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Sedicente «strega» non binaria arriva in finale all’Eurovision. Il suo scopo: «far aderire tutti alla stregoneria»
Una sedicente «strega» definitasi pure «non binaria» ha rappresentato l’Irlanda all’Eurovision Song Contest 2024, eseguendo una canzone stracarica di riferimenti all’occultismo.
Il 7 maggio, la 31enne Bambie Ray Robinson – conosciuta con il nome d’arte di «Bambie Thug» – si è assicurata un posto nella finale dell’Eurovision tenutasi l’11 maggio in Svezia. La Robinson afferma essere «non binaria» (cioè non eterosessuale) e descrive il suo lavoro come «Ouija pop», dal nome della famigerata tavoletta Ouija per l’evocazione degli spiriti che ha causato vittime tra i bambini anche di recente.
Spiegando il suo nome d’arte, la Robinson ha affermato che «Bambie Thug è il tuo re stregone antidoto al mondo» durante un’intervista su YouTube.
La sua esibizione del 7 maggio della sua canzone di punta «Doomsday Blue» («Blu del Giorno del Giudizio») ha visto la Robinson vestita con caratteristici abiti gotici, con corna da diavolo che adornavano il suo costume e unghie finte che rappresentavano i pastorali dei vescovi.
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Nel video sono visibili molteplici riferimenti parasatanici, a parte il trucco di Robinson e i suoi testi con incantesimi tratti dalla letteratura di Harry Potter. Ad un certo punto, Robinson si trovava al centro di un pentagramma circondato mentre le candele si accendevano mentre lei agitava la mano su di esse.
Nel filmato la cantante dispone di un compagno di ballo truccato per assomigliare a un demone. A metà spettacolo, la Robinsona si spoglia per mostrarsi mentre indossa i colori della bandiera transgender su un bikini. La trovata, ha spiegato, è per «gridare dai tetti sui diritti dei trans per sempre».
La Robinson ha concluso la sua performance facendo apparire sullo schermo dietro di lei le parole «Crown the Witch» («Incorona la strega») in caratteri gotici. Aveva anche la frase tatuata sul viso in alfabeto ogamico, una forma di scrittura utilizzata per trascrivere le antiche lingue celtiche. Apprendiamo tuttavia che si tratta di una scelta di ripiego dopo che la sua intenzione originale di farsi tatuare «Palestina libera» sul viso era stata respinta dagli organizzatori.
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Lo slogan «Crown the Witch» è diventato virale sui siti di social media, con Robinson che ha ottenuto un notevole sostegno da parte dei media irlandesi e di numerosi politici irlandesi, tra cui il neo nominato primo ministro Simon Harris.
La canzone, con cui la Robinson si è assicurata un posto nella finale di sabato, è descritta dallo stesso Eurovision come «sulla sensazione di vedere il proprio potenziale trascurato ed è un inno alla comunità queer».
«Il piccolo numero di canzoni e video musicali di Robinson si distingue per i contenuti espliciti come la nudità totale, la maggiore attenzione al sesso e i collegamenti diretti con l’occulto, incluso il nome di una canzone con un termine occulto» scrive LifeSiteNews.
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La donna non ha mai nascosto il suo coinvolgimento diretto di lunga data con l’occulto, dichiarando di aver praticato «incantesimi» sin dalla tenera età. «La mia eredità è pagana e pratico la stregoneria. Sono una stronza gotica», ha affermato all’inizio di quest’anno, sottolineando anche come le piacciano i contatti con altre streghe.
La Robinson aveva parlato della canzone, allora non ancora pubblicata, già nel 2023. «Ho una canzone chiamata “Doomsday” che non è ancora uscita. Parlavo in lingue a ritmo oppure tutti parliamo al contrario nelle canzoni o semplicemente nascondiamo incantesimi nelle canzoni, usando anche il linguaggio occulto. O anche come la canzone “Necromancy” [«negromanzia, ndr], che nasce da un incantesimo.”
«L’intenzione era quella», ha detto. «La maggior parte delle mie canzoni e dei miei testi hanno anche testi basati sull’occulto. Sicuramente gioca anche un ruolo importante. Non penso che qualcuno stia davvero usando molta terminologia occulta e questo è brutto perché voglio farlo completamente».
La cantante ha altresì dichiarato di comporre musica in una sorta di stato di trance. «Posso entrare in un vortice. Scrivere musica è molto strano per me perché canalizzo completamente. Vado da qualche altra parte per anni e poi esco con la canzone. A volte non ricordo nemmeno di aver scritto qualcosa. Ho questa traccia che ho scritto anni fa ed è una delle mie tracce preferite dal punto di vista dei testi. Non ricordo di averlo scritto».
I suoi obiettivi, dice, sono «parlare di più dell’occulto e far sì che le persone abbiano più familiarità con esso e far sì che le persone smettano di essere così giudicanti riguardo alla stregoneria».
«Il mio obiettivo nella vita è far sì che tutti abbandonino tutte le altre religioni e aderiscano alla stregoneria», ha affermato Robinson.
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La Robinsona è stata selezionata per rappresentare l’Irlanda all’Eurovision 2024 tramite una votazione all’inizio di quest’anno, comprendente un voto pubblico e una selezione da giurie nazionali e internazionali. La sua ascesa alla ribalta internazionale è per molti versi del tutto inaspettata, dato il numero molto limitato di canzoni e il fatto che «Doomsday Blue» ha raggiunto solo il 37° posto nelle classifiche irlandesi.
Alcuni cattolici irlandesi hanno espresso indignazione, con Rebecca Barrett – moglie del politico cattolico Justin Barrett – che ha definito lo spettacolo «letteralmente demoniaco».
Dopo che Robinson ha eseguito «Doomsday Blue» alla TV irlandese a febbraio, padre Declan McInerney della diocesi di Galway, Kilmacduagh e Kilfenora hanno criticato duramente la performance. In un’omelia virale, padre McInerney ha dichiarato dopo aver visto la canzone di Robinson che «abbiamo finito. Siamo finiti come Paese».
Come riportato da Renovatio 21, di recente varie figure, tra cui religiosi, hanno accusato Taylor Swift, probabilmente la più popolare cantante del pianeta oggi, di includere elementi di stregoneria in canzoni e concerti.
Medesime questioni sono emerse durante la cerimonia del Premio Grammy di quest’anno, dove la giovane star della canzone statunitense Olivia Rodrigo ha eseguito un canzone, intitolata «Vampire», accompagnandola con scenografie e coreografie lugubri e vagamente esoteriche.
Alla fine, Bambi Thug (che si potrebbe tradurre come «Bambi sgherro») si è piazzata sesta, tra l’Israeliana Eden Golan (nome bizzarro anche questo: una crasi tra il giardino di Adamo ed Eva e le alture contese tra lo Stato Ebraico e la Siria ) e l’italiana Angelina Mango (nome ulteriormente particolare, a pensarci bene: un po’ celestiale, un po’ frutto esotico).
L’Eurovision ha patito per anni una sorta di complesso di inferiorità nei confronti del Festival di Sanremo, considerato un tempo il più grande evento di competizione musicale al mondo – chiedere ai sovietici in caso di dubbi.
L’incapacità della kermesse ligure di uscire dalla cifra campanilista – inflitta negli anni anche da lottizzazioni politico-televisive – ha fatto sì che l’Eurovision, considerato fino a pochi anni fa più che altro un’esibizione del trash più patente, superasse Sanremo divenendo la più scoppiettante manifestazioni per la musica leggera a livello europeo e globale.
Da anni, tuttavia, accade che i vincitori della gara – a partire dal trans austriaco Conchita Wurst – vengano utilizzati dai critici, anche solo in foto, per significare il fenomeno della decadenza dell’Europa.
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Addio a Corrado Solari, star del cinema poliziottesco
È da poco scomparso l’attore Corrado Solari, che ha caratterizzato il nostro cinema di genere degli anni Settanta, in specie il poliziesco all’italiana che tanto ha appassionato gli spettatori dell’epoca e non solo, e che si chiama oramai con il termine coniato dal critico Giovanni Buttafava: poliziottesco.
Tale filone ha saputo, col tempo, diventare transgenerazionale, contando appassionati fin dentro la Generazione Z. Si tratta di pellicole da botteghino che hanno al loro interno un profondo racconto socio-antropologico: la narrazione di un malessere sociale, di un’insicurezza e di una violenza percepita nelle nostre piccole metropoli, a cui si rispondeva con l’eroe-commissario. Quest’ultimo incarnava i sentimenti degli oppressi, dei vessati, dei feriti e di chi subiva angherie e soprusi senza sentirsi protetto dallo Stato. Lo sbirro dai metodi rudi e diretti proteggeva da par suo il comune cittadino, anche a costo di sfidare la legge stessa.
Pellicole incastonate nella storia della nostra cinematografia quali Roma a mano armata, Napoli violenta, La polizia ringrazia, Roma violenta, Il cinico, l’infame, il violento e molte altre ancora.
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Il commissario per eccellenza, l’icona divenuta più riconoscibile e identificativa del genere, era senza dubbio Maurizio Merli, che interpreta perfettamente il ruolo dello sbirro tutto d’un pezzo, integerrimo e senza paura. Proprio nell’ambito di una mia ricerca sull’interprete romano risalente a diversi anni fa, ebbi il piacere di intervistare il suddetto attore che ha recitato al suo fianco.
Solari è un interprete caratterista, data anche la sua fisicità e il suo volto che non nasconde rudezza ed espressività, al fianco di protagonisti assoluti quali lo stesso Merli e Tomas Milian. Non c’è solo il poliziottesco nella carriera di Solari; recita assieme a Rod Steiger in uno dei capolavori senza tempo del Maestro Sergio Leone, Giù la testa, e ne La classe operaia va in paradiso di Elio Petri.
Un attore versatile che ha visto interrompersi bruscamente la carriera alla fine di quel fortunato decennio. Ha ripreso l’attività negli anni Duemila, ma senza incidere come all’inizio, nonostante lo si veda lavorare al fianco di registi del calibro di Carlo Verdone e Pupi Avati.
In questa intervista – in gran parte inedita – rilasciatami un pomeriggio di mezza estate del 2012 in una Roma calda e afosa, Solari ci racconta, in maniera simpatica e scanzonata, una parte della sua vita professionale.
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Nel 1976 prendi parte a Roma a mano armata con la regia di Umberto Lenzi. Che ricordi hai di Maurizio Merli?
Maurizio Merli era un signore molto gentile, un bel ragazzo che attirava molte attenzioni femminili. Le scene che girammo assieme non erano molte. Era un buono, non era affatto un duro e neanche un cinico. Da fuori ciò si percepiva; poteva anche atteggiarsi da cattivo, ma era un buono. Anch’io lo sono, ma se voglio fare il cattivo ci riesco [ride].
A volte soffriva nel suo essere caratterialmente una brava persona e non avere quel piglio di cattiveria per essere all’altezza della situazione, quando questa lo richiedeva. Parlo della durezza, del confronto, al di là della battuta che poi sei tu che la devi interpretare come attore. Mi ricordo che ebbe una crisi proprio in Roma a mano armata, quando girammo la scena finale nel magazzino di stracci che poi ho scoperto essere un deposito della Croce Rossa.
In quella location si consuma l’incontro finale tra Merli e Milian; si dice che ci furono attriti tra i due.
Mi ricordo bene. Fu anche imbarazzante assistere a questo diverbio tra i due. Ci furono delle crisi da parte di Merli che poi è stato anche consolato. Una sorta di impotenza rispetto al ruolo che doveva tenere in quella circostanza e con cui non riusciva ad armonizzarsi, a calarcisi. Questa cosa mi dispiacque moltissimo, ma al contempo mise in evidenza quella che era la sua bontà, la sua quasi ingenuità nel sostenere scene troppo violente e di mandarsi anche affanculo.
Era un attore molto impiegato, lui. Era perfetto nel ruolo di Garibaldi che interpretò nell’omonimo sceneggiato Rai diretto da Franco Rosi; era il suo ruolo, perfetto per lui. Ognuno di noi attori è protetto dal copione, ma noi non siamo quello che recitiamo: il canovaccio è una sorta di protezione dove l’attore si sente tutelato. Al di là di questa protezione, ci deve essere la tua disponibilità a fare il cattivo, chiamiamola così, che devi sostenere perché sennò non sei credibile.
Ho fatto un ruolo nel film di Gianluca Petrazzi [Roma criminale – 2013, ndr] e lui mi ha detto: «Ti ho ritrovato dopo tanti anni e in questo ruolo che avrai te le devi giocare un po’ come ti pare». Io avevo delle battute che mi sembravano scialbe. Ho fatto solo quattro pose con un’inquadratura dall’alto molto bella. È geniale Petrazzi dietro la macchina da presa, anche se lo criticano per essere tornato troppo indietro nel tempo e perché non c’è nulla di intellettuale nei suoi film. Ci siamo messi a studiare le battute, io le mie e Luca Lionello le sue. Mi son preso delle iniziative e Lionello mi voleva ammazzare perché gli fregavo la parte [ride]. Alla fine questi miei suggerimenti sono stati accettati e ci siamo divertiti nel girarlo.
Tornando a Maurizio Merli, questo tipo di iniziative non le aveva. Invece Tomas Milian prendeva il copione e diceva: «Io c’ho ‘ste battute, ma le cambiamo tutte!». Si metteva da una parte, le correggeva, ci metteva parolacce con una tonalità di romanesco molto forte chiedendo suggerimenti alle maestranze sul set. Se le imparava bene – aveva una memoria incredibile – e poi se la giocava recitando in maniera completamente diversa da quelle che erano le indicazioni del copione. I registi andavano in sollucchero, perché la sceneggiatura veniva cucita addosso alla persona.
Con un personaggio così creativo, così mattacchione, ci puoi fare un serio affidamento. Ho visto la soddisfazione di certa gente dire a Tomas: «Fai un po’ te…». A volte esagerava pure, ma fa parte del personaggio.
Pure altri colleghi si creavano delle cose fuori dal testo che veniva loro consegnato. Te ne cito un altro bravo: Biagio Pelligra. Lui è un creativo, si inventava un sacco di cose e così facendo i registi li sorprendi, perché gli piace vedere che tu fai di più. Per diminuire c’è sempre tempo, ma aumentare non puoi più. Concludo dicendoti che Maurizio Merli era una bellissima persona, ma era un attore impiegato. Se io avessi dovuto fare una cosa in teatro con lui non so se l’avrei fatta. Il fatto che non sia un grande creativo non va assolutamente a inficiare la sua immagine umana.
In Roma a mano armata fai uno scagnozzo di Tomas Milian che interpreta il ruolo del Gobbo, e ne La banda del Trucido di Stelvio Massi interpreti un ladro che collabora sempre con Milian.
Con Tomas avevo un bellissimo rapporto, ma anche una certa soggezione perché ero molto giovane al tempo, mentre lui era un attore affermato. Ci tenevo a fare bene. Avevo fatto molto teatro e si percepiva sul set questa mia esperienza recitativa. Ero molto spontaneo e parecchie volte rompevo i coglioni [ride]. Tomas andava da Stelvio Massi, il regista, e gli diceva: «Senti, Corrado è troppo bravo e non voglio lavorare molto con lui». «Ma mi stai prendendo per il culo?», gli rispondeva. Tomas mi diceva spesso che per lui ero «pericoloso»; non so se ‘sta cosa mi ha portato sfiga [ride], perché poi ho smesso di colpo di fare cinema.
La tua carriera a fine anni Settanta s’interrompe, per poi riprendere diversi anni dopo.
Dovevo fare Napoli violenta [regia di Umberto Lenzi – 1976, ndr] come protagonista. Sarebbe stato il massimo! Invece ho avuto dei problemi familiari che non mi hanno permesso di continuare e per vent’anni non ho più lavorato nel cinema. Troppi! Pensa che iniziai la carriera assieme a Michele Placido; lui non ricorda, ma con suo fratello facevo una cosa per la televisione a Napoli e mi disse: «Sai cosa dice mio fratello di te?». Io avevo fatto La classe operaia va in paradiso, Sbatti il mostro in prima pagina, Giù la testa… «In Italia dopo di te, c’è lui». In quel momento sarebbe stato fondamentale che io andassi avanti e piano piano avrei lavorato costantemente. Al tempo mi ricordo anche Flavio Bucci, che poi è finito male; era una bellissima persona e con lui avevo fatto La classe operaia va in paradiso.
Hai un ruolo anche ne La polizia ringrazia di Stefano Vanzina, che è considerato il capostipite del poliziesco all’italiana.
Una piccola parte. Ma ti ricordi tutto! Ho fatto tante cose che non ricordo neanche. Lavorai con Pietro Germi ne Le castagne sono buone, film che uscì nel 1970. C’era Gianni Morandi, Stefania Casini e Nicoletta Machiavelli, che è stata la prima tettona del cinema italiano. L’anno successivo ho fatto L’istruttoria è chiusa: dimentichi di Damiano Damiani con Franco Nero. Girai una scena in un carcere.
Vinsi anche il provino di Girolimoni, il mostro di Roma, un film su un personaggio romano che violentava le ragazzine in uno stranissimo modo, un vero mostro. Io avrei dovuto interpretare lui; vista la mia faccia dovevo fare il perverso [ride]! Eravamo in sette a quel provino; c’era Gabriele Lavia, c’era quello di Jesus Christ Superstar… vinsi nettamente io quella parte, però non mi presero. Mi comunicarono a malincuore, per una questione di produzione, che scelsero un altro.
C’è una tua battuta cruda, ma iconica in Roma a mano armata che fai a Vincenzo Moretto detto il Gobbo, ossia Tomas Milian: «Perché non l’hai fatto fuori quel figlio di mignotta di uno sbirro?», riferendoti al commissario Leonardo Tanzi (Maurizio Merli).
Queste battute, come ti dicevo, a volte venivano al momento. Tomas generava molta spontaneità e io credo che tutti quelli che hanno recitato con lui si siano sentiti spontanei. Rompeva la prassi, rompeva lo stile, rompeva il modo; è un suo metodo di fatto. A volte caricava molto il personaggio al limite della credibilità, però er Monnezza può pure fare questo!
Nel film La banda del Trucido vediamo un Milian che in quanto a parolacce non si risparmia, caratterizzando oltremodo il suo variopinto personaggio.
Al tempo non ti veniva di dire: «Ah che volgare! Che schifo!». Erano battute passabili, goliardiche, che nessuno aveva mai pensato di tirar fuori con questa spontaneità romana tipicamente di strada.
Milian per le sue battute prendeva ispirazione dalla gente comune, in particolare dalle maestranze che lavoravano sul set cinematografico con lui.
Esatto.
Tornando a Maurizio Merli, ricordo che alcune attrici che hanno lavorato con lui hanno avuto solo un rapporto freddamente professionale.
Era impacciato a volte, e rischiava di risultare dall’esterno molto freddo e distaccato. Magari era solo intimidito da un confronto o dalla semplice battuta, perché non era molto estroverso e spiritoso. Manteneva una certa distanza nei rapporti con le altre persone. Questo è quello che percepivo io. Tutto quello che era legato al copione lui lo faceva benissimo.
Una tua riflessione su quel cinema anni Settanta dove sei stato tra i protagonisti e quello di oggi.
È una bella domandina questa. Cosa c’era di diverso? Intanto in quegli anni si lavorava molto di più e c’erano più possibilità di lavoro. Oggi è difficile lavorare se non per vie traverse, o perché sei affermato e non hai bisogno di presentazioni, oppure perché hai bisogno del politico o del prete. La Lux Vide è un’emanazione del Vaticano. Se sei amico di qualcuno al Vaticano, lui fa la sua telefonata a chi di dovere ed ecco che puoi ottenere una parte [ride]. Questa è meglio se la cancelliamo [ride]!
C’è anche da dire che non sopporto la gente che dice «Era meglio dieci anni fa». È una sorta di nostalgia che è insita nell’essere umano, non solo negli attori, ma anche nella gente comune. Se potessi tornare indietro col senno di adesso, sarebbe tutto differente, mi pare ovvio. Una volta il cinema era più costituito da rapporti umani mentre adesso, per fare un film, la produzione demanda all’organizzatore, che a sua volta demanda al casting director. A queste figure vengono imposti alcuni attori già stabiliti dalla produzione, e il resto li devono trovare loro. Fanno il bello e il cattivo tempo. Questo meccanismo che ti ho appena citato è diventato una tortura. Se non sei amico di qualche responsabile dei casting, stai pur tranquillo che non fai una mazza! Hanno un potere extra.
Al tempo potevi entrare in una produzione perché piacevi al regista. Una volta mi è capitato di essere scelto dal regista, ma poi la produzione bloccò tutto. A tutt’oggi sono nella condizione – essendo stato fuori dal giro per troppi anni – di dover rincorrere per avere una parte, anche piccola. Non è facile, te l’assicuro.
Tempo fa ho intervistato il regista Tonino Ricci, che mi disse esplicitamente che al tempo gli attori li sceglieva lui.
Oggi ci sono dei giri strani, perversi… ci sono delle caste… Oggi i direttori dei casting chiamano gli agenti che sono amici loro, e la scelta di un agente, per noi attori, è importante.
Sarebbe bello rivederti oggi di nuovo al fianco di Tomas Milian.
Basterebbe che Milian facesse una partecipazione straordinaria. Sarebbe bellissimo! Pensa che ancora oggi per strada mi riconoscono. Giorni fa ero in ospedale e un portantino mi guardava fisso: «Ma che sei te?!». «Sì, sono io!», «Grandissimo! Mitico!» [ride]. Quei film degli anni Settanta la gente se li vede e se li rivede, cosicché anche un attore come me – che non ha avuto un ruolo da protagonista – è ricordato e riconosciuto. Sono film che hanno avuto e che hanno una grande popolarità. La mia brutta faccia ha bucato lo schermo!
Pensa se veramente Milian tornasse a fare un film oggi in Italia. Lo fanno Papa! Gianluca Petrazzi potrebbe farcela e poi lui come regista è molto veloce a girare, un po’ come Umberto Lenzi. Lenzi aveva la mentalità del montatore e girava le scene già con l’idea di come montarle.
Francesco Rondolini
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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La colonna sonora di Fantozzi, e oltre. Intervista con il compositore Vince Tempera
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