Bioetica
«Non utilizzare gli organi di una ragazza di 16 anni mi pareva un delitto»: parla «l’uomo dei trapianti»
Un quotidiano a tiratura nazionale, Il Giornale, lo scorso 20 gennaio ha pubblicato un singolare articolo-intervista a colui che nel titolo è definito «l’uomo dei trapianti».
Si tratta di un professore ordinario di malattie infettive e tropicali considerato il principale soggetto di riferimento a livello nazionale per il trapianto di organi in caso di problematiche infettivologiche.
Apprendiamo così che dal 1999 il professore «vive reperibile giorno e notte, tutti i giorni dell’anno, Natale, compleanni, influenza, vacanze comprese perché è a lui che i centri di coordinamento regionali trapianti di tutta Italia fanno riferimento quando ci sono organi da donare». Da più di un quarto di secolo, dunque, costui «sceglie a chi dare gli organi», è scritto nell’occhiello del pezzo. Egli «è da 25 anni la Second Opinion Nazionale per le problematiche infettivologhe [sic] quando si tratta di donare gli organi. A lui spetta l’ultima parola, accendere o meno la luce verde anche quando i segnali non sono così chiari».
«Un impasto perfetto di prontezza e coraggio e la responsabilità pesa a volte quanto la solitudine nell’essere un numero primo» continua l’articolo, che cita la spiegazione dell’uomo: «Da quando il soggetto diventa donatore, abbiamo tre ore di tempo per decidere se è o meno idoneo».
Sono forniti dati numerici interessanti: «ogni quanto mi squilla il telefono? Ho appena finito di stilare il report di fine anno: sono 900 telefonate, una media di tre al giorno».
Viene poi riportato un episodio specifico. «Un paio di anni fa venne trovata una giovane su una spiaggia in Puglia. Stava male e morì poco dopo. Aveva partecipato a un Rave party e non si sa cosa avesse fatto e con chi era stata. Mi chiedono cosa fare. Non era semplice decidere, i chirurghi di riferimento dei riceventi cercavano di convincere i pazienti a rinunciare».
«Eppure non utilizzare organi di una ragazza di 16 anni mi sembrava un delitto. Ho parlato con loro e ho condiviso gli algoritmi di compatibilità, ho spiegato la situazione, rischi e vantaggi. Alla fine hanno firmato tutti il consenso, si sono fidati e oggi stanno tutti bene» racconta il professore, definito da Il Giornale come un «pioniere dall’aria modesto, che parla delle sue straordinarie conquiste come se fosse cosa di tutti i giorni».
Apprendiamo che «è stato il primo a vincere una scommessa che tutti davano per folle: trapiantare gli organi di malati di COVID».
«Primi al mondo a usare donatori positivi. Era novembre del 2020, il vaccino non c’era ancora. Eravamo in piena pandemia e mi arriva una chiamata. Un ragazzo di 14 anni, si era suicidato» rammenta il professore. «Abbiamo trapiantato gli organi a pazienti guariti dal COVID. Pochi mesi dopo ci hanno seguito gli altri Paesi. Sembrava un azzardo ma abbiamo aperto la strada a centinaia di vite salvate».
A questo punto, l’intervistato si lascia andare ad alcune amare riflessioni: «si perdono tanti organi. L’Italia purtroppo è il secondo Paese con un tasso elevatissimo di germi resistenti all’antibiotico. Peggio di noi solo la Grecia, Questo significa che davanti ad alcune infezioni non abbiamo armi e gli organi sono inutilizzabili».
Tuttavia, «per l’HIV è un discorso diverso. Oggi si cura facilmente. Nel 2017 siamo stati il primo Paese in Europa a trapiantare organi tra HIV positivi. Il modello italiano è stato ancora una volta pionieristico. Da anni sono nel Consiglio d’Europa e ho potuto fare l’estensore delle linee guida europee in materia».
Si delinea dunque il prossimo obiettivo: «c’è altro che possiamo fare: il trapianto da positivi a negativi», dice il professore, e l’articolista conclude con un tono di utopica speranza: «sarebbe un’altra vittoria per l’uomo».
Ricordiamo, infine, il titolo dato al pezzo dal quotidiano: «Io sempre al telefono decido in un momento a chi donare una vita».
Come può vedere il lettore, non commentiamo nulla riguardo ai contenuti dell’articolo.
Ci sia consentito tuttavia andare indietro con la memoria al 1962: nel novembre di quell’anno la rivista Life pubblica un articolo intitolato «Decidono chi vive, chi muore: il miracolo medico pone il peso morale su un piccolo comitato». Si parlava di una «commissione-dio» di un ospedale che decideva quali pazienti si dovessero curare con i macchinari per la dialisi, allora appena introdotti e rarissimi.
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L’articolo, scritto dalla celebre giornalista americana Shana Alexander (1925-2005), aprì un immenso dibattito negli Stati Uniti e in tutto il mondo: davvero degli uomini potevano arrogarsi decisioni sulla vita e sulla morte del prossimo? In base a quali criteri? Chi stabiliva quali fossero questi criteri? Cosa accadeva poi a chi non veniva prescelto? E a chi veniva prescelto?
Si trattava del problema dell’allocazione delle risorse sanitarie, rispuntato – molto in sordina ma con episodi inquietanti se non sconvolgenti – anche durante il COVID. Nel 1962, la questione della dialisi favorì lo sviluppo di quel ramo della conoscenza chiamato Bioetica, con comitati e pensatori pronti a riflettere su questo dilemma.
Ora ci domandiamo: il «dilemma», in medicina, esiste ancora?
Parlare di poteri immensi in mano ai medici oggi non scandalizza più, anzi, può essere visto come una virtuosa responsabilità.
Vogliamo chiedere al lettore se non pare anche a lui che il mondo sia cambiato un pochino: chiamatelo pendìo scivoloso, chiamatela Finestra di Overton, chiamatela rana bollita, chiamatelo «Progresso».
Per noi non è altro che lo scivolamento della società verso la negazione della dignità umana, biologica e morale: in una parola, Necrocultura, vero volto della medicina moderna.
Roberto Dal Bosco
Alfredo De Matteo
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Corte indiana stabilisce che una donna può abortire a causa dello «stress» derivante da «discordie coniugali»
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Circa il 40% delle donne soffre di un dolore profondo per anni dopo un aborto: studio
Secondo uno studio pubblicato di recente, quasi il 40 percento delle donne che hanno subito una perdita di gravidanza, a causa di un aborto o di un aborto spontaneo, riferiscono di provare un dolore intenso anche 20 anni dopo. Lo riporta LifeSite.
La straordinaria scoperta proviene da uno studio sul dolore per la perdita di una gravidanza, pubblicato lunedì, che ha coinvolto in modo casuale donne americane sui 40 anni. Lo studio ha classificato le donne che hanno abortito in base al grado in cui desideravano o accettavano l’aborto.
La percentuale più alta di donne ha dichiarato che l’aborto è stato accettato ma non è coerente con i propri valori (35,5%), seguita dalle donne che desideravano abortire (29,8%), dalle donne che non desideravano abortire (22,0%) e dalle donne che sono state costrette ad abortire (12,7%).
Il 70,2% delle donne che hanno segnalato l’aborto come incoerente con i propri valori, indesiderato o forzato presentava un rischio significativamente più elevato di soffrire di un lutto intenso e prolungato, noto come disturbo da lutto prolungato (PGD) o lutto complicato. Secondo lo studio, questo disturbo è «caratterizzato dall’incapacità di passare dal lutto acuto al lutto integrato… e può influire negativamente sulla salute fisica, sulle relazioni e sulla vita quotidiana».
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Le donne costrette ad abortire presentavano il rischio più elevato di PGD, pari al 53,8%, mentre le donne che dichiaravano di voler abortire presentavano il rischio più basso, pari al 13,9%.
Ben il 39 percento delle donne che hanno subito una qualsiasi forma di aborto ha dichiarato che «i peggiori sentimenti negativi persistono in media per 20 anni dopo la perdita», evidenziando la necessità di educare le donne sui rischi dell’aborto per la salute mentale.
Livelli elevati di dolore sono stati associati anche a eventi dirompenti come pensieri intrusivi, incubi, flashback e, in generale, «interferenze con la vita quotidiana, il lavoro o le relazioni».
In particolare, quando questo dolore segue un aborto, è spesso esacerbato dal senso di colpa e può anche essere prolungato dalla riluttanza a parlarne in terapia o con un confessore, un pastore o un direttore spirituale. Come osserva lo studio, «casi di studio hanno dimostrato che molte donne, anche quelle che cercano assistenza per la salute mentale, sono riluttanti a rivelare la propria storia di aborti a meno che non vengano espressamente invitate a farlo».
La ricerca supporta un altro studio pubblicato a settembre, «Persistent Emotional Distress after Abortion in the United States», che ha scoperto che sette milioni di donne statunitensi soffrono di grave stress emotivo post-aborto.
Entrambi gli studi confutano l’affermazione spesso citata del Turnaway Study, basata su un campione non rappresentativo di centri per l’aborto, secondo cui qualsiasi sofferenza post-aborto che una donna possa provare è lieve e scompare dopo circa due anni.
Gli studi mettono in discussione anche la base fattuale dell’«aborto terapeutico», ovvero l’affermazione che l’aborto in genere migliora la salute mentale delle donne con gravidanze problematiche, che è la base per pensare alla pratica come una forma di «assistenza sanitaria» e per la sua giustificazione legale in molte giurisdizioni.
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