Pensiero
Tucker Carlson ha ucciso Navalnij? O è stato il demone della guerra?
«Non lasciatevi ingannare: Putin è responsabile della morte di Navalnij». Il vegliardo del Delaware installato da qualcuno alla Casa Bianca ha già parlato, perfino in conferenza stampa, che è un tipo di evento dal quale cercano di tenerlo lontano onde evitare prove ancora più incontrovertibili della sua demenza senile e non solo senile.
Biden ha anche dichiarato che gli Stati Uniti non dispongono ancora di tutte le informazioni sull’accaduto, tuttavia «quello che è successo a Navalny è una prova ancora maggiore della brutalità di Putin. Nessuno dovrebbe lasciarsi ingannare».
Il vecchio col dito sul pulsante della distruzione atomica del mondo (forse: la catena di comando in quel senso potrebbe essere compromessa anche dalla prostata del suo segretario della Difesa) dice: non sappiamo niente, ma #hastatoputin.
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Eccerto. Anche Mattarella ha sentito il bisogno di rilasciare dichiarazioni: la morte del blogger antiputiniano «rappresenta la peggiore e più ingiusta conclusione di una vicenda umana e politica che ha scosso le coscienze dell’opinione pubblica mondiale». Baffone è venuto per davvero: ed è peggio di quello che il partito da cui il presidente della Repubblica proviene, quando si chiamava PCI, idolatrava, nel pieno senso della parola.
Il Quirinale ha sentito il bisogno di celebrare un eroe dei nostri tempi: «per le sue idee e per il suo desiderio di libertà Navalnij è stato condannato a una lunga detenzione in condizioni durissime. Un prezzo iniquo e inaccettabile, che riporta alla memoria i tempi più bui della storia. Tempi che speravamo di non dover più rivivere. Il suo coraggio resterà di richiamo per tutti».
Attenzione: nessuno dice che sia stato ucciso. Epperò, diciamo che la cosa è, come dire, fortemente suggerita.
Ci rendiamo conto che non per tutti è facile staccare la testa dal continuum della propaganda NATO, che opera martellante su ogni livello disponibile, ma qualcuno dovrà pur farlo, magari iniziando dalla solita, semplicissima domanda: cui prodest? Cui bono?
A chi giova la morte di Navalnij? Diciamo subito a chi non giova: a Putin. Se c’era qualcuno che poteva aver interesse a tener vivo Navalnij quello è l’uomo del Cremlino. Anzi, si potrebbe perfino arrivare a pensare che tutto sommato tenerlo in prigione significava, in una logica contorta ma realistica, proteggerlo da quanti per colpire lo zar sono disposti a compiere qualsiasi false flag, consumando inganni ed incantesimi che costano non una, ma centinaia di migliaia di vite umane: chiedete in Ucraina, se avete dubbi.
Navalnij che muore in carcere è un disastro incancellabile per le PR di Mosca, che lottano da anni contro le accuse riguardo dissidenti e giornalisti: il copione lo conosciamo dai tempi di Anna Politkovkaja (1958-2006), giornalista e scrittrice (stranamente pubblicata in Italia da Adelphi) russa ma americana che si occupava della guerra in Cecenia e, di conseguenza, della battaglia contro Putin in nome dei «diritti civili», «diritti umani» etc. Per il suo assassinio sono stati condannati cinque ceceni, ma nessun mandante. Anche lì: a chi giovava la morte della Politkovkaja, se non ai nemici di Putin?
Saltò fuori il nome di Berezovskij, l’oligarca ebreo che avversava l’ascesa di Putin dal dorato esilio londinese, e che si diceva essere in contatto con i gruppi islamisti-separatisti del caucaso. Berezovskij, che nel venne ritrovato morto nel bagno di una villa della capitale britannica, fu tirato in ballo da alcuni come finanziatore occulto non solo dei terroristi ceceni, ma pure di Navalnij: tuttavia, si disse che le foto che li ritraevano insieme erano fotomontaggi.
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Aleksej Anatol’evic Navalnij era un avvocato, ma soprattutto un blogger che su internet aveva creato una massa piuttosto vasta di opposizione fatta di risentimento totale verso l’establishment, accusato di ogni possibile corruzione: Edinaja Rossija, Russia Unita, il partito di Putin, fu definito come «il partito dei truffatori e dei ladri», espressione ripetuta infinite volte davanti a sei milioni di sottoscrittori su YouTube e ancora più utenti dei social. Se questa è una sceneggiatura che vi risuona, e perché l’avete vista in Italia, pure realizzata – ammettiamo, tuttavia, che con probabilità la qualità di Navalnij era superiore di quella dell’avvocatino che gli sfascisti internautici italioti hanno perfino piazzato al vertice del Paese, con la catastrofe che tutti ricordiamo.
A differenza di quanto è accaduto in Italia, o, con altri mezzi, nell’Ucraina dell’attore comico divenuto presidente, non era mai riuscito a creare una base elettorale solida abbastanza per entrare nei giochi politici veri. Tuttavia, gli americani lo coccolavano pubblicamente, tra messaggi da Washington e incontri diplomatici, così che sembrava a tutti che fosse davvero lui, che nemmeno era in Parlamento, l’opposizione a Putin.
Si trattava, come sempre, di un calcolo sbilenco della politica estera americana: il personaggio aveva i suoi limiti, nel 2008 aveva appoggiato il supporto russo a Abcazia e Ossezia nella guerra con la Georgia (poi si scusò), giornalisti moscoviti giurano che si trattava in realtà di un «razzista» e criptonazionalista che poco aveva a che fare con gli ideale liberali dell’Occidente che lo amava e premiava. Lui cercò di dare una mano come poteva: nel 2020 parlò in favore di Black Lives Matter, che in Russia ha molto senso.
Eppure un suo uso, per i padroni del vapore, il giovane blogger antisistema poteva ancora avercelo. Certo, forse non da vivo.
Quindi, facciamoci la seconda domanda: perché ora?
Beh, è curiosa che la tempistica della sua morte coincida incredibilmente con il successo globale della tanto attesa intervista di Tucker Carlson a Putin. Un evento che per anni il governo USA aveva cercato di impedire, arrivando a spiare elettronicamente il telefono del giornalista e poi addirittura, abbiamo appreso da poco, parlando direttamente con i russi per far sì che annullassero tutto.
L’intervista di Carlson a Putin, fatta sul canale «libero» di Twitter divenuto l’X di Musk, ha disintermediato tutti i network di informazione mondiale – cioè la narrativa del mainstream, cioè la narrativa della NATO.
Ha portato un pensiero che non si può trovare sui giornali al di qua della nuova Cortina di Ferro (cioè i nostri Paesi «liberaldemocratici») a tutto il mondo, e nel formato più moderno possibile: non un’intervista TV taglia e cuci di poche battute, ma due ore di conversazione, un formato da podcast dove il presidente russo ha avuto la possibilità di inondare il mondo con un millennio di storia russa.
Qualcuno dice che è andata, male (Putin era più nervoso di Carlson: lo pensiamo), qualcuno dice che è andata bene: anche solo il fatto di poter ascoltare l’uomo del Cremlino che ragiona e chiede negoziati di pace è qualcosa di incredibile, di proibito per l’era di censura che stiamo vivendo.
Resta il fatto che il messaggio al mondo è arrivato. Putin non è un pazzo sanguinario. Putin vuole la pace – di fatto, la cerca spasmodicamente da quasi un trentennio, al punto di offrire a Bill Clinton l’ingresso della Russia nella NATO.
È stato detto: le menzogne fanno iniziare le guerre, la verità può farle finire. La guerra, come sappiamo, per gli angloamericani deve continuare, fino all’ultima goccia di sangue ucraino.
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E quindi, che è l’intervista di Tucker che può aver spinto qualcuno a optare per la fine di Navalnij? È Carlson ad aver indirettamente causato la morte dell’oppositore?
Perché di fatto Navalnij è morto, e se non vi sono cause naturali (nessun giornale sembra pensarlo, rilanciando i commenti dei genitori che dicono che stava bene), deve essere stato ucciso. Ma se non è stato Putin, che è l’ultima persona a cui conveniva, chi può essere Stato?
Dicevamo, ad un certo punto, neutralizzato da ogni punto di vista (mediatico, politico, giudiziario), Navalnij poteva servire più per il martirio globale che per altro. Ma come si fa ad uccidere una persona in un carcere russo?
Mica possiamo saperlo, tuttavia avanziamo delle ipotesi ignoranti. Per ammazzare qualcuno in prigione, bisogna usare canali della criminalità organizzata, che trova sempre il modo di mettere in contatto i mondi fuori e dentro le sbarre. E dove sta la mafia russa? Beh, certo, sta in Russia, ma non solo: tanta, come ci mostrano tre decenni di film anche belli, ha preso casa in America.
Brighton Beach, sobborgo verso l’oceano sotto Nuova York – non lontana da Coney Island, teatro dell’indimenticabile scena finale de I guerrieri della notte – è di fatto oramai un paese russo, la chiamano la «piccola Odessa», e i vareniki alla ciliegia più buoni della mia vita li ho mangiati lì. Ora, quanto ci si può mettere, in automobile, da Langley a Brigthon Beach? Forse qualche ora, ma ovviamente, parliamo per metafora, perché sono cose per cui, oggi, mica c’è bisogno di spostarsi.
Abbiamo detto Langley perché è la sede del vero protagonista dell’intervista Carlson-Putin: la CIA. Possiamo dire anzi che il vero significato dell’incontro sta tutto nelle dichiarazioni di Putin, agente KGB, sui vecchi avversari del servizio segreto USA.
È ciò che mi ha colpito subito la notte della messa in onda: Putin si era tolto i guanti bianchi, e accusava direttamente la CIA dei misfatti dell’ora presente. Ho pensato, subito, quanto fosse irrituale: insomma, c’era l’onore tra spie, una volta, e Vladimir Vladimirovich, malgrado qualche barzelletta raccontata pubblicamente, non sembrava aver mai voluto attaccare la forza occulta della controparte. È una parte del gioco, è la meccanica delle cose, la CIA in fondo fa il suo lavoro, anche in Russia, il KGB stesso lo può comprendere.
Stavolta però non è andata così: nell’intervista accusa i servizi americani, e lo aveva già detto a Oliver Stone anni fa, di essere dietro ai terroristi ceceni, poi dice che c’è proprio la CIA dietro alla distruzione del Nord Stream 2, quindi percula lo stesso Carlson, che incassa tremendamente, ricordandogli che lui stesso aveva provato ad entrarvi (vero: lo scartarono, quindi il padre gli disse «fai il giornalisti, lì prendono tutti»), ma grazie al cielo lo avevano rifiutato. «Seriosnaja organisatsija», un’organizzazione seria, dice Putin mentre canzona senza pietà il tentativo del californiano di diventare un agente segreto.
(Qui ci sarebbe da aprire un capitolo a parte: il padre di Carlson fu giornalista prima e funzionario del dipartimento di Stato poi; prima di divenire ambasciatore, diresse per Reagan Voice of America, la massima fonte di propaganda antisovietica possibile: essendo che Carlson senior ha vissuto anche a Mosca, immaginiamo il dossierone sulla famiglia che era a disposizione di Putin)
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È la CIA l’ostacolo alla pace, sembra suggerire finalmente Putin. Nelle ore di intervista concesse ad Oliver Stone, non era arrivato ad ammetterlo: al massimo, aveva detto quanto temesse che, nonostante la vittoria di Trump, nulla sarebbe cambiato, a causa del fatto che gli USA hanno una «burocrazia forte». Un’espressione che a noi era sembrata una foglia di fico per non usare le famose tre lettere russe, Tse-er-u, Tsentral’noe Rasvedybateln’noe Upravlenie, cioè CIA.
Adesso invece Putin dice: la CIA è il problema. La CIA vuole la guerra, costi quello che costi: la vita degli ucraini o l’economia dei tedeschi e degli europei. Questa è stata, davvero, l’unica novità dell’intervista, l’unica notizia.
E quindi, uno immagina, la CIA ha già reagito, a modo suo?
Ci sono altre coincidenze temporali da considerare. La morte di Navalnij avviene in concomitanza con la Conferenza di Monaco sulla Sicurezza, il ritrovo internazionale dove tante cose vengono discusse e programmate – e dove, proprio riguardo alla Russia di Putin c’è un trascorso preciso.
È a Monaco che nel 2007 che Putin fece il famoso discorso che rivelò al mondo il futuro della politica estera russa, basata sul crollo inevitabile del dominio unipolare americano e della sua violenza insostenibile. L’anno successivo si ebbe la guerra antirussa della Georgia. «Putin pagherà», ha detto.
È a Monaco che nel 2022 Zelens’kyj accarezzò l’idea di far diventare l’Ucraina una potenza nucleare. Gli occidentali lo ascoltarono, e nessuno disse che si trattava di un pazzo che metteva in pericolo il mondo. Pochi giorni dopo scattò l’operazione militare speciale di Mosca in Ucraina.
Poche ore fa, proprio alla stessa conferenza di Monaco, vi sono stati gli applausi per la moglie di Navalnij, che era proprio là.
Un’altra coincidenza: a Dubai pochi giorni fa un giornalista arabo ha chiesto a Carlson, ad un evento pubblico in mondovisione, proprio di Navalnij, lamentando il fatto che non ha fatto domande in merito.
Carlson negli scorsi mesi aveva già risposto andando a trovare personalmente Julian Assange nella prigione di Belmarsh a Londra. Un progioniero politico, un giornalista, tenuto dentro a partire da accuse di stupro ritirare e nemmeno nel Paese che lo accusa, ma in un altro, simbolo massimo del feudalesimo diplomatico americano inflitto al mondo.
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Curioso: è di ieri, la notizia rimbalzata su tutti i media del mondo, della moglie di Assange che dice che, qualora venisse estradato, Julian morirà. Assange morto, vogliamo ricordarlo, era ufficialmente un piano dei servizi americani: al punto che per il complotto per assassinarlo i giudici spagnoli vorrebbero sentire Mike Pompeo, l’ex direttore della CIA.
E quindi, se ora Assange venisse estradato, e, tra secondini che ronfano o zufolano, venisse trovato morto, che direbbero? Che siamo 1-1 con Navalnij? È un pensiero malandrino che qualcuno può avere.
Tuttavia, pensiamo che di base ci sia qualcosa di ancora più spaventoso dietro a questa storia. Renovatio 21 ha ipotizzato, un anno fa, che il licenziamento di Carlson da Fox, dove era diventato il giornalista più seguito di tutto l’arco televisivo americano, fosse proprio l’inevitabilità della guerra programmata contro la Russia. Una guerra diretta, una guerra «calda», da far scoppiare prima delle elezioni: dopo qualche settimana, aveva confermato di pensarlo anche lui, sia pure tralasciando che la cosa poteva essere la vera causa del suo apparentemente insensato allontanamento dagli schermi.
Navalnij morto per velocizzare il processo verso la guerra, dopo che con Carlson, e cioè con una grossa parte dell’opinione pubblica americana, Putin aveva guadagnato spazio e tempo per la pace?
Non solo: se Biden dice che Putin è brutale, i putinisti americani sono avvertiti – la loro idea contraria alla guerra contro Mosca è antiamericana, è illegale. Saranno perseguitati come quelli del 6 gennaio, o come Trump, trascinato per tribunali che poche ore fa gli hanno ordinato di pagare 350 milioni di dollari, praticamente mettendolo sul lastrico.
Tutto pare essere messo in cammino per l’inferno della guerra, e le vite sacrificate ora sono solo l’inizio della carneficina.
Qualcuno con visioni storico-teologiche radicali, dalle quali prendiamo subito le debite distanze, ritiene che alla base di tutta la vicenda degli ultimi secoli ci sia un demone. Cioè, proprio lui, quello, una cosa così: un’entità evocata secoli fa dagli inglesi quando si staccarono dall’Europa abiurando dal cattolicesimo con Enrico VIII ed la regina Elisabetta, un processo portato avanti da negromanti come John Dee, l’uomo che con il codice 007 creò le basi per l’Impero britannico e, materialmente, per il suo sistema di spie. Dee era un mago accanito, evocatore forsennato di spiriti, «angeli» diceva, che poi anche i demoni sappiamo che sono angeli.
In seguito, dicono queste teorie irricevibili, l’alleanza con tale demone è passata da Londra agli Stati Uniti. Il demonio, del resto, in cambio del potere sul mondo agli uomini chiedeva sempre le stesse cose: oro e sangue, valanghe di danaro e ecatombi di vite umane sacrificate con guerre e stermini di vario tipo. Vedendo la storia degli ultimi secoli di potere angloamericano, possiamo dire che è stato accontentato, ma sappiamo anche che a certuni non basta mai.
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Nella sua intervista a Putin, Carlson ad un certo ha toccato un punto di questo tipo: gli ha chiesto se non credeva che ci fossero delle forze esterne all’umanità che nella storia intervengono per influenzare negativamente le persone e il corso degli eventi. Abbiamo visto Tucker sviluppare questa idea negli ultimi mesi, arrivando a dichiarare che l’aborto è un sacrificio umano sussurrato all’orecchio di ogni popolo della storia da queste forze esteriori, e possiamo dire che l’interesse per gli UFO dimostrato dal personaggio pare andare nella stessa direzione.
Il presidente russo ha risposto che no, non ci crede, la storia è regolata dalle solite leggi umane, insomma non c’è tanto da fare i mistici.
Per quanto sia difficile crederlo, è possibile che Putin, per una volta, si stia sbagliando?
Possibile che neanche lui veda il quadro che, via Navalnij e il milione di ragazzi ucraini e russi massacrati, ci si sta parando innanzi?
Possibile che non capisca che dietro alla sete di sangue della setta iniziatica chiamata CIA potrebbe esserci davvero qualcos’altro?
Sono cose che butto lì, in modo irresponsabile e irriverente. Ma non è che ho altri modi di pensare la cosa: vogliono la guerra totale a tutti i costi, vogliono il sacrificio planetario, vogliono l’inferno sulla terra.
E noi in qualche modo, sul piano della realtà o della metafisica, della carne o della preghiera, della volontà o dello spirito, dobbiamo impedirglielo. Costi quello che costi.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di Mitya Aleshkovskiy via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic; immagine modificata
Eutanasia
La festa della morte in Veneto
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Cremazione
Le ceneri di Guccini. Con benedizione cardinalizia
Mettiamo le mani avanti: non siamo mai stati nel novero degli estimatori di Francesco Guccini.
Nel periodo d’oro del cantautorato italiano altri erano i nostri riferimenti. Guccini no: ci dispiaceva la plumbea appartenenza politica, e più di tutto una certa monotonia del timbro e il modo enfatico e pesante di cantare, per il quale le canzoni sembravano composte da una sola nota martellata e ribattuta, anche se poi non era vero.
Naturalmente qualche suo pezzo lo si conosceva pure noi. Il repertorio di turpiloquio dell’Avvelenata era troppo ghiotto perché non lo si mandasse a memoria. È noto che il nostro non la considerasse un capolavoro, e pare che la ripudiasse addirittura: a riprova che gli artisti sono in genere pessimi critici.
Rammentiamo poi vivamente i grevi scongiuri a cui ci si abbandonava non appena si sentiva intonare In morte di S.F.. Nonostante l’ala del tempo sia passata anche su di noi, ancora oggi ne subiremmo la cupa suggestione, l’impulso a scaricarne la jella nel modo più maschio e triviale. Per la verità, bn pochi amavano sentirla, soprattutto in automobile, motivo per il quale ne ricordiamo solo l’inizio e la fine.
Sul rimanente, si conosceva qualcosa de La locomotiva, qualcosa di più de Il pensionato, e poco altro.
Uno dei problemi delle canzoni di Guccini, tra l’altro, è che si era costretti a cantarle come Guccini: cioè con un pronunciato sforzo di gola, calcando tutto e fingendo di pesare più di novanta chili. Fatica improba, che come tutto risultato dava quello, davvero non esaltante, di avvicinarsi all’imitazione che ne fece Fiorello in Come mai degli 883.
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Se non possiamo essere considerati degli estimatori, non possiamo però essere inclusi nella schiera dei detrattori. Guccini ha percorso la sua lunga vita senza il nostro affetto ma anche senza la nostra ostilità. Era come avere per condomino della scala B un apprezzato cultore di letteratura occitanica, che si saluta per le scale ma non si frequenta.
Osservatori distanti, certo più indifferenti che curiosi, ci troviamo forse in posizione privilegiata per valutare l’alluvione di parole spese e scritte post mortem sull’Omero di Pàvana. Posata la polvere, possiamo dire che non ci ha sorpreso quasi niente.
Erano da immaginarsi, per esempio, le paginate e paginate di encomio, lo sbrodolo agiografico, la commozione, i ricordi evocati in coro, spalla contro spalla, da chi lo ha conosciuto o semplicemente ascoltato in gioventù.
È un fatto: ogni generazione desidera celebrare sé stessa, e l’occasione migliore per farlo è indubbiamente un funerale. Davanti al capobandiera che se ne va, piccolo o grande che sia, i superstiti provano il bisogno di stringere l’asta e di gridare a sé stessi, nonché al mondo, di essere ancora in vita.
Alla notizia si è infatti radunata, da oriente a occidente, la moltitudine che l’esistenza, le inclinazioni e i travagli avevano diviso e sparpagliato. I vincenti e i perdenti, gli sciupati, gli ambiziosi, le promesse mantenute, le promesse mancate, gli umiliati, i talentuosi, i gregari: ognuno con la sua magagna ha frugato in volto il vicino in cerca di antichi bagliori e ha scoperto l’orgoglio di appartenere a una sola generazione.
E giù a dire quanto sono stati e sono ancora oggi belli e generosi, e soprattutto unici e irripetibili.
Cose già viste. Al loro tempo – magari con qualche riscontro in più – l’hanno proclamato i risorgimentali al funerale del Carducci; i fiumani, dinanzi alla bara del Vate; e via via sdrucciolando fino ai battistiani prePanella alla morte di Battisti, ai patiti del birignao-carioca alle esequie della Vanoni.
Giacché si è accennato al Carducci e al D’Annunzio, era ovvio che anche il Guccini venisse subito incoronato «poeta». Per settimane gli articoli hanno traboccato di citazioni a casaccio, anche su temi su cui il nostro non ha mai detto nulla. Dietro di esse, in controluce, si potevano intravedere vecchi vinili girare su giradischi addormentati, mentre sessantenni fanno i piatti canticchiando Cirano. Da qui a invocare che i versi del poeta (tipo: «la ragazza dietro al banco mescolava/birra chiara e sevenàp») irrompano nelle antologie scolastiche è un passo. Poesia, poesia!
Nessuna meraviglia anche in questo caso.
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Com’è risaputo, gli italiani della loro poesia non ne sanno una beata. Il bagaglio da stiva regolamentare ospita in genere quattro endecasillabi imposti nelle scuole dell’obbligo e sei o sette nomi che, per ausilio mnemonico, ritornano nella toponomastica cittadina – e via andare.
Ammettiamolo: da noi la poesia forse si studia, ma non si legge. Non se ne conoscono né le leggi né il lessico, non la si comprende e non la si gusta. Non si sa manco che cos’è. Per dirla in una parola, la poesia italiana, come dire ottocento anni filati, non se la fila nessuno.
Del resto, l’italiano ne fa allegramente a meno e campa lo stesso. Per chi vuole, al fabbisogno – così come un po’ a tutto ciò che attiene alla sfera ludico-artistica – ci pensano gli americani. Non è un caso se il poeta più letto (in traduzione) sia Emily Dickinson. Dicono che i suoi versi (in originale) siano anche i più tatuati sugli avambracci delle signore.
Se si hanno meno pretese, poi, ci sono i cantanti: per certuni sono i soli veri poeti. Il monte Elicona, un tempo più esclusivo della Trilaterale, ormai rigurgita di menestrelli italiani. Oggi si aggiunge il Guccini. E viva l’Italia.
Abbiamo pure appreso che il nostro era un uomo buono. D’accordo, de mortuis nihil nisi bonum, ma sia pur da lontano siamo portati a crederlo. Da giovane il Guccini sembrava un orso con il naso, poi invecchiando un orso in maglione con la zip: è difficile farsi un’idea diversa da quella del burbero di buon cuore. E chissà, pensiamo, quante preghiere di zie, prozie, nonni, bisnonni e trisavoli, nell’arco di secoli, sono salite e poi scese, a gocce, a rivoli, affinché ottanta e passa anni fa il piccolo Francesco, nel ricevere la vita, ricevesse in dote anche questa piccola perla che in fondo è una disposizione naturale, un bonus senza merito come l’occhio azzurro o l’alta statura.
Certo, le preghiere non sono riuscite a far sì che diventasse un cristiano, un cattolico. Per quello occorre il concorso del libero arbitrio, e qui il Guccini ha toppato.
Agnostico dichiarato e ribadito, come tanti, come tanti ha civettato con l’idea dell’Ente superiore senza arrivare mai al dunque. Se la parola Dio ha fatto talora capolino nelle sue canzoni, magari per dire che è morto, il nome di Gesù Cristo è rimasto oggetto di uno strano pudore. E forse è stato meglio così: almeno per quelli ai quali, come a noi, non piacciono i paciughi.
Già, perché il nostro ha abbracciato senza riserve tutte le più scontate battaglie della modernità: divorzio, aborto, unioni civili, eutanasia. Ossia, la borghesissima marcia che ha strappato gli italiani al loro retroterra per gettarli avanti a pedate verso un progresso fatto di solitudini, paura e vuoto. Francesco Guccini, tanto per capirci, ha preso perfino la tessera del partito radicale, il movimento più filisteo mai visto sulla faccia della terra.
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A noi però fanno un po’ pena quelli che a dispetto di tutto cercano di farne un credente malgré lui, un cattolico fuori menù, descrivendolo come di una persona «in ricerca», di un’anima naturaliter cristiana. Un agnostico «possibilista», che «non ha mai smesso di chiedere e ascoltare», un cultore del dubbio: insomma, un cardinal Martini. E verrebbe voglia di dire loro: ma non provate vergogna?
È come quando i periodici cattolici, sul finale di intervista, domandano all’ateo di successo se crede in Dio, sperando nel contentino del «Sì, ma». «Sì, ma non in modo tradizionale»; «Sì, ma non mi riconosco nei dogmi»; «Sì, ma la Chiesa deve cambiare/ venire incontro/essere povera/aprire alle diversità/ai divorziati/alle coppie omo»; «Sì, ma la mia fede è intima, non gridata». E ancora, per gradire: «Parlo spesso con Dio, magari per rimproverarlo»; «L’ho sentito vicino nella malattia del mio cane»; «Mi è di molto conforto leggere le parole di papa Francesco».
Questo vi basta? Siete dei poveracci.
Non sappiamo quanto nel Guccini ardesse la sete d’assoluto, quanto abbia chiesto e quanto abbia raccolto. Sono conteggi che lasciamo all’Onnipotente, che li sa fare.
Per quello che ne possiamo capire noi, ci sembra che sia stato di inequivocabile coerenza in vita e in morte. Si stava ancora grattando il violino che è stata data la notizia che il funerale sarebbe stato laico. Qualche discorso, una benedizione dell’amico cardinale e poi via all’inceneritore.
Forse Dio non l’avrà trovato, ma ha trovato lo Zuppi.
Anche questo non sorprende.
Avv. Renzo Magalozzi
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Civiltà
Chi sono i fabiani?
I’ll be honest with you: until recently I didn’t know much about the Fabian Society. Maybe it’s because the English know how to be smooth – so correct me if I am getting something wrong.
The Fabian Society was founded in London in 1884. Named after Quintus Fabius Maximus – the… https://t.co/jvd7MHLpsW pic.twitter.com/NWXYjatLs3 — Krzysztof Szczawinski 🇵🇱 (@Kristof_Poland) August 19, 2026
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