Bioetica
The Lancet: la professione medica deve riflettere sui crimini dei medici nazisti
Renovatio 21 traduce questo articolo di Bioedge.
Secondo un nuovo rapporto della Commissione Lancet sulla medicina, il nazismo e l’Olocausto: prove storiche, implicazioni per l’oggi, insegnamento per il domani, l’educazione all’etica medica deve basarsi su una solida comprensione del ruolo della medicina all’interno del regime nazista.
Questa è la prima Lancet Commission focalizzata sulla storia della medicina. Attraverso esempi di politiche e pratiche mediche discriminatorie e disumane sotto il regime nazista, gli autori mirano a informare gli approcci alle questioni contemporanee in medicina e sottolineano l’importanza di centrare i diritti umani e la dignità nella condotta dei professionisti medici, inclusa la volontà di opporsi agli illeciti quando e dove necessario.
«Le atrocità mediche naziste rappresentano alcuni degli esempi più estremi e meglio documentati di coinvolgimento medico nelle violazioni dei diritti umani nella storia», spiega la co-presidente della Commissione, la dott.ssa Sabine Hildebrandt del Boston Children’s Hospital e della Harvard Medical School. «Anche se si è tentati di considerare gli autori dei reati come mostri incomprensibili, le prove presentate dalla Commissione dimostrano quanti professionisti sanitari sono stati capaci di commettere trasgressioni etiche e persino crimini contro i loro pazienti in determinate condizioni e pressioni».
Valori fondamentali fragili
Non c’è dubbio che i medici vissuti sotto il regime nazista abbiano partecipato a violazioni dei diritti umani, tra cui antisemitismo, razzismo, discriminazione, atrocità di massa e genocidio. Pertanto, si possono trarre importanti implicazioni per l’agenzia morale dei professionisti sanitari di oggi, soprattutto sotto pressione economica, politica o di altro tipo, afferma The Lancet.
Durante l’era nazista, la comunità medica contribuì a creare, giustificare e attuare politiche secondo la dottrina nazista e modificò di conseguenza la loro comprensione dell’etica medica. I registri indicano che i medici aderirono al partito nazista e alle sue organizzazioni affiliate in proporzioni più elevate rispetto a qualsiasi altra professione, e le istituzioni mediche e di ricerca tedesche giocarono un ruolo strumentale nel regime.
In tutto il rapporto della Commissione ci sono esempi di come il «codice etico» nazista sia stato utilizzato come arma come strumento per valorizzare, dare priorità e promuovere le persone di discendenza «ariana» tedesca rispetto a tutti gli altri nelle cure mediche e nella ricerca, nonché per razionalizzare l’eugenetica, la sterilizzazione forzata, il programma di «eutanasia» per l’omicidio dei pazienti e brutali esperimenti umani.
I metodi sviluppati e applicati per la prima volta nel programma di eutanasia T4 del 1939-41, durante il quale 70.000 pazienti istituzionalizzati furono uccisi dal gas, furono successivamente applicati ai campi di sterminio in Polonia, dove le vittime venivano uccise all’arrivo in camere a gas camuffate da docce.
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«Spesso sorprende quanto sia limitata oggi la conoscenza dei crimini medici nazisti nella comunità medica, forse a parte una vaga nozione degli esperimenti di Josef Mengele ad Auschwitz. Il nostro rapporto mira a cambiare questa situazione», afferma il co-presidente Prof. Herwig Czech, dell’Università di Medicina di Vienna.
«Sebbene gli esempi che presentiamo siano estremi, lo studio della medicina sotto il nazismo evidenzia il ruolo fondamentale dei fattori sociali e dell’etica nel progresso medico e scientifico».
All’indomani della seconda guerra mondiale, le deliberazioni sull’etica medica – compresa la medicina basata sui diritti umani, l’assistenza sanitaria e il consenso volontario nella ricerca – attirarono l’attenzione internazionale.
A partire dal 1946, il Processo dei medici di Norimberga portò alla definizione dei primi principi internazionali per la ricerca etica sugli esseri umani, conosciuti in seguito come Codice di Norimberga. Ciò costituì la base di molte dichiarazioni successive e fu un fattore importante nello sviluppo della bioetica moderna.
Responsabilità per il passato
Come precisa il rapporto, contrariamente alle idee sbagliate comuni, la medicina nella Germania nazista non era «pseudoscienza». In effetti, funzionava sulla base degli standard e delle pratiche della scienza biomedica sviluppati tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Gli scienziati tedeschi facevano parte di reti internazionali più ampie che esploravano e promuovevano l’eugenetica e sviluppavano motivazioni mediche razziste.
Nella vita e nella morte, i corpi delle vittime naziste furono usati per la ricerca e l’insegnamento, e esemplari dei loro resti umani furono talvolta conservati in collezioni scientifiche per decenni dopo la guerra. L’atlante di anatomia Pernkopf è un esempio di come la ricerca nazista sia diventata parte del canone della conoscenza medica. Rifacimenti delle immagini di Pernkopf, alcune derivanti dai corpi delle vittime del regime nazista, sono state copiate in molte pubblicazioni e atlanti, spesso senza riferimento all’originale.
Anche la comprensione attuale della sicurezza aerea, dell’ipotermia e persino degli effetti del consumo di tabacco e alcol sul corpo è stata informata dalla ricerca condotta in epoca nazista ma, ancora una volta, la consapevolezza di come è stata ottenuta la ricerca è scarsa.
«La responsabilità e il riconoscimento dei crimini commessi in nome della medicina nell’era nazista e durante l’Olocausto rimangono tristemente inadeguati», afferma il co-presidente della Commissione, il prof. Shmuel Pinchas Reis, del Centro per l’educazione medica presso Hadassah/Facoltà dell’Università ebraica di Medicina, in Israele.
«Gli studenti di medicina, i ricercatori e gli operatori sanitari dovrebbero sapere da dove e da chi provengono le basi della conoscenza medica. Questo è dovuto alle vittime del nazismo; hanno il diritto di essere onorati e trattati con dignità nella vita e nella morte per contributi forzati alla medicina come la conosciamo oggi».
Raccomandazioni
La Commissione sottolinea che il perseguimento della conoscenza scientifica e la fornitura di assistenza medica e sanitaria devono avvenire in un quadro che dia priorità ai diritti umani. Pertanto, gli autori avanzano raccomandazioni per garantire che l’educazione medica si concentri sullo sviluppo di un’agenzia morale e di una resilienza informate sulla storia tra i professionisti medici. Le raccomandazioni principali includono:
- Incorporare lo studio della medicina, del nazismo e dell’Olocausto nei programmi di studio di tutti gli studenti di medicina e dei professionisti sanitari, in tutto il campo medico e nelle iniziative di formazione medica continua.
- Incoraggiare gli studenti e i professionisti medici a sviluppare un’identità professionale basata sulla storia, compresa la capacità di riconoscere i propri potenziali pregiudizi o conflitti di interessi, sfidare le gerarchie e dotarli degli strumenti necessari per superarli.
- Le università, gli ospedali psichiatrici e altre istituzioni mediche in tutto il mondo dovrebbero identificare e commemorare attivamente le vittime dei crimini medici nazisti e avviare ricerche per comprendere meglio le loro connessioni dirette con le violazioni dei diritti umani del passato. Dovrebbero anche guardare al proprio passato, identificare e documentare modelli di abuso medico e integrare questa storia nei loro programmi di studio.
Michael Cook
Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.
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Bioetica
Bioetica della vita: forme, origine, senso
Renovatio 21 continua la sua serie di approfondimento della disciplina della bioetica. Per un approfondimento, rimandiamo al Manuale di bioetica in due volumi redatto dal cardinale Elio Sgreccia (1929-2019), di cui sintetizziamo qui le argomentazioni. Monsignor Elio Sgreccia fu tra i principali teorici della bioetica personalista, di cui è considerato il fondatore in ambito cattolico. Per il personalismo bioetico la persona umana, in ogni fase della vita, è un valore in sé e mai un mezzo: il suo statuto ontologico fonda la dignità e orienta ogni scelta biomedica. Ne deriva la difesa della vita dal concepimento alla morte naturale.
Prima ancora di chiedersi che cosa sia lecito fare sul vivente, la bioetica deve chiedersi che cosa sia la vita. È una domanda che precede tutte le altre, dall’inizio e dalla fine dell’esistenza fino ai limiti dell’intervento genetico, e la risposta che se ne dà finisce per condizionare ogni conclusione successiva.
La vita come movimento che viene da dentro
Nella tradizione filosofica classica la vita è definita come un movimento spontaneo che tende a un fine. Il suo carattere centrale è l’automovimento: il vivente non riceve l’impulso dall’esterno, come il sasso che rotola lungo un pendio, ma si muove da sé, e in sé trova tanto il principio quanto il termine del proprio agire. Il soggetto dotato di vita si presenta perciò come un’individualità, con un proprio centro e un confine essenziale tra interno ed esterno.
Quel confine, tuttavia, non è un muro. Il vivente appare come un «sistema aperto», un equilibrio complesso di flussi capace di scambio continuo con l’ambiente. La sua fenomenologia presenta tratti di continuità con l’ordine fisico-chimico, ma anche un salto qualitativo, e su questo punto si è giocato il dibattito classico tra i «meccanicisti», che tentano di ricondurre le proprietà della vita a semplici scambi chimici e fisici, e i «vitalisti», che invece rivendicano la positiva irriducibilità dei fenomeni vitali.
Ne discende una conseguenza decisiva: la vita non è un oggetto tra gli altri su cui indagare, ma la base di ogni attività e l’orizzonte in cui collochiamo ogni problema, e per questo è portatrice di senso. La sua forma più alta è quella che si dà nella coscienza dell’uomo, dove vita e coscienza non si contrappongono come oggetto e soggetto: la coscienza è anzi il livello più perfetto del vivere.
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Dal cosmo vivente al meccanicismo moderno
Gli antichi avevano della vita una visione che investiva l’intero universo. Nel Timeo Platone (428/427-348/347 a.C.) presenta il cosmo come un animale vivente e intelligente, generato dalla provvidenza divina perché l’opera del demiurgo risultasse la più bella possibile. La materia non era dunque interpretata soltanto come res extensa, ma come res vitalis.
La modernità ha invertito questa prospettiva. Con il dualismo di Cartesio (1596-1650) tra res extensa e res cogitans il fenomeno vita non trova più collocazione: non si riduce a estensione né a pensiero, e il problema è stato quindi ridotto a elemento meccanico, spiegabile con cause efficienti e non finali. Insieme a esso è stato cancellato il concetto di natura come principio interno di movimento e di vita.
Il risultato è una situazione paradossale per la biologia, scienza marginale da un lato, perché la biosfera rappresenta una parte minima dell’universo, e centrale dall’altro, perché riguarda ciò che più conta, la vita, compresa quella umana.
Il finalismo
La scienza moderna si è costruita contro l’aristotelismo e la teleologia. Questo le ha permesso di studiare matematicamente la vasta zona della res extensa, ma ha lasciato fuori la finalità, relegata al solo ambito dello spirito e della coscienza.
Il finalismo sostiene invece che il fine non sia un concetto proiettato dall’uomo sulle cose, né uno strumento valido solo nella sfera della coscienza: esistono finalità in tutto il mondo della vita. Nelle cose inanimate lo scopo è esterno, risiede nella mente di chi le ha progettate (il coltello è fatto per tagliare, ma quella teleologia proviene dall’artefice e non è immanente allo strumento), mentre negli «oggetti animati» lo scopo è immanente. Il modello è lo sviluppo di un organismo, che procede dal meno al più perfetto.
Va sottolineato che la finalità appare o scompare a seconda del metodo adottato. L’approccio filosofico-ontologico la riconosce; quello scientifico-matematizzato, completamente disontologizzato, la esclude perché considera solo la causa efficiente e non il nesso intrinseco tra potenza e atto. Può essere un metodo utile sul suo piano, quello delle spiegazioni puramente scientifiche, ma non esaurisce la realtà.
Creazione e divenire
Sul piano dell’origine, secondo monsignor Sgreccia creazione e divenire non sono in antitesi. La teologia cristiana afferma creatio non est mutatio: c’è un’invalicabile differenza tra la creazione, totale e assoluta posizione di ogni cosa nell’essere (creatio ex nihilo), e il mutamento o trasformazione (mutatio), che presuppone l’esistenza di ciò che è soggetto al divenire.
La causalità divina opera diversamente nei due ambiti: nella creazione Dio è causa prima e unica di tutto l’essere; nel divenire opera ancora come causa prima, trasformante e dirigente, ma non unica, perché entrano in campo le cause seconde finite, anch’esse dotate di capacità di azione e di causalità.
La filosofia della natura è l’ambito della mutatio di ogni ordine, tipo e grado: durante l’evoluzione, rispetto a quanto è stato creato, non si verifica più alcuna forma di creatio ex nihilo, ma processi di trasformazione accidentali e sostanziali.
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Le teorie dell’evoluzione e il riduzionismo
Al concetto di evoluzione si possono assegnare due significati. Per alcuni l’evoluzionismo è la dottrina che si propone di spiegare scientificamente tutti i fenomeni dello spirito e della materia riportandoli a leggi fisiche e biologiche: in quest’ottica la variazione all’origine dell’evoluzione è casuale e perciò imprevedibile, e l’evoluzione si riduce a un semplice svolgimento di trasformazioni sostanziali, senza un punto d’arrivo.
Per altri, invece, evoluzione significa non semplice mutamento, ma «mutamento orientato», ossia «mutamento verso» secondo l’espressione di Tommaso d’Aquino (1225-1274): il processo generativo prevede, attraverso trasformazioni sostanziali, la perfezione ascendente delle forme.
Alla prima lettura è legato il riduzionismo, secondo cui un sistema complesso non è nient’altro che la somma delle sue parti e se ne può dare ragione «riducendone» la considerazione a quella dei singoli costituenti. Occorre ammettere che questo approccio ha permesso alla scienza di identificare meglio le parti fondamentali di una realtà come il corpo umano e le leggi che ne governano il funzionamento.
Tuttavia la prospettiva riduzionistica va abbandonata quando pretende di cogliere il fenomeno nel suo insieme: è impossibile comprendere la funzione di un gene senza collocarla nel contesto della cellula, le cui dinamiche vanno a loro volta studiate nel ruolo che gruppi di cellule hanno in un organo, il quale va infine considerato nell’intero organismo.
Esistono anche forme di riduzionismo non antropocentrico. La più classica è il darwinismo radicale, un naturalismo che afferma una continuità evolutiva tra l’uomo e il resto del mondo naturale: il filosofo James Rachels (1941-2003), nel suo Creati dagli animali. Implicazioni morali del darwinismo, sostiene che dopo Darwin l’uomo non possa più ritenere di occupare un posto speciale nella creazione, essendo un prodotto delle stesse forze evolutive che hanno modellato il resto del regno animale.
Sulla stessa linea si colloca l’ecologismo radicale (la cosiddetta Deep Ecology), che afferma una sostanziale continuità e dunque uguaglianza tra le forme di vita umane e non umane: la natura avrebbe valore in sé e l’essere umano non avrebbe un ruolo centrale, essendo semplicemente biologia, homo natura, alla stregua degli altri viventi.
Il paradigma della complessità
L’alternativa a queste semplificazioni passa per la nozione di complessità, oggi al centro della riflessione in ambito biologico e trasformata in un vero paradigma, cioè in un modello di visione della realtà e di ragionamento. Il complesso è caratterizzato da ordine, coerenza, unità, struttura e organizzazione.
Il filosofo Edgar Morin (1921-) ha espresso la complessità in tre principi. Secondo il principio dialogico la dualità è presente all’interno dell’unità: un esempio è il DNA in rapporto agli aminoacidi, dove si dà una memoria ereditaria stabile e contemporaneamente l’azione di una proteina che si degrada e si ricostituisce. Il principio di ricorsività riconosce che tra causa ed effetto non vi è solo un rapporto lineare, perché i prodotti e gli effetti divergono spesso causa e produttori di ciò che li produce: così la membrana cellulare è insieme prodotto del metabolismo della cellula e parte integrante dei suoi stessi componenti.
In base al principio ologrammatico, infine, il tutto è presente nella parte, tanto che l’uno non si può concepire senza l’altro: ogni cellula contiene la totalità dell’informazione genetica dell’intero organismo.
Quale bioetica per quale vita
Se la vita è automovimento, individualità aperta e orientata a un fine, e se per comprenderla occorre uno sguardo che tenga insieme le parti e il tutto, ne consegue che la bioetica non può trattare il vivente come materiale neutro da gestire.
Deve partire dal suo senso, come fa la bioetica personalista ontologicamente fondata di cui scrive il cardinale Sgreccia. Ridurre l’uomo a somma di meccanismi, o a una specie indistinta tra le altre, non è un semplice errore teorico: è il presupposto da cui discendono molte delle derive che la bioetica dovrebbe invece contrastare.
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London (Sept. 5) — Leftist protesters tried to violently crash the March for Life event. pic.twitter.com/EJbuyzRTMD
— Andy Ngo (@MrAndyNgo) September 6, 2026
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