione assoluta dello Zaia, divenuto paladino della Necrocultura, al punto da tornare a spingere per una manovra che lo aveva scottato nel 2024, quando il Consiglio regionale respinse il primo tentativo di introdurre la legge.
Vuole davvero essere ricordato per questo, lo Zaia? Probabilmente sì. E allora, ci chiediamo, come tutti, cosa gli è successo? Da cosa deriva questa «conversione»? Abbiamo raccolto ipotesi da ambienti vicini alla Regione, ma nulla è pubblicabile.
Ricordiamo ancora una pubblicità per le TV locali (all’epoca la comunicazione politica si faceva soprattutto lì…) della campagna che portò Zaia a Palazzo Ferro-Fini 16 anni fa. Il video si apriva con Zaia che scendeva da una macchina della polizia: un’operazione di sicurezza notturna, con cui il già presidente della provincia di Treviso indicava la sua priorità.
Nella réclame elettorale seguiva un’inquadratura, fugace ma efficace, del futuro governatore mentre stava probabilmente ad una Messa o a qualcosa del genere, un evento in cui entrava anche la religione: al suo fianco si intravede appena uno zucchetto colorato (un vescovo?) dove, con un microscopico cenno, portava su il capo chino, il volto serio, lo sguardo pieno di rispetto, di gravitas. Come a dire: io sono qui a rispettare il fondamento religioso della nostra terra. Tipo: io mi inchino…
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Ora anche Zaia, dopo tre lustri al vertice incontrastato della politica veneta, può aver compreso che la religione non conta più nulla. Nemmeno in Veneto. La Balena Bianca è morta, fiocinata da mille capitani Achab, nutriti dallo Stato moderno, dalla sua democrazia farlocca, e dai noi stessi, dalla nostra stessa tolleranza, la nostra incapacità di reagire alla catastrofe che sapevamo sarebbe arrivata.
La questione, quindi, è eminentemente religiosa. Anzi, più specificatamente: è soprannaturale. Più nessuno crede al soprannaturale. Più nessuno crede all’invisibile. Più nessuno crede.
Basta vedere quale resistenza è stata fatta alla legge della morte veneta: nessuna, a parte il gruppetto creato dall’indomito attivista Alberto Zelger, che con probabilità nel 2024 aveva contribuito a far fallire il putsch eutanasico regionale. Di fatto, non si è visto niente altro. Il cattolicesimo organizzato è non pervenuto. Anzi: sappiamo che la chiesa moderna sia d’accordo, perché il compromesso cattolico con i padroni della Morte va molto oltre l’aborto.
Lo si capisce perfino leggendo la nota, in teoria «dolente», in realtà molto rivelatrice, del patriarcato di Venezia, l’istituzione cattolica che nei secoli è servita come trampolino di lancio per il papato. Il patriarca – un genovese, a Venezia: una nomina che molti hanno ritenuto un segno di quanto il papato di Ratzinger fosse divenuto disfunzionale – non si è mai visto nei giorni precedenti al voto, ma poi ha emanato questa letterina, che vale la pena di leggere.
«A seguito dell’approvazione della legge regionale sul suicidio assistito, si esprime amarezza poiché, in tal modo, si afferma un modello culturale e un modello di sanità che possono portare ad una deriva difficilmente controllabile» scrive la dichiarazione del patriarca cardinale Moraglia. Fate bene attenzione alle parole: «amarezza», tipo quando perde la squadra del cuore. E poi «modello di sanità»: la chiesa pensa a ospedali ed amminstrazioni. Non pensa ai poveretti che ora verranno uccisi dallo Stato. Non pensa alle sue pecore sacrificate a Baal. Non pensa ai figli di Dio – pensa alle strutture burocratiche.
La «deriva difficilmente controllabile» non è nel futuro, Sua Eminenza: la deriva è già qui. Uno Stato che uccide i suoi cittadini è già dentro all’Inferno, cardinale!
Poi è un raffica di frasette cosparse di forme attenuative. «La percezione della dignità della vita umana appare da oggi meno tutelata». La percezione? Ma dice seriamente? Tipo «la percezione che l’acqua sia bagnata»?
«C’è soprattutto grande preoccupazione per le persone fragili e sole» scrive ancora la noterella patriarcale. «Preoccupazione», certo: non la certezza di quello che accadrà, come stiamo vedendo in Belgio, Olanda, Canada, dove a farsi uccidere (o ad essere uccisi pure contro la loro volontà…) sono i malati, i depressi, i poveri, i disabili… e bambini. Ma comprendiamo anche qui l’uso della parola di attenuazione: «preoccupazione», come quella dei polacchi quando Hitler invase nel 1939.
Il cardinale patriarca fa comprendere quindi di aver assimilato la posizione e il linguaggio del fronte della Morte: «l’impegno è di accompagnare le persone, sempre più e con i mezzi tecnici che oggi la scienza ci offre. Non ci si riferisce – è chiaro – ad alcuna forma di accanimento terapeutico ma, piuttosto, a quelle cure palliative di provata efficacia nel ridurre il dolore». Eccerto: la cura del malato diviene «accanimento terapeutico», come da manuale della battaglia eutanatica.
Non poteva mancare la bandiera definitiva del compromesso con il male: ecco «l’auspicio che l’obiezione di coscienza sia davvero garantita in tutti i momenti e in tutti i soggetti interessati da tali protocolli sanitari». Ecco: uccidete pure, ma lasciate in pace quei colleghi, che stanno nell’altra stanza a tapparsi le orecchie, gli occhi, la bocca, o che non fanno nemmeno quello: poi andranno a pranzo assieme agli assassini, magari pure vi si accoppieranno a certe cene di Natale furbette. È la realtà della buffonata genocida dell’obiezione di coscienza, il feticcio catto-politico a cui vi ordinano di attaccarvi mentre nel retrobottega loro avanzano con il programma della Morte.
Infine, il patriarca offre il capolavoro: «oggi non ha vinto o perso qualcuno, ma, certo, un modello di vicinanza umana è stato, in qualche modo, ferito e limitato». Capito? Non ha vinto o perso nessuno: no, ci rassicura il porporato, alla fine la Cultura della Morte non ha segnato un punto che costerà migliaia di vite innocenti, anche dei fedeli del patriarcato. Macché: è stato colpito «un modello di vicinanza umana», cioè un’astrazione ricoperta di un’etichetta da Unità Pastorale, da chiesa ONG del postconcilio.
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Insomma, per la massima autorità spirituale veneziana (cioè, genovese…), la figura che nei millenni ha guidato le sorti dei milioni di anime venete, non è in fondo successo niente di che. È stata una cosa incruenta, un bisticcio ideologico, una partita a briscola bioetica finita male.
Notate, Dio, il soprannaturale, mai entrano nel discorso del cardinal Moraglia. Eppure, quello dovrebbe essere il suo lavoro: ricordare non il «modello di sanità», ma Iddio, e magari pure la sua ira.
È stato così nei secoli. La Repubblica Veneta è stata, certo, non sempre in linea con il papato. Stampava libri proibiti. I suoi costumi, certo tenuti dietro il velo del pudore, erano ben noti, e desiderati da tutto il mondo: il carnevale, le sue sale da gioco (da dove credete che deriva la parola «casinò»?), i suoi abiti sfolgoranti, le «cortigiane», la cultura libera ed abbondante, come le sue licenze. Chi conosce le Memorie di Casanova, o anche ha solo veduto il capolavoro di Federico Fellini (1976), sa di cosa sto parlando.
Tuttavia, da studioso del tabarro, e suo indossatore seriale, conosco la storia: esso serviva anche, assieme alla maschera (la bauta) a non farsi riconoscere nemmeno nel passo (quindi, a prova di computer vision attuale: la frontiera della sorveglianza IA, invero superata da anni, è il gait, la possibilità di individuarvi da come camminate), ed è stato colpito ciclicamente da leggi suntuarie, cioè leggi sui costumi, piuttosto ignorate da tutte le classi sociali.
Ebbene, il tabarro, che era variopinto, ad un certo punto divenne scuro – lo stesso destino toccato alle gondole, rimaste nere per sempre. Forse si tratta solo di una leggenda popolare, tuttavia si dice che l’abbandono del colore sia stato in segno di penitenza e lutto per la peste del 1630, per la quale costruirono come ex voto Santa Maria della Salute – mezzo secolo prima, per la pestilenza precedente, il Senato della Serenissima aveva commissionato ad Andrea la costruzione della Basilica del Redentore. Gli storici moderni questo non lo possono smentire. Così come non si può smentire che la chiesa costruita per la peste è stata poi chiusa durante il COVID.
Sì, Venezia credeva materialmente nel soprannaturale. Venezia credeva. Me lo ha ripetuto anche un amico venetista qualche giorno fa, spiegandomi che le ville venete prevedevano per forza una cappella che desse all’esterno, perché il popolo non poteva essere privato dei sacramenti. Come dire: lo Stato veneto non osava sfidare Dio, temeva che farlo avrebbe cagionato i semi della sua stessa distruzione, come si era visto con la peste: il potere sapeva che il controllo del proprio destino non esiste, in ultima analisi è la Grazia che fa andare avanti le cose. Le cose sono molto cambiate. Ora le élite, politiche e religiose, credono ad una sola cosa: credono di non credere.
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Il lettore può rimirare la differenza: Venezia un tempo distribuiva al suo popolo i sacramenti, Venezia oggi vuole distribuire ai suoi cittadini la morte. È incontrovertibilmente così, ed è terrificante pure per chi, come noi, sa che il vero principio dello Stato moderno è la sottomissione e l’eliminazione della sua popolazione.
Più nessuno crede che possano esservi delle conseguenze divine alla scelta di infliggere la morte alle persone: punizioni, catastrofi, inferni sulla Terra, o dopo. Non ci credono gli eredi dei dogi e del Maggior Consiglio, non ci credono gli zucchetti. Eppure, il credente sa che ciò sarà inevitabile. Il castigo è nel nostro futuro.
«Dal Veneto una legge di civiltà» ha trionfato lo Zaia, che come noto è senza figli. Ha ragione: è una legge della civiltà della Morte, che spazza via secoli di Civiltà Veneta, di Civiltà cristiana, di Civiltà umana. L’attacco è alla stessa matrice che ci ha generati: la matrice divina della Vita.
La civiltà della Morte è l’anti-civiltà: è il sistema che vuole eliminare l’essere umano, magari per sostituirlo con esseri artificiali. Tutti oramai sapete che questa non è fantascienza, né deve sembrarvi un discorso apocalittico: umanoidi e macchine pensanti sono qui.
Il Leone alato piange. Nel Risiko dell’Inferno, la Necrocultura ha portato a casa una bella partita, si è presa un’icona non da poco, una storia cristiana millenaria.
Tuttavia, fino a che siamo vivi, la battaglia non finisce. Forse è per questo che vogliono ucciderci e sostituirci. Non lo permetteremo: né noi, né i nostri bambini.
Preghiamo, combattiamo contro l’Impero della Morte e i suoi servitori. San Marco ci guida e ci aiuta.
Viva San Marco. Viva.
Roberto Dal Bosco
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Eutanasia
Il Veneto si appresta a votare ancora per il suicidio assistito
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