Bioetica
Spagna, Medici obiettori di coscienza nel mirino di una «lista nera»
Il 9 marzo 2026, l’Alta Corte di Madrid ha ordinato al Governo della Comunità di Madrid di avviare «immediatamente» la procedura amministrativa per la creazione e l’approvazione di un registro dei professionisti sanitari che si dichiarano obiettori di coscienza alla pratica dell’aborto.
La decisione della Corte completa una vera e propria persecuzione nei confronti dei medici che si rifiutano di praticare aborti per motivi di coscienza.
Contesto della decisione
Nel 2010, una legge ha autorizzato l’aborto fino alla 14a settimana di gravidanza e fino alla 22a settimana in caso di malformazioni o rischi per la salute della donna. L’aborto rimane possibile anche dopo la 22a settimana in caso di gravi e incurabili patologie fetali.
Dal 2022, la legge punisce l’ostruzione, l’intimidazione o le molestie nei confronti di donne o operatori sanitari nei pressi delle cliniche con una pena detentiva da 3 a 12 mesi o con il divieto di accesso alle strutture sanitarie per un periodo da 6 mesi a 3 anni.
Nel 2023, una nuova riforma ha imposto, tra le altre cose, la creazione in ogni comunità autonoma spagnola di un registro dei medici obiettori di coscienza, apparentemente per migliorare l’organizzazione e la continuità dei servizi. Questa riforma ha anche consentito alle minorenni di abortire senza il consenso dei genitori a partire dai 16 anni e ha eliminato il periodo di attesa obbligatorio.
Alcune comunità autonome spagnole si sono rifiutate di conformarsi alla creazione di questo registro, in particolare l’Aragona, le Isole Baleari e Madrid. La presidente della Comunità di Madrid, Isabel Diaz Ayuso (PP), ha ripetutamente definito il registro una «lista nera» che stigmatizzerebbe gli obiettori di coscienza, aprendo la porta alla discriminazione nelle future assunzioni.
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Nell’ottobre del 2025, il ministero della Salute chiese ai dissidenti di conformarsi; le prime due risposero favorevolmente. L’Ordine dei Medici di Madrid replicò, invece: «Ciò che il governo sta cercando di fare è limitare il diritto all’obiezione di coscienza, e questo viene fatto con queste liste nere di obiettori di coscienza», secondo il suo presidente, il dottor Manuel Martinez-Selles.
Nel novembre del 2025, Isabel Diaz Ayuso persistette nel suo rifiuto: «che senso ha volere una lista nera di medici? Se non si intende usarla, perché è così importante?». Chiese «di difendere la libertà ideologica, religiosa e di culto, garantita dalla nostra Costituzione». «La cosa più importante è che lo Stato non interferisca con il nostro modo di pensare», aggiunse.
Il ministero della Salute portò il caso in tribunale.
Il 15 gennaio, il Ministero della Salute ha presentato ricorso all’Alta Corte di Giustizia di Madrid, la quale, lunedì 9 marzo, ha accolto le misure provvisorie richieste dal Ministero della Salute e ha ordinato alla Comunità di avviare «immediatamente» l’iter amministrativo per la creazione e l’approvazione del registro, come previsto dalla legislazione nazionale in materia di aborto.
La Corte ha tuttavia precisato che la misura provvisoria non implica l’immediata creazione del registro, bensì l’obbligo di avviare le procedure necessarie per la sua attuazione, in conformità con la normativa vigente.
Va notato che in alcune regioni, come La Rioja e Castiglia e León, quasi tutti i medici si rifiutano di praticare aborti per motivi di coscienza. Nel 2023, cinque delle nove province di Castiglia e León non avevano registrato alcun aborto da oltre un decennio.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di Luis García via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Spain
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Il principe Luigi del Lichtenstein si oppone ancora alla legalizzazione dell’aborto
Un gruppo di associazioni favorevoli alla legalizzazione dell’aborto ha lanciato una nuova iniziativa referendaria in Liechtenstein, il piccolo principato di lingua tedesca incastonato tra Svizzera e Austria. Lo riporta LifeSite.
Il Paese, sesto Stato più piccolo al mondo e tra i più ricchi d’Europa, mantiene una delle legislazioni più restrittive del continente in materia di interruzione di gravidanza. Nel principato l’aborto è vietato nella quasi totalità dei casi, con eccezioni limitate a grave pericolo per la vita della donna o violenza sessuale subita. Anche la diffusione di informazioni sull’aborto è soggetta a restrizioni legali. Secondo i dati citati dagli organizzatori dell’iniziativa, circa 40 donne all’anno si recano in Svizzera o in Austria per sottoporsi all’intervento.
I precedenti tentativi di riforma si sono scontrati con la posizione della famiglia regnante, che governa il paese ininterrottamente dal 1806, anno della dissoluzione del Sacro Romano Impero.
Nel 2011 fu indetto un referendum per legalizzare l’aborto entro la dodicesima settimana di gestazione e in caso di malformazioni fetali. Poco prima del voto, il principe ereditario Luigi — cattolico praticante — annunciò l’intenzione di esercitare il diritto di veto riconosciutogli dalla Costituzione qualora la proposta fosse stata approvata. La consultazione si chiuse con il 51,5% dei voti favorevoli alla legalizzazione contro il 48,5% contrario: un margine che gli attivisti pro-aborto attribuirono proprio all’annuncio del principe.
Nel sistema costituzionale del Liechtenstein, il monarca regnante dispone del potere di veto sulle leggi approvate dal Parlamento, oltre ad altre prerogative come la facoltà di sciogliere o aggiornare l’assemblea legislativa. Un referendum del 2003 aveva già confermato e ampliato questi poteri in seguito a tensioni istituzionali tra la Corona e il Parlamento.
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Nel 2013 i movimenti pro-aborto risposero con un’iniziativa popolare volta a limitare il potere di veto del principe sui referendum futuri. Attraverso la sua portavoce, Alois definì il proprio precedente intervento «un segnale chiaro che l’aborto non rappresenta una soluzione accettabile a una gravidanza indesiderata», aggiungendo che, in caso di approvazione della misura, avrebbe rinunciato alle proprie funzioni istituzionali lasciando il paese. Il referendum si concluse con una netta sconfitta per i promotori: il 76% degli elettori confermò il potere di veto della Corona.
A distanza di oltre dieci anni, un nuovo tentativo è ora in corso. L’iniziativa, denominata «Fristenlösung für Liechtenstein» («Soluzione del limite temporale per il Liechtenstein»), è sostenuta da organizzazioni femministe, con un testo propone la depenalizzazione dell’aborto entro la dodicesima settimana di gravidanza, l’abolizione del divieto di informazione sul tema e l’inclusione dell’interruzione di gravidanza nella copertura assicurativa sanitaria. Il 31 luglio gli organizzatori hanno depositato 4.970 firme, ampiamente superiori alla soglia minima di 1.000 richiesta per l’avvio della procedura referendaria.
Gli organizzatori sostengono di godere del sostegno della maggioranza della popolazione, ma segnalano nell’ostacolo istituzionale rappresentato dal principe ereditario il nodo principale della vicenda. In un articolo pubblicato il 3 agosto sul Guardian, l’attivista Gabriella Alvarez-Hummel ha scritto che Luigi avrebbe già anticipato l’intenzione di porre il veto a qualsiasi modifica legislativa, ancor prima dello svolgimento del voto.
Secondo quanto riportato, il principe avrebbe minacciato di ricorrere al veto reale in due occasioni: nel 2011, in occasione del precedente referendum, e a giugno di quest’anno, in relazione alla nuova iniziativa.
Resta da vedere se il nuovo tentativo referendario riuscirà a superare l’ostacolo istituzionale che ha bloccato i precedenti percorsi di riforma.
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Immagine di IKR/Eddy Risch via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International ; immagine tagliata
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