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Papa Leone saluta subito gli ebrei. In nome del Concilio

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Non c’è voluto molto prima che il nuovo pontefice mandasse un segnale all’importante destinatario. Non parliamo dei cattolici conservatori, né degli LGBT, né i tradizionalisti, né i teologi della liberazione: parliamo degli ebrei.

 

Il 13 maggio, giorno della Madonna di Fatima, il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni ha ricevuto il messaggio personale da papa Prevost, con cui è stato informato della sua elezione a nuovo pontefice della Chiesa cattolica, scrivono le agenzie stampa, che riportano che nella sua nota, Leone XIV si impegna «a continuare e a rafforzare il dialogo e la cooperazione della Chiesa con il popolo ebraico nello spirito della dichiarazione Nostra Aetate del Concilio Vaticano secondo».

 

Il rabbino Capo di Roma – il quale ricordiamo siede anche nel Comitato Nazionale di Bioetica, «sarà presente alla celebrazione della inaugurazione del pontificato, ha accolto con soddisfazione e gratitudine le parole a lui dirette dal nuovo papa», scrive una nota emessa dalla Comunità ebraica di Roma. Il rabbino – che aveva fatto sapere di aver partecipato ai funerali di Bergoglio sabato 26 aprile «nel rispetto dello Shabbat», ovvero arrivando a San Pietro a piedi – sarà presente alla celebrazione della inaugurazione del pontificato. Si dice che saranno presenti altri rappresentanti della religione giudaica.

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Sullo sfondo, vi sono le mancate condoglianze per la morte di papa Francesco da parte dello Stato di Israele, con il governo Netanyahu che avrebbe detto alle ambasciate di cancellare i tweet di cordoglio per la scomparsa del vertice della Chiesa cattolica. Come noto, Bergoglio aveva parlato di «genocidio» a Gaza, provocando l’ira funesta dello Stato degli ebrei e di tanti ebrei in generale – proprio loro, che erano così entusiasti delle sue visite da farlo divenire un cartoon pubblicitario per il ministero del turismo israeliano.

 

Tuttavia papa Leone non ha scritto solo al rabbino Di Segni, ma alle comunità ebraiche di tutto il mondo. Il messaggio è lo stesso: il pontefice rafforzare il dialogo della Chiesa cattolica romana con loro.

 

Il rabbino Noam Marans, direttore degli affari interreligiosi dell’American Jewish Committee, ha pubblicato la lettera sulla piattaforma social X nella tarda serata di lunedì.

 

«Confidando nell’assistenza dell’Onnipotente, mi impegno a continuare e rafforzare il dialogo e la cooperazione della Chiesa con il popolo ebraico nello spirito della dichiarazione Nostra Aetate del Concilio Vaticano II», ha affermato Leone nella lettera.

 

Colpisce come, in pochi giorni dall’elezione al Soglio, il nuovo papa torni a parlare del Concilio Vaticano II. Lo aveva fatto una prima volta nelle prime battute del suo primo discorso al Collegio cardinalizio. Come riportato da Renovatio 21 il vescovo kazako Athanasius Schneider ha notato come sia strano che un papa citi un Concilio ad inizio pontificato, cosa ben rara.

 

Nostra Aetate è stato un documento fondamentale del Concilio del 1962-1965, che ripudiò il concetto di colpa collettiva ebraica per la morte di Gesù e incoraggiò il dialogo con le religioni non cristiane. La preparazione del documento è stata in gran parte sotto la direzione del cardinale Augustin Bea, presidente del Segretariato per la promozione dell’unità dei cristiani, insieme ai suoi periti, tra cui l’eccentrico gesuita Malachi Martin, il quale avrebbe fatto conoscere al porporato leader ebrei, come il rabbino Abraham Joshua Heschel, incontrato dal Martin 1961 e nel 1962.

 

 

Il cardinale Bea incontrò anche Morris B. Abram, presidente dell’American Jewish Committee, e tentò di rassicurarlo sullo stato del documento e sulle controversie contemporanee.

 

In un articolo del 1966 sulla rivista Look Magazine sul dibattito sugli ebrei durante il Concilio Vaticano II Il giornalista Joseph Roddy affermò che una stessa persona, sotto tre diversi pseudonimi, aveva scritto o agito per conto di gruppi di interesse ebraici, come l’American Jewish Committee, per influenzare l’esito dei dibattiti.

 

Roddy scrisse che due articoli tempestivi e remunerati del 1965 furono scritti sotto lo pseudonimo di F.E. Cartus, uno per Harper’s Magazine e uno per la rivista dell’American Jewish Committee, Commentary. Nel suo libro del 2007 Spiritual Radical: Abraham Joshua Heschel in America, Edward K. Kaplan ha confermato che Martin collaborò con l’American Jewish Committee durante il Concilio «per una serie di motivi, sia nobili che ignobili (…) principalmente consigliava il comitato su questioni teologiche, ma forniva anche informazioni logistiche e copie di documenti riservati».

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Il documento Nostra Aetate è finito per avere molto più significato di quello contenuto nelle sue parole, e interpretato come un stand-down de facto del cattolicesimo nei confronti di qualsiasi argomento coinvolga gli ebrei, mentre il mondo preparava la strumentalizzazione di una parola di conio recente, «antisemitismo», per etichettare come indesiderabile il discorso di certuni – se non di farli direttamente arrestare, vista l’entrata in vigore in alcuni Paesi di psicoreati a base «antisemitismo».

 

Una riflessione precisa sull’argomento è stata compiuta dallo studioso cattolico americano E. Michael Jones. «Il dialogo tra cattolici ed ebrei fallì perché, mentre i cattolici consideravano Nostra Aetate un’offerta di pace, gli ebrei la consideravano un’arma nel loro arsenale di guerra culturale» ha scritto il professore filadelfiano nel suo libro Pope Francis in Context. Jones parla quindi dei cattolici presi tra «l’incudine del Vaticano II e le critiche martellanti dei gruppi ebraici, furono apportati».

 

Analizzando un caso riguardante i cattolici bavaresi, e un libro a riguardo, Jones dice che questi «venivano duramente colpiti, e venivano duramente colpiti solo a causa di Nostra Aetate. Senza quel documento, avrebbero potuto facilmente deviare i colpi ebraici. Con esso, gli ebrei potevano ora usare il vescovo contro il suo gregge come il modo migliore per sventrare il ruolo di qualsiasi cosa nei Vangeli che gli ebrei trovassero ripugnante».
Di fatto, la Nostra aetate citata da Leone XIV è divenuta l’arma con cui gli ebrei attaccano i cattolici non appena questi dicono qualcosa che ritengono anche solo vagamente inaccettabile: come, ad esempio, la colpa ebraica per la morte di Cristo, per il quale fu duramente attaccato il film del 2004 La Passione di Cristo come pure il suo regista Mel Gibson, accusato automaticamente di antisemitismo e emarginato via via sempre più da Hollywood.

 

 

Come noto, la situazione è arrivata al punto che le leggi anti-antisemitismo proposte lo scorso anno in America rendevano tecnicamente proibiti vari passaggi dei Vangeli.

 

Ciò detto, ci sono voluti anni prima che la situazione tra i due Stati religiosi si normalizzasse. Il Vaticano e Israele firmarono un «accordo fondamentale» nel 1993 e l’anno successivo si scambiarono ambasciatori a pieno titolo. Negli ultimi tempi il rapporto si era deteriorato totalmente. A dicembre 2024 l’ambasciatore del Vaticano in Israele era stato convocato al ministero degli Esteri dello Stato Ebraico dopo che papa Francesco aveva criticato la «crudeltà» degli attacchi aerei a Gaza.

 

Va anche ricordata l’inquietante presente, prima dell’ultimo conclave, del rabbino Shmuley, personaggio molto controverso. Il rabbino, che tra le altre cose promuove l’azienda di giocattoli sessuali della figlia, è accusato da vari negli USA di essere coinvolto in tanti casi opachi, come con Michael Jackson, di cui era divenuto confidente; poi ne divulgò le conversazioni intime.

 

Alcuni ora accusano il «rabbino dei VIP» di essere l’«handler» (maneggiatore) del segretario per la Salute USA Robert Kennedy jr., difendendolo a spada tratta dalle accuse di antisemitismo che gli sono pavlovianamente cadute addosso appena è arrivato sulla scena politica.

 

Lo Shmuley è poi entrato in dibattiti osceni con la giornalista Candace Owens, indicandola come, indovina indovina, «antisemita». Il rabbì sionista, ad ogni modo, ha offerto al mondo video di sé non sempre edificanti.

 

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Così, è con sgomento che si è arrivati a poche ore dal Conclave con lo Shmuley a Roma che si faceva fotografare con Parolin. Quale manovra potesse esserci dietro, non possiamo saperlo, ma tanti hanno fatto certi pensieri.

 

 

Rimane esemplificativa la storia, ricordata a più riprese da Renovatio 21, di Teodoro Herzl, il fondatore del sionismo sulla cui tomba Bergoglio si lasciò portare da Netanyahu nel 2014, che nel 1903 riuscì a farsi ricevere da papa San Pio X – il papa che comprese e bloccò il modernismo religioso –chiedendogli aiuto per far tornare gli ebrei in Palestina. Il Santo rispose con un sereno, cordiale, netto «no».

 

«Sostenere gli ebrei nell’acquisizione dei Luoghi Santi, quello non possiamo farlo» disse San Pio X al fondatore del sionismo, rifiutando l’idea di un ritorno degli ebrei nelle terre di Gesù.

 

«Noi, e io come il capo della Chiesa, non possiamo fare questo. Ci sono due possibilità. O gli ebrei si aggrappano alla loro fede e continuano ad attendere il Messia che, per noi, è già apparso. In questo caso essi non faranno che negare la divinità di Gesù e noi non li possiamo aiutare. Oppure vanno lì senza alcuna religione, e allora potremo essere ancora meno favorevoli a loro».

 

«La religione ebraica è il fondamento della nostra; ma è stata sostituita dagli insegnamenti di Cristo, e non possiamo concederle alcuna ulteriore validità. Gli ebrei, che avrebbero dovuto essere i primi a riconoscere Gesù Cristo, non l’hanno fatto fino ad ora» proseguì il santo romano pontefice.

 

«Il nostro Signore è venuto senza potere. Era povero. È venuto in pace. Non ha perseguitato nessuno. È stato perseguitato».

 

«È stato abbandonato anche dai suoi apostoli. Solo più tardi è cresciuto in statura. Ci sono voluti tre secoli alla Chiesa per evolvere. Gli ebrei hanno avuto quindi il tempo di riconoscere la sua divinità, senza alcuna pressione. Ma non l’hanno fatto fino ad oggi».

 

Così parlò il papa Santo.

 

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Mons. Schneider: «Un’occupazione ostile» all’interno della Chiesa

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La crisi nella Chiesa non si gioca soltanto sul piano dei dibattiti dottrinali: secondo monsignor Athanasius Schneider, essa investe persino le sue strutture di governo. In occasione della Catholic Identity Conference, tenutasi a Pittsburgh (Stati Uniti) il 3 ottobre 2026 e organizzata dal giornale The Remnant, il presule ha paragonato tale situazione alle grandi prove della storia cattolica, durante le quali i semplici fedeli si sono talvolta trovati a dover difendere la fede contro i propri stessi pastori.   «Siamo testimoni di una crisi senza precedenti nella Chiesa, di una presa di controllo ostile delle strutture amministrative strategiche della Chiesa cattolica». Il tono è dato fin dall’apertura della conferenza di mons. Schneider, intitolata La vittoria di Cristo sulla presa di controllo ostile all’interno della Chiesa. Il prelato denuncia il propagarsi «non soltanto di ambiguità dottrinali avvelenate, ma persino di eresie apertamente professate nei ranghi dell’alto clero», fenomeno che, in certi casi, «rasenta l’apostasia».   Per comprendere questa situazione, egli torna all’avvertimento di Cristo: «Nel mondo avrete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo» (Gv 16,33). Questo mondo, spiega, designa una società e una cultura che si organizzano indipendentemente da Dio, fino a diventare ostili alla Rivelazione e alla regalità di Cristo. Ora, nel corso degli ultimi sessant’anni, questo spirito del mondo è penetrato progressivamente nelle strutture ecclesiastiche, al punto da occuparne i posti amministrativi strategici.

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Il Vaticano II e l’ingresso del «fumo di Satana»

Mons. Schneider si interroga sul cambiamento di prospettiva intervenuto alla vigilia del Concilio Vaticano II. Per venti secoli la Chiesa aveva attinto la propria vitalità alle fonti della Scrittura e della Tradizione, dei sacramenti e dell’esempio dei suoi innumerevoli santi. Perché avrebbe improvvisamente avuto bisogno di aprire le finestre per ricevere l’aria fresca del mondo moderno? E di quale mondo si trattava? Di un mondo segnato dal materialismo consumista, dallo spirito della Rivoluzione francese e dalle filosofie moderne.   Dal Vaticano II, afferma, le conseguenze di questa apertura sono diventate manifeste. Egli ricorda le parole di Paolo VI, il 29 giugno 1972: «Da qualche fessura il fumo di Satana è entrato nel tempio di Dio». Il vescovo cita poi una testimonianza meno nota, quella di mons. Manoel Pestana, vescovo di Anápolis, in Brasile, dal 1979 al 2004, che fu suo professore e lo ordinò sacerdote.   Soprannominato «Atanasio del Brasile», questo prelato dichiarava nel 1988: «Non è soltanto il fumo di Satana a essere entrato nella Chiesa da un’apertura nascosta, come aveva detto Paolo VI. È piuttosto dalle porte principali che il diavolo è entrato trionfalmente, fin nelle più alte sfere della Chiesa, per mezzo dei suoi fedeli servitori».   Mons. Pestana arrivava a chiedere, nella prefazione a un libro del celebre esorcista Gabriele Amorth, chi avrebbe scacciato i demoni dai seminari, dalle residenze episcopali, dalle conferenze episcopali e persino dai palazzi pontifici.   Per mons. Schneider, la crisi attuale supera per estensione quella dell’arianesimo del IV secolo. Quest’ultima riguardava principalmente la divinità di Cristo. Oggi i disordini toccano simultaneamente la dottrina, la morale, la liturgia e la disciplina. «È come un corpo colpito da una malattia che non tocca soltanto un organo, ma tutti gli organi».   Tuttavia questa malattia non potrà essere mortale: la Chiesa è indistruttibile, perché è di istituzione divina. Cristo resta il suo capo, lo Spirito Santo la assiste e la Santa Vergine è sua Madre. La verità può essere oscurata e deturpata, ma solo per un tempo.

Sant’Atanasio: le chiese occupate, la fede conservata

Per illuminare la situazione presente, mons. Schneider ricorre a sant’Atanasio, che nel IV secolo conobbe la persecuzione dei difensori della fede cattolica da parte degli ariani. Mentre gli eretici occupavano gli edifici religiosi e le sedi episcopali, il grande dottore della Chiesa incoraggiava i fedeli rimasti attaccati alla fede apostolica: «Possono occupare le nostre chiese, ma si trovano al di fuori della vera fede. Voi restate fuori dai luoghi di culto, ma la fede rimane in voi».   Poi questa domanda: «Chi ha perso e chi ha vinto in questa lotta? Colui che detiene la sede o colui che mantiene la fede?». Gli edifici e le cariche ecclesiastiche, ricorda sant’Atanasio, sono cose buone quando servono a trasmettere la fede degli Apostoli. Ma non possono sostituirla. «Anche se i cattolici fedeli alla Tradizione fossero ridotti a un semplice pugno, sarebbero la vera Chiesa di Gesù Cristo».   Mons. Schneider vede in queste parole una consolazione particolare per i cattolici attaccati alla Tradizione, oggi emarginati o perseguitati nella stessa Chiesa. Egli ricorda tuttavia, con sant’Agostino, che la Chiesa terrena resta un corpo misto di buoni e di cattivi, a immagine del campo in cui crescono insieme il buon grano e la zizzania. Questa realtà riguarda tanto l’alto clero quanto i semplici fedeli. Il giudizio definitivo spetta a Dio.

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Un bambino martire di fronte a un vescovo apostata

Il vescovo ausiliare di Astana si sofferma poi su un episodio sconvolgente delle persecuzioni romane: il martirio dei cristiani di Abitene, nell’Africa del Nord, all’inizio del IV secolo.   Una domenica, il sacerdote Saturnino celebrava clandestinamente la messa con i suoi parrocchiani, nonostante il divieto imperiale. Le autorità fecero irruzione e arrestarono l’assemblea, nella quale si trovavano i figli del sacerdote, nati prima della sua ordinazione sacerdotale. Uno di loro, Ilarione, aveva appena sei anni. Condotti davanti al tribunale, i cristiani incontrarono il proprio vescovo, Fundano, che aveva appena commesso un atto di apostasia offrendo incenso a un idolo.   Il contrasto era sconvolgente: mentre il vescovo aveva rinnegato la fede per salvarsi la vita, i suoi fedeli, fino ai più giovani, accettavano di morire per Cristo.   Interrogato dal giudice, il piccolo Ilarione rispose: «Sono cristiano. Ho partecipato all’assemblea. Ci sono andato di mia spontanea volontà. Nessuno mi ci ha costretto». Il magistrato tentò di spaventarlo minacciando di tagliargli il naso e le orecchie. Il bambino non cedette: «Potete farlo, ma qualunque cosa accada, io sono cristiano». Quando la sentenza fu pronunciata, i martiri esclamarono: «Deo gratias!»   Per mons. Schneider, questi cristiani compirono con il loro martirio una vera riparazione per l’apostasia del loro vescovo. La storia mostra così che Dio permette talvolta che i semplici fedeli possiedano più forza e fedeltà di alcuni membri dell’alto clero.

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Quando i fedeli costrinsero un papa a condannare l’errore

Un altro esempio, ancora più inatteso: un episodio del pontificato di Eugenio I, nel VII secolo, in piena crisi del monotelismo. Eletto nel 654, il papa inviò dei legati a Costantinopoli. Essi tornarono con una richiesta dell’imperatore: il pontefice doveva riconoscere il patriarca eretico di Costantinopoli e approvare una lettera le cui formulazioni erano, se non apertamente eretiche, almeno dottrinalmente ambigue.   Questa lettera fu esaminata pubblicamente nella basilica di Santa Maria Maggiore, a Roma. Il clero e i fedeli furono talmente scandalizzati da queste ambiguità che rifiutarono di lasciare che il papa iniziasse la celebrazione della messa prima che avesse promesso pubblicamente di non riconoscere il patriarca e di condannarne la lettera.   Mons. Schneider non manca di rilevare il carattere particolarmente attuale di questo episodio. «Che cosa accadrebbe se i laici, in certe assemblee cosiddette sinodali della nostra epoca, chiedessero al papa e ai vescovi di condannare le eresie e le ambiguità più diffuse nella dottrina e nella pratica all’interno della Chiesa?». E aggiunge: «Ecco che cosa sarebbe un metodo sinodale veramente cattolico!».   Perché il papa e i vescovi «non sono i padroni né gli autori della fede, ma devono esserne i custodi, i difensori e gli innamorati fedeli e scrupolosi».

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Il papa «portato» dalle preghiere di una religiosa

La conferenza assume poi una dimensione più spirituale. Mons. Schneider ricorda che i membri della gerarchia, malgrado la loro autorità, sono essi stessi sostenuti dalle preghiere e dai sacrifici dei più umili membri della Chiesa.   A tale proposito riferisce una visione attribuita al cardinale Niccolò Cusano, nel XV secolo. In una piccola chiesa antica, il cardinale scorge più di mille religiose in preghiera. Tutte stanno in piedi, con le braccia aperte e i palmi rivolti al cielo. Nelle loro mani portano misteriosamente uomini, donne, re, imperatori, città e interi Paesi.   Una giovane religiosa, fragile e quasi bambina, porta il papa. Il carico sembra molto pesante per lei, ma il suo volto risplende di gioia. Il cardinale scopre poi la propria persona nelle mani di una religiosa anziana. Distingue le colpe della sua anima e della sua vita. La sua guida gli spiega che queste preghiere sostengono i peccatori che, malgrado le loro debolezze, non hanno smesso di amare Dio.   Ma che ne è di coloro che non amano più? Condotto nella cripta, il cardinale scorge altre religiose che portano questa volta le anime non nelle mani, ma nel cuore. Alcune ritrovano l’amore di Dio grazie a questi sacrifici; altre dovranno rispondere davanti al Giudice divino delle grazie offerte per loro. «Ogni sacrificio porta frutto», conclude il racconto.   Con questa immagine, mons. Schneider sottolinea la potenza nascosta della vita contemplativa e dei sacrifici offerti per la Chiesa, compresi i suoi pastori infedeli.

«Dobbiamo svegliare il Signore»

La crisi attuale non deve condurre i cattolici alla disperazione. Per mostrarlo, mons. Schneider torna all’immagine evangelica della barca degli Apostoli, sballottata dai flutti, mentre Cristo dorme. Il Signore sembra assente, ma è presente. Si leverà e comanderà alla tempesta, come fece sul lago di Tiberiade.   Il vescovo racconta un ritiro predicato dal cardinale Robert Sarah a diversi vescovi in Polonia. Evocando proprio questa scena evangelica, il cardinale aveva dichiarato: «Dobbiamo svegliare il Signore!». Un altro vescovo gli aveva allora risposto: «Eminenza, se dormiamo anche noi, chi sveglierà allora il Signore?».   Come svegliare oggi il Signore? Con una vera tempesta di preghiere, con l’offerta di sacrifici e con atti di riparazione, risponde mons. Schneider.   Riferisce anche un aneddoto del cardinale Joseph Zen, grande difensore della Chiesa in Cina e innamorato della liturgia tradizionale. Interrogato sul suo canto gregoriano preferito, il cardinale aveva scelto l’introito della domenica di Sessagesima: Exsurge, quare obdormis, Domine? Exsurge, Domine, adjuva nos et libera nos. (Alzati, Signore! Perché dormi? Alzati, Signore, aiutaci e liberaci!).   Il cardinale Zen raccontò di aver cantato un giorno questo introito davanti a un cardinale romano che restava sordo alle sue spiegazioni riguardo a una questione importante per la Chiesa. Exsurge! – «Svegliati!».

La Croce, le famiglie e i giovani sacerdoti: i segni della ripresa

Mons. Schneider ricorda che la Croce resta il segno distintivo dei cristiani. Non è una semplice decorazione, ma lo strumento della nostra salvezza. Ave crux, spes unica: «Salve, o Croce, nostra unica speranza!». Le sofferenze sopportate per la fedeltà alla fede non sono inutili quando sono unite al sacrificio di Cristo. Un giorno, afferma, i cattolici ringrazieranno Dio persino per le prove attraversate in mezzo a questa terribile tempesta.   Egli scorge già gli strumenti del rinnovamento della Chiesa nelle grandi famiglie cattoliche, nelle religiose contemplative, negli eremiti, nei giovani fedeli, nei seminaristi e nei sacerdoti che amano la fede e la liturgia tradizionali. «Dio ama proprio servirsi dei piccoli per compiere le sue opere onnipotenti».   Il prelato ricorda anche le parole di mons. Fulton Sheen, rivolte nel 1972 ai Cavalieri di Colombo: «Chi salverà la nostra Chiesa? Non saranno i nostri vescovi. Non saranno i nostri sacerdoti. Non saranno i religiosi. Tocca a voi, fedeli, farlo». Non si tratta per i laici di sostituirsi alla gerarchia, ma di vigilare affinché i sacerdoti agiscano da sacerdoti, i vescovi da vescovi e i religiosi da religiosi.

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La visione di una basilica di San Pietro restaurata

Per concludere il suo intervento, mons. Schneider evoca una visione della beata Anna Katharina Emmerick, avuta durante l’ottava di Natale del 1819. La mistica tedesca vide la basilica di San Pietro a Roma in corso di demolizione. Dei membri del clero partecipavano alla sua distruzione.   Una donna maestosa apparve allora sopra la cupola e distese sulla basilica un manto luminoso, simile all’oro. I demolitori non poterono più avvicinarsi. Dall’altra parte, uomini anziani, malati o dimenticati, numerosi giovani, donne, bambini, chierici e laici si misero a ricostruire l’edificio. La basilica fu presto restaurata.   Apparve poi un nuovo papa, più giovane e più austero del suo predecessore. Allontanò diversi membri del suo entourage, compresi alcuni ecclesiastici di alto rango, e si circondò di altri collaboratori, chierici e laici. Una grande solennità fu allora celebrata nella basilica restaurata. Mons. Schneider vede in questa visione un’immagine confortante della futura restaurazione della Chiesa.   Termina invitando i cattolici a chiedere senza sosta santi papi, che non temano i potenti di questo mondo, non scendano a compromessi con lo spirito del tempo, difendano la fede fino al sangue e trasmettano fedelmente la venerabile liturgia romana. La Santa Sede deve tornare a risplendere come cattedra di verità per il mondo intero.   Nonostante la profondità della crisi, il prelato resta certo dell’esito del combattimento: «Crediamo e speriamo nella vittoria di Cristo sull’occupazione ostile all’interno della Chiesa. Christus vincit!».     Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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Nuvola a forma di Croce sopra Lourdes

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Una stupenda nuvola cruciforme è apparsa al tramonto sul cielo di Lourdes. Il racconto, e le foto, ci arrivano da un lettore, che è fedele della FSSPX e che si trovava a Lourdes con sacerdoti e altri fedeli della Fraternità.

 

Interrogato da Renovatio 21 sulla situazione, ci ha risposto che la nuvola si è palesata dopo il Santo Rosario recitato con don Chad Kinney, FSSPX nella spianata del santuario di Lourdes. «Mi trovavo con un’amica, e prima di tornare all’albergo, ci siamo attardati un pò per visitare la basilica sotterranea di San Pio X» scrive il fedele. «All’uscita, poco dopo le 18 abbiamo notato l’immagine del Crocifisso in cielo e l’abbiamo fotografata. Questo è tutto!»

 

Di fatto, la faccenda è davvero semplice: un segno di purezza, di bellezza, di giustizia – in una parola, di sacro – che appare in cielo. Solo nel mondo secolarizzato, cioè massonizzato e satanizzato, ciò stupisce.

 

Nel frattempo, la persecuzione delle autorità di Lourdes verso la FSSPX continua.

 

Come riportato da Renovatio 21, due mesi fa il vescovo di Tarbes e Lourdes monsignor Jean-Marc Micas aveva ritirato alla Fraternità il permesso di celebrare la Santa Messa, i sacramenenti e di dire preghiere pubbliche. È lo stesso prelato che poche settimane fa aveva favorito un pellegrinaggio «islamico-cristiano» fin dentro i luoghi dell’apparizione mariana.

 

Come riportato da Renovatio 21, la FSSPX aveva mantenuto il progetto di pellegrinaggio, ed è proprio questo con la nuvoletta a vegliare sui fedeli.

 

Infovaticana ad inizio settimana aveva informato che le «autorità francesi hanno vietato le due processioni religiose che la Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) aveva previsto per i giorni 24 e 25 ottobre a Lourdes, adducendo la minaccia terroristica e la mancanza di personale di polizia per garantire la sicurezza dei partecipanti».

 

Si tratta del combinato disposto della chiesa e dello Stato francesi, da decadi nemici acerrimi della FSSPX nel Paese un tempo cristianissimo. C’è da dire che – realtà in vera espansione – in Francia la Fraternità Sacerdotale San Pio X conta 46 priorati, 186 cappelle, 63 scuole di vario ordine e grado, 3 centri di ritiro spirituale. Tutti sempre pieni: a differenza delle chiese conciliari, che nel Paese vengono incendiate o abbattute.

 

Rimane, tuttavia, questo bel segno celeste del pellegrinaggio proibito dei FSSPX a Lourdes. Davvero incontrovertibile.

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Mons. Viganò: «i regni degli uomini vivono del sangue dei loro sudditi; il Regno di Cristo vive del sangue del Suo Re»

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Renovatio 21 pubblica l’omelia dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò nella festa di Cristo Re.    

QUOD SCRIPSI, SCRIPSI

Omelia nella Festa di Cristo Re

Dicit ei Pilatus: Ergo rex es tu?

Respondit Jesus: Tu dicis quia rex sum ego.

Jo 18, 37

    Dilettissimi Fratelli e Sorelle,
 
Due sono gli uomini che, nel Vangelo di questa solennità, parlano di regalità: uno è il Re, incatenato e silenzioso; l’altro è il giudice, che siede in tribunale e ignora di essere giudicato. Pilato interroga, e crede di condurre l’interrogatorio; ma chi lo ascolti con orecchio attento si avvede che la domanda Ergo rex es tu? è posta dal Prigioniero al pretorio, e dal pretorio all’intero universo.
 
È la domanda alla quale ogni uomo, ogni famiglia, ogni Stato dovrà rispondere, e dalla cui risposta dipende la sorte eterna delle anime e il destino temporale delle nazioni.

I. Un versetto mutilato

Si è soliti citare solo versetto di quel dialogo, e citarlo a metà: Regnum meum non est de hoc mundo. Il Regno di Cristo – si afferma – non è di questo mondo; dunque nulla ha da pretendere dalle leggi, dalle scuole, dai tribunali e dai parlamenti; dunque la Fede è affare di sacrestia, e il Re può ben restare nel tabernacolo, purché non osi uscirne.
 
Ma osserviamo bene come prosegue il testo, e con quale esattezza. Nostro Signore non dice: regnum meum non est in hoc mundo, bensì non est de hoc mundo; e subito aggiunge: nunc autem regnum meum non est hinc.
 
La preposizione de indica l’origine, non l’ambito. Il Regno di Nostro Signore non trae da questo mondo né il proprio titolo, né il proprio potere, né le proprie armi: si ex hoc mundo esset regnum meum, ministri mei utique decertarent. Ma da ciò non ne consegue affatto che il Suo Regno non debba stendersi su di questo mondo: ne consegue anzi il contrario, perché ciò che discende dal Cielo è sovrano su ciò che sta quaggiù.
 
Il Pater Noster, che il Re stesso ci ha insegnato, non dice forse: adveniat regnum tuum, fiat voluntas tua sicut in cælo et in terra? La terra, dunque, e non soltanto le coscienze. Venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà in terra, come le schiere angeliche e le anime beate la fanno in cielo.
 
Sant’Agostino, commentando questo passo, osserva che il Signore non ha detto non est in hoc mundo, ma non est de hoc mundo, perché il Suo Regno è qui, nel mondo, fino alla fine dei secoli, sebbene non sia di qui. Il sofisma modernista vive di una frode, che fonda il proprio empio laicismo su una falsa traduzione.

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II. Il giudice che si lava le mani

Guardiamo ora Pilato, che è la figura emblematica dello Stato che vuole restare neutrale dinanzi a Dio. Egli riconosce l’innocenza dell’Accusato: ego nullam invenio in eo causam. Ne sa abbastanza per assolverLo; ma teme il tumulto, calcola il consenso, e dopo aver interrogato la Verità in persona con la celebre domanda: quid est veritas?, se ne va senza attendere la risposta. Non ha scelto di negare Cristo: ha scelto di non decidere. E poiché il non decidere è già decidere, egli consegna al supplizio il Re dei re, e si lava le mani dinanzi alla folla.
 
È il gesto che i secoli hanno visto ripetersi. Lo Stato che si proclama incompetente in materia di verità, che tratta il vero e il falso come opinioni egualmente degne di tutela, che dichiara di non conoscere né il Decalogo né il Vangelo, non è neutrale: è Pilato. E Pilato, notate bene, non fu assolto dalla Storia per la propria astensione, né dal Credo, che lo nomina quotidianamente: passus sub Pontio Pilato. Il suo nome è sopravvissuto a quello di tutti i procuratori di Giudea, perché la neutralità dinanzi a Cristo non è una posizione: è una sentenza.
 
Fu questo il male che Pio XI ravvisò nel 1925, quando istituì la festa che oggi celebriamo. Dopo la grande guerra, mentre le nazioni si credevano riconciliate dalla sola diplomazia, egli scrisse nella Quas Primas che la peste del suo tempo era il laicismo, e che non vi sarebbe stata pace durevole tra gli uomini finché individui e Stati avessero rifiutato di riconoscere la sovranità del Salvatore.
 
Non è un caso che egli abbia fissato la solennità all’ultima domenica di Ottobre, alla vigilia di Tutti i Santi: perché il Re è Sovrano dei Santi che regnano con Lui, e il Suo trionfo è il compimento della loro vittoria.

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III. Quod scripsi, scripsi

Ma il Vangelo ha riservato a Pilato una sorpresa, e a noi una lezione. Dopo la condanna, l’uomo che aveva rifiutato di decidere decide una cosa sola, e la decide con ostinazione: scrive il titolo della Croce. Scripsit autem et titulum Pilatus, et posuit super crucem: Jesus Nazarenus, Rex Judæorum. E lo scrive in tre lingue: hebraice, græce et latine; cioè nella lingua della Rivelazione, in quella della Sapienza e in quella del Diritto.
 
Tutto il mondo allora conosciuto, tutte le forme del sapere e del potere, ricevono la medesima notifica pubblica: Questi è il Re.
 
I sommi sacerdoti protestano: Noli scribere: Rex Judæorum, sed quia ipse dixit: Rex sum Judæorum. Chiedono, in sostanza, che la regalità sia ridotta ad un’opinione dell’Accusato, ad una pretesa personale che nulla impegni. E Pilato, che non aveva saputo difendere un innocente, trova di colpo la fermezza che gli era mancata: Quod scripsi, scripsi. Ciò che ho scritto, ho scritto.
 
Fratelli carissimi, non cerchiamo qui la conversione di Pilato, che il Vangelo non ci narra. Contempliamo piuttosto la Provvidenza, che si serve perfino di un’anima vile per fissare, in forma pubblica e irrevocabile, la sovranità del Crocifisso.
 
Come Caifa aveva profetizzato senza saperlo, così Pilato legifera senza volerlo: il titolo è affisso, e nessun tribunale, nessuna rivoluzione, nessun concilio e nessun sinodo, potrà più staccarlo dal legno. Gli uomini hanno potuto rimuovere il crocifisso dalle aule e dai cimiteri; non hanno potuto cancellare il decreto.
 
Quod scripsi, scripsi: il Re è proclamato, e la proclamazione è definitiva.

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IV. Regnavit a ligno Deus

Vi è tuttavia nel mistero della Croce una profondità che sorpassa la stessa ironia di Pilato. L’antico inno di Venanzio Fortunato canta: Regnavit a ligno Deus. Dio regna dalla Croce. Non dopo il legno, non malgrado il legno, ma dal legno: perché la Croce è il trono, e il Sangue è la porpora, e il Costato aperto è la corte da cui il Re distribuisce le Sue Grazie.
 
Su questo si fonda il duplice titolo con cui Pio XI ci insegna a confessare la regalità di Nostro Signore. Egli è Re jure naturæ, per l’unione ipostatica, poiché Colui che è uomo è anche Dio, e come tale gli appartengono tutte le creature. Ma è Re anche jure acquisito, per diritto di conquista: redempti estis pretio magno (1 Cor 6, 20), siete stati comprati a caro prezzo.
 
Non siamo Suoi soltanto perché ci ha creati, ma perché ci ha riscattati: non possiamo più disporre di noi stessi come di un bene nostro. Questo, e non altro, è il fondamento della Regalità sociale di Cristo: se lo Stato è composto di uomini riscattati, nessuno di loro può affermare di governare in nome proprio e non in nome del Redentore; se la famiglia è sorta da un Sacramento, nessuna legge umana può dichiarare sciolto ciò che Cristo ha unito; se la scuola forma anime battezzate, nessuna dottrina può avere diritto di cittadinanza contro quella che le ha salvate.
 
Né vi è da temere, come taluni insinuano, che una simile Regalità sia tirannide. Essa è la sola autorità che non teme di essere giudicata dalla propria vittima, perché essa stessa è stata crocifissa; è la sola che non chiede ai sudditi ciò che non abbia già dato. Jugum meum suave est, et onus meum leve (Mt 11, 30).
 
I regni degli uomini vivono del sangue dei loro sudditi; il Regno di Cristo vive del sangue del Suo Re.

V. La liturgia ferita e il Re spodestato

Mi si consenta, cari fedeli, una considerazione che tocca da vicino quest’altare. Quando la Santa Chiesa istituì la festa di Cristo Re, volle collocarla in un giorno che esprimesse un messaggio, cioè prima della solennità di Tutti i Santi, perché la Regalità precede la gloria dei Santi, e li governa.
 
Quel disegno fu alterato: la riforma conciliare ha trasferito questa festa alla fine dell’anno liturgico, e la sua stessa fisionomia è mutata, sicché il Re è presentato come il compimento escatologico dell’universo piuttosto che come il Sovrano che oggi, qui, nel nostro mondo, esige il nostro omaggio pubblico.
 
Non è una questione di calendario: è una questione di grammatica teologica. Spostare la festa è parso a molti un dettaglio. Ma chi ricordi il versetto mutilato di cui parlavamo all’inizio riconoscerà la medesima tecnica: si toglie una preposizione, si sposta una data, per cancellare progressivamente la sola idea di una Regalità divina.
 
Voi, che siete qui oggi per il Santo Sacrificio nel rito di sempre, e nel giorno in cui Pio XI volle che si celebrasse, rendete a Nostro Signore ciò che ormai quasi tutti Gli negano: un omaggio pubblico.
 
Il Sacrificio che si offre su quest’altare è il medesimo che si consumò sul Calvario sotto il titolo di Pilato; il sacerdote vi rinnova in persona Christi l’atto con cui il Re ha preso possesso del mondo. E il canto dell’Introito che abbiamo udito ci rammenta che la Regalità dell’Agnello è la Regalità di Colui che è stato immolato: Dignus est Agnus qui occisus est accipere virtutem et divinitatem et sapientiam et fortitudinem et honorem,

VI. Che cosa significa, oggi, confessare il Re

E allora, che cosa ci è chiesto? Non gesti clamorosi, né eroismi che il Signore non ci domanda: ci è chiesto di non fare come Pilato.
 
Che cosa farà il padre di famiglia, quando gli si chiederà di tacere in pubblico ciò che crede in privato? Che cosa il professionista, l’insegnante, il medico, il giornalista, dinanzi alla pressione di una legge che contraddice quella di Dio?
 
Potranno rispondere, come i Cristeros del Messico: Viva Christo Rey! e questa sola risposta basterà, perché il Re ha promesso di riconoscere dinanzi al Padre chi Lo avrà riconosciuto dinanzi agli uomini (Mt 10,32).
 
Ricordiamoci le parole del titulus: sono scritte in tre lingue, e noi dobbiamo scriverle nelle tre dimensioni in cui si svolge la nostra esistenza. Nell’ebraico, che è la lingua della Rivelazione: quindi nel culto e nella preghiera, perché il primo omaggio al Re è l’adorazione. Nel greco, lingua del pensiero: quindi nell’intelligenza, perché la Fede è un assenso della ragione illuminata e non un sentimento. Nel latino, lingua del diritto: quindi nella vita sociale, perché il Re ha diritto che le Sue leggi siano riconosciute nelle leggi degli uomini.
 
Il mondo, che ha deciso di non sapere più chi sia il suo Re, ha finito per ritrovarsi con una moltitudine di piccoli e grandi tiranni. Chi non vuole il giogo soave di Cristo si ritrova, presto o tardi, sotto il giogo pesante di ciò che Gli usurpa la Signoria. Ma noi sappiamo che oportet illum regnare (1 Cor 15,25): bisogna che Egli regni, finché abbia posto tutti i nemici sotto i Suoi piedi. E sappiamo chi sarà l’ultimo nemico a cadere: la morte.

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VII. Regina Regni

Cari Fedeli, volgiamo lo sguardo a Colei che stava presso la Croce mentre Pilato scriveva e il titolo veniva affisso: stabat juxta crucem Jesu mater ejus. Ella ha letto per prima, sotto il legno, la scritta che decretava il Figlio Re; e ha creduto, quando tutti gli Apostoli, tranne uno, erano fuggiti. Per questo la Chiesa La invoca Regina, perché Colei che ha creduto alla Regalità del Crocifisso quando più era oscurata, ha meritato di sedere alla destra del Re quando essa è più splendente.
 
Preghiamo dunque il Re per mezzo della Regina Crucis, perché affretti il Suo ritorno trionfale nelle società rinnegate; perché tocchi i cuori di coloro che, come Pilato, sanno ma non osano; perché doni a noi la fermezza di scrivere, con la vita, ciò che Pilato fece scrivere con l’inchiostro.
 
Non ritratteremo. Christus vincit, Christus regnat, Christus imperat.
 
E così sia.  

+ Carlo Maria Viganò,

Arcivescovo

Viterbo, 25 Ottobre MMXXVI

Dominica ultima Octobris, D.N.J.C. Regis

 

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