Spirito
«Resistere all’instaurazione del Regno dell’Anticristo». Mons. Viganò risponde al processo per «delitto di scisma» e «rifiuto del Concilio Vaticano II»
Renovatio 21 riceve e ripubblica il comunicato dell’arcivescovo Viganò riguardo il decreto di citazione di processo penale extragiudiziale. da lui appena ricevuto dal Vaticano, dove, secondo la documentazione fornita, monsignore dovrebbe «prendere nota delle accuse e delle prove di delitto di scisma» delle quali è stato accusato (affermazioni pubbliche delle quali risulta una negazione degli elementi necessari per mantenere la comunione con la Chiesa cattolica: negazione della legittimità di Papa Francesco, rottura della comunione con Lui e rifiuto del Concilio Vaticano II». Nel decreto vi sarebbe scritto inoltre che monsignore avrebbe dovuto presentarsi presso il Dicastero per la Dottrina della Fede (quello di Tucho Fernandez, quello della Fiducia Supplicans e dei testi teologici sull’orgasmo) oggi 20 giugno 2024 «con documento di riconoscimento in corso di validità». La notizia ha fatto molto scalpore e ne stanno parlando in tutto il mondo. Monsignor Viganò ha fatto sapere non solo di essere sereno, ma onorato del procedimento. Della situazione dietro, e davanti, a questo punto nodale della crisi della chiesa (sono i prodromi del primo scisma del XXI secolo? Della prima grande scomunica del nuovo millennio), mentre si addensano le voci di un documento che a breve sospenderà in toto le messe in rito antico in tutto il mondo, avremo modo di parlare in un prossimo articolo. Intanto, questo che segue è il suo comunicato di risposta.
COMUNICATO
di S.E. Mons. Carlo Maria Viganò, Arcivescovo
Il Dicastero per la Dottrina della Fede mi ha comunicato, con una semplice email, l’avvio di un processo penale extragiudiziale nei miei confronti, con l’accusa di essere incorso nel delitto di scisma e contestandomi di aver negato la legittimità di «Papa Francesco», di aver rotto la comunione «con Lui» e di aver rifiutato il Concilio Vaticano II.
Mi si convoca al Palazzo del Sant’Uffizio il 20 Giugno, in persona o rappresentato da un Avvocato. Presumo che anche la condanna sia già pronta, visto il processo extragiudiziale.
Considero le accuse rivolte nei miei riguardi come un motivo di onore. Credo che la formulazione stessa dei capi d’accusa confermi le tesi che ho più e più volte sostenuto nei miei interventi.
Non è un caso che l’accusa nei miei confronti riguardi la messa in discussione della legittimità di Jorge Mario Bergoglio e il rifiuto del Vaticano II: il Concilio rappresenta il cancro ideologico, teologico, morale e liturgico di cui la bergogliana «chiesa sinodale» è necessaria metastasi.
Occorre che l’Episcopato, il Clero e il popolo di Dio si interroghino seriamente se sia coerente con la professione della Fede Cattolica assistere passivamente alla sistematica distruzione della Chiesa da parte dei suoi vertici, esattamente come altri eversori stanno distruggendo la società civile.
Il globalismo chiede la sostituzione etnica: Bergoglio promuove l’immigrazione incontrollata e chiede l’integrazione delle culture e delle religioni. Il globalismo sostiene l’ideologia LGBTQ+: Bergoglio autorizza la benedizione delle coppie omosessuali e impone ai fedeli l’accettazione dell’omosessualismo, mentre copre gli scandali dei suoi protetti e li promuove ai più alti posti di responsabilità.
Il globalismo impone l’agenda green: Bergoglio rende culto all’idolo della Pachamama, scrive deliranti encicliche sull’ambiente, sostiene l’Agenda 2030 e attacca chi mette in discussione la teoria sul riscaldamento globale di origine antropica.
Esorbita dal proprio ruolo in questioni di stretta pertinenza della scienza, ma sempre e solo in una direzione, che è quella diametralmente opposta a ciò che la Chiesa ha sempre insegnato.
Ha imposto l’uso dei sieri genici sperimentali, che hanno provocato danni gravissimi, decessi e sterilità, definendoli «un atto d’amore», in cambio dei finanziamenti delle industrie farmaceutiche e delle fondazioni filantropiche.
La sua totale consentaneità con la religione di Davos è scandalosa. Ovunque i governi al servizio del Word Economic Forum hanno introdotto o esteso l’aborto, promosso il vizio, legittimato le unioni omosessuali o la transizione di genere, incentivato l’eutanasia e tollerato la persecuzione dei Cattolici, non una parola è stata spesa in difesa della Fede o della Morale minacciate, a sostegno delle battaglie civili di tanti Cattolici abbandonati dal Vaticano e dai Vescovi.
Non una parola per i Cattolici perseguitati in Cina, complice la Santa Sede che considera i miliardi di Pechino più importanti della vita e della libertà di migliaia di Cinesi fedeli alla Chiesa Romana.
Nessuno scisma, nella «chiesa sinodale» presieduta da Bergoglio, si ravvisa né da parte dell’Episcopato Tedesco, né dei Vescovi di nomina governativa consacrati in Cina senza il mandato di Roma. Perché la loro azione è coerente con la distruzione della Chiesa, e quindi va dissimulata, minimizzata, tollerata e infine incoraggiata.
In questi undici anni di «pontificato» la Chiesa Cattolica è stata umiliata e screditata soprattutto a causa degli scandali e della corruzione dei vertici della Gerarchia, totalmente ignorati mentre il più spietato autoritarismo vaticano infieriva su Sacerdoti e Religiosi fedeli, piccole comunità di Monache tradizionali, comunità legate alla Messa in latino.
Questo zelo a senso unico ricorda il fanatismo di Cromwell, tipico di chi sfida la Provvidenza nella presunzione di sapersi finalmente in cima alla piramide gerarchica, libero di fare e disfare a piacimento senza che nessuno obbietti alcunché.
E quest’opera di distruzione, questa volontà di rinunciare alla salvezza delle anime in nome di una pace umana che nega Dio non è un’invenzione di Bergoglio, ma lo scopo principale (e inconfessabile) di chi ha usato un Concilio per contraddire il Magistero cattolico e iniziare a demolire la Chiesa dall’interno, per piccoli passi, ma sempre in un’unica direzione, sempre con l’indulgente tolleranza o la colpevole inazione, se non addirittura l’esplicita approvazione delle Autorità romane.
La Chiesa Cattolica è stata occupata lentamente ma inesorabilmente e a Bergoglio è stato dato l’incarico di farla diventare un’agenzia filantropica, la «chiesa dell’umanità, dell’inclusione, dell’ambiente» al servizio del Nuovo Ordine Mondiale.
Ma questa non è la Chiesa Cattolica: è la sua contraffazione.
La Rinunzia di Benedetto XVI e la nomina da parte della Mafia di San Gallo di un successore in linea con i diktat dell’Agenda 2030 doveva consentire – e ha effettivamente consentito – di gestire il golpe globale con la complicità e l’autorevolezza della Chiesa di Roma.
Bergoglio è per la Chiesa ciò che altri leader mondiali sono per le loro Nazioni: traditori, eversori, liquidatori finali della società tradizionale e certi dell’impunità. Il vizio di consenso (vitium consensus) da parte di Bergoglio nell’accettare l’elezione si basa appunto sull’evidente alienità della sua azione di governo e di magistero rispetto a ciò che qualsiasi Cattolico di qualsiasi tempo si aspetta dal Vicario di Cristo e dal Successore del Principe degli Apostoli.
Tutto ciò che Bergoglio compie costituisce un’offesa e una provocazione a tutta la Chiesa Cattolica, ai suoi Santi di tutti i tempi, ai Martiri che sono stati uccisi in odium Fidei, ai Papi di tutti i tempi fino al Concilio Vaticano II.
Questa è anche e principalmente un’offesa al divino Capo della Chiesa, Nostro Signore Gesù Cristo, la Cui sacra autorità Bergoglio esercita in danno al Corpo Mistico, con un’azione che è troppo sistematica e coerente per poter apparire frutto di mera incapacità.
Nell’opera di Bergoglio e della sua cerchia si concretizza il monito del Signore: Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi in veste di agnelli, ma che nell’intimo sono lupi rapaci (Mt 7, 15).
Con costoro mi onoro di non avere né volere alcuna comunione ecclesiale: la loro è una lobby, che dissimula la propria complicità con i padroni del mondo per ingannare tante anime e impedire ogni resistenza all’instaurazione del Regno dell’Anticristo.
Dinanzi alle accuse del Dicastero rivendico, come Successore degli Apostoli, di essere in piena comunione con la Chiesa Cattolica Apostolica Romana, con il Magistero dei Romani Pontefici e con l’ininterrotta Tradizione dottrinale, morale e liturgica che essi hanno fedelmente custodito.
Ripudio gli errori neomodernisti insiti nel Concilio Vaticano II e nel cosiddetto «magistero postconciliare», in particolare in materia di collegialità, di ecumenismo, di libertà religiosa, di laicità dello Stato e di liturgia.
Ripudio, respingo e condanno gli scandali, gli errori e le eresie di Jorge Mario Bergoglio, che manifesta una gestione assolutamente tirannica del potere, esercitata contro lo scopo che legittima l’Autorità nella Chiesa: un’autorità che è vicaria di quella di Cristo, e che come tale a Lui solo deve obbedire.
Questa separazione del Papato dal proprio principio legittimante che è Cristo Pontefice trasforma il ministerium in una tirannide autoreferenziale.
Con questa «chiesa bergogliana», nessun Cattolico degno di questo nome può essere in comunione, perché essa agisce in palese discontinuità e rottura con tutti i Papi della storia e con la Chiesa di Cristo.
Cinquant’anni fa, in quello stesso Palazzo del Sant’Uffizio, l’Arcivescovo Marcel Lefebvre venne convocato e accusato di scisma per aver rifiutato il Vaticano II.
La sua difesa è la mia, le sue parole sono le mie, miei sono i suoi argomenti dinanzi ai quali le Autorità romane non hanno potuto condannarlo per eresia, dovendo aspettare che consacrasse dei Vescovi per avere il pretesto di dichiararlo scismatico e revocargli la scomunica quando ormai era morto.
Lo schema si ripete anche dopo che dieci lustri hanno dimostrato la scelta profetica di Mons. Lefebvre.
In questi tempi di apostasia, i Cattolici troveranno nei Pastori fedeli al mandato ricevuto da Nostro Signore un esempio e un incoraggiamento a permanere nella Verità di Cristo.
Depositum custodi, secondo l’esortazione dell’Apostolo: avvicinandosi il momento in cui dovrò rendere conto al Figlio di Dio di ogni mia azione, intendo perseverare nel bonum certamen e non venir meno alla testimonianza di Fede che è richiesta a chi come Vescovo è insignito della pienezza del Sacerdozio e costituito Successore degli Apostoli.
Invito tutti i Cattolici a pregare perché il Signore venga in soccorso della Sua Chiesa e infonda coraggio a quanti sono perseguitati a causa della Fede.
+ Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
20 Giugno 2024
S. Silverii Papæ et Martyris
B. Dermitii O’Hurley, Episcopi et Martyris
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Renovatio 21 offre questo testo di Monsignor Viganò per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.
Spirito
Il diavolo suona il flauto
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Spirito
Messa tradizionale: dal rifiuto alla convivenza, si evita lo stesso problema
Don Thomas Reese ammette di «odiare» la messa tradizionale, mentre il cardinale Robert Sarah condanna la “guerra” scatenata contro i suoi fedeli.
A distanza di due giorni, due influenti figure ecclesiastiche hanno dato, sulla Messa tradizionale in latino, giudizi apparentemente inconciliabili.
Il 25 agosto 2026, padre Thomas Reese ha pubblicato un articolo intitolato: Perché odio la vecchia Messa in latino: una confessione. Il 27 agosto, il cardinale Robert Sarah ha denunciato sul quotidiano italiano Il Giornale l’ostilità verso questa stessa liturgia, definendola «miope», «ideologica» e «distruttiva per la Chiesa».
La contraddizione è evidente, ma non deve oscurare una convergenza più profonda: né il gesuita americano né l’ex prefetto della Congregazione per il Culto Divino mettono in discussione la validità del nuovo rito. Uno vuole proseguire la riforma; l’altro vuole permettere alle due liturgie di coesistere e influenzarsi reciprocamente. La vera causa della crisi, quindi, rimane al di fuori del dibattito.
Thomas Reese, una voce influente del progressismo americano
Padre Thomas J. Reese non è né un oscuro editorialista né un ecclesiastico con una carica ufficiale in ambito liturgico. Nato nel 1945, è entrato nell’ordine dei Gesuiti nel 1962 ed è stato ordinato sacerdote nel 1974. È una delle figure più note del progressismo cattolico americano.
È stato vicedirettore della rivista gesuita America dal 1978 al 1985 e poi direttore dal 1998 al 2005. Il suo abbandono della direzione è avvenuto dopo diversi anni di tensione con la Congregazione per la Dottrina della Fede, allora guidata dal Cardinale Joseph Ratzinger, in merito alla pubblicazione di articoli che contestavano la dottrina della Chiesa.
In seguito è diventato editorialista e poi analista per il National Catholic Reporter, prima di essere nominato analista senior del Religion News Service, una delle principali agenzie di stampa religiose americane. Autore di diversi libri sulle conferenze episcopali, sull’organizzazione della Chiesa e sul funzionamento del Vaticano, viene spesso interpellato dai media per commentare le questioni di attualità del cattolicesimo.
Nel 2014, Barack Obama lo ha anche nominato membro della Commissione statunitense per la libertà religiosa internazionale, che ha presieduto dal 2016.
Le sue osservazioni, pertanto, non implicano alcuna autorità ecclesiastica, ma rappresentano una corrente influente all’interno del cattolicesimo americano e ci permettono di valutare la persistente ostilità di certi ambienti nei confronti della liturgia tradizionale.
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La Messa tradizionale, questo «zombie» che si rifiuta di morire
Il titolo scelto da Padre Reese non lascia spazio ad ambiguità: Perché odio la vecchia Messa latina. Il testo assume la forma di una confessione immaginaria, in cui il gesuita interpreta il ruolo del penitente. Fin dalle prime righe, ammette di aver espresso il suo «odio per la vecchia Messa». Poi segue la similitudine, pensata per fare impressione: «La vecchia Messa in latino è come uno zombie. Pensavamo fosse morta, ma continua a tornare».
Padre Reese ricorda il passaggio dal latino all’inglese nel 1964: «Pensavamo che sarebbe scomparsa», o che i fedeli si sarebbero accontentati di «una versione latina della nuova liturgia». Ma, osserva con sgomento, «Non è successo niente del genere». Il termine «zombie» rivela il presupposto di fondo dell’intera riforma: la Messa tradizionale doveva morire. La sua continua esistenza da allora non è vista come una testimonianza della sua fecondità, ma come l’anomalo ritorno di ciò che i riformatori credevano di aver definitivamente seppellito.
Il gesuita chiarisce di non avere nulla contro i fedeli legati a questa liturgia: «Molti sono brave e pie persone. Trovano nutrimento spirituale nella loro Messa». «Ma questa concessione è immediatamente accompagnata da un giudizio condiscendente: «Con una catechesi migliore, credo che apprezzerebbero la nuova liturgia». Se questi fedeli preferiscono la Messa tradizionale, è quindi perché non sono ancora stati adeguatamente preparati alla riforma.
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Dall’obbedienza al cambiamento costante
Don Thomas Reese ammette, tuttavia, di aver amato lui stesso la Messa tradizionale. Vi partecipava quotidianamente durante la sua giovinezza e la seguiva senza difficoltà in un messale bilingue. Quando entrò nel noviziato, nel 1962, pensava che sarebbe rimasta la Messa della sua vita.
Perché allora ne accettò l’abbandono? La sua ragione principale non era dottrinale, ma disciplinare: «Se la Chiesa dicesse che la Messa deve essere in inglese, ci inchineremmo e lo faremmo senza discutere». Critica quindi i cattolici legati alla Tradizione per non praticare la stessa obbedienza: «Se vogliono essere tradizionalisti, dovrebbero obbedire al Concilio e ai papi che hanno promosso la liturgia in lingua volgare».
La questione del valore intrinseco della riforma viene quindi respinta. Ciò che la Chiesa aveva venerato per secoli poteva essere abbandonato quasi all’istante non appena l’autorità avesse dato l’ordine. E poiché l’obbedienza funge da test, ulteriori modifiche possono sempre essere imposte utilizzando lo stesso metodo.
Il principio generale, inoltre, è chiaramente formulato dal gesuita: «La Messa è cambiata costantemente nel corso della storia. La nostra tradizione è quella di cambiare». L’evoluzione organica della liturgia diventa così una giustificazione per gli sconvolgimenti orchestrati da alcune Commissioni. Il cambiamento non è più il risultato di un lento e omogeneo sviluppo del rito ricevuto; esso stesso diventa la norma. Siamo immersi nel modernismo evoluzionistico.
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Una riforma che deve continuare
Padre Reese non si limita a difendere il Messale di Paolo VI contro la Messa tradizionale; chiede che la trasformazione della liturgia continui.
Desidera una nuova traduzione inglese del Messale, una prefazione specifica per ogni domenica e nuove preghiere eucaristiche ispirate a ciascuno dei Vangeli o alle Epistole di San Paolo. Si rammarica che coloro che auspicano «nuove riforme liturgiche» non riescano più ad attirare l’attenzione.
Ammette persino di provare invidia per i sostenitori della Messa tradizionale: «Sono così ben organizzati che, pur essendo pochi, ricevono un’enorme attenzione da parte dei vescovi e dei media».
La vecchia Messa, quindi, non è odiata solo per il suo linguaggio o le sue cerimonie, ma perché persiste. La sua permanenza contraddice il concetto di una liturgia infinitamente trasformabile.
Questa opposizione si estende anche alla dottrina della Messa. Padre Reese afferma: «Nell’Eucarestia preghiamo con Gesù, non Gesù». Sostiene inoltre che prima della riforma «eravamo praticamente all’oscuro dello Spirito Santo». Tali affermazioni accusano ingiustamente secoli di liturgia cattolica e rivelano la nuova concezione del culto che accompagna il rifiuto del rito tradizionale.
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Il cardinale Sarah condanna la «guerra» liturgica
Il 27 agosto, il cardinale Robert Sarah ha espresso un’opinione quasi diametralmente opposta su Il Giornale.
L’ex prefetto della Congregazione per il Culto Divino attribuisce l’avversione al latino e al canto gregoriano a «certi circoli culturali autoreferenziali». Questa ostilità gli sembra «più psicologica che realmente fondata» e principalmente generazionale: «Quando la generazione del ’68 non ci sarà più, anche queste infondate posizioni unilaterali scompariranno».
Il contrasto con padre Reese è sorprendente. Il gesuita, entrato nel noviziato nel 1962, incarna proprio quella generazione che conosceva la vecchia Messa, ne ha accettato la scomparsa e fa del cambiamento liturgico un principio.
Il cardinal Sarah, d’altro canto, rende omaggio ai fedeli che devono percorrere lunghe distanze per trovare una Messa tradizionale: «Non posso che ammirare questa grande espressione d’amore per Dio». Sottolinea inoltre che «il fenomeno si sta diffondendo sempre di più». La Messa che don Reese credeva morta sta quindi attirando sempre più fedeli, famiglie e giovani sacerdoti.
Il prelato, infine, esprime un giudizio molto severo su Traditionis Custodes. Ha giudicato la decisione di Francesco «né saggia né rispettosa», soprattutto perché presa mentre Benedetto XVI era ancora in vita.
Un rito che «conserva e promuove la fede»
Il cardinale afferma che l’accesso a una liturgia tramandata da secoli non dovrebbe dipendere da decisioni amministrative arbitrarie: «L’accesso a forme rituali riconosciute che esistono da secoli non può mai essere artificialmente limitato da decreti».
Collega direttamente la vitalità di un rito alla sua capacità di trasmettere la fede: «Se un rito non servisse alla fede, morirebbe da solo». Ma se «conserva e promuove la fede», aggiunge, limitarlo equivarrebbe a ostacolare «la conservazione e la diffusione della fede stessa».
Il rito, che padre Reese ha definito uno «zombie», diventa, secondo il cardinal Sarah, una liturgia viva che nutre e trasmette la fede. Ciò che il primo vorrebbe veder scomparire è ciò che il secondo ammira per la sua fecondità.
Il cardinale conclude condannando fermamente l’atteggiamento delle autorità che perseguitano i fedeli legati alla vecchia Messa: «Non possiamo, come Chiesa, muovere guerra a coloro che partecipano devotamente alla Messa». Un tale atteggiamento è, a suo avviso, «miope e del tutto ideologico», «non pastorale e anticristiano», e infine, «dannoso e distruttivo per la Chiesa».
Queste parole sono vere. Non si può che concordare con la condanna della guerra condotta contro i sacerdoti e i fedeli a causa del loro attaccamento alla liturgia tradizionale. Ma il cardinal Sarah non affronta la questione essenziale.
La coesistenza dei riti non è la soluzione
Per il cardinale Sarah, il conflitto potrebbe essere superato permettendo ai fedeli di scegliere pacificamente tra le due liturgie. Attribuisce quindi a Benedetto XVI l’intenzione di permettere al popolo cristiano, «nel corso dei decenni», di determinare quale forma si adattasse meglio al suo modo di vivere la fede. Riassume la questione parlando dei fedeli che «preferiscono una forma all’altra».
Tuttavia, l’attaccamento alla Messa tradizionale in latino non è una questione di preferenza personale tra due espressioni ugualmente appaganti della stessa fede. Non si tratta di scegliere tra il latino e la lingua volgare, tra il canto gregoriano e gli inni moderni, tra una celebrazione silenziosa e una liturgia più comunitaria. Il problema è dottrinale.
La Fraternità San Pio X, dal canto suo, non ha mai chiesto che al rito tradizionale venga dato un posto accanto al nuovo rito, come una sensibilità tra le altre. Non cerca la pacifica coesistenza di due riti opposti nei princìpi e nelle espressioni. Essa sostiene che il Novus Ordo stesso presenta gravi carenze che mettono a repentaglio la piena espressione della fede cattolica nella Messa.
La soluzione non sta nell’organizzare in modo permanente la coesistenza delle due liturgie, ma esige che sia riconosciuta la natura problematica della riforma stessa.
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La Messa antica come correttivo del nuovo rito?
Il cardinal Sarah ritiene che l’apertura introdotta da Benedetto XVI abbia avuto «un’influenza positiva», persino una «correzione», su certi abusi commessi nella celebrazione del nuovo rito. Aggiunge: «Molti sacerdoti testimoniano che la scoperta della forma straordinaria li ha aiutati a celebrare meglio».
Ma si premura subito di precisare che gli abusi, anche quelli molto gravi, non possono essere attribuiti alla forma ordinaria in sé: «Non possiamo mai identificarli con la forma ordinaria in sé».
Questo è il limite stesso della sua diagnosi. La Messa tradizionale viene accettata perché può contribuire a rendere il nuovo rito più dignitoso, più contemplativo e più conforme alle sue rubriche. Diventa uno strumento per correggere o arricchire la riforma liturgica.
Ma perché il rito tramandato attraverso secoli di Tradizione dovrebbe servire da correttivo a quello che pretendeva di sostituirlo? E se il nuovo rito deve ereditare dal vecchio il senso del sacro, la riverenza, il silenzio, l’orientamento verso Dio e la più chiara espressione del sacrificio, non dovremmo forse esaminare proprio ciò che gli manca?
Parlare solo di abusi consente di non mettere mai in discussione la riforma. Tutto ciò che è sbagliato viene attribuito ai celebranti, mentre tutto ciò che appartiene ai libri liturgici stessi viene dichiarato irreprensibile. La crisi diventa un incidente esterno al nuovo rito, anche se si è diffusa con esso in tutta la Chiesa latina.
Due risposte opposte, un principio preservato. Don Reese e il Cardinale Sarah sono dunque veramente in disaccordo sul destino della Messa tradizionale in latino. Il primo vorrebbe che scomparisse, il secondo che fosse autorizzata. Il primo considera il suo ritorno quello di uno “zombie”, il secondo lo vede come «una grande espressione d’amore per Dio».
Ma entrambi hanno lasciato intatto il principio della riforma di Paolo VI. Thomas Reese ne ha auspicato lo sviluppo, mentre il Cardinal Sarah ne ha deplorato gli abusi e ha voluto riequilibrarla con la vecchia liturgia. Nessuno dei due ammette che il nuovo rito possa essere viziato nella sua stessa struttura.
La confusione, quindi, non può che continuare. Alcuni chiederanno sempre ulteriori adattamenti, mentre altri cercheranno di celebrare in modo più degno un rito che si rifiutano di mettere in discussione. Le autorità romane alterneranno tolleranza e restrizione della Messa tradizionale.
Risalire alla causa
Già nel 1969, i cardinali Alfredo Ottaviani e Antonio Bacci avvertirono Paolo VI che il Novus Ordo Missæ «rappresenta, sia nel suo insieme come nei particolari, un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa, quale fu formulata nella sessione XXII del Concilio Tridentino».
La loro critica non era rivolta a poche stravaganze estranee al messale; riguardava il rito stesso: la soppressione e le modifiche delle preghiere, l’indebolimento dell’espressione del sacrificio propiziatorio, la moltiplicazione delle opzioni, il nuovo ruolo attribuito all’assemblea e il desiderato riavvicinamento alle forme del culto protestante.
Fintanto che questa critica intrinseca verrà respinta, il dibattito rimarrà distorto. La Messa tradizionale è talvolta perseguitata come l’imbarazzante retaggio di un’epoca passata, talvolta tollerata come una legittima preferenza. Al contrario, essa deve essere riconosciuta per quello che è: il rito romano ricevuto e trasmesso dalla Chiesa, sicura espressione della fede cattolica e baluardo contro le ambiguità che hanno invaso il culto sin dalla Riforma.
La soluzione non è né la scomparsa auspicata da padre Reese, né la coesistenza proposta dal cardinal Sarah. Il rito tradizionale e il nuovo rito non sono due espressioni equivalenti tra cui i fedeli possono scegliere secondo la propria sensibilità, e organizzare la propria convivenza non fa altro che perpetuare la crisi liturgica.
Senza mettere in discussione il Novus Ordo in sé, si possono denunciare gli abusi, incoraggiare il latino, ripristinare il canto gregoriano e concedere qualche dispensa. Nulla si risolverà.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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«Parodia gnostica della fede»: mons. Viganò condanna la chiesa «panenteista»
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«La legittimazione del panenteismo da parte della Santa Sede non rappresenta un innocuo aggiornamento pastorale, bensì il culmine coerente di quella deriva modernista secolare che mira a dissolvere la Redenzione nel panteismo gnostico e la Grazia nell’autosufficienza pelagiana.… pic.twitter.com/y4FgKHxNz2
— Arcivescovo Carlo Maria Viganò (@CarloMVigano) September 8, 2026
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