I programmi dei candidati Donald Trump e Joe Biden si discostano da quelli dei predecessori. La posta in gioco non è adattare gli Stati Uniti ai cambiamenti del mondo, ma definire quale sarà la fisionomia del Paese. La questione è esistenziale, sicché c’è davvero la possibilità che le contrapposizioni degenerino e sfocino in violenza. Per gli uni, il Paese dev’essere una nazione al servizio dei cittadini, per gli altri deve recuperare lo status imperiale precedente.
Geopolitica
Quale sarà la politica estera del prossimo presidente degli Stati Uniti?
Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire con traduzione di Rachele Marmetti. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
La campagna presidenziale statunitense 2020 vede contrapposti due modi radicalmente diversi di concepire il Paese: impero o nazione?
La campagna presidenziale statunitense 2020 vede contrapposti due modi radicalmente diversi di concepire il Paese: impero o nazione?
Da un lato, la pretesa di Washington di dominare il mondo arginando (containment) i concorrenti potenziali − strategia annunciata da George Kennan nel 1946 e seguita da tutti i presidenti fino al 2016; dall’altro la ricusazione dell’imperialismo e la volontà di favorire la ricchezza degli statunitensi in generale – strategia enunciata dal presidente Andrew Jackson (1829-1837) e ripresa soltanto dal presidente Trump (2017-2020).
Da un lato, la pretesa di Washington di dominare il mondo arginando (containment) i concorrenti potenziali − strategia annunciata da George Kennan nel 1946 e seguita da tutti i presidenti fino al 2016; dall’altro la ricusazione dell’imperialismo e la volontà di favorire la ricchezza degli statunitensi in generale – strategia enunciata dal presidente Andrew Jackson (1829-1837) e ripresa soltanto dal presidente Trump (2017-2020).
Entrambi i campi mascherano le proprie vere intenzioni con la retorica.
Democratici e Repubblicani si atteggiano ad alfieri del «mondo libero», che deve essere difeso dai «dittatori»; ad accaniti oppositori delle discriminazioni razziali, nonché delle discriminazioni di genere e orientamento sessuale; infine a campioni della lotta al «riscaldamento globale».
I jacksoniani denunciano ora la corruzione, ora la perversità e, alla fin fine, l’ipocrisia di chi li ha preceduti, nonché esortano a lottare per la nazione, invece che per l’impero.
I due schieramenti hanno in comune unicamente il culto della forza: Democratici e Repubblicani la vogliono al servizio dell’impero, i jacksoniani al servizio della nazione.
Il fatto che i jacksoniani siano inaspettatamente diventati maggioranza nel Paese e controllino il Partito Repubblicano genera confusione, ma si deve distinguere il trumpismo dall’ideologia repubblicana che seguì la seconda guerra mondiale.
Democratici e Repubblicani appartengono alla classe agiata o sono professionisti delle nuove tecnologie, i jacksoniani sono invece – come i Gilet Gialli in Francia – piuttosto poveri, professionalmente legati alla terra, da cui non riescono a svincolarsi. (1)
Sin dall’inizio del mandato, Trump ha (…) annunciato l’intenzione di riportare a casa le truppe impegnate nella «guerra senza fine»
Secondo il mio parere, i contrasti più rilevanti non vengono dichiarati, ma costantemente sottintesi.
Il programma dei jacksoniani
Sin dall’inizio del mandato, Trump ha rimesso in discussione la strategia Rumsfeld/Cebrowsky di annientamento delle strutture statali di tutti i Paesi del Medio Oriente Allargato, nessuno escluso, e annunciato l’intenzione di riportare a casa le truppe impegnate nella «guerra senza fine». Obiettivo prioritario anche nella campagna 2020 («Basta con le guerre senza fine e riportiamo a casa le nostre truppe» – Stop Endless Wars and Bring Our Troops Home).
Il presidente ha escluso dalle riunioni ordinarie del Consiglio per la Sicurezza Nazionale il direttore della CIA e il presidente del comitato dei capi di stato-maggiore, sottraendo così ai fautori dell’imperialismo il principale strumento di conquista
In seguito il presidente ha escluso dalle riunioni ordinarie del Consiglio per la Sicurezza Nazionale il direttore della CIA e il presidente del comitato dei capi di stato-maggiore, sottraendo così ai fautori dell’imperialismo il principale strumento di conquista. (2)
Ne è seguita una battaglia per la presidenza del Consiglio Nazionale per la Sicurezza, con l’incriminazione del generale Michael T. Flynn, sostituito dal generale H. R. McMaster, a sua volta sostituito dall’eccezionalista John R. Bolton e infine da Robert C. O’Brien.
− A maggio 2017 Trump ingiunse agli alleati degli Stati Uniti di cessare immediatamente il sostegno agli jihadisti che nel Medio Oriente Allargato attuavano la strategia Rumsfeld/Cebrowski. Fu il discorso di Riad ai capi di Stato sunniti e ai capi di governo della NATO. Il presidente Trump dichiarò obsoleta la NATO, ma dovette ricredersi. Tuttavia, se non ottenne l’abbandono della politica di contenimento (containment) della Russia, ottenne il dimezzamento degli stanziamenti per il perseguimento della strategia Rumsfeld/Cebrowski e l’utilizzo dei fondi risparmiati per la lotta allo jihadismo. Così facendo ha in parte ricondotto la NATO da strumento dell’imperialismo ad alleanza difensiva. Ha perciò preteso che i membri dell’Alleanza partecipassero in maniera più sostanziosa al budget. I partigiani dell’imperialismo hanno però continuato a sostenere lo jihadismo con mezzi privati, in particolare con i fondi KKR. (3)
Ha in parte ricondotto la NATO da strumento dell’imperialismo ad alleanza difensiva
Da qui le parole d’ordine di Trump: «Estirpiamo i terroristi mondiali che minacciano di nuocere agli americani» (Wipe Out Global Terrorists Who Threaten to Harm Americans) e «Chiediamo che gli alleati paghino la loro parte» (Get Allies to Pay their Fair Share).
− Fissato, come Democratici e Repubblicani, sul culto della forza, il jacksoniano Trump ha deciso di ripristinare la potenza delle forze armate statunitensi («Mantenere e sviluppare l’ineguagliata forza militare degli Stati Uniti», Maintain and Expand America’s Unrivaled Military Strenght). A differenza dei predecessori, non ha cercato di trasformare la gestione delirante del Pentagono privatizzandone i servizi uno dopo l’altro, ma ha elaborato un piano di reclutamento di ricercatori per poter di nuovo rivaleggiare tecnologicamente con russi e cinesi. (4)
A differenza dei predecessori, non ha cercato di trasformare la gestione delirante del Pentagono privatizzandone i servizi uno dopo l’altro, ma ha elaborato un piano di reclutamento di ricercatori per poter di nuovo rivaleggiare tecnologicamente con russi e cinesi
− Democratici e Repubblicani sostengono Trump solo nella volontà di riconquistare il primato in campo missilistico, benché non siano d’accordo su come riuscirvi («Costruire un eccellente sistema di difesa di cybersicurezza e un sistema di difesa antimissilistico», Build a Great Cybersecurity Defense System and Missile Defense System): l’inquilino della Casa Bianca vuole che gli USA, ed essi soltanto, si dotino di queste armi, che potranno eventualmente essere dispiegate sul territorio degli alleati; gli oppositori vogliono invece coinvolgere gli alleati, in modo da continuare a controllarli. Per Democratici e Repubblicani, il problema non è evidentemente ritirarsi dai trattati di disarmo della guerra fredda per costruire un nuovo arsenale, ma non perdere i mezzi di pressione diplomatica sulla Russia.
Il programma di Democratici e Repubblicani fuori dall’ufficialità del partito
Biden propone di focalizzarsi su tre obiettivi: 1. rinvigorire la democrazia; 2. formare la classe media per fronteggiare la globalizzazione; 3. riprendersi la leadership globale.
Democratici e Repubblicani sostengono Trump solo nella volontà di riconquistare il primato in campo missilistico, benché non siano d’accordo su come riuscirvi
1. Fortificare la democrazia, ossia fondare, secondo termini da egli stesso usati, l’azione pubblica sul «consenso consapevole» (informed consent) degli statunitensi. Biden riprende la terminologia usata nel 1922 da Walter Lipmann, secondo cui la democrazia presuppone la «fabbricazione del consenso» (manufacturing consent). Una teoria a lungo discussa nel 1988 da Edward Herman e Noam Chomsky e che non ha alcun rapporto con la definizione del presidente Abraham Lincoln: «La democrazia è il governo del popolo, dal popolo, per il popolo».
Biden ritiene di poter raggiungere l’obiettivo ristabilendo la moralità dell’azione pubblica attraverso la pratica del «politicamente corretto». Per esempio, Biden condanna «l’orribile prassi [del presidente Trump] di separare le famiglie degli immigrati e collocarne i figli in prigioni private», omettendo però di dire che Trump si è limitato ad applicare una legge democratica allo scopo di dimostrarne l’inutilità; Biden annuncia inoltre di voler riaffermare la condanna della tortura, giustificata invece dal presidente Trump, omettendo però di dire che quest’ultimo, come il presidente Obama, ne ha già vietato il ricorso, senza tuttavia abolire la reclusione a vita senza processo a Guantanamo.
Biden ha annunciato l’intenzione di organizzare un summit sulla democrazia per vincere la corruzione(…)Questo vertice lancerà un appello al settore privato affinché le nuove tecnologie non possano essere utilizzate da Stati autoritari per sorvegliare i cittadini (gli USA e la loro NSA potranno però continuare a farlo nell’interesse, beninteso, del “mondo libero”)
Biden ha annunciato l’intenzione di organizzare un summit sulla democrazia per vincere la corruzione, difendere il «mondo libero» contro i regimi autoritari e far avanzare i «diritti dell’uomo». Alla luce della definizione di democrazia di Biden, si tratterebbe di coinvolgere gli Stati alleati nell’additare capri espiatori come responsabili di quel che non funziona («i corrotti») e promuovere i «diritti dell’uomo», nel senso anglosassone della locuzione − certamente non in quello francese. Ossia mettere fine alle violenze della polizia, ma non favorire la partecipazione dei cittadini al momento decisionale. Questo vertice lancerà un appello al settore privato affinché le nuove tecnologie non possano essere utilizzate da Stati autoritari per sorvegliare i cittadini (gli USA e la loro NSA potranno però continuare a farlo nell’interesse, beninteso, del “mondo libero”).
Biden conclude il capitolo sottolineando il proprio ruolo in seno alla Commissione transatlantica per l’integrità elettorale, a fianco di amici quali l’ex segretario generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen, che rovesciò la Jamahiriya Araba Libica, nonché l’ex segretario USA per la Sicurezza della Patria, che mise sotto sorveglianza l’intera popolazione USA. Non dimentichiamo John Negroponte, che organizzò i Contras in Nicaragua e Daesh in Iraq.
2. Formare la classe media per fronteggiare la globalizzazione. Preso atto che la politica successiva allo scioglimento dell’URSS ha comportato la rapida sparizione delle classi medie, Biden è convinto che si potrà prevenire la delocalizzazione di posti di lavoro formando quanto resta della classe media alle nuove tecnologie.
3. Rinnovare la leadership statunitense. Si tratta di fermare, in nome della democrazia, l’avanzamento di «populisti, nazionalisti e demagoghi». Una formula che fa capire quanto, secondo Biden, la democrazia non sia soltanto fabbricazione di consenso, ma anche soppressione della volontà popolare. Infatti, i demagoghi corrompono le istituzioni democratiche, mentre i populisti sono al servizio della volontà popolare e i nazionalisti della collettività.
Preso atto che la politica successiva allo scioglimento dell’URSS ha comportato la rapida sparizione delle classi medie, Biden è convinto che si potrà prevenire la delocalizzazione di posti di lavoro formando quanto resta della classe media alle nuove tecnologie
Biden precisa poi che metterà «per sempre» fine alle guerre; una formula che sembra sostenere lo stesso scopo dei jacksoniani, ma che tuttavia differisce nella terminologia. Si tratta in realtà di validare l’adeguamento del sistema attuale ai limiti imposti dal presidente Trump: perché far morire i soldati USA all’estero, quando si può perseguire la strategia Rumsfeld/Cebrowski usando gli jihadisti, che tra l’altro costano meno? Tanto più che quando era senatore dell’opposizione, Biden diede il proprio nome al piano di divisione dell’Iraq, che il Pentagono cercò d’imporre.
Segue una tirata sull’allargamento della NATO agli alleati latino-americani, africani e del Pacifico. Lungi dall’essere obsoleta, la NATO tornerà a essere il nucleo dell’imperialismo USA.
Biden auspica infine il rinnovo dell’accordo 5+1 con l’Iran e dei trattati di disarmo con la Russia. L’accordo con il presidente iraniano Hassan Rohani mira alla canonica divisione dei Paesi mussulmani in sunniti e sciiti; i trattati di disarmo mirano invece a confermare che l’amministrazione Biden non punta allo scontro planetario, bensì al contenimento (containment) del rivale.
I trattati di disarmo mirano invece a confermare che l’amministrazione Biden non punta allo scontro planetario, bensì al contenimento (containment) del rivale
Il programma del candidato del Partito Democratico e dei Repubblicani, fuori dall’ufficialità del partito, si conclude con la convinzione di dover aderire all’Accordo di Parigi e di assumere la leadership della lotta al riscaldamento globale. Biden precisa che non farà sconti alla Cina, che delocalizza le proprie industrie più inquinanti lungo la via della seta. Omette però di dire che il suo amico Barack Obama prima di entrare in politica redasse gli statuti della borsa di Chicago degli scambi dei diritti di emissione di carbone. La lotta al riscaldamento climatico è un affare di banchieri più che questione ecologica.
Conclusione
È giocoforza constatare che tutto ostacola la chiarificazione. Quattro anni di sconvolgimento del presidente Trump sono riusciti soltanto a sostituire le «guerre senza fine» con una guerra privata di debole potenza: ci sono certamente meno morti, ma sempre di guerra si tratta.
Le élite beneficiarie dell’imperialismo non sono pronte a rinunciare ai propri privilegi.
Le élite beneficiarie dell’imperialismo non sono pronte a rinunciare ai propri privilegi.
Bisogna perciò temere che gli Stati Uniti siano costretti a un conflitto interno, a una guerra civile, e finiscano con lo sfasciarsi, come già accadde all’Unione Sovietica.
Thierry Meyssan
Bisogna perciò temere che gli Stati Uniti siano costretti a un conflitto interno, a una guerra civile, e finiscano con lo sfasciarsi, come già accadde all’Unione Sovietica
NOTE
(1) Nella campagna 2020 Democratici e Repubblicani costituiscono un blocco unico, schierato con l’ex vicepresidente Biden. Quest’ultimo e i suoi sostenitori sono estremamente volubili nell’enunciazione delle proprie intenzioni:
“The Power of America’s Example”, by Joseph R. Biden Jr., Voltaire Network, 11 July 2019.
“Why America Must Lead Again. Rescuing U.S. Foreign Policy After Trump”, by Joseph R. Biden Jr., Foreign Affairs, March/April 2020.
E, in particolare, la dichiarazione di alti funzionari repubblicani della Sicurezza Nazionale, che si sono schierati con il democratico Biden:
“A Statement by Former Republican National Security Officials”, Voltaire Network, 20 August 2020.
“Donald Trump Second Term Agenda”, by Donald Trump, Voltaire Network, 24 August 2020 (alla politica estera è dedicato soltanto l’ultimo breve paragrafo).
(2) Si veda:
“Presidential Memorandum: Organization of the National Security Council and the Homeland Security Council”, by Donald Trump, Voltaire Network, 28 January 2017. «Donald Trump smantella l’organizzazione dell’imperialismo statunitense», Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 31 gennaio 2017, traduzione di Rachele Marmetti.
(3) Si veda:
“Presidential Memorandum: Plan to Defeat the Islamic State of Iraq and Syria”, by Donald Trump, Voltaire Network, 28 January 2017.
“Donald Trump’s Speech to the Arab Islamic American Summit”, by Donald Trump, Voltaire Network, 21 May 2017.
“Remarks by Donald Trump at NATO Unveiling of the Article 5 and Berlin Wall Memorials”, by Donald Trump, Voltaire Network, 25 May 2017.
(4) Si veda:
“National Security Strategy of the United States of America”, December 2017. «Il National Security Strategy di Trump», Thierry Meyssan, Sa Defenza (Italia), Rete Voltaire, 27 dicembre 2017.
Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND
Fonte: «Quale sarà la politica estera del prossimo presidente degli Stati Uniti», Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 2 settembre 2020
Geopolitica
Il vicepresidente USA Vance: Israele non può «risolvere ogni crisi con la violenza»
Il vicepresidente statunitense JD Vance ha criticato gli oltranzisti israeliani contrari all’accordo sul nucleare iraniano del presidente Donald Trump, avvertendo che il Paese non può risolvere ogni problema di sicurezza con la violenza.
Le dichiarazioni di Vance sono giunte mentre il premier israeliano Benjamino Netanyahu si rifiutava di ritirare le truppe dal Paese confinante a nord, nonostante il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran, recentemente firmato, che prevede la fine delle ostilità su tutti i fronti, Libano compreso.
«Qual è la vostra proposta precisa?» ha detto ieri Vance all’editorialista del New York Times Ross Douthat, rispondendo ai falchi israeliani critici dell’accordo. «Siete un Paese di nove milioni di persone. Non potete risolvere ogni singolo problema di sicurezza nazionale con la violenza».
WATCH: JD Vance blasts Ben-Gvir and Smotrich:
You’ve seen people in their system, Ben-Gvir and Smotrich, who’ve attacked the deal.
And I guess my response to them would be: What is your exact proposal?
You’re a country of 9 million people. You can’t just kill your way out of… pic.twitter.com/S1V2bEwGBX
— Clash Report (@clashreport) June 18, 2026
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Vance ha esortato Israele a dare una possibilità alla diplomazia e a mostrare «un po’ di credito» a Washington, e ha messo in guardia i funzionari israeliani dal criticare pubblicamente Trump per l’accordo, affermando che il presidente degli Stati Uniti rimane uno dei pochi sostenitori affidabili di Israele.
Netanyahu, tuttavia, ha insistito sul fatto che le truppe israeliane rimarranno nel Libano meridionale finché Israele lo riterrà necessario. «Ripristineremo la sicurezza nel nord», ha affermato giovedì, sostenendo che ciò richiede il mantenimento di una «striscia di sicurezza» nel Libano meridionale.
Poco prima delle dichiarazioni di Netanyahu, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno pubblicato una nuova mappa che mostra un’area occupata estesa per circa 10 km in territorio libanese. Il ministro della Difesa Israel Katz aveva precedentemente affermato che le forze israeliane sarebbero rimaste in Libano, Siria e Gaza finché necessario.
Questa posizione pone Netanyahu in contrasto con il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran, che a quanto pare chiede la cessazione immediata e definitiva delle operazioni militari su tutti i fronti e include un esplicito riferimento al rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale del Libano.
The IDF is deployed in the Security Zone, ~10 km inside Lebanese territory, due to operational requirements.
IDF soldiers will continue to remove threats and strengthen the defense of Israel’s northern residents. pic.twitter.com/jQQPCSAeIe
— Israel Defense Forces (@IDF) June 18, 2026
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Le autorità iraniane hanno avvertito che la continuazione degli attacchi o dell’occupazione israeliana in Libano sarebbe considerata una violazione degli impegni assunti da Washington nell’ambito del memorandum d’intesa.
«Se gli attacchi del regime israeliano contro il Libano dovessero continuare, ciò sarà considerato una violazione degli impegni assunti dall’altra parte nell’ambito del memorandum d’intesa», ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei, ribadendo che Teheran non separa gli Stati Uniti da Israele nell’attuazione dell’accordo.
Lo stesso Trump ha recentemente criticato l’approccio di Israele nei confronti del Libano, anche in accese telefonate con Netanyahu, pur mantenendo un sostegno più generale a Israele. «Non è necessario demolire un condominio ogni volta che si cerca qualcuno, perché in quei condomini vivono molte persone, e non sono tutti membri di Hezbollah», ha detto Trump all’inizio di questa settimana.
Come riportato da Renovatio 21, praticamente l’intero arco politico israeliano, dall’opposizione ai falchi di governo, ha attaccato l’accordo trumpiano, con casi di aperta negazione di esso: il ministro della Sicurezza Itamar Ben Gvir, ha scritto su X «L’accordo di Trump non ci vincola. Israele non è soggetto agli Stati Uniti e siamo una nazione indipendente e sovrana!».
Il ministro della Difesa Israel Katz ha cercato di adottare una linea più dura promettendo che l’IDF rimarrà nelle zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza «a tempo indeterminato». Tuttavia il coro più forte, proveniente da Bennett, dall’ala più conservatrice e da parte dell’opposizione, è che solo una nuova leadership – o almeno una rottura completa con l’approccio di Netanyahu – possa realizzare la campagna aggressiva su più fronti che ritengono necessaria.
Come riportato da Renovatio 21, Vance in passato si era opposto al coinvolgimento degli USA nella guerra tra Iran e Israele. A marzo era emerso che l’Iran avrebbe preferito il cattolico JD Vance come negoziatore statunitense al posto degli ebrei Steve Witkoff e Jared Kushner.
Ad ottobre il Parlamento israliano votò una legge sulla sovranità israeliana sulla Cisgiordania (che lo Stato Ebraico chiama «Giudea e Samaria») proprio mentre il Vance era in visita. Il vicepresidente lamentò che si trattava di un «insulto» da parte della Knesset e una «stupida trovata politica». Nello stesso viaggio diplomatico, il Vance preferì visitare siti cristiani della Terra Santa invece che, come tutti i politici americani, andare a baciare il Muro del Pianto.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Geopolitica
L’Iran dichiara vittoria sugli Stati Uniti
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Geopolitica
Lukashenko: la «lobby ebraica» e pure il Vaticano hanno ingannato Putin
Il presidente bielorusso Aleksander Lukashenko ha dichiarato che il presidente russo Vladimir Putin è stato ingannato e persuaso a ritirare le truppe dalle vicinanze di Kiev nel 2022 da soggetti che sostenevano di agire per conto del leader ucraino Volodymyr Zelens’kyj.
In un’intervista ad Al Arabiya, Lukashenko ha sostenuto che il conflitto avrebbe potuto terminare in tempi brevi nelle prime fasi, quando le forze russe si trovavano nei pressi della capitale ucraina.
«All’epoca, non solo io, ma tutto il mondo capiva che la guerra si sarebbe conclusa rapidamente con una vittoria russa. Questo principalmente perché i russi erano a Kiev», ha affermato il leader bielorusso, secondo quanto riportato dall’agenzia BelTA.
Lukashenko ha però aggiunto che «alcuni politici e forze» hanno invitato Putin a interrompere l’avanzata, a ritirare le truppe da Kiev e a raggiungere un accordo di pace. «Prima di quel ritiro, tutti capivano che i giorni dell’Ucraina erano contati».
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Il presidente bielorusso ha spiegato che la Russia procedeva sulla base di quella che appariva una concreta possibilità di intesa, aggiungendo: «Giudicate voi stessi chi aveva ragione e chi torto in questa vicenda».
«Probabilmente, ancora una volta, queste forze lo hanno ingannato. È stato il Vaticano. E, sorprendentemente, la lobby ebraica, gli israeliani», ha detto Lukashenko. «Hanno detto a nome di Zelens’kyj: Ecco, stiamo andando verso la pace, siamo d’accordo. E anche altri».
Non è stato subito chiaro il significato preciso attribuito da Lukashenko al termine «lobby ebraica». Nei primi giorni del conflitto, l’allora Primo Ministro israeliano Naftali Bennett aveva svolto un ruolo di mediatore tra Russia e Ucraina, incontrando Putin a Mosca e parlando al telefono con Zelensky. I resoconti dell’epoca indicavano che Bennett aveva esortato Zelens’kyj ad accettare le condizioni di Mosca.
Lukashenko non ha fornito ulteriori particolari sul presunto coinvolgimento del Vaticano. Tuttavia, nel marzo 2022, papa Francesco e il Patriarca ortodosso russo Kirill avevano tenuto una videochiamata in cui avevano evidenziato l’«eccezionale importanza» del processo negoziale.
Mosca e Kiev avevano condotto diversi round di colloqui di pace a Costantinopoli nel marzo 2022. Putin aveva affermato nel giugno 2023 che i negoziatori ucraini avevano approvato una bozza di trattato sulla neutralità permanente e sulle garanzie di sicurezza, ma che Kiev aveva poi abbandonato l’intesa dopo il ritiro delle truppe russe dalle zone intorno alla capitale ucraina.
La Russia ha sostenuto che l’Ucraina si era allontanata dall’accordo per le pressioni occidentali. Secondo alcune fonti, l’allora premier britannico Boris Johnson avrebbe invitato Kiev a non firmare e a «continuare a combattere». Kiev ha respinto la ricostruzione di Mosca sul fallimento dei negoziati, sebbene l’ex capo negoziatore David Arakhamia abbia riconosciuto il ruolo di Johnson. Da allora, l’Ucraina ha presentato formalmente domanda di adesione alla NATO e ha abbandonato le ipotesi di neutralità.
I rapporti tra Minsk e il Vaticano sono rimasti anche inq uesti anni di tensioni. Nel settembre 2025, ricevendo il nuovo Nunzio Apostolico Ignazio Ceffalia, Lukashenko ha espresso pubblico apprezzamento per la posizione contraria del Vaticano alle sanzioni economiche. A fine ottobre 2025, il cardinale Claudio Gugerotti ha incontrato personalmente Lukashenko a Minsk per discutere dei rapporti bilaterali.
In Bielorussia si registra una durissima repressione contro i sacerdoti locali che esprimono dissenso. Dal 2020 a oggi sono stati decine i sacerdoti arrestati, multati, detenuti o costretti a fuggire per aver criticato il governo o espresso vicinanza all’Ucraina. Come riportato da Renovatio 21, un anno fa si registrò la condanna a 11 anni di carcere per «alto gradimento» ad un prete cattolico, padre Henryk Okołotowicz.
Nel maggio 2024 sono stati arrestati due importanti religiosi, tra cui padre Andrzej Juchniewicz, superiore degli Oblati di Maria in Bielorussia, condannato a ben 13 anni di colonia penale con l’accusa di attività sovversiva. Solo a novembre 2025, a seguito di intense trattative tra il Vaticano e Lukashenko, la Chiesa è riuscita a ottenere la liberazione anticipata di due sacerdoti detenuti nelle colonie penali.
Nel 202o l’allora arcivescovo di Minsk e vertice dei cattolici bielorussi monsignor Tadeusz Kondrusiewicz, aveva condannato pubblicamente le violenze della polizia contro i manifestanti. Il regime gli vietò il rientro in patria per mesi, di fatto costringendolo all’esilio.
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La diplomazia vaticana ottenne il suo rientro a fine 2020, ma pochi giorni dopo, a inizio 2021, papa Francesco ne accettò la rinuncia per raggiunti limiti di età (75 anni), normalizzando i rapporti istituzionali con Minsk.
Statistiche di cinque anni fa suggerivano che la popolazione cattolica della Bielorussia è il 10,6% del totale nazionale. La maggioranza della popolazione è ortodossa. Nell’agosto 2021, un giornale governativo aveva ridicolizzato la Chiesa cattolica pubblicando una serie di vignette in cui i prelati erano ritratti con svastiche naziste anziché con croci pettorali.
La Santa Sede persegue ora nel Paese una «politica dei piccoli passi»: ha nominato un nuovo Nunzio Apostolico a Minsk, l’arcivescovo Ignazio Ceffalia, e accetta il dialogo formale con Lukashenko proprio per poter negoziare, di volta in volta, la scarcerazione e la protezione dei preti locali.
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