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Il vero rito della Santa Messa. Risposta della FSSPX ai recenti attacchi

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Renovatio 21 ripubblica questo articolo apparso sul sito della Fraternità Sacerdotale San Pio X, l’istituzione religiosa fondata da monsignor Marcel Lefebvre. La FSSPX è stata oggetto, di recente, di un attacco da parte di un sito di notizie dove scrivono molti personaggi vicini a Comunione e Liberazione. I motivi di tale attacco, che ha irritato di certo molti degli stessi lettori di quel sito, non sono ancora spiegati. In risposta, Renovatio 21 aveva ripubblicato un articolo di Don Mauro Tranquillo risalente al 2013. Oggi la Fraternità ha ritenuto di rispondere come segue. 

 

 

Come sbagliare la rotta da seguire nella crisi che attraversa la Chiesa: cenni di risposta ad un dossier sulla Fraternità San Pio X redatto dal quotidiano online conservatore La Nuova Bussola Quotidiana.

 

 

Introduzione

Monsignor Marcel Lefebvre, fondatore della Fraternità Sacerdotale San Pio X, consacrò quattro vescovi senza mandato pontificio e contro il volere esplicito di papa Giovanni Paolo II il 30 giugno 1988, giustificando questo atto di per sé grave come una «operazione sopravvivenza» del sacerdozio cattolico, poiché egli riteneva che la fede dell’intera Chiesa fosse in pericolo dopo le derive del Vaticano II.

 

Nel mondo della Tradizione all’epoca ciò piacque a molti, ma non a tutti. Oggi, sempre nel mondo della Tradizione, tantissimi ringraziano Monsignore per il gesto eroico di trentacinque anni fa, ma qualcuno ancora, ciclicamente, si ostina a criticarlo. Vediamo, un’ennesima volta, di chiarire il problema, che è essenzialmente e soprattutto teologico, ma che naturalmente ha un preciso fondamento canonico (1).

 

Il dossier del quotidiano online a cui rispondiamo, ben redatto e apparentemente molto erudito, pecca gravemente per imprecisioni e sofismi canonici, ma soprattutto ha il colossale difetto di rimanere, in tutte le sue righe, un gradino al di sotto del vero problema dal quale non si esce: è in corso da ormai sessant’anni una gravissima crisi che sconvolge la Chiesa in tutti i suoi ambiti e che colpisce tutti i gradini della gerarchia.

 

Non sarebbe necessario dimostrare l’esistenza di tale crisi ad un lettore che frequenti il mondo della Tradizione cattolica, ma tracciamone comunque un breve panorama per individuare la vera chiave del problema.

 

La crisi

Dopo il Concilio Vaticano II, i suoi errori e le deviazioni dottrinali e pastorali hanno finito per coinvolgere l’intero episcopato e di conseguenza il clero cattolico nella sua interezza; da sessant’anni la predicazione ecclesiastica si è allontanata dall’autentica professione di fede prediligendo l’ecumenismo, la libertà religiosa, il relativismo dottrinale e morale nell’insegnamento catechistico e omiletico; le riforme liturgiche degli anni immediatamente posteriori al Concilio hanno toccato tutti i sacramenti, nessuno escluso, per adattarli alle nuove esigenze ecumeniche; soprattutto, il rito della Messa ha subito una paurosa trasformazione che l’ha assimilato ad un rito di sapore protestante, e che esprime «un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa» (2).

 

Nella quotidianità della vita parrocchiale il fedele cattolico, spesso ignaro, si vede insegnare novità del tutto contrarie alla dottrina, ed assiste ad abusi liturgici di ogni genere; il sacramento della confessione è dimenticato o bistrattato, la necessità di riparare il peccato è un tema assente (perché assente è, nella predicazione ecclesiastica attuale, il tema stesso del peccato); il clima che si respira è profondamente intramondano e la dimensione soprannaturale della Grazia e della salvezza eterna sono completamente spariti.

 

Ciò che però rende ancor più grave questa crisi è che essa procede ed è incoraggiata direttamente dall’autorità più alta: sono i papi del post-concilio, tutti senza eccezione, che l’hanno fomentata ed aggravata.

 

Da Paolo VI in poi, tutti i sommi pontefici si sono resi protagonisti di communicatio in sacris con membri di false religioni, scandalizzando oggettivamente l’intero pianeta (l’esempio più eclatante è la riunione ecumenica di Assisi 1986 alla presenza e con la partecipazione di Giovanni Paolo II) (3); tutti i sommi pontefici post-conciliari hanno chiaramente espresso la possibilità che i membri delle false religioni o confessioni non cristiane accedano alla salvezza rimanendo tali, e c’è addirittura chi ha affermato che la diversità delle religioni è volere di Dio stesso (4).

 

Da decenni in alcune zone riconducibili all’area germanica (ma l’uso si estende progressivamente anche ad altri paesi) è pratica comune benedire le «nozze» omosessuali nelle chiese e incoraggiare tali unioni, senza che la Santa Sede intervenga sanzionando realmente tali atti. Tali elementi gravemente problematici hanno la caratteristica di costituire una crisi universale e permanente dal Concilio ad oggi, e non certo un problema locale o personale di qualcuno. Purtroppo, non è possibile in poche righe tracciare un quadro completo del disastro ecclesiale a cui assistiamo, per cui ci siamo limitati a qualche accenno.

 

Lo scopo tuttavia di questo brevissimo catastrofico panorama è arrivare a mostrare come l’insieme degli elementi costituisca uno stato di necessità: che cosa vuol dire ciò?

Lo stato di necessità

Vuol dire precisamente che il fedele cattolico, membro della Chiesa, pur avendo diritto a ricevere da essa l’insegnamento della Fede e i sacramenti, non può più farlo nel contesto abituale delle parrocchie e in generale nel contesto ecclesiale post-conciliare poiché quest’ultimo è viziato dall’errore dottrinale e dalle cattive riforme liturgiche che non gli permettono l’accesso ai sacramenti tradizionali.

 

E, ciò che conta, questa situazione è purtroppo avallata dalla gerarchia e dallo stesso pontefice regnante, oggi nel 2023 come durante questi sessant’anni dal Concilio, senza alcuna, fosse pur breve, interruzione.

 

La salvezza eterna del fedele cattolico, privato dell’insegnamento della Fede e dal nutrimento dei veri sacramenti, è in pericolo; questa crisi, lo ripetiamo, non è deplorata dall’autorità papale (come lo era all’epoca della crisi ariana o quella protestante) ma incoraggiata da essa: è una crisi dell’autorità stessa.

 

Il corto-circuito delle fallaci argomentazioni dei conservatori sta precisamente in ciò: si invoca un’obbedienza al Papa, garante della Fede, il legame al quale è essenziale per l’appartenenza alla Chiesa (e questo è sacrosanto), dimenticando però che il modernismo professato apertamente vizia l’uso stesso dell’autorità papale e in generale della gerarchia, che, pur conservando sempre tale autorità, rifiuta di usare per il fine per il quale è stata istituita: la salvezza delle anime.

 

Quale rimedio

Cosa fare quando una crisi del genere si presenta? A dire il vero, nessuno poteva saperlo prima che accadesse; si tratta infatti di una crisi inedita, senza precedenti storici, benché si tenti ogni tanto di trovare deboli paragoni che comunque non saranno mai esaurienti. Non c’è nulla di esplicitamente previsto allo scopo né nel diritto canonico, né nei manuali di teologia morale o dogmatica, né in quelli di storia della Chiesa. Ecco ancora una causa del corto-circuito neo-conservatore: la risposta alla crisi non poteva né può trovarsi nei libri, quantomeno diciamo sotto forma di una ricetta precisa e dettagliata.

 

Nella Tradizione, tuttavia, e più in generale nella Rivelazione stessa, si trovano i princìpi che aiutano a risolvere per quanto si possa il problema, e che hanno aiutato Mons. Lefebvre a compiere la dolorosa scelta delle consacrazioni dell’88: salus animarum suprema lex, ancora una volta; il fine dell’uomo essendo la salvezza eterna, e l’autorità della Chiesa gerarchica essendo istituita per portare l’uomo a questa salvezza, tutte le leggi canoniche e l’intero apparato giuridico, buono e santo perché finalizzato al bene, non può costituire un ostacolo allorché, per un caso rarissimo, la stessa obbedienza alla gerarchia dovesse portare a professare l’errore e a commettere il male.

 

Nessuno può consacrare un vescovo senza il mandato pontificio, ma nessun papa ha il diritto di guidare la Chiesa per insegnare novità e fuorviare i fedeli dalla vera Fede: e quest’ultima eventualità, inedita, si è proprio verificata. Dunque va risolta con un principio superiore a quello dell’obbedienza alle leggi canoniche, e questo principio è appunto la salvaguardia della Fede.

 

Ma la salvaguardia della Fede passa attraverso la salvezza del sacerdozio autenticamente cattolico, formato in seminari cattolici; ora, non possono esistere sacerdoti senza vescovi. Ergo. Molto semplice.

 

La vera storia di monsignor Lefebvre (5) mostra come i ripetuti tentativi di intesa precedenti al giugno 1988 furono condotti in maniera tale che la Santa Sede procrastinasse più volte e più a lungo possibile l’accettazione di una cerimonia di consacrazioni con il mandato, e il prelato francese giustamente ritenne ciò un «menare il can per l’aia»; ma soprattutto una regolarizzazione canonica della FSSPX restava e resta tuttora, nelle intenzioni della Santa Sede, sottomessa all’accettazione di quei principi dottrinali inaccettabili che fondano il nuovo corso ecclesiale.

 

L’urgenza c’era, la necessità pure, e siccome l’atto di prudenza consta di tre fasi: la deliberazione, il giudizio e il precetto (6), alla fine l’Arcivescovo passò all’atto. Ed oggi, grazie a ciò, 700 sacerdoti membri della Fraternità fondata da Lefebvre, sparsi in tutto il mondo, permettono a migliaia di fedeli cattolici di avere la messa di sempre, il catechismo di sempre, la dottrina di sempre.

 

Dubbi da dissipare

«Valide» ma «illegittime». Che significa? La validità, lo sappiamo, nell’ambito della teologia è la condizione che riguarda l’efficacia metafisica di un sacramento (se l’eucaristia è valida, al posto del pane c’è il corpo di Cristo, se non lo è, c’è solo del pane). Essendo la validità dei sacramenti legata ad elementi materiali di istituzione divina, non c’è suprema lex che tenga: senza pane, non si celebra la Messa; senza acqua, non si battezza.

 

La legittimità è invece la conformità ad una legge: quale? Dissipiamo un dubbio e distinguiamo il termine «legalità» (conformità letterale ad una legge positiva) da quello appunto più generico di «legittimità» che indica la conformità ad una legge morale, e qui è dunque sinonimo di liceità o anche bontà.

 

Passare con il semaforo rosso è una violazione del codice della strada, ma chi trasporta un ferito può farlo in virtù di un principio superiore: il suo atto sarà più che legittimo. Il ricorso all’aborto in Italia e in quasi tutto il mondo è conforme alla legge positiva dell’ordinamento giuridico; tutti sappiamo che di fronte alla legge di Dio è illegittimo, e così via.

 

Le consacrazioni dell’88, a causa del pericolo per la Fede e la necessità di salvare quest’ultima e il sacerdozio, furono un atto di prudenza soprannaturale in applicazione di un principio superiore alla legge canonica (peraltro da quest’ultima non esclusa nei casi di necessità, come ampiamente dimostrato negli studi riportati in nota a quest’articolo). Dunque esse furono non solo legittime ma addirittura doverose: la crisi nella Chiesa è lungi dall’essere finita.

 

Conclusione

Il cattolico non può vivere di articoli e di editoriali, per quanto interessanti e ben fatti; è inutile denunciare una crisi se poi, pur sapendo che è grave e che mette a repentaglio la salvezza eterna, non si cerca una soluzione. La differenza fra Mons. Lefebvre e tanti altri, tra la Fraternità San Pio X e molte altre realtà, è che gli uni parlano, gli altri agiscono.

 

Mons. Lefebvre agì, quando compì quest’atto eroico di apparente disobbedienza e che gli costò una scomunica (ingiusta ed inesistente); la FSSPX oggi agisce permettendo a tantissimi cattolici di ricevere ciò che dovrebbero ricevere normalmente dai ministri della Chiesa cattolica e che non è invece da essi più possibile ricevere nella sua integralità, come già detto.

 

Ciò che per i redattori del quotidiano online così ferrati in materia canonica risulta inquietante, e cioè la grande quantità di fedeli che approdano alle cappelle della FSSPX delusi dalla Roma neo-modernista, è in realtà il segno del sensus fidei e dell’autentico sensus Ecclesiae ancora presente nella Chiesa cattolica: il vincolo giuridico e canonico, fondamentale alla visibilità della Chiesa, passa dopo se la Fede è in pericolo. Se la casa brucia, ci si mette in salvo senza aspettare l’autorizzazione dell’amministratore di condominio. Soprattutto se è stato lui ad appiccare il fuoco.

 

Invitiamo dunque i lettori cattolici che approdano per grazia di Dio al mondo della Tradizione ad approfondire sempre di più la fondatezza della loro scelta di abbandonare le parrocchie per cercare un rifugio sicuro e restare così nella Chiesa professandone principalmente la vera Fede, trasmessa dai papi di venti secoli, e ricevendone i veri sacramenti non riformati.

 

Non si tratta di abbandonare la Chiesa ma di restarle fedeli prendendo i mezzi opportuni che la Provvidenza mette a disposizione. La FSSPX non è affatto una soluzione comoda né una porta per uscire dalla Chiesa Cattolica Romana, bensì un mezzo per servirla e amarla, proporzionato alla crisi attuale, la quale – lo ripetiamo – tocca l’autorità stessa.

 

Li invitiamo altresì a nutrirsi del vero spirito soprannaturale della Fede cattolica che pone l’autorità al servizio della Verità e non il contrario; li invitiamo a seguire, dunque, la Tradizione come autentica fonte della Rivelazione nel Magistero di sempre, nel catechismo di San Pio X, negli scritti di San Tommaso d’Aquino e di tutti gli autori raccomandati dalla Chiesa nel passato.

 

Queste sono le vere, buone, vecchie Bussole da usarsi quotidianamente.

 

Quelle nuove ogni tanto si rompono.

 

 

 

NOTE

https://lanuovabq.it/it/la-crisi-della-chiesa-il-caso-fsspx

1) Per l’aspetto canonico rimandiamo ad uno studio che prossimamente sarà pubblicato; tuttavia, segnaliamo già da ora tre importanti riferimenti: un articolo apparso su La Tradizione Cattolica nel 2010 (anno XXI, n° 3 [76], 2010, pagg. 18 – 24) e recentemente ripreso: https://fsspx.it/it/news-events/news/l-apostolato-della-fsspx-e-lo-stato…

Il libro recentemente edito dalle edizioni Radiospada a cura dei sacerdoti della FSSPX: Parole chiare sulla Chiesa, acquistabile qui: https://edizionipiane.it/prodotto/parole-chiare-sulla-chiesa-perche-ce-u…

Lo studio più completo mai scritto sull’argomento, e quanto mai attuale: https://edizionipiane.it/prodotto/la-tradizione-scomunicata/

2) Card. Bacci e Ottaviani, Breve esame critico del Novus Ordo Missae, 1969.

3) Si leggeranno con profitto le considerazioni che recentemente pubblicavamo sui nostri siti: https://fsspx.news/it/news-events/news/papi-conciliari-e-paganesimo-brev…

4) Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune firmato da papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar, Ahmed al-Tayyb il 4 febbraio 2019.

5) https://edizionipiane.it/prodotto/mons-marcel-lefebvre-una-vita/

6) San Tommaso, Somma Teologica, IIa-IIae, Quest. 47 a. 8.

 

 

 

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Spirito

Monaca benedettina si consacra a Dio

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«Ecco! Ciò che desideravo, ora ce l’ho! Ciò che speravo, ora lo vedo!»

 

Indovinate, cari lettori, chi mi è apparso per dirmi questo? Un nuovo milionario che ha vinto alla lotteria? Un escursionista affamato davanti a una buona raclette in un rifugio di montagna? Un’anima beata in paradiso? Un’anima appena liberata dal purgatorio?

 

No. Si tratta piuttosto di una suora benedettina svizzera che si è appena consacrata definitivamente a Dio pronunciando la professione perpetua l’11 luglio.

 

Questa giovane donna, che dall’età di vent’anni viveva in un monastero di clausura molto rigida, coperta dalla testa ai piedi da un ampio abito nero in ogni stagione, trascorrendo gran parte delle sue giornate in preghiera. Questa giovane donna, dico, aveva appena promesso davanti a Dio e a una quindicina di persone riunite per l’occasione di rimanere per sempre nel suo chiostro, di sottomettersi a una stretta obbedienza e di lavorare risolutamente per Cristo.

 

Ebbene, dopo tutto ciò, ho sentito con le mie orecchie suor Annuntiata Wuilloud cantare con la sua collega americana, suor Joan Hughes: «Ecco! Ciò che ho desiderato, già lo possiedo! Ciò che ho sperato, già lo vedo!» (Pontificale Romano).

 

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È possibile trovare sulla Terra qualcosa di più sublime?

 

Una giovane donna rinuncia a quasi ogni libertà, al matrimonio e alla famiglia, al guadagno, alle vacanze, ecc. E con la sua voce limpida, con un volto sereno e leggermente sorridente, celebra in un canto la felicità suprema che vi trova.

 

Questa è follia per il nostro mondo, e per una parte di noi stessi, ammettiamolo: è un monito efficace, un esempio vivente e un invito pressante a rileggere e rivivere le parole di Nostro Signore: «Chi lascerà case, fratelli, sorelle, padre, madre, figli o campi per amor mio, riceverà cento volte tanto e erediterà la vita eterna» (Mt 19,29).

 

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Queste suore ci ricordano che il paradiso esiste; sembrano già vederlo. Ci ricordano che questa terra e i suoi beni sono effimeri. Se ne distaccano con un sorriso. E senza dire una parola, ci invitano a imitarle, ciascuno secondo le circostanze della propria vita e nella ricerca della vera felicità che solo Cristo può donarci.

 

Cari lettori, viviamo in un mondo che ci predica che la libertà è la capacità di fare tutto ciò che vogliamo in qualsiasi momento, di poter seguire ogni attrazione e desiderio senza divieti né restrizioni.

 

Le nostre suore benedettine hanno osato il contrario: si sono liberate dalla tirannia delle tentazioni e dei desideri, e hanno sacrificato a Cristo ciò che il mondo aveva da offrire loro. E poi, davanti ai nostri occhi stupiti e commossi, al culmine della loro volontaria dedizione, queste donne hanno rivelato chi sono veramente e cosa le rende così affascinanti: «Io sono la sposa di Colui che gli angeli servono e la cui bellezza è ammirata dal sole e dalla luna». Queste donne sono spose!

 

Sia benedetto il Signore per questa scena di rara magnificenza, e ci conceda di seguire, al nostro lento passo, la processione di queste vergini che portano le loro lampade ardenti, affinché anche noi un giorno possiamo entrare nella sala dell’eterno banchetto dello Sposo.

 

Don Marc-Antoine Moulin

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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 Immagine da FSSPX.News

 

 

 

 

 

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Arte

Patti Smith avrebbe dato in adozione sua figlia con la promessa che non fosse cresciuta cattolica. Ora è accolta dal papa

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Ecco servite le immagini che tutti giornali, giornaloni, giornaletti si aspettano: Patti Smith in Vaticano, va a trovare il papa, che sarebbe puro suo concittadino chicagoano. Sono quelle notizie per le quali dovremmo provare stupore, curiosità, forse – pensano i padroni del discorso – perfino gioia.   È, crediamo, quello che spera il gesuita Antonio Spadaro, già sostenitore di pellicole che esaltano l’apostasia invece del martirio (il terrificente Silenzio di Martino Scorsese) ed autore di pensieri come «Gesù appare come fosse accecato dal nazionalismo e dal rigorismo teologico», che a dir il vero credevamo per qualche ragione messo da parte dallo stesso Bergoglio che lo aveva dapprima innalzato (lo ha fatto con tanti).  

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«Quando quella porta si è aperta è successo qualcosa… una scintilla non priva di “siparietti”, ma anche un senso di profonda commozione e di una missione in questo mondo difficile. Due americani, due di Chicago, due figure altissime che sono voci di speranza per un mondo diviso: la “sacerdotessa” del rock Patti Smith come viene chiamata, e il Santo Padre papa Leone. Una lunga udienza che è stata come una conversazione tra due persone che si scoprono vecchi amici e condividono ricordi fatti di parole e musica, di sogni, visioni e speranze di ieri e di oggi».   Il post del gesuita, tra il melenso e il pretenzioso (con qualche immancabile segno inquietante, come l’uso della parola «sacerdotessa») rappresenta, con probabilità, il più grande spreco neuronale della settimana. Ma va così.   Lo Spadaro, un tempo definito lo «spin doctor» del papa precedente, continua spindoctorare con immagini e didascalie zuccherose sino all’insulino-resistenza.   Per chi, come il lettore di Renovatio 21, intuisce che vi sono – sempre – dinamiche profonde in gioco, potrebbe scattare un senso di fastidio. Ancora di più se poi ci si ricorda di alcune cose – ma sappiamo che i giornali sono fatti, appunto, non per rammentare, ma per dimenticare.   Ad esempio, dovrebbe essere chiaro a tutti che non si tratta della prima volta che la «madrina del punk» (la chiamano così: ma a noi sembra che la sua musica sopravvalutata e scadente nulla abbia a che fare col genere) si reca in Vaticano. Con evidenza i suoi sponsores vaticani continuano a riscaldare la ministra. Forse perché le sue canzonette ebeti sono legate alla loro vita di religiosi mezzi ribelli, preti un po’ pentiti e sicuramente rovinati dalle chitarre del Concilio Vaticano II.   Noi in effetti la ricordiamo in piazza San Pietro a stringere la mano di papa Francesco fresco di elezione. L’americana, ci era rimasto impresso, aveva questa espressione caprina… Eccola invitata a suonare al concerto di Natale in Vaticano nel 2014. Un altro invito a suonare nella città-Stato nel 2021.   Nel frattempo, l’incompatibilità dell’anziana rocker con la morale cattolica era stata reiterata: nel 2018 aveva dichiarato alla stampa che «salvare la vita delle giovani donne è più importante di qualsiasi ideologia». Sapete cosa significa: la trita convinzione, profusa a piene mani da radicali e dai loro omologhi dagli anni Settanta (e che mai hanno sentito il bisogno di aggiornare), secondo cui l’aborto legale, che uccide i bambini non ancora nati, «salvi la vita» delle madri impedendo loro di morire praticando figlicidi autonomamente.

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Non solo, nel 2022, l’ugola vegliarda definì «terribile» l’annullamento della sentenza Roe v. Wade (cioè la fine dell’aborto concepito come diritto federale americano) da parte della Corte Suprema degli Stati Uniti, affermando che le aveva spezzato il cuore.   Ma che importa. Oggi i monsignori pattismittisti impenitenti ci ricicciano la vecchia perfino al padiglione della Biennale di Venezia, quella attaccata dall’Europa per la presenza del Padiglione russo, che sta lì dal 1914. Capiamoci: il Vaticano, il Paese che può rivendicare il più grande ruolo nella Storia dell’Arte, con capolavori seminati nei secoli ovunque, alla Biennale Internazionale dell’Arte mostra… Patti Smith. È, sì, davvero disperante.   Vanno spese due parole sulle interazioni tra la Smith e il cattolicesimo, perché ce ne sono state, e sono spesso problematiche, quando non spaventose.   Innanzitutto, la Smith non è, come forse pensano i più, una lapsa. Non è una delle usuali ragazze cresciute nell’America cattolica che ad una certa perdono la strada, divenendo attrici, pornostar, cantanti o altre pizie della società della dissoluzione. La famiglia della Smith è… testimone di Geova.   L’attrazione per concetti cattolici apparrebbe, quindi, in qualche modo indotta da preferenze estetiche. Scrivono che si sarebbe interessata della storia dei Santi, in particolare a San Francesco, concepito come santo ambientalista – eccerto. La vedete, anche nella foto sopra, con un bel Tau francescano al collo.   Tuttavia in queste ore è un altro il riferimento, a dire il vero inquietante, che qualche giornale ha riconosciuto. La Smith avrebbe salutato Leone dicendo «hi, hi», «ciao, ciao». Si tratta di un’espressionr che aveva usato nell’oscura canzone che dava il titolo ad uno dei suoi album più noti, Wave. «Hi, hi» era l’apertura di un dialogo immaginato tra la cantante e Giovanni Paolo I, Albino Luciani, il cui papato era durato pochissimo, quanto la registrazione del disco, e che era morto quando il pezzo, angosciante, fu inciso.   Insomma, la Smith parla al papa vivo come quando parlava al papa morto.  

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Riferimenti li possiamo trovare anche altrove, come nella canzone Dancing Barefoot, qualcuno definita come un «incantesimo». La canzone dice di essere dedicata alle donne, in particolare all’amante di Amedeo Modigliani, Jeanne Hébuterne (1898-1922), che si suicidò all’ottavo mese di gravidanza appena due giorni dopo la scomparsa di Modigliani.   Ebbene la canzone termina con un pezzo recitativo, le cui ultime parole sono «blessed among women», «benedetta fra le donne». Lasciamo al lettore interrogarsi su tale riferimento mariano calato in questo contesto raccapricciante.     In realtà, l’ambiente da cui proviene la Smith è molto più raccapricciante di così. In molti dimenticano che la sua carriera era partita assieme a quella del suo compagno, il fotografo Robert Mapplethorpe (1946-1989), con cui, dice, ha condiviso anni di amore e povertà a Nuova York alla fine dei Sessanta.   Mapplethorpe era cresciuto in una famiglia cattolica all’interno di una parrocchia neoeboracena. Divenuto artista dapprima vendendo bigiotteria a tema religioso, era inserito, con la sua girlfriend, in quel milieu culturale dove spopolava la «Factory» di Andy Warhol. Si racconta che lui e la Smith si considerassero «muse» l’uno dell’altra.

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Più avanti, come fotografo, vi fu la svolta. I suoi scatti lo rendono, ancora oggi, famosissimo, ma a guardarli ci si chiede cosa c’entri Patti con lui, visto che si tratta di foto che non è nemmeno possibile definire «omoerotiche»: sono foto di pornografia omosessuale anche violentissima (al punto, in un episodio famoso, che la polizia britannica chiese lo strappo di alcune pagine di un suo libro in una biblioteca), immagini invero rivoltanti che, scrivono antisetticamente le storie dell’arte e pure l’enciclopedia online, «documentano ed esaminano la sottocultura BDSM gay maschile di New York City tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta».   Per chi non lo sapesse, il BDSM sta per «bondage, discipline, dominance and submission, sadomasochism», ossia la sottocultura organizzata attorno alla perversione del sadomasochismo. In pratica, il moroso della Smith – che non disdegnava di autofotografarsi con i cornetti, talvolta pure con corna di capro o simili – contribuì più di chiunque altro allo sdoganamento, con la scusa dell’arte, della parafilia più indegna e violenta, oggi bellamente accettata dalla società e interamente visibile nei gay pride: prima che per le strade della vostra città, omosessuali al guinzaglio erano finiti nelle mostre e nei cataloghi di Mapplethorpe.   Il quale non è che si limitasse a fare foto. Nel suo libro di memorie Taking Woodstock (poi divenuto pellicola per la regia di Ang Lee), lo scrittore gay Elliot Tiber racconta di un incontro in cui Robert Mapplethorpe lo prelevò in una sauna di Nuova York e lo portò in un loft per un rapporto sessuale sadomasochista sotto una bandiera nazista con la svastica. L’estetica hitlerista, lo sappiamo, eccita non poco alcuni omosessuali, specie quelli con certe pulsioni di degrado e dissoluzione.   La vulgata vuole che, una volta che Mapplethorpe capì il suo orientamento, il rapporto amoroso con la Smith cessò, tramutandosi in una amicizia durata sino alla sua morte nel 1989, causata, non un dettaglio scioccante, dall’AIDS. Nella sua autobiografia Just Kids, la Smith sostiene che inizialmente nutriva l’idea romantica di poterlo salvare dalla sua attrazione per gli uomini, e di essere stato emotivamente sopraffatta quando lui le rivelò la sua omosessualità e si unì alla comunità gay. Non si capisce allora, ma questi siamo noi, come possa aver continuato l’amicizia, anche quando, vista la sua arte, era chiaro quale strada terrificante il ragazzo stesse imboccando.   Tuttavia, è un altro il dettaglio che può colpire, e non siamo in grado di giudicarne la veridicità, perché comparso in una biografia non autorizzata apparsa a fine anni Novanta. In Patti Smith: An Unauthorized Biography l’autore Victor Bockris scrive della prima figlia avuta a vent’anni in Pennsylvania dalla cantante, poco prima di trasferirsi a Nuova York e conoscere Mapplethorpe.   Secondo il libro, «nonostante le dichiarazioni successive di Patti secondo cui avrebbe avuto un parto cesareo (e una grande cicatrice a provarlo), ha detto ad almeno un’amica intima che ha avuto una nascita vaginale regolare. Indipendemente dal metodo di parto, Patti ha aderito al suo piano di dare in adozione la bambina, con il solo caveat che non dovesse essere cresciuta cattolica».   Fermo restando che siamo, sinceramente, grati a Patti di non aver ucciso la sua primogenita, non possiamo non restare sconvolti da questa informazione, che ripetiamo non sappiamo verificare, la vediamo solo riportata in questa biografia non autorizzata. Perché l’esclusione del cattolicesimo? È molto controintuitivo: la Smit, ripetiamo, non era una ragazza fuggita dall’ambiente cattolico, era una Testimone di Geova… E in un altro caso famoso, quello dell’adozione di Steve Jobs, i giovani genitori biologici, si ricorda, avevano chiesto il contrario – che i genitori adottivi del futuro inventore di Apple fossero cattolici, desiderio che fu poi disatteso.   Non sappiamo dire di più di questa strana storia, se non rimanere affranti davanti a questa ennesima iniezione di Patti Smith nel cuore della cristianità.   Non c’è chiarezza. Non appare nessun pentimento rispetto a nulla, eppure il romano pontefice è lì a stringerle la mano, sorriderle, concederle tempo: cioè a rilanciare, presso i fedeli cattolici, il messaggio artistico ed esistenziale di Patti Smith.   Non siamo distanti, notiamo, da altri casi, alcuni dei quali allignano persino nel governo, di signore che hanno fatto cose indicibili negli anni Settanta e poi sono state cooptate dalle strutture ecclesiastiche e cattopolitiche senza che vi sia stata una minima storia di conversione.   E quindi, il quadretto è chiaro: dentro le Patti Smith, fuori i cattolici, fuori la FSSPX, con terrorismo nelle diocesi e nelle parrocchie, dove la scorsa settimana sono state fatte, in varie parti d’Italia, omelie che annunziavano la scomunica per cui i fedeli che frequentano la Fraternità – cioè, per coloro che, più che ascoltare Patti Smith, desiderano di restare cattolici.   Siamo all’inversione assoluta, con punte di parodia e di satanismo piuttosto evidenti.   Questa è Roma oggi. Questo è ciò contro cui combatteremo fino a che non sarà riportato l’ordine di Nostro Signore.   Roberto Dal Bosco  

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Immagine di Birgit Fostervold via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International; immagine tagliata  
   
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Epidemie

Mons. Viganò: Vaticano complice di Fauci

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L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha rilasciato su X un suo commento sul caso del dottor Anthony Fauci, plenipotenziario statunitense delle restrizioni COVID durante l’anno pandemico. Il Fauci ha avuto influenza non solo nel contesto americano ma in quello mondiale.

 

Il prelato lombardo ricorda, in particolare, quanto concretamente il Vaticano abbia agito all’unisono con i dittatori della psicopandemia, onorando e fiancheggiando il Fauci.

 

«Il 6 maggio 2021, mentre il mondo intero era ancora sotto il giogo della dittatura sanitaria, la Santa Sede ospitava – sotto l’egida del Pontificio Consiglio della Cultura – una Conferenza intitolata “Exploring the Mind, Body & Soul. Unite to Prevent & Unite to Cure”» ricorda Viganò. «Ad aprire i lavori non era un teologo, non un pastore, non un difensore della legge naturale. Era Anthony Fauci. Accanto a lui Deepak Chopra, Chelsea Clinton… e, nel programma, i vertici di Pfizer e Moderna».


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«La stessa Santa Sede che avrebbe dovuto alzare la voce contro la menzogna, contro la sperimentazione di massa, contro la sospensione dei diritti fondamentali, collaborò attivamente con gli architetti di quella che è stata – e resta – una delle più grandi operazioni di controllo sociale e di frode sanitaria della storia contemporanea: un vero e proprio crimine contro l’umanità» continua Sua Eccellenza.

 

«Non possono dire che non sapevano. Non possono dire che non erano stati avvertiti. io stesso denunciai sin dal maggio del 2020 la frode pandemica e per ben due volte scrissi alla Congregazione per la Dottrina della Fede, per mettere in guardia contro l’adesione acritica a una narrativa pseudo-scientifica che contraddiceva non solo la prudenza, ma i principi non negoziabili della morale cattolica. Fui ignorato e ostracizzato. Come lo furono tanti altri».

 

«L’evento del maggio 2021 non è stata una “semplice conferenza”. È stata una manifestazione pubblica di complicità. La Santa Sede non si è limitata a tacere: ha offerto la propria autorità morale e la propria immagine a coloro che, in nome della “salute”, hanno imposto limitazioni delle libertà fondamentali, discriminazioni, ricatti e soprattutto sieri sperimentali che hanno procurato la morte a milioni di persone: una vera e propria ecatombe ancora in atto per i danni causati da quei sieri» tuona l’arcivescovo.

 

«Bergoglio – che passerà alla storia come responsabile dello sterminio pianificato di milioni di persone – se n’è andato al suo destino, ma molti dei suoi più stretti collaboratori sono ancora al loro posto. Prevost ha assecondato la narrazione della farsa-pandemica promuovendo mascherine, distanziamento sociale e vaccinazioni di massa. Se oggi Leone continuasse a sostenere la narrazione mainstream, proprio quando la frode sanitaria è ormai ufficialmente riconosciuta, non farebbe che confermare la continuità con Bergoglio anche in questo».

 

«Chi tace di fronte al crimine, o peggio lo legittima con il proprio consenso, se ne rende corresponsabile. Che questo non sia dimenticato. Che resti scritto» conclude il già nunzio apostolico negli USA.

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Va detto come sin da subito monsignor Viganò ha veduto in Fauci il chiaro esecutore del folle piano di sottomissione mondialista chiamato «pandemia COVID».

 

Lo scorso settembre, difendendo l’avvocato tedesco imprigionato, il monsignore scriveva che «non è l’avvocato Fuellmich che dovrebbe essere in prigione, ma coloro che hanno commesso il più grande crimine contro l’umanità: Anthony Fauci, Bill Gates, Klaus Schwab, George Soros, Ursula von der Leyen, Albert Bourla, e tutti i loro complici ed emissari, soprattutto quelli che ricoprono cariche istituzionali»

 

Nell’aprile 2021, denunziando la conferenza, Viganò scrisse «del famigerato Anthony Fauci, i cui scandalosi conflitti di interesse non hanno impedito che si impadronisse della gestione della pandemia negli Stati Uniti», concludendo che «la Santa Sede si è fatta serva del Nuovo Ordine Mondiale, del globalismo massonico, della religione del vaccino».

 

Come riportato da Renovatio 21, vi è stato un rapporto diretto tra il Vaticano e la Big Pharma del siero mRNA, realizzato in incontri multipli, fino ad un certo punto segreti, tra il papa e il CEO del colosso. Il papato bergogliano impose draconianamente a tutti i residenti in Vaticano la dose di vaccino genico sperimentale, minacciando (e ottenendo) l’espulsione di coloro che vi si opponevano.

 

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