Spirito
Papa Leone XIV sta lavorando alla sua prima enciclica
In una recente intervista rilasciata il 6 luglio 2025 a Il Messaggero, padre Alejandro Moral, superiore degli Agostiniani, ha rivelato che papa Leone XIV sta lavorando alla stesura della sua prima enciclica, in particolare durante il suo doppio soggiorno estivo a Villa Barberini, nella residenza pontificia di Castel Gandolfo. Questo primo importante atto del magistero del Romano Pontefice sarà oggetto di attenta analisi.
Pace? Dottrina sociale? Unità? In una penisola italiana stordita dal caldo torrido dell’estate, i vaticanisti sono quasi gli unici a rischiare, soprattutto da quando la stampa ha rivelato che papa Leone XIV stava approfittando del suo soggiorno a Castel Gandolfo – un soggiorno diviso in due periodi, uno a luglio, l’altro più breve a partire dal 15 agosto – per scrivere la sua prima enciclica.
Il Santo Padre si ispirerà al suo nome, che evoca Leone XIII e il suo impegno per le questioni sociali, o seguirà l’impulso spirituale espresso nelle sue prime parole da pontefice, quando affermò con forza la necessità di «farsi da parte per far posto a Cristo”»? In altre parole, questa enciclica avrà un’essenza sociale o spirituale? La domanda merita di essere posta, perché la risposta dipende in realtà da come egli intende stabilire le priorità.
I primi due mesi del pontificato di Leone XIV hanno dimostrato che, agli occhi dell’attuale Romano Pontefice, alcuni processi avviati dal suo predecessore, papa Francesco, appaiono irreversibili. Da questa prospettiva, possono essere reindirizzati – corretti, direbbero i più ottimisti – ma non cancellati con un tratto di penna. Appare chiaro che il «metodo Prevost» differisce dal «metodo Bergoglio», ma in che misura?
Tra i pilastri del precedente pontificato c’era l’enfasi posta sulle questioni ambientali. Certamente, la Chiesa non aveva aspettato che lui evocasse la bellezza e l’ordine del Creato, e papa Benedetto XVI, soprannominato dai media «il papa verde», aveva gettato alcune basi in questo ambito. Ma questo faceva parte di un insieme più ampio che lui chiamava ecologia integrale.
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Del resto, come nota il vaticanista Andrea Gagliarducci, se l’enciclica Laudato Si’ e l’esortazione apostolica Laudate Deum avevano l’ambizione esplicita di integrare un quadro di dottrina sociale, i loro passaggi più ripetuti e più discutibili sono stati proprio quelli che si allineavano alle posizioni dominanti e ai dati scientifici di organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite.
Questo affidamento su dati contingenti non era il nocciolo del problema. Il piano generale della teologia di Francesco era incentrato sulla fratellanza universale, e l’ecologia era uno dei mezzi, ma non l’unico, per raggiungere il suo obiettivo: l’unione di tutto il genere umano secondo la dottrina del Vaticano II. L’altro mezzo era la sinodalità, che prepara la Chiesa a essere il «sacramento» di questa unione, secondo il Concilio.
È vero che i dodici anni del precedente pontificato hanno dato vita a un movimento ecologista all’interno delle diocesi che, troppo spesso, sembra abbracciare un «ambientalismo» slegato dal ruolo del Creatore e dal valore della legge naturale. Questo movimento, ad esempio, è esemplificato da un nuovo formulario della Messa intitolato «Per la salvaguardia del creato», ereditato da papa Leone XIV.
Quest’ultimo ha celebrato questa Messa il 9 luglio, ma in forma privata, presso il Borgo Laudato Si’, a Castel Gandolfo. Nell’omelia, il nuovo papa ha adottato un approccio più in linea con la sua visione: «Dio ci ha dato il creato come dono da custodire, non come preda da sfruttare. Contemplando la bellezza della terra, comprendiamo che Dio l’ha creata non per necessità, ma per amore. Ogni creatura porta in sé un riflesso della sua gloria».
Per il momento, è difficile dire altro se non che la continuità sembra essere la preoccupazione di papa Leone XIV, senza voler ripristinare un vecchio ordine, né insinuare che il regno del suo predecessore avrebbe segnato una frattura nella Chiesa. Per alcuni, la quadratura del cerchio, per altri un tentativo di riparare le molte ferite che la lacerano…
In ogni caso, il modo in cui Leone XIV costruisce la sua prima enciclica dovrebbe gettare un po’ più di luce sull’orizzonte di un pontificato che finora si è mosso a passi molto silenziosi. Ciò non dispiacerà a chi ha familiarità con i corridoi del Palazzo Apostolico, dove la vita scorre in un mormorio di quotidianità.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Spirito
Iran, il cardinale Mathieu evacuato d’urgenza
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Un’evacuazione legata alla chiusura dell’ambasciata italiana
La sede dell’arcidiocesi cattolica latina, che comprende la Cattedrale della Consolata e la residenza arcivescovile, si trova infatti all’interno del complesso dell’ambasciata. Avendo l’Italia temporaneamente chiuso la sua missione diplomatica per motivi di sicurezza, il suo personale è stato trasferito in Azerbaigian. In una dichiarazione al quotidiano belga Cathobel, il cardinale Mathieu ha espresso la sua profonda tristezza: «sono arrivato ieri a Roma, non senza rammarico e dolore per i nostri fratelli e sorelle in Iran, nell’ambito della completa evacuazione dell’ambasciata italiana, sede dell’arcidiocesi. Finché non potrò tornarvi, pregate per la conversione dei cuori verso la pace interiore». Questa partenza, dettata dall’intensità dei bombardamenti, sottolinea la vulnerabilità delle minoranze religiose nel Paese. Con il moltiplicarsi dei raid aerei – che hanno portato alla morte della Guida Suprema Ali Khamenei e innescato rappresaglie iraniane – la piccola comunità cattolica si ritrova ora senza una guida spirituale, esposta alle insidie del conflitto.Aiuta Renovatio 21
Un prelato isolato in un Paese in guerra
Nominato arcivescovo di Teheran-Isfahan nel 2021 da papa Francesco e creato cardinale nel dicembre 2024, Dominique Mathieu è stato il primo cardinale residente nella storia iraniana. A 62 anni, ha svolto il suo ministero in condizioni estremamente precarie. Secondo le statistiche vaticane, l’arcidiocesi aveva solo tre sacerdoti nel 2024 e il cardinale era l’unico responsabile del servizio alle cinque parrocchie di Teheran. La comunità cattolica latina in Iran resta molto piccola: le stime più prudenti stimano il numero intorno ai 3.500 fedeli (di cui 1.300 di rito latino), mentre altre fonti parlano di un totale di 22.000 cristiani, pari allo 0,03% della popolazione. In un Paese in cui i cristiani sono ufficialmente riconosciuti come minoranza religiosa, sono comunque sottoposti a stretta sorveglianza. La distribuzione di Bibbie in persiano e qualsiasi forma di evangelizzazione sono severamente vietate. Le autorità effettuano regolarmente arresti per accuse come blasfemia, «inimicizia contro Dio» o mancato rispetto del codice di abbigliamento islamico. Storicamente, la presenza cattolica in Iran risale al XIII secolo, ma il loro numero è costantemente diminuito a causa dell’emigrazione e delle pressioni politiche. Oggi, la guerra minaccia direttamente la continuità della vita sacramentale per coloro che rimangono. L’evacuazione del cardinale Mathieu mette in luce l’estrema vulnerabilità dei cristiani in un Medio Oriente dilaniato dalla guerra. In attesa del suo ritorno in diocesi, il prelato invita a pregare per la vera pace, quella che scaturisce dalla conversione dei cuori. Articolo previamente apparso su FSSPX.NewsIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Spirito
Libano: di fronte all’escalation del conflitto, i patriarchi lanciano l’allarme
Riunita in sessione d’urgenza presso la sede patriarcale di Bkerké, mentre le truppe israeliane bombardano gli Hezbollah filo-iraniani nella periferia sud di Beirut, l’Assemblea dei patriarchi e dei vescovi cattolici in Libano (APECL) ha appena rilasciato una dichiarazione solenne: un appello per la sopravvivenza del Paese.
Di fronte a un’escalation senza precedenti del conflitto scatenato da Israele e Stati Uniti contro l’Iran e le sue milizie satelliti, i leader delle diverse Chiese cattoliche presenti in Libano hanno deciso di rompere il silenzio.
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Prevenire la conflagrazione totale
Il testo, firmato il 5 marzo 2026 dai quattro Grandi Patriarchi – il cardinale maronita Béchara Boutros Raï, il patriarca melchita Youssef Absi, il patriarca siriaco Ignatius Joseph III Jonas e il patriarca armeno Raphael Benit XXI – denuncia fermamente la logica della forza che sembra prevalere su quella del diritto. «La giustizia è la via sicura per una pace stabile e duratura», insiste il documento.
Per i vescovi, il Libano non deve tornare a essere un campo di battaglia per potenze straniere. Invitano le autorità libanesi e la comunità internazionale a compiere ogni sforzo per impedire una conflagrazione totale, ribadendo che la tutela della dignità umana deve avere la precedenza su tutte le considerazioni geopolitiche.
Questa presa di posizione avviene in un clima di estrema tensione. I vescovi sottolineano i «blocchi interni» e le «influenze esterne» che stanno soffocando il Paese, già indebolito da anni di crisi finanziaria. Esortano i leader politici a superare le divisioni per garantire l’unità nazionale, unico scudo contro la minaccia del collasso.
Solidarietà con gli sfollati libanesi
Uno dei punti chiave della dichiarazione riguarda la crisi umanitaria dei civili sfollati a causa dei recenti bombardamenti a sud di Beirut. Per i presuli, accogliere questi «fratelli e sorelle sfollati» è essenziale affinché «la testimonianza dell’amore resti più forte della logica della violenza», sottolinea il testo.
Sulle orme di Papa Leone XIV
Questo appello fa seguito alla storica visita di papa Leone XIV in Libano lo scorso dicembre. Durante la sua visita ad Harissa nel 2025, il Santo Padre esortò i libanesi a non cedere alla disperazione e a rimanere nella loro patria. Questa nuova dichiarazione dei vescovi rafforza questo messaggio, aggiungendo al contempo una dimensione di urgenti preoccupazioni per la sicurezza.
Il testo si conclude con questa preghiera: «Mettiamo il Libano, la nostra regione e il mondo intero sotto la protezione della Provvidenza, chiedendo a Dio di concedere al nostro mondo travagliato una pace giusta e duratura, di condurre i cuori alla riconciliazione e di confermare i passi del nostro popolo libanese sui sentieri della fraternità e dell’armonia in uno spirito di sincero patriottismo, per intercessione della Vergine Maria, Regina della Pace».
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Supporto internazionale praticamente assente
Mentre il Libano attraversa una delle fasi più critiche della sua storia moderna, la voce della Chiesa rimane uno dei pochi pilastri di stabilità in un paese dilaniato dalla corruzione e le cui autorità non sono state in grado di disarmare gli Hezbollah filo-iraniani, ricevendo scarso aiuto in questa impresa dall’Occidente, in particolare dalla Francia, il cui sostegno è ben lungi dai legami secolari che uniscono i due Paesi.
Ma non c’è dubbio che questa terra profondamente cristiana, un tempo conosciuta come la Francia del Levante, troverà i mezzi per rialzarsi da questa dura prova, mentre la Francia dell’Occidente, l’Esagono, fa onore al suo nome, apparendo ben lontana da qualsiasi risveglio religioso, morale o politico.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di Kocsis Fülöp, Hajdúdorogi Főegyházmegye via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International; immagine tagliata
Spirito
Mons. Schneider afferma che la scomunica della FSSPX sarebbe invalida
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