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Sacerdote cattolico: non cederò allo scoraggiamento, non mi vaccinerò

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Renovatio 21 riprende questo articolo da La Scure di Elia.

 

 

 

Excaeca cor populi huius, et aures eius aggrava, et oculos eius claude: ne forte videat oculis suis, et auribus suis audiat, et corde suo intelligat, et convertatur, et sanem eum (Is 6, 10).

 

 

Non sto cedendo allo scoraggiamento, ma mi sento schiacciato da un immenso dolore.

 

Non ho il minimo dubbio che con l’aiuto di Dio rimarrò esente dalla somministrazione di un veleno fabbricato dall’uomo a partire da feti abortiti che provoca enormi danni all’organismo, dal sistema nervoso centrale a quello cardio-circolatorio e all’apparato riproduttivo, per non parlare dei fortissimi rischi di tumori e malattie autoimmuni; confido che vi ci opponiate tutti anche voi e prego per questo, mettendovi ogni giorno sotto la protezione del Preziosissimo Sangue.

 

Ciò che mi dilania è il dover assistere, impotente, alla precipitosa corsa verso la rovina fisica e spirituale di milioni di concittadini illusi di affrancarsi così dal terrore del morbo o dalle restrizioni illegali imposte da marionette al soldo dell’alta finanza

Ciò che mi dilania è il dover assistere, impotente, alla precipitosa corsa verso la rovina fisica e spirituale di milioni di concittadini illusi di affrancarsi così dal terrore del morbo o dalle restrizioni illegali imposte da marionette al soldo dell’alta finanza. Oltre al pericolo per la salute del corpo, c’è quello relativo al controllo della mente. Non è fantascienza: l’intruglio che viene inoculato contiene proteine magnetizzate che possono installarsi nel cervello e ricevere impulsi elettromagnetici capaci di determinarne le reazioni.

 

Dicono che una «vaccinazione» del genere sia stata effettuata in Ruanda, poco prima del massacro del 1994, allo scopo di spingere improvvisamente la popolazione, tramite l’irradiazione di onde, a comportamenti di una violenza belluina.

 

Un altro fattore di cui tener conto, riguardo all’Africa, è la piaga endemica della stregoneria, che può ben aver contribuito a quello scatenamento dell’Inferno sulla terra. Da noi, come se non bastasse l’esercito di maghi e fattucchiere locali, le pratiche occulte di origine straniera si stanno diffondendo ampiamente grazie all’invasione pianificata dai poteri forti. Delitti particolarmente efferati sono espressione di culture non ancora trasformate dalla civiltà del Vangelo, ma avvinte nella barbarie dell’Islam o dell’idolatria.

 

Il processo di disgregazione della società, già molto avanzato a causa del divorzio, ha conosciuto un’improvvisa accelerazione grazie alla mistificazione della pandemia, alla cosiddetta immigrazione e alla promozione della sodomia, tutti fenomeni programmati dai governi e dagli organismi internazionali.

 

Oltre al pericolo per la salute del corpo, c’è quello relativo al controllo della mente. Non è fantascienza: l’intruglio che viene inoculato contiene proteine magnetizzate che possono installarsi nel cervello e ricevere impulsi elettromagnetici capaci di determinarne le reazioni

Gli stessi burattinai che hanno orchestrato queste operazioni di ingegneria sociale sono intervenuti nello sviluppo dei singoli individui al fine di renderli facilmente manipolabili.

 

La demolizione della scuola, la delegittimazione della figura paterna e la degradazione della donna da madre a prostituta, ottenuta con la moda, il femminismo e il libertinismo, hanno prodotto già più di una generazione gravemente danneggiata nell’essere stesso.

 

Sono sempre più numerosi non solo i giovani, ma anche gli adulti che rivelano una mancanza pressoché completa di struttura morale e spirituale. Da un lato, la coscienza pare atrofizzata da un’ignoranza quasi assoluta della legge morale, la cui stessa idea pare in molti del tutto assente; dall’altro, la mentalità materialistica ha sradicato le nozioni di anima e di trascendenza, al punto che tante persone non sono più in grado di pensare qualcosa che non sia materia o che superi il mondo visibile.

 

Tutto ciò ha inevitabili ricadute sulla vita e sulla condotta, i cui scopi sono confinati nell’immanenza e il cui orizzonte è chiuso dalla morte.

 

Tali sviluppi, oltre ad essere causa di un grave disagio psicologico, seppure non sempre ammesso o individuato, hanno provocato un vero e proprio cambiamento antropologico: ovviamente non nel senso di un’impossibile variazione della natura umana, ma in quello di un’alterazione del normale funzionamento degli uomini.

 

Dicono che una «vaccinazione» del genere sia stata effettuata in Ruanda, poco prima del massacro del 1994, allo scopo di spingere improvvisamente la popolazione, tramite l’irradiazione di onde, a comportamenti di una violenza belluina

Abbandonati a sé stessi, prigionieri della materialità e del momento presente, gli individui si ripiegano sul proprio piccolo ego, che si dilata a dismisura per colmare il vuoto lasciato dalla dimenticanza di Dio.

 

L’ipertrofia dell’io che ne risulta si manifesta poi in forme più o meno spiccate di puerile egocentrismo e di ossessivo narcisismo. A livello etico e conoscitivo, ogni persona finisce col considerarsi l’istanza suprema e definitiva di giudizio su qualunque cosa. È pur vero che la coscienza rappresenta l’ultimo tribunale nel quale si decidono le scelte morali, ma a condizione che rispecchi limpidamente in sé la legge naturale e, per i credenti, anche quella rivelata, le quali devono essere ben note all’intelletto del soggetto deliberante.

 

L’indipendenza assoluta del singolo, consegnato alle sue valutazioni soggettive, volubili e prive di solido fondamento, costituisce paradossalmente proprio il presupposto che lo rende manipolabile a piacimento. Egli, infatti, non ha un’impalcatura interiore in cui inquadrare opzioni e proposte per discernere se sono lecite e opportune; la questione della liceità, anzi, non si pone nemmeno. Basta che una cosa materialmente fattibile sia presentata come vantaggiosa perché essa appaia non solo lecita, ma addirittura obbligatoria. Chiunque detenga una posizione che in qualsiasi modo lo accrediti presso il pubblico, allora, è in grado di determinare le scelte delle masse: che sia un governante, un giornalista, un conduttore televisivo, un personaggio dello spettacolo o un sedicente «esperto» di una qualche disciplina, la sua parola è un oracolo assolutamente indiscutibile e merita incondizionato ossequio della mente e della volontà. La funzione abbandonata dall’autorità ecclesiastica è stata immediatamente usurpata dai figli di Belial.

 

In una società totalmente mediatizzata, si riduce di molto la necessità della sorveglianza e della coercizione da parte delle istituzioni, visto che c’è già chi le esercita capillarmente e con fanatico zelo: i familiari, i vicini, i parenti, gli amici, i colleghi… perfino chi ti incrocia per strada e ti fa una scenata perché non porti la fatidica mascherina pure sul naso

La geniale trovata di questi ultimi è che, in una società totalmente mediatizzata, si riduce di molto la necessità della sorveglianza e della coercizione da parte delle istituzioni, visto che c’è già chi le esercita capillarmente e con fanatico zelo: i familiari, i vicini, i parenti, gli amici, i colleghi… perfino chi ti incrocia per strada e ti fa una scenata perché non porti la fatidica mascherina pure sul naso.

 

Tale asfissiante sistema di controllo sociale, per inciso, è da tempo in funzione, con grande efficienza, nella Repubblica Popolare Cinese, con la sola differenza che là affibbiano ai cittadini anche un punteggio che, al di sotto di soglie prefissate, li priva dell’esercizio di determinati diritti.

 

Neppure da noi, comunque, è tanto divertente ritrovarsi i peggiori persecutori in casa o nell’ambiente di lavoro; è per questo che si rivela vitale avere uno spazio interiore in cui poter respirare, ritrovando serenità e fiducia. Ribadisco che non si tratta di una fuga nell’intimismo, ma di un’elevazione dell’anima che abilita a cogliere la realtà delle cose da un punto di vista privilegiato.

 

Tale posizione ci consente di conservare non solo la fede, ma anche l’uso della ragione e l’equilibrio psichico, oltre a proteggere la nostra salute fisica; è una grazia speciale di cui non ringrazieremo mai abbastanza il Signore.

 

Non si tratta di una fuga nell’intimismo, tale posizione ci consente di conservare non solo la fede, ma anche l’uso della ragione e l’equilibrio psichico, oltre a proteggere la nostra salute fisica. Essa ci permette altresì di sopportare lo strazio di vedere tanti parenti e conoscenti andare allegramente al macello

Essa ci permette altresì di sopportare lo strazio di vedere tanti parenti e conoscenti andare allegramente al macello. La carità fa sì che il cristiano soffra, più che per il penoso isolamento che subisce, per l’impossibilità di aiutare il prossimo per stornarlo dalla disgrazia che si procura da sé.

 

L’ostinazione nel peccato e la sordità ai richiami di Dio, d’altronde, sono sciagure ben peggiori, di cui quelle temporali non sono altro che una delle conseguenze.

 

Tentare di richiamare gli ottusi erranti – che sia sul piano spirituale o su quello materiale – non sortisce altro effetto che il loro ulteriore indurimento, oltre alle reazioni di violento rifiuto. È così che la predicazione della verità, se respinta, ottiene paradossalmente il risultato contrario, non certo per un difetto della verità stessa, ma per le disposizioni interiori di chi la rigetta.

 

Mai mi è stato chiaro come in questo frangente ciò che Dio disse al profeta Isaia:

 

«Acceca il cuore di questo popolo, indurisci i suoi orecchi e chiudi i suoi occhi, perché non veda con i suoi occhi, né oda con i suoi orecchi, né comprenda con il suo cuore, né si converta, né io lo risani» (Is 6, 10).

 

Chi non vuole ascoltare provoca il proprio castigo con la sua stessa testardaggine; è una rovina che consiste anzitutto nei gravi errori che così è portato a commettere, fino a sprofondare talvolta in un abisso di immoralità, ma poi anche nel prestar fede alle menzogne del mondo assoggettandosi in tal modo alla sua tirannia, che oggi esige di acconsentire a perniciose indicazioni di terroristi di Stato che andranno processati per genocidio

Chi non vuole ascoltare provoca il proprio castigo con la sua stessa testardaggine; è una rovina che consiste anzitutto nei gravi errori che così è portato a commettere, fino a sprofondare talvolta in un abisso di immoralità, ma poi anche nel prestar fede alle menzogne del mondo assoggettandosi in tal modo alla sua tirannia, che oggi esige di acconsentire a perniciose indicazioni di terroristi di Stato che andranno processati per genocidio.

 

L’azione delle cause seconde rientra comunque nei disegni divini, che la utilizzano per punire popoli ormai dediti al culto dell’impurità, con la conseguente profanazione di quel tempio vivente della Divinità che sono i corpi dei battezzati. Anche in questo si manifestano la sapienza e la giustizia di Dio, il quale permette che i colpevoli siano causa del loro stesso castigo esponendosi al flagello con la propria ostinata disobbedienza.

 

L’aspetto peggiore della punizione consiste però nella crescente estraneità al Creatore e Salvatore, origine e mèta dell’esistenza, fonte di ogni vera e duratura gioia.

 

Isaia, ricevuto l’insolito incarico, domanda angosciato: «Fino a quando, Signore?». La risposta è fulminante: «Fino a che le città non restino deserte, senza abitanti, le case senza uomini e il paese devastato e desolato» (Is 6, 11).

 

Come tutte le profezie, anche questa è condizionata dalla risposta degli uomini, che con la libera decisione di convertirsi hanno la possibilità di annullarne o attenuarne il compimento. L’indurimento dei cuori rende ben più difficile tale scelta, ma con la grazia tutto è possibile, purché la si chieda con fede e insistenza.

 

Preghiamo, carissimi, preghiamo tanto per coloro che hanno bisogno di essere guariti dall’accecamento, così che la falcidie sia limitata al minimo e le imminenti sofferenze servano alla loro conversione.

 

Se c’è un’anima pronta ad offrirsi vittima per la salvezza delle altre, è il momento di farlo, ma solo in assoluta obbedienza ad un padre spirituale dotto e sperimentato.

 

 

Exsurge, Christe, adiuva nos, et libera nos propter nomen tuum.

 

 

 

 

 

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La catastrofe dei filosofi francesi e la nascita del wokismo

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Renovatio 21 pubblica un testo apparso su X di Brivael Le Pogam, è un imprenditore, ingegnere informatico e programmatore francese, noto nel panorama tecnologico per essere il co-fondatore di Argil, una startup innovativa specializzata nella creazione di video automatizzati tramite intelligenza artificiale. In grande sintesi, Le Pogam spiega il disastro del post-strutturalismo e decostruzionismo, cioè la filosofia nefasta proveniente dalla Francia postbellica, e il suo effetto altamente distruttivo sul mondo di oggi, perfino nel campo dell’Intelligenza Artificiale.

 

Vorrei porgere le mie scuse, a nome dei francesi, per aver dato alla luce la Teoria francese (che a sua volta ha generato la peggiore di tutte le mostruosità ideologiche: il wokismo).

 

Abbiamo dato al mondo Cartesio, Pascal, Tocqueville. E poi, tra le rovine intellettuali del dopoguerra, abbiamo dato Foucault, Derrida, Deleuze. Tre uomini brillanti che hanno forgiato, nell’eleganza del nostro linguaggio, l’arma ideologica che oggi paralizza l’Occidente.

 

Dobbiamo capire cosa hanno fatto. Foucault insegnava che la verità non esiste, che esistono solo rapporti di potere mascherati da conoscenza. Che la scienza, la ragione, la giustizia, l’istituzione medica, la scuola, la prigione, la sessualità – tutto è solo una messa in scena di dominio.

 

Derrida insegnava che i testi non hanno un significato stabile, che ogni significante sfugge, che ogni lettura è un tradimento, che l’autore è morto e il lettore regna sovrano.

 

Deleuze insegnava che dovremmo preferire il rizoma all’albero, il nomade al sedentario, il desiderio alla legge, il divenire all’essere, la differenza all’identità.

 

Prese singolarmente, queste sono tesi discutibili. Combinate, esportate e divulgate, formano un sistema. E questo sistema è un veleno.

 


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Ecco cosa è successo. Questi testi, illeggibili in Francia, hanno attraversato l’Atlantico. I dipartimenti di Yale, Berkeley e Columbia li hanno assorbiti negli anni Ottanta. Lì hanno trovato un terreno fertile che non esisteva tra noi: il puritanesimo americano, il suo senso di colpa razziale, la sua ossessione per l’identità.

 

La teoria francese ha sposato questo substrato, e il figlio di questa unione si chiama wokismo. Judith Butler legge Foucault e inventa il genere performativo. Edward Said legge Foucault e inventa il postcolonialismo accademico. Kimberlé Crenshaw eredita la struttura e inventa l’intersezionalità.

 

Ad ogni passo, la matrice è francese: non esiste la verità, esiste solo il potere, quindi ogni gerarchia è sospetta, ogni istituzione è oppressiva, ogni norma è violenza, ogni identità è costruita e quindi negoziabile, ogni maggioranza è colpevole.

 

È così che tre filosofi parigini, che probabilmente non immaginavano le conseguenze pratiche delle loro azioni, hanno fornito il software operativo a un’intera generazione di attivisti, burocrati universitari, responsabili delle risorse umane, giornalisti e legislatori.

 

È così che ci ritroviamo con una civiltà che non sa più dire se una donna è una donna, se la propria storia merita di essere difesa, se il merito esiste, se la verità si può distinguere dall’opinione. È una schifezza per una semplice ragione, che va espressa con calma.

 

Una civiltà si fonda su tre pilastri: la convinzione che esista una verità accessibile alla ragione, la convinzione che esista un bene distinto dal male, la convinzione che esista un patrimonio da trasmettere.

 

La teoria francese si è prefissata di far saltare in aria tutti e tre. Non per cattiveria. Nate da un gioco intellettuale, dalla fascinazione per il sospetto, dall’odio per la borghesia che le aveva alimentate. Ma il risultato è evidente. Un’intera generazione ha imparato a decostruire, ma non ha mai imparato a costruire. Un’intera generazione sa sospettare, ma non sa più ammirare. Un’intera generazione vede potere ovunque e bellezza da nessuna parte.

 

Mi scuso perché noi francesi abbiamo una responsabilità particolare. È la nostra lingua, le nostre università, i nostri editori, il nostro prestigio che hanno dato a questo nichilismo la sua elegante veste. Senza la legittimità della Sorbona e di Vincennes, queste idee non avrebbero mai varcato l’oceano.

 

Abbiamo esportato il dubbio come altri esportano armi. Ciò che si sta costruendo ora, nella Silicon Valley, nei laboratori di Intelligenza Artificiale, nelle startup, nei laboratori, in tutti quei luoghi dove le persone ancora creano invece di decostruire, questa è la risposta.

 

Una civiltà si ricostruisce da costruttori, non da commentatori. Da coloro che credono che la verità esista e che valga la pena dedicarsi ad essa. Da coloro che abbracciano una gerarchia del bello, del vero, del bene, e non si vergognano di trasmetterla.

 

Quindi, perdonateci. E torniamo al lavoro.

 

Brivael Le Pogam

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Contro la Prima Comunione consumista

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La cerimonia della Prima Comunione oggi è diventata una festa dal sapore mondano e consumista. Famiglie, per lo più separate, gareggiano nello sfoggio di regali al pargolo che — non dimentichiamolo — fa il suo primo incontro con Cristo tramite la Santa Eucaristia. Forse i più oggi dimenticano il focus centrale di questa celebrazione, il cuore pulsante che è Cristo, la potenza spirituale di quella particola.   Sono sempre più reticente ad accettare inviti da parte di coetanei per festeggiare i figli che si apprestano a ricevere il Sacramento. Non ne ho più voglia; anzi, provo quasi disgusto nel vedere una moltitudine di regali sfarzosi quanto inutili, che questi ragazzini, già oltremodo viziati, ricevono senza apprezzare. È un esercizio di ostentazione messo in atto da nonni e parenti che vogliono, in qualche modo, dimostrarsi superiori alla «fazione» dell’altro coniuge.   In particolare, la battaglia più aspra si gioca nelle coppie separate: nessuno vuole essere da meno dell’altro e si tenta di colmare la vacuità indotta nel bambino dalla separazione — spesso egoistica — con doni che riflettono ricchezza materiale e non valori.

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Ricordo la mia Prima Comunione: era un’epoca già avviata al consumismo, ma ancora ancorata a quelle sane tradizioni secolari tramandate di generazione in generazione. Il regalo più bello, profondo e prezioso fu la poesia che mi dedicò mia zia Maria. Una donna illibata, timida e devota che ha sempre vissuto con noi e che, di fatto, ha cresciuto mio babbo mentre i miei nonni lavoravano tutto il giorno. La bontà e la riservata tenerezza della zia la elevano ai miei occhi a un’entità quasi divina e angelica, salita al cielo oltre venticinque anni fa.   Quella poesia, insieme ad altre che scrisse per me e per i miei genitori, è purtroppo andata perduta. Ricordo però la cura amanuense nel decorare quei fogli, dove erano impressi i versi semplici di una donna che non aveva terminato nemmeno le elementari, ma che erano carichi di amore, tenerezza e autentica cristianità.   Giorni fa, prendendo un caffè in un bar, sono stato fermato da una vicina di casa che non vedevo da anni: «Ciao Francesco, come stai? Ho una cosa da farti leggere che ho ritrovato da poco». Prende il telefono e mi mostra un testo scritto su un foglio di carta. Leggo e rimango di stucco. È una poesia di mia zia. Bene, essendo questa signora al tempo una ragazzina, la zia Maria, secondo le regole del buon vicinato, per la sua prima comunione volle farle un regalo. Il regalo fu questa poesia.   Cara Francesca è giunto il più bel giorno  in cui per te tutto sorride attorno e in questo giorno che ricorderai eternamente tu hai intorno a te tutti i parenti. Sono arrivati alle prime ore Per fare a te la scorta di onore. Giunta ai piedi del Santo altare Tu senti il cuore già palpitare. E quando nel tuo cuoricino Hai ricevuto Gesù Divino, una simil gioia hai mai provata e in estasi al ciel sei trasportata. E in un devoto raccoglimento L’hai certo fatto un proponimento, di essere buona ed obbediente, ai genitori ed ai parenti.  E le avrai detto mio buon Gesù In questo mio sforzo aiutami tu,  io non ti chiedo ricchezze e onori,  ma solo proteggi i miei genitori. Così vi prego Gesù e Maria, la mia preghiera esaudita sia». «Fiorin fiorello, vi prego qualche minuto d’intervallo che adesso farem volar qualche stornello. Fior d’ogni fiore, stamane ti facevan la scorta d’onore a te sposina del Signore. Fior di mughetti, facciamo auguri cordiali e schietti alla sposina di Gesù Francesca M***etti. Fior d’amaranto, tu questo giorno l’hai sognato tanto e mai vorresti il suo tramonto. Fior di viola, l’emozione ti stringe la gola che non sei capace di dire una parola. Fior di cicoria, in mezzo a questa gran baldoria è emozionata pure la Vittoria. Fior d’ogni fiore, ed ora tu Francesca rivolgi gli onori a tutti questi bravi signori.

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A fronte di questa semplicità evangelica, le definizioni dogmatiche ci ricordano la grandezza di ciò che stiamo celebrando. Ricordiamo, infatti, che Gesù Cristo ha istituito la santissima Eucaristia per tre principali ragioni: perché sia sacrificio della nuova legge, perché sia cibo dell’anima nostra e perché sia un perpetuo memoriale della sua passione e morte, ed un pegno prezioso dell’amor suo verso di noi e della vita eterna.   Per i disattenti e gli ignari che conferiscono a questa festa la sola e vacua mondanità, riportiamo alcuni passaggi del Catechismo di San Pio X:   Che cosa è il sacramento dell’Eucaristia? L’Eucaristia è un sacramento nel quale per l’ammirabile conversione di tutta la sostanza del pane nel Corpo di Gesù Cristo e di quella del vino nel suo prezioso Sangue, si contiene veramente, realmente e sostanzialmente il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità del medesimo Gesù Cristo Signor Nostro sotto le specie del pane e del vino per essere nostro nutrimento spirituale.   Vi è nell’Eucaristia lo stesso Gesù Cristo che è nel cielo e che nacque in terra dalla santissima Vergine? Si, nell’ Eucaristia vi è veramente lo stesso Gesù Cristo che è nel cielo e che nacque in terra dalla santissima Vergine.   Dopo la consacrazione che cosa è l’ostia? Dopo la consacrazione l’ostia è il vero Corpo di Nostro Signor Gesù Cristo sotto le specie del pane.   Che cosa è la consacrazione? La consacrazione è la rinnovazione, per mezzo del sacerdote, del miracolo operato da Gesù Cristo nell’ultima cena di mutare il pane ed il vino nel suo Corpo e nel suo Sangue adorabile, dicendo: questo è il mio corpo, questo è il mio sangue.   Crogiolati nel benessere effimero del mondo occidentale, facciamo fatica a scorgere l’enorme privilegio che abbiamo nell’onorare Nostro Signore. Qualora ce ne fossimo dimenticati, basta affacciarsi a quella parte di mondo martorizzato dalle guerre e dai conflitti senza fine che è il Medio Oriente. Mille bambini iracheni, l’anno passato, hanno ricevuto la Prima Comunione. Che l’esempio di questi pargoli ci dia la forza di apprezzare maggiormente i nostri valori cristiani, affinché le nostre sante tradizioni non vadano perdute e non vengano in alcun modo banalizzate.   Francesco Rondolini

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Immagine: Elizabeth Nourse (1859 – 1938), La prima comunione (1895), Cincinnati Art Musem Immagine di Sailko via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported; immagine tagliata
 
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La democrazia è diventata una forma di superstizione?

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Per quanto si sforzino di nasconderli, i corpi finiscono sempre per venire a galla. Se la democrazia moderna sembra essere entrata in crisi e aver abbracciato forme totalitarie, è perché sta tornando alle sue vecchie abitudini e si sta rivelando per quello che è sempre stata: un regime dispotico al servizio della Rivoluzione Industriale e delle sue ambizioni imperialiste.

 

L’unica differenza è che ora la democrazia, nella sua fase terminale e con il suo ciclo storico concluso, combatte apertamente contro tutti coloro che le resistono – o meglio, che potrebbero resisterle – nel suo disperato processo di adattamento alla Rivoluzione Digitale. Equiparare la democrazia al totalitarismo, all’omogeneizzazione forzata o alla soppressione dei diritti individuali e familiari può sembrare controintuitivo, se non un pericoloso errore di chi cerca di imitare Salvador Sostres, Jano García o altri anarchici e filosofi che disprezzano la maggioranza in nome di minoranze illuminate.

 

Ma non è né l’una né l’altra cosa. Il rapporto tra democrazia e totalitarismo diventa chiaro se consideriamo che il lungo XX secolo, il cosiddetto secolo della democrazia, è stato il secolo degli stermini. Possiamo considerare che ebbe inizio nel 1915 con il genocidio armeno per mano del Comitato di Unione e Progresso – che cercava di attuare l’omogeneizzazione nell’Impero Ottomano secondo il Codice Civile Napoleonico – e che ora sta per concludersi con il genocidio dei palestinesi perpetrato da Israele, «l’unica democrazia in Medio Oriente».

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La democrazia moderna, dalle sue origini illuministe-protestanti, rivoluzionarie e napoleoniche, ha optato per il fondamentalismo e l’omogeneizzazione forzata, sia attraverso la creazione di uno stato mondiale liberale o «di destra» – in cui siamo tutti uguali nel mercato – sia di uno socialista o «di sinistra» – in cui siamo tutti uguali all’interno dello Stato – culminando infine in una fusione dei due, ormai diffusa in numerose parti del pianeta.

 

Se analizziamo i vari genocidi commessi nel corso del XX secolo, dal regime nazista a quello della Kampuchea Democratica (Cambogia), passando per il regime stalinista, ci renderemo conto che in tutti i casi i massacri vengono perpetrati in nome di un presunto nuovo ordine rivoluzionario razionale, giustificato dal bene comune di un popolo eletto.

 

Possiamo certamente discutere se questi regimi totalitari si ispirino maggiormente al modello «democratico» della Rivoluzione francese, come nel caso del Terzo Reich o dell’URSS, o a quello della Rivoluzione americana teocentrica e ai suoi orpelli del destino manifesto, come nel caso di Israele (non dimentichiamo, a questo proposito, che mentre gli Stati Uniti si sono imposti su un territorio che non apparteneva loro attraverso un innegabile genocidio delle popolazioni indigene, Israele sionista tenta di fare lo stesso da oltre settant’anni in Palestina).

 

In un modo o nell’altro, dietro l’idea di democrazia moderna si cela il dispotismo di Hegel, che celebrava Napoleone come lo «spirito del mondo» che «si diffonde in tutto il mondo e lo domina», imponendo con la forza valori omogeneizzanti (esito a definirli egualitari).

 

O forse è il dispotismo di Alexander Kojève, che, modernizzando questo totalitarismo rivoluzionario hegeliano, ha immaginato e plasmato l’Unione Europea come lo spazio democratico per eccellenza – e quindi post-storico, post-umano e distopico – in cui la politica sarebbe infine sostituita dall’amministrazione in nome di un ordine che trasforma gli esseri umani in automi condannati all’obbedienza una volta soddisfatti i loro bisogni primari. 

 

In altre parole, i grandi difensori della democrazia come emblema della modernità non intendono la democrazia come proclamazione e tutela dei diritti individuali e collettivi così come li immaginiamo (individui, famiglie, territori), bensì come la loro distruzione e sostituzione con un grande e omogeneo Stato mondiale.

 

Mettere in discussione la natura totalitaria della democrazia non significa, quindi, invocare la disuguaglianza o manifestare una decadente plebefobia volta a privare i cittadini dei diritti politici e a centralizzare le decisioni in un gruppo di esperti. È esattamente il contrario.

 

In breve, la democrazia moderna è stata il metadone che la Rivoluzione Industriale ha dato alla gente comune, permettendoci di distaccarci gradualmente dai diritti e dalle libertà che un tempo avevamo, ma che – ci viene detto – non possiamo più godere appieno a causa della mentalità di gregge del mondo moderno tecnologicamente avanzato.

 

Tuttavia, la democrazia moderna è qualcosa di ben più pericoloso. È una forma di fondamentalismo religioso, come riconobbe Tocqueville negli ultimi anni della sua vita, quando rivide alcune delle sue tesi sulla democrazia analizzando la Rivoluzione francese come una forma di assolutismo, perché:

 

«Forse sarebbe più corretto dire che essa stessa divenne una sorta di nuova religione, una religione imperfetta, certamente, senza Dio, senza culto né vita eterna, ma che, nondimeno, inondò tutta la terra con i suoi soldati, i suoi apostoli e i suoi martiri, proprio come l’Islam».

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Per quanto provocatoria possa sembrare questa affermazione, la verità è che la democrazia moderna non ha mai difeso l’esercizio civico della politica (ha sempre tentato di sradicare le forme politiche civiche e statali), né la razionalità (pensare al di là di essa è considerato tabù), e tanto meno il secolarismo, poiché si è sempre presentata come un fondamentalismo religioso dispotico, in stile Antico Testamento, che esige fede assoluta e innumerevoli martiri (non c’è dubbio che, dopo la catastrofe del COVID, la guerra contro la Russia potrebbe diventare una delle più grandi).

 

La democrazia moderna è una divinità in nome della quale si può violare qualsiasi diritto e commettere i crimini più abietti. Non è un caso che i difensori del genocidio israeliano a Gaza affermino che Israele è «l’unica democrazia in Medio Oriente» e che, pertanto, può difendersi come meglio crede.

 

Ma se c’è qualcosa che dovrebbe sorprendere anche i più scettici oggi, è che la democrazia moderna, prendendo l’Unione Europea come piattaforma privilegiata, stia attaccando quattro principi che dovrebbero essere indiscutibili per qualsiasi difensore dei diritti dei cittadini e del bene comune: la libertà di espressione, il suffragio universale, lo svolgimento di elezioni libere e – cosa ovvia sin dall’attuazione di politiche dannose per la salute come il green pass covidiano – l’integrità fisica di ogni singolo cittadino (ovvero, la nostra sicurezza da ogni tipo di coercizione o intimidazione).

 

La libertà di espressione è stata sottoposta a un vero e proprio assedio in nome dell’adattamento delle nostre libertà alla rivoluzione digitale. Ciò include non solo leggi come la legge sui servizi digitali, la persecuzione dei giornalisti in Germania e il finanziamento pubblico della propaganda filoeuropea e antirussa , ma anche la promessa di Ursula von der Leyen di creare uno «scudo europeo per la democrazia» che schiererà verificatori di fatti ovunque per prevenire la contaminazione delle informazioni e le interferenze straniere (ovvero, per combattere la libertà di espressione).

 

La prova che questa guerra contro la libertà di espressione sia seria sta nel fatto che l’intellettuale dell’establishment Jordi Gracia ha recentemente dichiarato, in un insipido articolo su El País, la necessità di porre fine alla libertà di espressione per preservare la democrazia ed evitare malintesi e inganni tra i cittadini.

 

Per quanto riguarda l’attacco alle elezioni libere, non possiamo che concludere che, dopo la squalifica di Georgescu in Romania e di Le Pen in Francia, sembra destinato a diventare una prassi comune all’interno dell’Unione Europea. Ma ciò che è forse ancora più sinistro è la proliferazione nei media di dichiarazioni apparentemente sensate e «democratiche» contro il suffragio universale – ovvero, propaganda plebea e reazionaria – al fine di impedire esiti indesiderati come la Brexit o il trionfo di politici simili a Trump.

 

Mentre Alan C. Grayling auspica una riforma del sistema elettorale per impedire la vittoria di opzioni che considera abiette, il politologo Bryan Caplan appare sulle pagine dei più importanti quotidiani del nostro Paese affermando che, per salvare la democrazia dall’ignoranza del popolo, il diritto di voto dovrebbe essere limitato a quei cittadini in grado di superare un esame di cultura storica ed economica. Ma guardate la coincidenza e la benevolenza, perché se qualcuno non avesse capito il messaggio, Máximo Pradera, lo showman di sangue blu, un paio di settimane fa ha gridato la stessa cosa su un giornale digitale senza che nessuno definisse lui, Copland, Grayling o Von der Leyen fascisti.

 

Questo è in qualche modo comprensibile, perché se volessimo fare loro la morale, dovremmo fare lo stesso con il nostro amato re eurocrate Felipe VI, che un paio di settimane fa, agendo come «idraulico» e saccheggiatore di fogne della corrotta Von der Leyen , non solo le ha conferito un premio in lode delle sue macchinazioni, ma ha anche invocato la persecuzione di tutti coloro che, come chi scrive, mettono in discussione l’adeguatezza dell’Unione Europea.

 

Felipe VI, con la sua voce zeppolante alla Valle-Inclán, in quel momento di infamia e attacco alla cittadinanza – un momento imperdibile che dovrebbe passare negli annali del tradimento monarchico – è sembrato simile al suo antenato Ferdinando VII che incitava i Centomila Figli di San Luigi a prepararsi a invadere la Spagna e a disciplinare i dissidenti. (Che dire? Non sono contro la monarchia costituzionale, ma la storia ci insegna che ogni volta che incontriamo un Borbone che difende la democrazia, dovremmo darcela a gambe levate).

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La natura reazionaria e religiosa della democrazia moderna

Se c’è qualcosa che spiega gli sfoghi dispotico-democratici di Filippo VI, è la natura stessa della democrazia moderna, profondamente reazionaria fin dalle sue origini.

 

La democrazia moderna non è una conquista della civiltà, ma un’invenzione dell’Illuminismo (voltariana per alcuni, montesquieana per altri) che cerca di cancellare gran parte della storia occidentale conosciuta (certamente sia le origini cattoliche della modernità sia le sue radici medievali) al fine di instaurare un regime politico il cui mito fondativo è un impossibile e controverso ritorno all’ordine cortese greco.

 

In questo senso, è necessario chiarire perfettamente: parlare di democrazia non implica sostenere la dittatura o un regime militare (in realtà, democrazia e dittatura formano un nodo gordiano moderno che le rende inseparabili), tanto meno esprimere nostalgia per un passato idilliaco che, se esiste in un immaginario collettivo, è quello della democrazia e delle sue lontane pretese ateniesi.

 

L’idea di democrazia non è altro che un salafismo o un puritanesimo tipico del protestantesimo calvinista – un’ideologia suprematista – che cerca un ritorno alle origini di una certa concezione della cultura occidentale, basandosi su teoremi di nuova formulazione privi di un’effettiva applicazione pratica, come ad esempio la separazione dei poteri.

 

Le origini protestante-calviniste della democrazia spiegano molti dei suoi difetti , oltre al suo carattere, a mio avviso, profondamente reazionario, poiché, come sottolinea Chesterton, «lo scisma del XVI secolo [la Riforma protestante] fu in realtà una ribellione tardiva dei pessimisti del XIII secolo. Fu una regressione del vecchio puritanesimo agostiniano contro il liberalismo aristotelico».

 

In altre parole, se qualcosa ha ucciso la modernità di matrice cattolica (egualita e razionalista) che, per molti versi, continua a illuminare il mondo contemporaneo, è stata la regressione alle caverne platoniche del protestantesimo, che ha trionfato geopoliticamente dal XVIII secolo. È per questo motivo che la democrazia moderna, invece di optare per politiche razionali e per il perfezionamento dei diritti dei cittadini e per una reale «separazione dei poteri» che esisteva nel Medioevo e si è sintetizzata nel XIX e XIX secolo, ha abbracciato un approccio più conservatore.

 

Nei testi ispanici di carattere decisamente anti-imperialista, i paragrafi 16 e 17 propugnano un repubblicanesimo platonico simile a quello della Città di Dio di Agostino, ma in una versione secolarizzata e umanizzata. La democrazia moderna difende quindi l’ideale platonico di una repubblica perfetta, strutturata su principi teoricamente impeccabili, come l’illuminata separazione dei poteri, ma praticamente inefficaci, che prevalgono sull’effettivo esercizio della politica, la quale dovrebbe essere orientata al bene comune e necessariamente soggetta a modifiche.

 

In questo modo, il potere viene «diviso» tra un’oligarchia spesso collusa con potenze economiche esterne e distaccata dal popolo, privando il soggetto, ora chiamato «cittadino», di molti dei suoi diritti e prerogative fondamentali.

 

La democrazia moderna, in questo senso, è una religione sostitutiva con legioni di fedeli pronti a lapidare chiunque osi criticarla. In Spagna, ad esempio, le difese teoriche di Antonio García-Trevijano di una democrazia formale basata sulla Rivoluzione americana sono state e continuano ad essere molto influenti . Ma è opportuno notare che, sebbene Trevijano denunci giustamente il dirottamento della democrazia da parte della politica partitica (direi anche del filantropia capitalistica e dei grandi monopoli), le sue tesi sono un esercizio reazionario di platonismo illuminato.

 

Trevijano, ammaliato dalla dottrina di Weber sulla modernità protestante, sostiene che abbiamo sostituito la vera democrazia – la democrazia politica – con una concezione sociale di essa incentrata sulla redistribuzione della ricchezza che ignora le libertà politiche. In altre parole, la confusione tra democrazia sociale e democrazia politica impedirebbe, secondo Trevijano, l’emergere della grande invenzione democratica americana e della buona novella puritana della modernità: la libertà politica.

 

Tuttavia, l’idea che la libertà possa esistere senza proprietà (ovvero, senza un sistema minimo di giustizia distributiva) è tanto moderna quanto reazionaria, oltre a essere una rozza derivazione della retrograda divisione liberale tra libertà positiva e negativa.

 

Essa fa parte di una visione del mondo protestante-calvinista che espropria gli ideali universali cattolico-ortodossi di uguaglianza e li trasforma in forme di uguaglianza selettiva per pochi eletti. Non dovrebbe quindi sorprendere nessuno supporre che la democrazia formale e rappresentativa concepita negli Stati Uniti e celebrata da Trevijano nella sua forma originaria non abbia «democratizzato» la vita dei suoi cittadini, ma abbia piuttosto eretto un sistema di caste in cui, per gran parte della democrazia americana, le minoranze come cattolici ed ebrei sono state perseguitate, mentre la popolazione nera è stata ridotta in schiavitù o di fatto privata dei diritti.

 

Il tentativo di Trevijano di stabilire un legame tra il puritanesimo e la difesa dei «diritti naturali eterni di libertà, uguaglianza e proprietà» è assurdo, riproducendo gli abbecedari della propaganda calvinista , intento a celare la forte gerarchizzazione della società che la democrazia moderna cerca di imporre dopo le varie teorie di uguaglianza umana universale emerse nel vasto mondo cattolico del XVI e XVII secolo.

 

Se esiste, ripeto, un Paese oggi che difende una concezione formale e calvinista della democrazia come quella americana, ancorata al destino manifesto, alla supremazia degli eletti e a un teocentrismo esplicito ma edulcorato («una nazione sotto Dio»), questo è Israele sionista. (A proposito, gli Stati Uniti o Israele sono forse le società aperte che l’Occidente antinatalista e amante degli animali cerca di contrapporre al fondamentalismo islamico, prodigo di figli, famiglie e nemico degli animali domestici?)

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La democrazia moderna, dunque, fin dalla sua comparsa più di due secoli fa (sia nella forma di dispotismo illuminato, costituzionalismo liberale, democrazia liberale o tecnocrazia, tra le altre), è una religione sostitutiva. Ha un’aspirazione universalista, in linea di principio simile a quella del cristianesimo o dell’islam, ma il suo universalismo è imperialista, predatorio e quindi fals . Non difende, come il cristianesimo cattolico-ortodosso, dogmi e diritti naturali che siano efficaci in qualsiasi territorio ma non esigano la sottomissione politica né eliminino ogni elemento di differenza.

 

Al contrario, la democrazia moderna, nella sua logica calvinista, è una religione artificiosa ma capricciosa che cambia arbitrariamente i suoi dogmi in tempi record, privilegiando sempre gli interessi dei Paesi più forti, poiché sono le oligarchie di questi Paesi – mai le loro popolazioni – a trarre veramente vantaggio dalla farsa democratica .

 

Se, ad esempio, il Sinedrio «democratico» decidesse che solo le società con leggi sul matrimonio tra persone dello stesso sesso, sull’autodeterminazione di genere o sulla protezione degli animali sono democratiche – e quindi meritevoli di diritti umani e dignità – anche se esse stesse ne erano sprovviste solo pochi anni prima, tutte le altre società verrebbero considerate disumane e potrebbero essere attaccate e private delle loro risorse più essenziali in nome della democrazia.

 

Se, ad esempio, solo i Paesi che riconoscono la personalità giuridica agli animali (come ha fatto l’Argentina con l’orango Sandra) fossero considerati democratici, qualsiasi altro territorio che non facesse lo stesso potrebbe essere punito. Ma non è tutto. Se, sotto l’influenza della cultura giapponese, dovessimo trasformare l’usanza giapponese di vendere mutandine usate, opportunamente macchiate di urina o mestruazioni, come oggetti erotici nei distributori automatici, in un simbolo identitario per le società democratiche, qualsiasi Paese che non partecipasse a questo scambio commerciale vulcanico e batterico potrebbe essere accusato di arretratezza e attaccato senza pietà.

 

(Non mi credete? Ricordate come nacquero le Guerre dell’Oppio, promosse dal governo liberale della Gran Bretagna per proteggere il diritto dei cinesi di assumere droghe a loro piacimento, senza che il loro paese illiberale e dispotico si opponesse al libero scambio di oppio, che, curiosamente, arricchì le oligarchie britanniche e distrusse la società cinese.)

 

Per essere concilianti, potremmo dire che la democrazia, nel bene e nel male, pur consumando enormi quantità di sangue umano, ha funzionato negli ultimi duecentocinquanta anni come un ideale regolatore dispotico. Tuttavia, una volta che la società industriale di matrice protestante che l’ha strutturata e dotata di una certa filosofia è entrata in crisi, la democrazia ha raggiunto i suoi limiti e ha serie difficoltà a continuare ad affascinarci.

 

Pertanto, di fronte al collasso totalitario della democrazia, e proprio prima che essa tenti di instaurare uno stato omogeneo e universale (un tema che affronterò nel mio prossimo articolo), vale la pena chiedersi se la democrazia non sia diventata più una forma di superstizione che ci rende schiavi che una garanzia minima di diritti.

 

David Souto Alcalde

 

Articolo ripubblicato con permesso da Brownstone Spain

 

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