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Pedofilia globale: che cosa sta succedendo?

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Si accalcano in questi giorni diverse notizie riguardanti il tema più raccapricciante: l’esistenza di network pedofili in tutto il mondo. Più a margine, altre notizie paiono riguardare altro ma di fondo, hanno lo stesso tema.

 

La sincronia tra tutte questi eventi – cioè, la sincronia di indagini e relative notizie – è disarmante. Tutto pare si stia concentrando in pochi giorni. Perché?

 

La sincronia tra tutte questi eventi – cioè, la sincronia di indagini e relative notizie – è disarmante. Tutto pare si stia concentrando in pochi giorni. Perché?

29 giugno: La polizia tedesca indaga su 30.000 sospetti pedofili. I soggetti si scambiavano informazioni in alcuni forum dandosi anche consigli su come rendere accomodanti i bambini.

 

4 luglio, si ha notizia dell’«Operazione 50 Community»: la Polizia Postale sgomina una rete online di pedofili residenti in ben 15 regioni diverse. Si sparge la voce che ci sarebbe di mezzo anche un personaggio famoso del web, ma nessuno fa il nome.

 

6 luglio, un tribunale sudcoreano respinge una richiesta di estradizione da parte degli Stati Uniti per un cittadino sudcoreano condannato per la gestione di uno dei siti di pornografia infantile più grandi del mondo sul dark web. Son Jong-woo, 23 anni, ha operato il sito Welcome to Video da giugno 2015 fino a quando non è stato arrestato a marzo 2018. Le forze dell’ordine di tutto il mondo hanno lavorato insieme per tracciare gli utenti del sito e hanno arrestato centinaia di persone in una dozzina di paesi, la maggior parte dei quali sudcoreani. Hanno anche salvato almeno 23 vittime minorenni negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in Spagna che erano state attivamente violentate dagli utenti del sito.

 

Un tribunale sudcoreano respinge una richiesta di estradizione da parte degli Stati Uniti per un cittadino sudcoreano condannato per la gestione di uno dei siti di pornografia infantile più grandi del mondo sul dark web

11 luglio, ad un evento indetto a Dublino per combattere la pedofilia, la «March of Innocence», appaiono dei disturbatori Antifa. I manifestanti chiedevano  le dimissioni del ministro Roderic O’Gorman.  I manifestanti accusavano Gorman di essersi fatto fotografare con un famoso esponente LGBT  inglese sospettato di contatti con membri del defunto Pedophile Exchange Network, un gruppo di attivisti pro-pedofilia inglese. Per motivi non facilmente spiegabili, qualcuno sente di dover interrompere la manifestazione per l’innocenza dei bambini issando uno striscione: «tutti voi fascisti siete destinati a perdere».

 

15 luglio: i carabinieri del nucleo investigativo del comando provinciale di Siena, con il coordinamento della procura dei minori di Firenze, informano i media dell’«Operazione Delirio», avviata nell’ottobre scorso con 25 indagati (19 minorenni e 6 maggiorenni). Partita da una chat fra ragazzi chiamata «Shoah party», l’inchiesta rivela video indicibili scambiati dai minorenni. Non solo: si comincia a parlare di torture e persino uccisioni di bambini in diretta sul dark web, il tutto pagato con Bitcoin.

 

«L’esistenza di siti criptati dove assistere a sevizie di ogni tipo in diretta, che terminano quasi sempre con la morte del bambino, compiute verosimilmente nel sud est asiatico»

«A far scoprire l’esistenza di siti criptati dove assistere a sevizie di ogni tipo in diretta, che terminano quasi sempre con la morte del bambino, compiute verosimilmente nel sud est asiatico, sono state le perquisizioni eseguite oggi a carico di due minorenni piemontesi, un ragazzo e una ragazza entrambi 17enni, che ora sono anche loro indagati per istigazione a delinquere e pedo-pornografia» scrive La Nazione.

 

«Le attività investigative – proseguite dopo l’esecuzione di decine di perquisizioni nell’autunno scorso e in seguito con gli interrogatori – hanno fatto affiorare, spiegano gli investigatori, “la parte più oscura e drammatica delle risultanze indiziarie”, quella relativa al “deep web”, un contesto internet criptato, “dove circolano immagini di efferata violenza, anche in situazioni ‘live’, in cui agli utenti che sono riusciti ad accedere a questi ambienti reconditi, viene consentito di interagire in condotte di violenza sessuale e tortura su minori, attuate in diretta da adulti”» continua il quotidiano fiorentino.

 

Quando sembra essersi toccato il fondo, si chiudono i giornali e si aprono i social: ma qui va ancora peggio.

 

Per una vasta porzione di utenti social statunitensi, vi sarebbe un sito di e-commerce di mobili dove talvolta comparirebbero pezzi di mobilio stranamente costosissimi (anche decine di migliaia di dollari) con nomi esotici che talvolta corrispondono a quelli di persone scomparse

Gli utenti americani cominciano a mettere insieme le tessere di un collage allucinante. Non c’è stella di Hollywood che non sia sospettata di essere immessa nella rete malefica. Vengono riesumate le morti di attori e personaggi che, secondo la teoria, avrebbero voluto ribellarsi alla cospirazione. Viene inventata di sana pianta una implausibile intervista a Mel Gibson che avrebbe denunciato una cabala pedo-satanica che comanda segretamente la Mecca del cinema. Per condire il tutto, ecco la storia dell’adrenocromo: le élite si nutrirebbero di questa sostanza secreta dai bambini sacrificati.

 

Poi ci sono teorie che vorrebbero almeno portare qualche elemento che può sembrare concreto. Per una vasta porzione di utenti social statunitensi, vi sarebbe un sito di e-commerce di mobili dove talvolta comparirebbero pezzi di mobilio stranamente costosissimi (anche decine di migliaia di dollari) con nomi esotici che talvolta corrispondono a quelli di persone scomparse. Lo stesso sistema sarebbe filtrato anche in siti che vendono libri.

 

Dai social emerge di tutto: per esempio un vecchio video di Demi Moore che bacia in bocca un ragazzino quindicenne, tutto a favore di TV, una situazione che non sappiamo contestualizzare (un compleanno di un collega attore, forse), ma la cui visione comunque ci inquieta.

 

 

Chrissy Teigen, modella e personaggio TV famoso negli USA, ha ammesso di aver eliminato 60.000 tweet e di bloccare un milione di utenti di Twitter.

 

Chrissy Teigen, modella e personaggio TV famoso negli USA, ha ammesso di aver eliminato 60.000 tweet e di bloccare un milione di utenti di Twitter

Questo avviene dopo le accuse che la Teigen avrebbe una sorta di connessione con Ghislaine Maxwell. Alcuni dei tweet della Teigen pure destano inquietudine. A volte può essere suggestione, come quando twitta frasi come «andrò in galera per la pizza». Come noto, «pizza» è una parola chiave nel linguaggio delle reti pedofile, dove «cheese pizza» starebbe a significare «child pornography». Altre volte si rimane comunque colpiti, come quando chiede di poter vedere in TV un programma di teenager che partoriscono, o come quando in un altro tweet del 2012, la Teigen scherza sul sesso con tredicenni: «sono il miglior piacere».

 

Riemerge d’imperio il Pizzagate, lo scandalo – subito definito «teoria del complotto – in cui una pizzeria di Washington, Comet Ping Pong Pizza, venne considerata come il fulcro di un sistema para-satanico di traffico di bambini. Il Pizzagate partì nel fatale 2016, quando fu hackerata la mail di John Podesta, il capo-campagna elettorale di Hillary Clinton.

 

Del Pizzagate pareva non si parlasse più. E invece…

Fu bizzarro: persino le testate di controinformazione più complottiste improvvisamente smisero di parlarne, degradandola a bufala, mentre chiunque nei media osasse porre delle domande (secondo i sostenitori c’erano coincidenze, simboli pedofili che tornavano etc.). Poco dopo un uomo entrò nella pizzeria armato di fucile d’assalto; nessun morto, criminale arrestato. Del Pizzagate pareva non si parlasse più. E invece, la storia della pizza pare proprio non essere stata digerita, ed ero erompe in mille rivoli nuovissimi.

 

Ricorderete che nelle mail di John Podesta si faceva riferimento allo «spirit cooking» dell’artista serba Marina Abramovic: performance a metà tra l’arte e l’esoterismo con cui la donna intratteneva i potenti, una sorta di cena con il menu particolare. L’immaginario dell’Abramovic, tra teschi di capra e stelle a cinque punte, suggeriva a qualcuno un coté magico-satanico preciso.

 

L’artista ha detto di non curarsi di tutte le «teorie del complotto che la riguardano» in una recente intervista al New York Times. Tuttavia, è con somma sorpresa (oppure no) che il venerdì Santo 2020 è rispuntata in uno spot di Microsoft, l’azienda trilionaria di Bill Gates.

L’arresto di Ghislaine Maxwell, i cui segreti possono far tremare il mondo dei potenti della Terra, capita proprio al centro di questa tempesta

 

Ma è  ovviamente il caso Maxwell quello su cui si sta concentrando in questo momento l’attenzione più intesa, cioè il caso Epstein. L’arresto di Ghislaine Maxwell, i cui segreti possono far tremare il mondo dei potenti della Terra, capita proprio al centro di questa tempesta.

 

Tuttavia, non manchiamo di notare come nel caso Epstein, almeno finora, non ci siano morti: ci sono tante ragazzine incatenate psicologicamente, la loro vita rovinata, certo. Ma, nonostante le minacce che secondo alcune vittime avrebbe proferito chirurgicamente la Maxwell a coloro che si allontanavano, gli scheletri veri e propri non sono ancora saltati fuori.

 

E se Epstein fosse solo la versione patinata del sistema pedofilo internazionale che ora vogliono ora mostrarci per sviare l’attenzione?

Questo per dire: e se Epstein fosse solo la versione patinata del sistema pedofilo internazionale che ora vogliono ora mostrarci per sviare l’attenzione?

 

E se tutta la storia della Maxwell (il cui arresto è quantomeno incoerente: aveva tre passaporti, molti milioni di dollari e contatti ovunque: cosa ci faceva ancora nell’unico Paese da cui doveva scappare) fosse solo una cortina di fumo? Epstein e la Maxwell con probabilità ricattavano una quantità immane di potenti della terra, di cui forse custodivano filmati mentre si facevano massaggiare o si accoppiavano (secondo qualcuno anche in vere orge) con ragazze minorenni tenute in soggezione.

 

Vi è  una pedofilia fatta di crudeltà se possibile ancora più mortifiere; vi sono  personaggi legati a dinamiche di potere che paiono perfino più intricate.

Vi è poi, come affiora da altre storie di cui sopra, una pedofilia fatta di crudeltà se possibile ancora più mortifiere – come quella del dark web di cui sopra –e ancora attorno a questo male totale vi sono altri personaggi legati a dinamiche di potere politico che paiono perfino più intricate.

 

Lo scorso 26 giugno George Nader, che è stato un testimone chiave dell’indagine del Russiagate, è stato condannato  a 10 anni di carcere per accuse di sesso minorile.

 

Nader si è dichiarato colpevole a gennaio di possedere pornografia infantile e portare un ragazzo di 14 anni negli Stati Uniti per impegnarsi in attività sessuali. Il rapporto Mueller delineava come Nader fungesse da condotto tra i soci Trump e i russi. Lo scorso dicembre è stato anche incriminato per accuse di finanziamento della campagna per presunto utilizzo di donatori fittizi per nascondere i contributi a Hillary Clinton.

 

Lo scorso 26 giugno George Nader, che è stato un testimone chiave dell’indagine del Russiagate, è stato condannato  a 10 anni di carcere per accuse di sesso minorile

Nader non è nuovo alle condanne: nel 1991 venne condannato a 6 mesi in Virginia perché beccato all’aeroporto Dulles con nascosti dentro a scatole di dolciumi (riporta Al Jazeera)i film pedofili tedeschi. A Praga, nel 2003, Nader è stato condannato dal tribunale municipale per ben 10 casi di minori abusati sessualmente e condannato a un anno di prigione. Il giornale israeliano Haaretz va nel dettaglio: «in un caso, Nader ha richiesto del sesso orale da un quattordicenne in una stanza all’Hilton Hotel di Praga (…) Dopo che il ragazzo si è rifiutato, Nader si è masturbato di fronte al ragazzo e gli ha pagato 2.000 corone ceche, un valore di circa 100 dollari di oggi».

 

Nader, di origine libanese, agiva da uomo di collegamento con i poteri del Medio Oriente, l’Occidente ed oltre.

 

Nel dicembre 2016 a New York organizza un incontro tra i funzionari degli Emirati Arabi Uniti e Jared Kushner, Michael Flynn e Steve Bannon.

 

Nader, di origine libanese, agiva da uomo di collegamento con i poteri del Medio Oriente, l’Occidente ed oltre.

Nel gennaio 2017 mette in piedi un meeting alle Seychelles tra gli Emirati e il fondatore della multinazionale dei mercenari Erik Prince (che all’epoca si dice fungesse da advisor diplomatico della squadra di transizione verso la Casa Bianca del presidente eletto Trump) facendo poi incontrare Prince ed i funzionari emiratini con Kirill Dmitriev, capo del Russian Direct Investment Fund (RDIF), fondo sovrano russo impegnato nel cercare altri coinvestitori per le attività economiche russe.

 

Si racconta persino che nel tardo 2015, su uno yacht al largo del Mar Rosso, il Nader riunì il principe degli Emirati Mohamed bin Zayed (quello che ha accolto Bergoglio a Braccia aperte) nonché l’uomo forte del Regno sauidta Mohamed bin Salman, Abdel Fattah al Sisi (il presidente dell’Egitto), il principe Salman (principe ereditario del Bahrain) e il re Abdullah di Giordania.

 

Si tratta di un potere diplomatico che non ha quasi nessuno. Nella rete di Nader, insomma, c’è tutta la geopolitica mondiale.

Si tratta di un potere diplomatico che non ha quasi nessuno. Nella rete di Nader, insomma, c’è tutta la geopolitica mondiale.

 

Come un pedofilo conclamato riesca ad avvicinarsi non solo al vertice di due monarchie del Golfo ma persino alla Casa Bianca (e il Cremlino!) resta un mistero.

 

Nader, dicevamo, è stato ora nuovamente condannato per pedofilia. Di questo caso, come vedete, non parla davvero nessuno.

 

Come un pedofilo conclamato riesca ad avvicinarsi non solo al vertice di due monarchie del Golfo ma persino alla Casa Bianca (e il Cremlino!) resta un mistero.

Come per anni, in questo Paese, non si è parlato del Forteto. Lo scorso mese, il sostituto procuratore Ornella Galeotti è stata scoltata dalla Commissione d’inchiesta parlamentare dove ha ricostruito gli anni dell’inchiesta Forteto riaperta nel 2011: «Ho ricevuto un genere di atteggiamenti e pressioni che non mi è mai più capitato».

 

«Ho detto in aula e lo direi ancora e lo ripeto in questa sede che in Toscana per 30 anni si è assistito alla sospensione di tutte le regole e leggi in questa materia».

 

Per anni, in questo Paese, non si è parlato del Forteto

Nella ricostruzione si parla dell’improvvisa comparsa di personaggi aventi relazioni con personale dei servizi, nonché, cosa assai bizzarra per una coperativa agricola, di un livello di sicurezza delle telecomunicazioni inaspettato:

 

« … Abbiamo fatto una valutazione, con la polizia giudiziaria, sulla possibilità di svolgere intercettazioni telefoniche e ambientali – ha aggiunto Galeotti – e abbiamo scoperto che il Forteto aveva un livello di sicurezza delle intercettazioni altissimo. Avevamo pensato a un “trojan” ante litteram ma non c’era proprio modo di intercettare».

Vedendo l’improvviso accalcarsi di indagini e notizie, non possiamo che chiederci: cosa sta succedendo?

 

Da Epstein in giù, in tutto il mondo, i misteri intorno all’internazionale pedofila si sprecano. Statene certi, è solo la punta dell’Iceberg. E quello che può esserci sotto è perfino peggio di un’isola dove si stuprano ragazzine.

 

Ciò detto, vedendo l’improvviso accalcarsi di indagini e notizie, non possiamo che chiederci: cosa sta succedendo?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Economia

Trump ipotizza un’acquisizione del settore petrolifero iraniano

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che Washington potrebbe decidere se chiudere il conflitto con l’Iran oppure restare nel Paese e «tenersi il petrolio». Trump ha più volte minacciato di impadronirsi delle infrastrutture petrolifere della Repubblica islamica, spingendo i funzionari iraniani a definire il piano un’illusione.

 

Parlando con i giornalisti domenica, Trump ha detto che la guerra, in corso da oltre sei mesi, potrebbe concludersi «subito dopo» le elezioni di medio termine del 3 novembre e ha sostenuto che l’Iran «desidera ardentemente raggiungere un accordo» e «chiama continuamente».

 

Teheran ha ripetutamente smentito di essere alla ricerca di negoziati, definendo tali affermazioni «invenzioni» e aggiungendo che Washington sta confondendo la diplomazia con la «dittatura».

 

«Alla fine ce ne andremo, a meno che non decidiamo di restare e tenerci il petrolio, come ha fatto il Venezuela», ha poi detto Trump.

 

Il confronto riguarda l’accordo petrolifero concluso da Washington con Caracas dopo il rapimento del presidente venezuelano Nicolas Maduro da parte delle forze statunitensi a gennaio.

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Ad agosto Trump ha annunciato un’intesa che assegna a una società privata le concessioni su 17 giacimenti petroliferi venezuelani, per un totale di circa 65 miliardi di barili di riserve, con il governo americano che ottiene quote azionarie e diritti preferenziali sull’acquisto della produzione. La presidente ad interim Delcy Rodriguez ha tuttavia ribadito che il suo Paese «mantiene la proprietà e la sovranità sulle proprie risorse».

 

Trump ha ripetutamente avanzato l’ipotesi di prendere il controllo dei flussi petroliferi iraniani. Fine marzo, interrogato sulla possibilità che Washington si impadronisse del petrolio iraniano, ha risposto: «È un’opzione». A giugno è andato oltre, minacciando di occupare l’isola di Kharg — snodo che gestisce circa il 90% delle esportazioni di greggio di Teheran — e di «assumere il controllo totale» dei mercati petroliferi e del gas iraniani.

 

All’epoca Ebrahim Azizi, presidente della Commissione per la Sicurezza Nazionale e la Politica Estera del parlamento iraniano, definì Trump «delirante e confuso» sulla minaccia a Kharg e avvertì che qualsiasi mossa sul territorio iraniano avrebbe innescato una risposta «che passerà alla storia».

 

Durante l’intero conflitto i media statunitensi hanno riferito che Washington aveva valutato l’occupazione dell’isola di Kharg, anche se i funzionari del Pentagono consideravano l’operazione estremamente rischiosa. Diverse fonti giornalistiche hanno inoltre indicato che l’esercito americano stava subendo l’esaurimento delle scorte di missili antiaerei e da crociera, un’affermazione sempre smentita da Trump.

 

Queste dichiarazioni arrivano dopo una nuova escalation: l’esercito statunitense ha sostenuto di aver distrutto diverse petroliere iraniane. L’Iran, dal canto suo, ha rivendicato attacchi a dieci imbarcazioni vicino allo Stretto di Ormuzzo, tra cui due navi della Marina americana e otto petroliere.

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Geopolitica

Putin contro il globalismo occidentale: come gli dei dell’Olimpo, avete intrapreso un cammino di autodistruzione

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Alla vigilia del vertice BRICS di Nuova Delhi, il presidente russo Vladimir Putin ha espresso quella che presenta come la realtà della crisi strategica in corso. Lo riporta EIRN.   Ancora prima dell’apertura dei lavori, l’11 settembre, rispondendo a una domanda dei media sulla Germania, aveva già impostato il quadro, avvertendo che l’Occidente sembrerebbe intenzionato a riscrivere la storia della sconfitta del nazismo nella Seconda guerra mondiale. «Ora parlano di contemplare l’invio di truppe in territorio ucraino. Ciò significherebbe una guerra con la Russia», ha detto senza ambiguità.   Putin ha evitato di entrare nelle vicende politiche interne tedesche e ha offerto una lettura strategica secca. «Tutto ciò che sta accadendo ora in tutta Europa è la conseguenza di errori sistemici commessi dal cosiddetto Occidente, o, per essere più precisi, dai circoli globalisti occidentali, in ambito politico, di sicurezza ed economico».   Secondo Putin l’errore si è radicato «in seguito alla fine della Guerra Fredda e al crollo dell’Unione Sovietica; si consideravano in cima all’«Olimpo» e, evidentemente, conclusero che, in primo luogo, potevano fare tutto e, in secondo luogo, che loro stessi erano incapaci di sbagliare. Da quel momento in poi, questi errori iniziarono ad accumularsi e a ingigantirsi».

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Sul piano della sicurezza, ha sostenuto che fu lanciata un’offensiva per frammentare e indebolire la Russia, prima «attraverso l’uso di terroristi nel Caucaso e di separatisti, poi con altri metodi e ora, per mezzo del regime neonazista in Ucraina… Non appena il regime fu rovesciato, ripeto, con un sanguinoso colpo di Stato, l’obiettivo di far entrare l’Ucraina nella NATO fu immediatamente messo in moto, e questo, di fatto, è diventato la causa principale dei tragici eventi odierni in Ucraina».   Si è poi soffermato su energia ed economia: «Abbiamo fornito gas all’Europa a un prezzo di 150 dollari – anzi, 180 dollari – per 1.000 metri cubi… ‘No’, insistevano, ‘i prezzi devono essere fissati in borsa’. Li abbiamo avvertiti che il gas non è una merce di mercato, o almeno non una merce di mercato classica; questo approccio non porterà a nulla e i prezzi non faranno altro che aumentare».   «E così è stato: ora i prezzi sono a 1.000 dollari o euro per 1.000 metri cubi. E potrebbero benissimo salire ancora… E perché? Chi si occupa di trading in borsa non si preoccupa delle condizioni tecniche di questi impianti di stoccaggio e dei volumi fisici coinvolti. Credono che oggi sia più vantaggioso estrarre gas da depositi acquistati a prezzi inferiori, e per quanto riguarda il futuro, beh, vedremo».   Quelle élite, ha aggiunto il presidente russo, cercano ora di allarmare l’opinione pubblica con «una mitica minaccia russa, che risalirebbe all’epoca sovietica. Ma una simile minaccia non esiste e non è mai esistita. Noi non minacciamo, né intendiamo minacciare, i paesi europei…».   «Ciononostante, persistono su questa strada, chiedendo determinati cambiamenti. Ma quali cambiamenti cercano? Stanno forse tentando di rivedere gli esiti della Seconda Guerra Mondiale? A quale scopo stanno conducendo i loro popoli? Verso la guerra con la Federazione Russa? Ora parlano di valutare l’invio di truppe in Ucraina. Ciò significherebbe una guerra con la Russia. E presumo che i cittadini europei capiscano cosa sta succedendo».  

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0);  
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Geopolitica

Gli israeliani non possono «fare quello che vogliono in Tailandia»: parla il ministro degli Esteri tailandese

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Secondo il ministro degli Esteri di Bangkok, Sihasak Phuangketkeow, Israele deve impegnarsi di più per spiegare ai propri cittadini come ci si aspetta che si comportino in Tailandia.

 

Sihasak, che è anche vice primo ministro, ha incontrato martedì l’ambasciatrice israeliana Alona Fisher-Kamm dopo una serie di episodi scandalosi e potenzialmente penali che coinvolgono cittadini israeliani e che hanno acuito le tensioni in Thailandia.

 

«La Tailandia è un Paese che accoglie i turisti. Ma accogliere i turisti non significa che i visitatori, a prescindere dalla nazionalità, possano fare quello che vogliono in Tailandia», ha dichiarato il ministro alla stampa. «I visitatori devono comprendere e rispettare la cultura e le tradizioni thailandesi», proprio come fanno i turisti thailandesi quando viaggiano all’estero.

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Fisher-Kamm, che prima dell’incontro aveva espresso l’intenzione di manifestare preoccupazione per la crescente ostilità verso israeliani ed ebrei in Thailandia, ha definito il confronto con Sihasak «positiva e aperta» e ha detto che ha riguardato «la stretta cooperazione in agricoltura, lavoro, sanità e sicurezza informatica».

 

Sihasak ha detto di aver chiesto a Gerusalemme Ovest di interagire di più con turisti e residenti in Thailandia, dove esistono numerose comunità di cittadini israeliani a Phang Nga e Phuket, per assicurare un comportamento adeguato.

 

La Tailandia, da tempo nota per una vita notturna orientata al turismo, sta cercando di staccarsi dalla fama di meta degli eccessi e di attrarre altri tipi di visitatori, tra cui famiglie e chi è interessato all’ecoturismo.

 

Il cambio di linea coincide con un mutamento di atteggiamento verso gli stranieri da parte di una parte della popolazione locale, soprattutto quando i visitatori sono visti come una fonte di disturbo all’ordine pubblico. Il governo ha introdotto diverse misure, tra cui visti più brevi e procedure di espulsione più semplici, pensate per contrastare i disturbatori.

 

Venerdì scorso il cittadino israeliano Jacob Ohayon è diventato il primo straniero espulso in base alle nuove norme sui rimpatri. Un tribunale tailandese lo aveva condannato a 15 giorni di carcere con sospensione condizionale e a una multa per una controversia con i proprietari del Samui Exotic Park, una donna thailandese e un uomo francese.

 

La lite è nata dall’esposizione di una bandiera palestinese, a cui Ohayon si è opposto in un modo che le autorità tailandesi hanno ritenuto contrario alla legge locale. Tra le altre cose, l’israeliano ha organizzato una campagna di «recensioni a raffica» online contro il loro parco divertimenti a Koh Samui e ha proferito minacce personali.

 

Le minacce gli sono costate il diritto di restare in Tailandia: il primo ministro Anutin Charnvirakul, che è anche ministro degli Interni, ha firmato personalmente l’ordine di espulsione. Anche il cittadino francese Kevin Dimino è stato espulso per il suo comportamento molesto e violento durante lo scontro.

 

Sihasak ha citato il caso, sottolineando che «chiunque, indipendentemente dalla nazionalità, violi la legge taailandese deve affrontare severe sanzioni». Il ministro degli Esteri ha aggiunto che Bangkok tiene alle buone relazioni con Israele, dove oggi lavorano oltre 60.000 lavoratori tailandesi.

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I turisti israeliani non sono nuovi a storie di guai in località in giro per il mondo.

 

Il fenomeno è ormai documentato da anni e ha un nome quasi standardizzato nel gergo giornalistico israeliano e internazionale, dove si parla di «rotta post-militare», quel periodo di viaggio prolungato che moltissimi giovani israeliani intraprendono subito dopo la fine del servizio militare obbligatorio, che dura in genere due o tre anni. Le mete più gettonate sono da sempre il subcontinente indiano, in particolare zone come Goa, Manali, Dharamsala e la valle di Parvati, il Sud America (Perù, Bolivia, Argentina) e più di recente il Sud-est asiatico. Si tratta di viaggi che possono durare da alcuni mesi fino a un anno intero, spesso finanziati con la liquidazione ricevuta alla fine del servizio.

 

Il problema di cui si parla riguarda una minoranza di questi viaggiatori, ma abbastanza visibile da aver generato tensioni ricorrenti con le comunità locali. Si sono accumulate nel tempo segnalazioni di comportamenti aggressivi o irrispettosi verso residenti e altri turisti, di episodi legati all’uso di droghe pesanti in alcune enclave turistiche diventate quasi extraterritoriali rispetto al contesto locale, di conflitti con la popolazione per l’occupazione di spazi pubblici o per la gestione di locali e ostelli gestiti da israeliani per israeliani, con la conseguenza di creare delle bolle culturali isolate dal paese che li ospita.

 

In alcune località dell’India e del Sud America sono comparsi negli anni cartelli in ebraico che invitavano esplicitamente i turisti israeliani a comportamenti più rispettosi, un segnale piuttosto insolito che testimonia quanto il problema fosse percepito come ricorrente dalle comunità locali.

 

Diversi osservatori, anche israeliani, hanno provato a spiegare le radici di questo fenomeno collegandolo alla decompressione psicologica dopo un periodo di servizio militare spesso segnato da stress, disciplina rigida e in alcuni casi esposizione diretta a conflitti armati. Il viaggio viene descritto da molti come una sorta di valvola di sfogo collettiva, quasi un rito di passaggio verso la vita adulta, in cui il bisogno di libertà assoluta dopo anni di regole ferree si traduce talvolta in eccessi.

 

Il basso costo della vita in alcune di queste destinazioni, unito alla presenza di reti consolidate di connazionali che facilitano il viaggio, ha inoltre creato negli anni dei veri e propri circuiti paralleli, con menu in ebraico, servizi dedicati e un turismo che si autoalimenta senza grande necessità di integrarsi con il contesto locale.

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Come riportato da Renovatio 21, due anni fa un hotel ristorante di montagna a Davos (proprio la cittadina del WEF), in Svizzera, ha annunciato che non avrebbe noleggiato più l’attrezzatura per lo sci e altri sport sulla neve agli ospiti ebrei, a causa di una presunta lunga storia di comportamenti indisciplinati, danni alla proprietà e furti. Le accuse di antisemitismo arrivarono subito dopo.

 

Per anni vi sono state tensioni tra Polonia e Israele riguardo ai viaggi di studenti e cittadini ad Auschwitz.

 

In un episodio, che causò ulteriori problemi nel rapporto tra Varsavia e Tel Aviv, un ufficiale dell’esercito dello Stato Ebraico alzò sul sito del campo di concentramento un cartello che scriveva, in polacco, «anche voi avete partecipato». Israele, in seguito a polemiche che avevano coinvolto anche i Parlamenti, aveva cancellato l’intero programma di visite studentesche a Auschwitz.

 

Anche l’India ha la sua dose di questioni con i giovani turisti israeliani che, finiti i tre anni di naja (cioè di guerra), sciamano nel subcontinente per «riposare» spesso con l’aiuto della musica trance dei rave e dei cannabinoidi: alcuni indiani chiamano infatti questa categoria di visitatori «israeli chilum smokers».

 

Diversi psicologi e sociologi israeliani hanno descritto il viaggio, spesso in India o Sud America, come un tentativo di elaborare l’esperienza del servizio, che per molti include l’esposizione diretta a violenza, perdita di commilitoni o compiti in zone di conflitto. In questo quadro, l’uso di sostanze psichedeliche, in particolare funghi allucinogeni e in misura minore LSD, viene descritto da alcuni ricercatori come parte di una ricerca quasi terapeutica di elaborazione dell’esperienza, spesso in contesti collettivi legati alla scena delle feste psytrance, un genere musicale che ha radici storiche proprio nella comunità di viaggiatori israeliani a Goa fin dagli anni Novanta e che resta tuttora fortemente associato a questo tipo di turismo.

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Altri ritengono che, più che guarigione psicologica, si richerchi lo sballo: nelle località citate non vi si consuma solo cannabis ma pure droghe sintetiche come MDMA e Ketamina, che sono il carburante psicochimico di tutti i rave trance, compreso probabilmente quello nel deserto attaccato brutalmente da Hamas con il massacro del 7 ottobre 2023: qualcuno si è chiesto quanti di quei ragazzi fossero soldati, pochi si sono domandati se lo stato di alterazione della tragica massa di giovani non sia stato uno dei motivi della scelta dell’obbiettivo.

 

Episodi di overdose o crisi psicotiche acute che hanno portato al ricovero o al rimpatrio di alcuni giovani, soprattutto in zone dell’Himalaya indiano come la valle di Parvati, che nel tempo è diventata una delle aree di coltivazione di cannabis e hashish più note al mondo ed è quindi diventata una calamita per questo tipo di turismo. Vi sarebbe poi il coinvolgimento di alcuni di questi giovani anche dal lato dello spaccio locale, non necessariamente come organizzatori ma come piccoli anelli di reti di distribuzione rivolte proprio alla comunità di turisti israeliani, un fenomeno che ha portato nel tempo a arresti sporadici documentati dalla stampa israeliana stessa, che segue con una certa attenzione le vicende giudiziarie dei propri connazionali all’estero.

 

La questione è conosciuta dallo stesso Stato Ebraico, che con alcune organizzazioni no-profit ha sviluppato nel tempo programmi di supporto psicologico rivolti proprio a questi viaggiatori, anche attraverso ambasciate e consolati in India e Sud America.

 

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Immagine di United Nations Office on Drugs and Crime via Wikimedia Creative Commons Attribution 4.0 International

 

 

 

 

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