Geopolitica
Sri Lanka, crisi economica: genitori non possono mandare a scuola tutti i figli
Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Secondo le Nazioni Unite al momento oltre 6 milioni di persone hanno difficoltà a sfamarsi e le famiglie sacrificano l’istruzione per contenere le spese. Nelle piantagioni si registrano i tassi più alti di abbandono scolastico. Entro aprile potrebbero restare a casa oltre un milione di bambini, diventando un problema più grande della situazione finanziaria.
A causa della crisi economica i genitori srilankesi non sono in grado di mandare a scuola ogni giorno tutti i loro figli. Secondo le Nazioni Unite, al momento oltre 6 milioni di persone hanno difficoltà a sfamarsi e le famiglie sacrificano l’istruzione per contenere le spese.
Sebbene lo Sri Lanka offra un’istruzione gratuita dalla prima elementare all’università, i pasti non sono forniti in tutte le scuole, mentre il costo dei libri scolastici e del trasporto dei bambini ha costretto i genitori a scegliere quale figlio mandare a scuola.
Sandeepa Mirihella, una residente di Monaragala, nella Provincia di Uva, ha raccontato ad AsiaNews che «l’estrema povertà è la ragione principale per cui molti bambini abbandonano la scuola. Con l’attuale crisi economica, i genitori hanno perso i loro mezzi di sostentamento. Molti studenti maschi hanno abbandonato la scuola in cerca di lavoretti per mantenere la famiglia, mentre le ragazze rimangono a casa per guadagnarsi da vivere in aziende manifatturiere locali».
Un analista economico ha spiegato che «lo Sri Lanka ha ottenuto buoni risultati negli indicatori dell’istruzione di base, tra cui un alto tasso di alfabetizzazione e una frequentazione quasi universale alla scuola primaria e secondaria, ma ci sono notevoli disparità, soprattutto per quanto riguarda i risultati scolastici dei bambini che vivono nelle piantagioni, dove il tasso di abbandono è del 4% nella scuola primaria, 20% nella secondaria e 26% nei corsi di laurea. Ma i livelli corrispondenti nei settori urbano e rurale sono molto più bassi».
Secondo gli esperti, «molte scuole nelle piantagioni sono di tipo 3 (con solo classi elementari), per cui sono scoraggiati a iscriversi in scuole secondarie situate lontane dalle proprietà. Nel distretto di Nuwara Eliya, uno dei più grandi, il 50,2% delle scuole è di tipo 3, e l’assenza di altre scuole influenza molti bambini ad abbandonare gli studi dopo aver completato l’istruzione primaria».
L’osservatore economico Dhanushka Sirimanne ha spiegato che «oltre il 35% delle famiglie non riesce a fare nemmeno un pasto al giorno e ha difficoltà a mandare i figli a scuola. Di conseguenza, circa 1,4 milioni di bambini su 4,1 milioni di scolari potrebbero vedere completamente precluso il loro diritto all’istruzione».
«Molti genitori non saranno in grado di sostenere l’onere con il loro magro reddito, guadagnato con fatica», precisa l’accademico. «Trovare 15 mila rupie [39 euro] o più per mandare un bambino a scuola è impossibile per loro. Presidi e insegnanti, alcuni dei quali sono anche genitori, insistono con le famiglie affinché mandino i figli a scuola con tutto ciò che è incluso nella lista dei libri».
«I leader dei sindacati degli insegnanti, impegnati fino a qualche tempo fa a chiedere aumenti di stipendio inscenando manifestazioni e raduni di protesta, tacciono su questo tema», ha aggiunto Sirimanne.
Nel frattempo l’opposizione non ha ancora mai sollevato la questione degli stanziamenti per l’istruzione scolastica, pari a soli 1,66 miliardi di rupie (4,3 milioni di euro) per il 2023.
L’attivista Udaya Ganegoda ha commentato dicendo che «tutti devono capire che se tutti i beni di prima necessità, compreso il cibo, continuano a essere così costosi, il numero di abbandoni scolastici potrebbe essere del 30-35% entro aprile, il che significherebbe 1,2 milioni di bambini su 4,1 milioni di scuole, un problema peggiore della crisi economica».
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Immagine di Adbar via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0); modificata
Geopolitica
Trump: solo gli USA potrebbero imporre i pedaggi a Ormuzzo
Il presidente amerocano Donaldo Trump ha affermato che non verranno applicati pedaggi per il transito attraverso lo Stretto di Ormuzzo durante o dopo il periodo di cessate il fuoco di 60 giorni concordato tra Washington e Teheran, salvo che non siano gli Stati Uniti stessi a imporli.
Le dichiarazioni sono emerse mentre le delegazioni statunitense e iraniana si preparavano a incontrarsi in Svizzera domenica per negoziati mirati a trasformare l’accordo provvisorio in un’intesa più ampia, che includa questioni di sicurezza regionale e il programma nucleare iraniano.
«Non ci saranno pedaggi nello Stretto di Ormuzzo per 60 giorni durante il periodo di cessate il fuoco, e non ci saranno pedaggi dopo la scadenza di tale periodo, a meno che non vengano imposti dagli Stati Uniti d’America, qualora l’accordo non venisse raggiunto», ha scritto Trump su Truth Social sabato.
Il presidente degli Stati Uniti ha inoltre sostenuto che eventuali future tariffe sarebbero giustificate come compensazione per il ruolo svolto dall’America nella salvaguardia del traffico marittimo nella regione.
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La dichiarazione sembrava respingere la proposta di Teheran di addebitare alle navi i costi di transito, assicurazione, navigazione o altri servizi marittimi dopo la scadenza dell’attuale periodo di negoziazione. Alcune fonti, all’inizio della crisi, avevano riferito che ad alcune navi era già stato richiesto di effettuare pagamenti in base alle misure di controllo del traffico in vigore durante la guerra.
Una clausola del memorandum d’intesa, pubblicato dall’agenzia di stampa iraniana Fars, sembra attribuire all’Iran un ruolo formale nella definizione del regime post-cessate il fuoco nello Stretto ormusino. Il testo afferma che Teheran si consulterà con l’Oman sulla «futura amministrazione e sui servizi marittimi» nella via navigabile e si confronterà con gli altri Stati rivieraschi del Golfo.
Lo Stretto ermisino è diventato un punto cruciale nei negoziati perché l’accordo provvisorio ha previsto la riapertura della via navigabile per tutta la durata dei colloqui. Secondo l’Agenzia statunitense per l’informazione energetica (EIA), questa rotta gestisce circa un quinto del consumo globale di petrolio e rimane il punto di strozzatura più importante al mondo per il trasporto marittimo di petrolio.
Il vicepresidente statunitense JD Vance è arrivato in Svizzera domenica per colloqui con funzionari iraniani. La delegazione statunitense comprende anche l’inviato speciale Steve Witkoff e l’ex consigliere senior Jared Kushner, mentre Teheran è rappresentata dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi e dal presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf.
I primi contatti sono stati molto movimentati, con la delegazione iraniana che ha lasciato i colloqui dopo le minacce di Trump.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
Geopolitica
Israele accusa Lukashenko di antisemitismo
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Geopolitica
La Russia dovrebbe far parte del G8
Il presidente statunitense Donald Trump ha sostenuto che l’Occidente non avrebbe dovuto espellere la Russia dal G8, osservando che conservare Mosca all’interno del gruppo avrebbe forse evitato l’escalation del conflitto in Ucraina nel 2022.
Trump ha espresso tali considerazioni in una lunga intervista concessa ad Axios, resa nota venerdì, durante la quale il presidente americano ha commentato il recente vertice del G7 in Francia e la cena offerta dal presidente francese Emmanuel Macron a Versailles.
The Donald lodato Macron per la sua ospitalità, rammentando di aver preso parte a numerosi summit del G7. «E prima c’erano i G8. Avrebbero dovuto mantenere il G8. Probabilmente non ci sarebbe stata la guerra con la Russia e l’Ucraina se l’avessero fatto, ma Obama non voleva Putin lì… Volevano Putin fuori. Prima c’era il G8. Sarebbe stato molto meglio se avessero mantenuto quel formato», ha affermato.
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La Russia venne esclusa da quello che all’epoca era il G8 nel marzo 2014, dopo che la Crimea aveva proclamato l’indipendenza dall’Ucraina e si era ricongiunta alla Russia tramite un referendum popolare seguito a un colpo di stato sostenuto dall’Occidente a Kiev. Da allora il formato si è ridotto al G7, formato da Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Francia, Germania, Italia e Giappone.
Sin dal suo primo mandato, Trump ha ripetutamente suggerito il possibile ritorno della Russia nel gruppo, definendo la sua espulsione «un errore» e proponendo persino l’ingresso della Cina. I leader europei, però, si sono sempre opposti a tale ipotesi, sostenendo che il reintegro di Mosca potrebbe essere valutato soltanto qualora il Paese modificasse la propria linea politica verso l’Ucraina.
La Russia stessa ha manifestato scarso interesse a rientrare. All’inizio del mese il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha dichiarato di essere «sollevato» dall’uscita del Paese dal gruppo, evidenziando che Mosca era l’unica tra le nazioni occidentali a «pensare solo a gestire il resto del mondo».
L’anno scorso il portavoce del Cremlino Demetrio Peskov aveva minimizzato il ruolo del G7, affermando che avesse «perso gran parte della sua rilevanza» a causa del suo peso ridotto nell’economia globale. Nonostante l’espulsione, Mosca ha nel frattempo rafforzato la cooperazione internazionale attraverso altre piattaforme, tra cui il G20, i BRICS e l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai.
L’avvicinamento della Russia al G7 a questo punto non potrebbe non rappresentare un’indebolimento della NATO, oramai chiaramente votata all’ostilità anche cinetica contro Mosca. Come noto, Trump è apertamente critico nei confronti dell’alleanza atlantica.
Due anni fa ad una folla di sostenitori durante un evento elettorale a Las Vegas, Nevada, Trump aveva detto che la NATO non verrà in soccorso se gli Stati Uniti verranno attaccati. «Stiamo pagando per la NATO, e non ne ricaviamo molto (…) E sapete – odio dirvi questo sulla NATO – se mai avessimo bisogno del loro aiuto, diciamo che venissimo attaccati, non credo che sarebbero lì».
Secondo la rivista statunitense Rolling Stone, il biondo ex presidente USA avrebbe discusso dell’uscita del Paese dalla NATO o della riduzione drastica dell’impegno dell’America nel blocco in caso di vittoria delle elezioni del 2024.
In precedenza l’ex consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton aveva dichiarato al Washington Post che «in un secondo mandato Trump, penso che potrebbe benissimo ritirarsi dalla NATO».
Come riportato da Renovatio 21, anche il politologo accademico Phillips Payson O’Brien aveva dichiarato che il ritorno di Trump alla Casa Bianca metterebbe fine all’Alleanza Atlantica.
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Trump, NATO-scettico della prima ora, da presidente è arrivato ad avere incontri anche rudi con il segretario dell’Alleanza Atlantica Jens Stoltenberg.
La posizione di Trump si inserisce in una corposa, ma sottaciuta, matrice di pensiero politico americano contraria alla NATO iniziata con George Kennan e proseguita durante tutta la seconda parte del XX secolo e l’inizio del XXI, una tendenza ovviamente contraria all’interventismo zelota e sanguinario della fazione neocon, che riesce a spingere Washington in guerra chiunque sia il presidente – con eccezione di Trump che, appunto, rifiutò di attaccare l’Iran e licenziò in tronco il neocon Bolton.
In un video pubblicato all’inizio del 2023, Trump ha attribuito il conflitto a «tutti i guerrafondai e i globalisti “America Last” nel Deep State, nel Pentagono, nel Dipartimento di Stato e nel complesso industriale della sicurezza nazionale», che secondo lui erano «ossessionati dallo spingere l’Ucraina verso la NATO». Nel filmato l’ex presidente attaccava frontalmente i neocon facendo pure esplicitamente il nome di Victoria Nuland, funzionaria del Dipartimento di Stato considerata pupara del conflitto ucraino.
Le voci che chiedono l’uscita degli USA dalla NATO intanto si fanno più numerose, inclusa quella dell’influente magnate tecnologico Elone Musk.
Come riportato da Renovatio 21, sei mesi fa il segretario di Stato Marco Rubio aveva rassicurato dicendo che Washington non sarebbe sortita dall’Alleanza Atlantica.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
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