Cina
Roma e Pechino rinnovano per altri quattro anni l’Accordo sulla nomina dei vescovi
Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Annunciata ufficialmente la proroga fino all’ottobre 2028, quando saranno trascorsi dieci anni dalla prima firma dell’intesa. Si allunga la durata ma il testo resta provvisorio e segreto, mentre un terzo delle diocesi sono tuttora vacanti. Come anticipato da AsiaNews, per il 25 ottobre è già fissata l’ordinazione di un vescovo coadiutore per la diocesi di Pechino.
Aumenta da due a quattro anni l’arco temporale della durata, ma l’Accordo tra la Santa Sede e la Cina sulla nomina dei vescovi resta provvisorio e segreto.
Come ci si attendeva, oggi – alla scadenza del secondo rinnovo biennale siglato nell’ottobre 2022 – è stata annunciata una nuova proroga dell’intesa.
La Sala stampa vaticana ne ha dato notizia con uno scarno comunicato con cui si afferma che «visti i consensi raggiunti per una proficua applicazione» e «dopo opportune consultazioni e valutazioni», la validità dell’Accordo è prolungata per un altro quadriennio, cioè fino al 22 ottobre 2028, quando saranno trascorsi dieci anni dalla prima firma.
«La parte vaticana – conclude la nota – rimane intenzionata a proseguire il dialogo rispettoso e costruttivo con la parte cinese, per lo sviluppo delle relazioni bilaterali in vista del bene della Chiesa cattolica nel Paese e di tutto il popolo cinese».
Del rinnovo dell’Accordo ha parlato questa mattina anche il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Lin Jian, durante la consueta conferenza stampa quotidiana. «I risultati ottenuti nell’attuazione sono stati elogiati da entrambe le parti» ha commentato rispondendo a una domanda del quotidiano governativo China Daily. «Le due parti manterranno i contatti e i colloqui in uno spirito costruttivo e continueranno a far progredire il miglioramento delle relazioni Cina-Vaticano».
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Il governo cinese avrebbe voluto rendere permanente l’Accordo, mentre la Santa Sede insisteva sul carattere provvisorio e sulla necessità di chiarire meglio alcuni punti. Alla fine, dunque, il passaggio da due a quattro anni appare come una soluzione di compromesso.
Va ricordato anche che nell’arco degli ultimi due anni l’Accordo ha vissuto la sua crisi più evidente, con lo strappo compiuto autonomamente dalla Repubblica Popolare Cinese nell’aprile 2023 con il trasferimento del vescovo Shen Bin a Shanghai.
Quella ferita fu sanata poi tre mesi dopo dalla conferma della nomina da parte di papa Francesco, che fu accompagnata da un’intervista del segretario di Stato Pietro Parolin ai media vaticani in cui chiedeva a Pechino un «dialogo sincero».
Dopo quella crisi la situazione nell’ultimo anno è migliorata e anche in forza di questo nel gennaio 2024 vi sono state le nomine di tre nuovi vescovi, mentre due pastori provenienti dalla Repubblica popolare cinese stanno partecipando a Roma ai lavori dell’Assemblea sinodale.
Sono nove in tutto, finora, i vescovi nominati in questi sei anni ai sensi dell’Accordo, mentre restano più di 30 (un terzo del totale) le diocesi vacanti in Cina. Nello stesso arco di tempo otto vescovi «clandestini» sono stati riconosciuti ufficialmente da Pechino, ma ve ne sono anche altri a cui tuttora le autorità impediscono di esercitare il loro ministero per il loro rifiuto a registrarsi negli organismi controllati dal Partito.
Come annunciavamo su AsiaNews già qualche giorno fa, però, una nomina di rilievo è attesa già nelle prossime ore: per venerdì 25 ottobre la diocesi di Pechino ha infatti annunciato l’ordinazione come proprio vescovo coadiutore di mons. Matteo Zhen Xuebin, 54 anni, che andrà ad affiancare con diritto di successione il vescovo Giuseppe Li Shan, in carica dal 2007, che ha appena cinque anni più di lui ed è anche presidente dell’Associazione Patriottica dei cattolici cinesi.
Pur non essendo ancora stata annunciata, la nomina di mons. Zhen Xuebin avverrà ai sensi dell’Accordo (verrà con ogni probabilità pubblicata dalla Santa Sede il giorno dell’ordinazione, come avvenuto finora per tutti i nuovi vescovi cinesi) e rappresenterà dunque un passaggio molto importante per la Chiesa cattolica in Cina.
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Immagine di Zheng Zhou via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Cina
Pechino dice che il leader di Taiwano è un «topo»
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Cina
Trump fa riferimento in modo criptico a un «regalo» cinese intercettato dagli USA e destinato all’Iran
Martedì mattina, in una serie di dichiarazioni relative all’Iran, il presidente Trump ha fatto un riferimento interessante e alquanto criptico alla Cina.
L’inquilino della Casa Bianca dichiarato che le forze statunitensi hanno recentemente intercettato una nave che trasportava quello che ha descritto come un «regalo» dalla Cina all’Iran, mentre Teheran cerca di ricostruire il suo esercito durante un cessate il fuoco.
La nave aveva «un regalo dalla Cina» che «non era molto carino», ha detto Trump alla CNBC. «Sono rimasto un po’ sorpreso», ha aggiunto, affermando di credere di avere un «accordo» con il presidente cinese Xi Jinping.
Aveva affermato: «Ieri abbiamo intercettato una nave che trasportava della merce non proprio gradevole, un regalo proveniente dalla Cina». Tuttavia, non ha specificato ulteriormente la natura precisa della spedizione intercettata, né ha fornito altri dettagli, lasciando il pubblico a formulare ipotesi e speculazioni.
Solo una settimana fa Trump aveva affermato che Xi gli aveva assicurato che non ci sarebbero state spedizioni di armi cinesi in Iran, Paese da tempo alleato di Pechino. Trump e Xi si incontreranno in un evento storico il 14 e 15 maggio. Tuttavia un ulteriore indizio è la spiegazione contestuale di Trump, in cui ha affermato che l’Iran «probabilmente si era rifornito un po’», sottintendendo che Pechino avesse contribuito ai suoi sforzi.
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Come riporta ulteriormente il quotidiano di Hong Kongo South China Morning Post: «l’affermazione è stata fatta per la prima volta dall’ex ambasciatrice statunitense alle Nazioni Unite Nikki Haley, e Trump ha poi aggiunto una nota di dubbio, dicendo: «Forse, non lo so, ma sono rimasto un po’ sorpreso… ma pensavo di avere un accordo con il presidente X, ma va bene così. La guerra è così».
Il ministero degli Esteri cinese ha prontamente respinto e smentito l’accusa, con il portavoce Guo Jiakun che ha dichiarato: «a mia conoscenza, si tratta di una nave portacontainer battente bandiera straniera. La Cina si oppone a qualsiasi collegamento malevolo e a qualsiasi campagna diffamatoria».
L’ambasciatrice Haley ha formulato l’accusa riguardo alla nave sequestrata dalla Marina statunitense domenica scorsa in un post sui social media, affermando che si era «rifiutata di obbedire ai ripetuti ordini di fermarsi» ed era «collegata a spedizioni di sostanze chimiche per missili»…
Poco prima di questo blocco in alto mare, sabato scorso Trump aveva adottato un tono molto positivo e cordiale parlando delle relazioni con Xi: «il presidente Xi è molto contento che lo Stretto di Hormuz sia aperto e/o si stia aprendo rapidamente. Il nostro incontro in Cina sarà speciale e, potenzialmente, storico. Non vedo l’ora di essere con il presidente Xi: si otterranno molti risultati!», ha scritto.
Ma ha anche affermato che il blocco navale statunitense continuerà «fino a quando la nostra transazione con l’Iran non sarà completata al 100%». Senza dubbio, il blocco danneggia l’Iran e la Cina, ma è anche un gioco al massacro ad alto rischio, dato che più a lungo durerà e maggiori saranno i danni inflitti all’economia globale – e quindi al contribuente statunitense – più si prospettano problemi politici per i repubblicani, soprattutto in vista delle elezioni di medio termine del Congresso.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
Cina
Cina: secondo un nuovo rapporto, la morsa si stringe attorno ai cattolici
Una volta sotto sorveglianza elettronica
L’ultimo rapporto descrive un sofisticato arsenale repressivo. Il riconoscimento facciale all’ingresso de i luoghi di culto, le drastiche restrizioni alla libertà di movimento del clero e la formazione politica obbligatoria sono ormai parte della vita quotidiana. Per i sacerdoti che operano nell’ombra, la scelta è binaria: sottomettersi all’ideologia del Partito o rischiare l’arresto. Nel 2026, almeno dieci vescovi, riconosciuti dal Vaticano, risultano ancora in detenzione o agli arresti domiciliari per essersi rifiutati di giurare fedeltà a uno stato ufficialmente ateo.Sostieni Renovatio 21
L’accordo tra Vaticano e Cina: uno «scudo» trafitto?
Firmato nel 2018 e rinnovato più volte, l’accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi mirava a unificare i due rami della Chiesa (ufficiale e clandestina). Tuttavia, per molti osservatori, questo accordo è diventato lo strumento della caduta della Chiesa clandestina. I limiti di questo compromesso storico sono ormai palesemente evidenti: 1) L’asimmetria di potere: sebbene il Papa abbia teoricamente il diritto di veto sulle nomine, è spesso Pechino a dettare legge. In diverse occasioni, il governo cinese ha nominato unilateralmente dei vescovi, costringendo il Vaticano a porre rimedio retroattivamente alla situazione per evitare uno scisma. 2) L’illusione della protezione: lungi dal proteggere i fedeli clandestini, l’accordo è paradossalmente servito da copertura legale per le autorità per smantellare le strutture non ufficiali, sostenendo che qualsiasi pratica al di fuori del quadro statale è ora “illegale”. 3) Silenzio diplomatico: la Santa Sede, desiderosa di mantenere il dialogo, è accusata dagli attivisti per i diritti umani di essere troppo discreta di fronte alle persecuzioni. «L’accordo è stato trasformato in un’arma astuta per distruggere la Chiesa clandestina», confida un esperto citato da Human Rights Watch.Aiuta Renovatio 21
Verso una scomparsa pianificata
La strategia di Pechino sembra chiara: attendere la naturale estinzione dei vecchi prelati clandestini, impedendo al contempo la formazione di nuovi. Vietando l’insegnamento religioso ai minori e imponendo sermoni in linea con i «valori socialisti», il regime spera di trasformare il cattolicesimo in mero folklore adattato alla cultura cinese. Di fronte a questo pericolo, l’appello di Human Rights Watch è urgente: il papa deve rivalutare la situazione con la massima urgenza. Interpellato il 15 aprile 2026 sulle conclusioni del rapporto di HRW, Matteo Bruni, direttore della Sala Stampa della Santa Sede, si è rifiutato di commentare. Eppure, dietro la diplomazia dei sorrisi, l’anima stessa di una comunità millenaria rischia di estinguersi sotto il peso della sinizzazione. Articolo previamente apparso su FSSPX.NewsIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
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