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Sanità

Non cercano il tasso di reinfezioni. Perché?

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Leggendo i vari report sanitari che da due anni vengono aggiornati quotidianamente da tutti i Paesi Occidentali, balza all’occhio una lacuna enorme. Questi report infatti non raccolgono il numero di ricontagi.

 

Le autorità sanitarie catalogano i casi COVID sotto molti parametri (età, genere, regioni geografiche, etc.) e la raccolta dati è stata ulteriormente aggiornata introducendo nuovi parametri monitoriati: ad esempio, avrete fatto caso che da dicembre 2021 – per argomentare l’utilità della terza dose – i report inglesi e italiani hanno introdotto lo screening di parametri nuovi come il conteggio dei casi positivi distinti tra persone vaccinate da più di 120 giorni e meno di 120 giorni.

 

Possiamo immaginare che questa raccolta dati sia stata aggiornata semplicemente facendo una domanda ai pazienti (o cercando banalmente nella rispettiva cartella clinica): quando il paziente aveva fatto l’ultima dose di vaccino? Più o meno di 120 giorni dal momento in cui è stato trovato positivo?

 

Però, facendo un po’ di storia delle gestione pandemica, balza all’occhio una lacuna incredibile: nessuno ha mai cercato se e quanto tempo prima un paziente fosse giù risultato positivo. Cioè, nessuno ha mai cercato qual è la possibilità di ricontagiarsi dal COVID.

 

Questo è ciò che permetterebbe di capire la copertura immunitaria acquisita naturalmente da infezione COVID e confrontarla con quella acquisita tramite le vaccinazioni disponibili.

 

Provate a fare questa domanda al ministero della Salute: un soggetto non vaccinato che ha avuto l’infezione può reinfettarsi e quando? Tale soggetto mai vaccinato e infettato può poi reinfettarsi più facilmente rispetto a un soggetto vaccinato che ha comunque avuto l’infezione?

 

Non è possibile rispondere, perché incredibilmente nessuna autorità sanitaria sta ricercando questo banale (e doveroso) parametro, per cui vi sono solo supposizioni basate su qualche screening a posteriori, i cui numeri non sono però divulgati né accertabili.

 

Troviamo da mesi opinioni discordanti a riguardo, espresse da qualche virostar sui giornali, senza che vi siano alle spalle dati strutturati, nemmeno si trattasse del campionato di fantacalcio.

 

Eppure i dati da studiare già esisterebbero: esistendo la banca dati su cui si fonda il green pass, sarebbe sufficiente estrarre i dati in modo anonimo e verificare quanti e quali pazienti hanno avuto più casi di reinfezione. Sarebbe un lavoro di Big Data che richiederebbe qualche ora coi moderni database in uso dalle autorità sanitarie. Quindi, virtualmente dato già esiste, ma nessuno lo estrae dai database del sistema sanitario.

Ora, non serve scomodare Conan Doyle, per dedurre che se questi dati portassero acqua al mulino della vaccinazioni del Ministero della Salute, li avremmo già visti raccolti e pubblicati. Ma così non è.

 

Esattamente come abbiamo visto introdotto il parametro «vaccinato da più di 120 giorni» a dicembre 2021 per convincere le persone a farsi il booster. È altresì probabile che proprio tale parametro verrà tolto dai report qualora si scoprisse che anche la dose booster decade dopo 120 giorni.

 

Cosa che sembra ormai di dominio pubblico se ne parla pure il Corriere del 27 marzo:

 

«Quanto dura la protezione della terza dose di vaccino? Si tende a pensare che la durata sia di almeno quattro mesi, ma il tempo varia da individuo a individuo in quanto la risposta allo stimolo vaccinale è molto soggettiva».

 

Il fatto, dunque, che il tasso di reinfezioni non sia mai stato pubblicato – nonostante sarebbe già raccolto e potenzialmente processabile come spiegato sopra – lascia dedurre che il regime sanitario troverebbe in esso un argomento sfavorevole alle direttive dell’autorità.

 

Di quale argomenti si potrebbe trattare?

 

Le ipotesi si stringono a due:

 

1) potrebbe emergere che la percentuale di persone non vaccinate o vaccinate che contrae infezione sviluppa una protezione naturale molto duratura. E siccome le persone che hanno avuto il COVID sono stimate a circa il 30 % della popolazione totale, questo toglierebbe argomenti per obbligare ai richiami il 30% della popolazione. Dunque, se ci svelassero che un contagiato è altamente coperto da reinfezione per 12 mesi, avremmo un argomento scientifico facile per rifiutare la vaccinazione per i prossimi 12 mesi.

 

Più il governo ti rivela che un guarito è coperto, più si abbassa lo stato di emergenza sanitaria. Fino a diventare endemia, cioè un virus col quale si convive, come tanti.

 

Ecco che allora il governo sanitario non deve renderlo noto e deve far credere di essere sempre altamente esposti al pericolo di ricontagio.

 

2) oppure potrebbe emergere qualcosa di ancora più sfavorevole al regime sanitario vaccinista: si potrebbe scoprire che una persona mai vaccinata e contagiata sviluppa una difesa contro la reinfezione superiore a quella di un soggetto vaccinato e infettato.

 

Questo scenario scatenerebbe addirittura una richiesta di risarcimento danni da parte dei soggetti vaccinati, visto che la vaccinazione risulterebbe peggiorativa.

 

Un soggetto non a rischio – prendiamo un ragazzo – direbbe infatti «mi sarebbe allora convenuto fare il COVID piuttosto che sottopormi alle tue 3 dosi di vaccino».

 

L’idea può essere venuta a moltissimi, vista l’aneddotica circolata soprattutto durante l’ultima ondata, quella di inizio inverno: soggetti giovani guariti non contagiati, nonostante contatto pieno con i positivi; soggetti omologhi freschi di booster ammalati.

 

Questo dimostrerebbe che in certi soggetti l’immunità naturale acquisita è potente e duratura.

 

Esistono spiegazioni possibili a questa dinamica? Sì. E per certo alcune sono scientificamente basate.

 

A) I vaccini mRna «addestrano» il sistema immunitario a riconoscere la proteina spike del virus, che tuttavia rappresenta una parte specifica dello stesso. E siccome le vaccinazioni mRna ancora oggi in uso sono state progettate sulla spike della prima versione del COVID del 2020 (la variante Alfa), rimane plausibile che il sistema immunitario non riconosca allo stesso modo varianti che abbiano una proteina spike che si discosta di molto da quella Alfa.

 

La cosa invece non accade se il sistema immunitario ha imparato a riconoscere tutta la superficie del virus (e non solo la spike), cosa che tendenzilmente avviene a seguito di infezione naturale.

 

A questo punto – poiché non cercano questi dati come sopra spiegato – non è chiaro se un soggetto vaccinato che prenda il COVID riesca a sviluppare immunità su tutta la superficie del virus oppure se la vaccinaizone mRna gli precluda questa possibilità. Ciò  sarebbe un fenomeno gravissimo di immunodeficienza acquisita, di cui ci sono alcune recenti prove in laboratorio, e di cui parleremo in un altro articolo dedicato.

 

B) Un team italiano ha svolto uno studio pubblicato da Lancet a dicembre 2021 che avevamo già esposto su Renovatio 21. La vaccinazione mRNA elimina gli anticorpi neutralizzanti dalle mucose orali. Queste sono la prima barriera di contrasto all’infezione.

 

A questo riguardo si osserva che tale fenomeno accertato potrebbe essere peggiorativo anche della salute di soggetti non vaccinati che hanno sviluppato immunità naturale a seguito di infezione: noi siamo portati a credere che con le altre ondate influenzali (con altri coronavirus) il tasso di ricontagio fosse più basso di quello che vediamo oggi.

 

Ma in quei contesti non c’era il 90% della popolazione che aveva perso anticorpi neutralizzanti a seguito di vaccinazione mRNA.

 

Pertanto potremmo aver un numero maggiore di soggetti non vaccinati che sembrano sviluppare immunità naturale meno duratura rispetto alle altre forme influenzali per il semplice fatto che il 90% di popolazione vaccinata li espone a continui ricontagi. Cosa che normalmente non avviene perché il «gregge» aiuta a limitare la circolazione del virus.

 

In altre parole – avendo vaccinato il 90 % della popolazione che rimane poi priva di anticorpi neutralizzanti nelle mucose orali – si verificherebbe quella che potremmo chiamare una anti-immunità di gregge.

 

Cosa che nelle normali epidemie influenzali non avveniva.

 

C) con una normale influenza l’immunità naturale dura pochi mesi perché il sistema immunitario viene stimolato contemporanemente in milioni di soggetti ed in tutti questi la copertura va scemando simultaneamente. Ma che cosa accade se la diffusione del contagio viene dilazionata attraverso misure di contenimento (lockdown, isolamenti, mascherine e tamponi)?

 

Accade che un soggetto si troverà mediamente esposto a continui contatti col virus che ne stimoleranno continuamente la risposta immunitaria.

 

Dunque, un ragazzo che fosse guarito dal COVID – frequentando in seguito la scuola che mantiene misure di contenimento – potrebbe avere una risposta immunitaria al massimo grado per molti mesi: appunto perché i suoi compagni di classe non si ammalano tutti contemporanemante a lui, ma pochi alla volta. Si tratta di fatto di continui booster naturali per un soggetto già guarito. Dopo un certo arco di tempo tutta la classe dovrebbe trovarsi ad essere iper protetta e la circolazione sarebbe soffocata, essendo composta da soggetti guariti e ampiamente «boosterati» tra di loro.

 

Questo però non sta avvenendo, nonostante il tasso dei contagi sia sempre molto alto. Dunque, non dipende dal fatto che le misure di contenimento funzionino troppo efficacemente, bensì dipende necessariamente dal fatto che qualcuno non riesce mai ad acquisire immunità naturale rispetto al virus: cioè continua a contagiarsi e a ricontagiare.

 

Quanti sono? Domandiamo, non è che sono in maggioranza i soggetti vaccinati a presentare questo inconveniente?

 

Non lo sappiamo, perché nessuno cerca questo parametro.

 

Ma dovremmo cercarlo, perché se fossero i soggetti vaccinati a presentare questo inconveniente, significherebbe che proprio la campagna vaccinale prolungherà la circolazione del COVID all’infinito.

 

In conclusione, senza che le autorità sanitarie si degnino di pubblicare i dati sui ricontagi, tutte le questioni sopra indicate rimarranno indeterminate. È  questo che vogliono?

 

Lo stesso dicasi della questione legata alla «velocità di diffusione» delle nuove varianti. Quando sentiamo dire che le nuove varianti si sono diffuse perché sono più veloci a diffondersi, potremmo essere in presenza di una confusione logica tra effetto e causa.

 

Ad esempio, per ipotesi, il fatto che la variante Omicron si diffonda più velocemente della variante Delta potrebbe essere semplicemente l’effetto di un indebolimento collettivo del sistema immunitario causato dalla vaccinazione, e non la causa della minore performance del sistema immunitario rispetto alla variante. Cioè, significherebbe che, se nessuno si fosse vaccinato, la velocità di diffusione della variante Omicron sarebbe rimasta e percepita analoga a quella della Delta.

 

Esiste una prova di questa ipotesi?

 

Certamente esiste e l’abbiamo dimostrata su Renovatio 21 coi numeri dei report inglesi: dopo alcune settimane i vaccinati hanno un tasso di contagio che è il doppio rispetto ai non vaccinati.

 

Il che spiega come – visto dall’esterno – sembra che complessivamente la variante Omicron abbia una velocità di diffusine più elevata. In realtà non è la variante ad avere intrinscamente una maggiore velocità di diffusione, bensì la maggiore velocità di diffusione dipende dal fatto che essa trovi la strada spianata in una popolazione vaccinata al 90%.

 

Il sospetto è che nessun governo mai pubblicherà i dati sui ricontagi divisi per cluster (mai vaccinati, vaccinati doppia dose e vaccinati tripla dosi) perché questi argomenti diventerebbero autoevidenti. E i cittadini chiederebbero i danni o rigetterebbero ulteriori obblighi vaccinali.

 

A maggior ragione invece – se i dati sui ricontagi supportassero le campagne vaccinali – perché i governi non li hanno ancora pubblicati? Sarebbe così facile.

 

 

Gian Battista Airaghi

 

 

 

 

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Sanità

Il procuratore generale della Florida annuncia un’indagine su Fauci

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Il procuratore generale repubblicano della Florida, James Uthmeier, ha annunciato mercoledì che il suo ufficio avvierà una propria indagine sull’ex responsabile della Casa Bianca per l’emergenza coronavirus, il dottor Anthony Fauci, per stabilire se sia possibile formulare accuse a livello statale per le azioni per le quali ha ricevuto la grazia federale.

 

Fauci era stato convocato davanti alla Commissione per la Sicurezza Interna e gli Affari Governativi del Senato, dove si era avvalso del Quinto Emendamento (che tutela il diritto a non rilasciare testimonianze autoincriminanti) per oltre 100 volte in risposta a una serie di domande sul suo ruolo nella risposta federale al COVID, sulle discrepanze tra le sue dichiarazioni pubbliche e le sue effettive conoscenze private, e sulle origini del virus.

 

Poco prima di lasciare l’incarico nel gennaio 2025, l’ex presidente Joe Biden ha concesso la grazia a Fauci per qualsiasi cosa avesse potuto fare tra il gennaio 2014 e la fine della sua presidenza, lasciando i repubblicani a livello nazionale divisi su cosa, eventualmente, si possa e si debba ancora fare per ritenerlo responsabile. Tuttavia, il potere di grazia presidenziale si applica solo ai reati federali, il che rende Fauci potenzialmente vulnerabile a ipotetiche accuse a livello statale.

 

«La mancanza di sincerità di Fauci nei confronti del Congresso è incredibile», ha annunciato Uthmeier. «Il mio ufficio avvierà un’indagine sul dottor Fauci. È ora di scoprire la verità su quanto accaduto durante la pandemia di COVID».

 

«Se ha mentito e ciò ha causato danni fisici ed economici a innumerevoli americani, miliardi di dollari dei contribuenti in “spese mediche” e una perdita di apprendimento per la prossima generazione, allora ci deve essere giustizia», ha continuato, aggiungendo che il suo ufficio collaborerà con il senatore Rand Paul «per scoprire la verità».

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Tuttavia, non sarà semplice dimostrare che le azioni di Fauci per conto del governo federale (che lo hanno visto principalmente a Washington, DC, e a Bethesda, nel Maryland) rientrino nella giurisdizione della Florida. Il governatore floridiano, Ron DeSantis, salito alla ribalta nazionale per la sua opposizione ai lockdown, ha cercato di ridimensionare le aspettative mercoledì durante il programma radiofonico The Clay Travis & Buck Sexton Show.

 

«Vorrei solo dire alla gente di non illudersi che si assisterà a un’assunzione di responsabilità di rilievo», ha affermato. «Credo che ci fosse un’opportunità in tal senso. Non sono sicuro che questa opportunità sia ancora concreta. Spero di sbagliarmi. Non fraintendetemi».

 

Fauci, ex direttore del National Institute of Allergy & Infectious Diseases (NIAID), era un funzionario sanitario relativamente sconosciuto, ma è diventato un nome familiare durante l’epidemia di COVID del 2020, osannato dai media ma presto al centro di una serie di seri problemi di credibilità.

 

Nel febbraio 2020, Fauci affermò che negli Stati Uniti non c’era «assolutamente alcun motivo per indossare una mascherina»; a luglio, sosteneva che gli americani indossassero non solo mascherine, ma anche occhiali protettivi e visiere (mentre prove schiaccianti hanno dimostrato che le mascherine contro il COVID erano inefficaci).

 

I critici hanno inoltre rimproverato a Fauci di aver suggerito di abolire la stretta di mano, mentre i rapporti sessuali con sconosciuti rimangono accettabili se «si è disposti a correre un rischio», e di aver sostenuto l’obbligo vaccinale contro il COVID pur non essendo disposto o in grado di fornire una «risposta definitiva» sul perché i vaccini siano necessari per coloro che hanno sviluppato l’immunità da una precedente infezione.

 

Nel gennaio 2024, ha ammesso sotto giuramento che la diffusa regola del «distanziamento sociale» di un metro e ottanta «probabilmente non si basava su alcun dato» ed «è semplicemente comparsa dal nulla».

 

Tuttavia probabilmente il punto più controverso nella carriera di Fauci è stata l’approvazione dei finanziamenti federali per esplorare la ricerca sul Gain of Function («guadagno di funzione»), che prevede il rafforzamento intenzionale dei virus per studiarne gli effetti, in diversi siti, tra cui il controverso Istituto di Virologia di Wuhan (WIV) in Cina, da dove le prove indicano che il COVID-19 potrebbe essere originariamente fuoriuscito. Alcune email trapelate hanno rivelato che Fauci e altri importanti ricercatori erano a conoscenza della possibilità di una fuga dal laboratorio già nel febbraio 2020, ma hanno tentato di screditarla temendo che riconoscere pubblicamente la teoria avrebbe compromesso «la scienza e l’armonia internazionale».

 

Paul ha sostenuto che il dipartimento di Giustizia dovrebbe perseguire Fauci per aver mentito al Congresso su questa e altre questioni relative al COVID, nonostante la grazia concessa da Biden. Paul afferma che il tentativo dovrebbe essere comunque fatto, in modo che i tribunali possano decidere se confermare o meno la grazia alla luce dei dubbi sulle capacità mentali e decisionali di Biden nei suoi ultimi giorni di mandato.

 

Interrogato sulla questione mercoledì, il presidente Donald Trump ha dichiarato: «È stato graziato da Biden e lo rispetto. So quanto sia potente». Nonostante abbia spesso criticato la presidenza di Biden, definita come condotta con «l’auto-pen» (un sistema per automatizzare le firme presidenziali), Trump ha riconosciuto che «servono molte prove» per poter annullare una grazia presidenziale.

 

Si tratta, in tutta apparenza, dell’ennesimo tradimento che il popolo dei sostenitori, americani e non, subisce da Trump.

 

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Sanità

Fauci non risponde 111 volte al Congresso USA

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Il dottor Anthony Fauci ha invocato il Quinto Emendamento più di 100 volte mentre si rifiutava di rispondere alle domande incalzanti dei senatori repubblicani sulla sua responsabilità in merito alle origini e alla cattiva gestione della pandemia di COVID-19.   Il Quinto Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti garantisce diritti fondamentali nei procedimenti legali. Esso protegge dall’autoincriminazione, permettendo di mantenere il silenzio, secondo il principio del nemo tenetur se detegere, la base del diritto al silenzio presente anche nel nostro ordinamento come «facoltà di non rispondere».   il Fauci, l’uomo che un tempo si autoproclamava «lo scienziato più famoso del mondo» è apparso sconfitto durante l’accesa audizione della commissione per la sicurezza interna del Senato, presieduta dal senatore Rand Paul, suo avversario dagli anni pandemici.

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Sebbene il silenzio di Fauci sia stato continuo e scandaloso (e forse nemmeno legittimo: come ha ricordato il senatore Hawley, una persona graziata non può invocare il 5° emendamento), i legislatori repubblicani hanno sfruttato l’udienza, durata quasi tre ore, per delineare la posizione dell’opinione pubblica americana contro l’ex direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID).   «Tutte le prove sono qui, eppure non riesci ancora a dire la verità o a chiedere scusa perché hai ricevuto la grazia con la penna automatica da un membro dello staff della Casa Bianca di Biden», ha dichiarato il senatore Rick Scott della Florida. «Se domani ci trovassimo di fronte a un’altra pandemia, milioni di persone potrebbero morire a causa di ciò che avete fatto per far perdere agli americani la fiducia nel loro governo in materia di medicina e assistenza sanitaria».   «Lei ha tradito la fiducia pubblica e ora ti nascondi dietro una grazia fraudolenta», ha continuato il senatore della Florida. «La sua eredità non sarà quella di un uomo che ha salvato l’America dal COVID, ma quella di un uomo che ha distrutto la fiducia del pubblico nelle istituzioni sanitarie pubbliche americane in cambio di cinque minuti di fama (…) È così che la storia la ricorderà».   Il senatore Josh Hawley ( ha fatto sapere a Fauci che, invocando ripetutamente il Quinto Emendamento, rischiava di incorrere in un’accusa di oltraggio al Congresso.   «Non ha alcun diritto ai sensi del Quinto Emendamento perché sei stato graziato, come ben sai. La Corte Suprema è stata chiara per oltre un secolo», ha affermato Hawley, citando Brown contro Walker (1896): «“Quando si è stati graziati, non ci si può appellare al proprio privilegio (…) i suoi avvocati, seduti dietro di te, che ora si agitano nervosamente sulle sedie, lo sanno».   «Non si tratta della Costituzione, non si tratta della legge. Si tratta di disprezzo: disprezzo per quest’assemblea e disprezzo per il popolo americano», ha dichiarato Hawley, che si è poi concentrato su quello che, a suo dire, era il vero motivo per cui Fauci si era rifiutato di rispondere alle domande della commissione del Senato: Fauci si è arricchito durante la pandemia, grazie alla pandemia.   «Lei si è arricchito mentre la gente moriva. Centinaia di migliaia di americani, oltre un milione alla fine, e lei si arricchiva. E non solo, lei ha anche usato dipendenti federali con i soldi dei contribuenti per candidarsi e ottenere premi in denaro per lei personalmente. Premi in denaro, per un totale di oltre un milione di dollari. Lei ha fatto tutto questo durante la pandemia, vero?» ha chiesto lo Hawley.  

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Non si trattava solo di soldi, ma di una brama di potere, ha insistito Hawley, che ha snocciolato una serie di descrizioni dell’egocentrismo di Fauci: «lei voleva essere lo scienziato più famoso del mondo. Era così concentrato sull’ottenere ogni premio e ogni goccia di denaro possibile, tutto perché voleva apparire in TV, voleva essere il “dio della scienza”, volevi essere quello che comandava tutto, voleva criticare aspramente Trump, volevi assicurarti che nessun altro ti rubasse la scena».   «In realtà, fin dall’inizio si trattava solo di lei. A un certo punto, lei ha perso la strada [e] tutto è diventato incentrato su di te. Lei è diventato un narcisista, un megalomane e un bugiardo. Lei ha mentito al popolo americano, hai mentito a quest’assemblea e hai disonorato la tua professione così facendo», ha detto lo Hawley.   «Ha fatto più danni alla scienza di chiunque altro nella mia vita. Spero che tornerai a casa e lo scriverai nel tuo diario», ha detto Hawley, riferendosi al diario autoaccusatore di Fauci, precedentemente tenuto nascosto e reso pubblico dal senatore Rand Paul alcuni giorni fa, e reso pubblico poiché Fauci, incredibilmente, lo teneva su server pubblici statunitensi.   La sessione con lo Hawley ha contenuto un passaggio brutale in cui il senatore chiede a Fauci di che colore è la sua cravatta, di che colore è il tappeto davanti a lui, che giorno della settimana è, è l’ex zar della Sanità USA risponde invocando sempre il 5° emendamento.

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Il senatore dell’Ohio Bernie Moreno ha raccontato la storia di una madre di una piccola città che è stata allontanata da una partita di football del liceo perché non indossava la mascherina, violando le norme locali introdotte durante la pandemia.   «Quelle politiche sono state introdotte perché c’erano politici imbecilli che davano ascolto alle parole di un megalomane più interessato ad aver incontrato una Kardashian che alla sofferenza del popolo americano», ha detto Moreno. «E quel megalomane è lei». Le Kardashian sono una serie di sorelle altolocate, figlie del defunto avvocato di OJ Simpson, protagoniste di un popolarissimo reality show della TV americana; le figure rappresentamento il caso per antonomasia dell’«essere famosi per essere famosi».   «I suoi consigli a comunità come quella, a politici idioti che hanno imposto quelle regole, hanno arrestato quella mamma per aver guardato una partita di football con la sua famiglia [seduti] all’aperto», ha detto il senatore Moreno.   «Quello che hai fatto a questo Paese è una vera e propria vergogna», ha continuato il senatore dell’Ohio. «Non ci sono scuse per le tue azioni. Potresti aver alle spalle oltre cinquant’anni di servizio pubblico, ma la tua carriera si conclude in modo così disonorevole». Moreno ha poi aggiunto che Fauci aveva ingaggiato «il più grande avvocato senza scrupoli del pianeta», riferendosi a David Schertler, che era stato allontanato dalla sala della commissione dopo aver interrotto l’udienza.   La senatrice dell’Iowa Joni Ernst si è concentrata sulla raccapricciante realtà che parti del corpo di feti abortiti erano state autorizzate per l’uso da parte del NIAID di Fauci per condurre ricerche sul COVID-19. La Ernst ha descritto come i ricercatori di virus finanziati dal NIAID presso l’Università del North Carolina abbiano impiantato parti di fegati, timi e polmoni fetali, ottenuti da «neonati umani di quasi cinque mesi», su topi da laboratorio.

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«Hanno inserito quelle parti nei loro topi da laboratorio», ha sottolineato. «Li hanno chiamati in modo disgustoso “topi BLTL”. Hanno scritto di aver creato un “sandwich” di parti di corpi abortiti nei topi», ha detto Ernst, che ha descritto altri orribili esperimenti che utilizzavano parti di corpi di feti abortiti in nome della ricerca del NIAID.   Nel corso del procedimento, a Fauci è stato chiesto più volte di scusarsi per le sofferenze che aveva inflitto al Paese. Ogni volta si è avvalso del Quinto Emendamento.   Dopo l’udienza, il senatore Paul ha indicato che Fauci probabilmente dovrà affrontare un voto per oltraggio al Congresso la prossima settimana. Le pene per questo reato federale (codificato nel titolo 2 dello US Code, sezione 192) comportano una multa da $100 a $100 e la reclusione da 1 a 12 mesi.   Il Paul ha inoltre cacciato dalla sala d’udienza uno degli avvocati di Fauci che aveva preteso illegittimamente di sedersi sul bancone dei testimoni accanto al suo assistito, per poi intervenire, non microfonato, nell’udienza. Il Paul ha chiesto agli agenti di sicurezza di scortarlo fuori dalla sala, cosa che è avvenuta tra gli applausi dei presenti.  

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Eutanasia

Medico serial killer, condannato per 15 omicidi, indagato per altri 70: continua la corsa mondiale degli «Angeli della Morte»

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Un medico tedesco specializzato in cure palliative è stato condannato all’ergastolo per aver ucciso almeno 15 dei suoi pazienti, mentre è ancora sotto inchiesta per oltre 70 altri decessi.

 

Un tribunale di Berlino ha condannato un uomo di 41 anni, identificato come Johannes M., per l’omicidio di 12 donne e tre uomini di età compresa tra i 25 e i 94 anni, avvenuto nell’arco di circa tre anni.

 

Secondo quanto riportato dal Courthouse News Service, la giudice Sylvia Busch ha descritto il medico come un «serial killer» in un caso «incomprensibile» e «straordinario». È sospettato di aver ucciso oltre 70 persone.

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L’uomo ha dichiarato in tribunale di ritenere di agire per il bene dei suoi pazienti, risparmiando loro «sofferenza e infermità». «Durante tutto questo periodo, ho pensato che questa fosse la cosa migliore per tutti», ha affermato.

 

Tuttavia, i pubblici ministeri hanno sostenuto che non avesse ucciso per un malinteso senso di compassione, bensì per una «sete di sangue», senza «alcun altro movente per uccidere queste persone se non l’atto stesso di uccidere».

 

Il tribunale ha accertato che l’uomo ha somministrato ai suoi pazienti un anestetico e un miorilassante che «paralizzavano i muscoli respiratori, provocando arresto respiratorio e morte nel giro di pochi minuti».

 

Secondo alcune fonti, avrebbe appiccato il fuoco agli appartamenti delle vittime almeno cinque volte per coprire gli omicidi. In tribunale è emerso che l’uomo ha ucciso due pazienti nello stesso giorno: l’8 luglio 2024 ha ucciso un uomo di 75 anni a Berlino e poche ore dopo ha ucciso una donna di 76 anni in un quartiere limitrofo.

 

All’inizio del processo, i parenti delle vittime hanno espresso il loro sgomento per i crimini del medico, come riportato dalla BBC. La madre della vittima più giovane, una donna di 25 anni, ha pianto per la perdita della figlia. «Non ha mai detto di non voler più vivere», ha affermato la madre.

 

Il figlio di una donna di 72 anni uccisa dal medico ha detto che sua madre aveva in programma di andare nel Mar Baltico con la sorella. «Mia madre voleva continuare a vivere», ha affermato.

 

Il 6 luglio, Johannes ha dichiarato in tribunale: «Sono disperato per me stesso». Ha affermato di aver compreso solo allora «la portata della sofferenza» che aveva causato e si è scusato, come riportato dal quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung.

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Johannes è solo l’ultimo sanitario tedesco condannato per «omicidio a scopo medico». L’infermiere Niels Hoegel è stato un assassino altrettanto prolifico, condannato all’ergastolo nel 2019 per aver ucciso 85 pazienti.

 

Alla fine dello scorso anno, un tribunale di Aquisgrana ha condannato un infermiere di cure palliative di 44 anni per 10 omicidi e 27 tentati omicidi, commessi mediante overdose di morfina, sedativi e altri farmaci, principalmente per ridurre il carico di lavoro durante i turni notturni, secondo quanto sostenuto dall’accusa.

 

I casi di questo tipo, tuttavia, non riguardano solo la Germania, sono un fenomeno globale che lascia intendere come la professione medica (al pari di quella militare in guerra, categorie a contatto diretto con la morte) sia di fatto infiltrata da quantità di assassini seriali con laurea medica o diploma infermieristico. Il termine criminologico con cui si etichetta questo tipo di assassini è quello di «angeli della morte».

 

La definizione è tratta dal soprannome con il quale è divenuto universalmente famoso il medico tedesco Josef Mengele (1911-1979), noto per la sua freddezza e per il potere di vita e di morte che aveva sugli internati del campo di concentramento nazista di Auschwitz. Gli angeli della morte sono praticamente l’unica categoria di assassini seriali le cui vittime non riflettono le loro preferenze sessuali: ciò li rende una categoria sui generis nell’ambito della criminologia dei serial killerri.

 

Le vittime degli angeli della morte sono i pazienti con i quali entrano in contatto. Spesso si tratta di persone in cattivo stato di salute, come anziani e malati cronici, oppure deboli, come neonati o bambini. Il modus operandi prevede in genere la somministrazione di farmaci o sostanze tossiche tramite iniezioni.

 

Negli Stati Uniti vi è stato il caso dell’infermiere Charles Cullen ha confessato decine di omicidi commessi tra il 1988 e il 2003 tramite la somministrazione deliberata di dosi letali di vari farmaci ospedalieri etc. Altro caso americano noto è quello di Kristen Gilbert, che utilizzava stimolanti cardiaci per indurre arresti nelle vittime.

 

Il medico di base britannico Harold Shipman, noto come «Dottor Morte», ha assassinato oltre 200 pazienti, principalmente anziani, utilizzando sostanze farmacologiche e falsificando testamenti, cartelle cliniche etc. Tra gli infermieri in Gran Bretagna si ricorda Beverley Allitt, che aggrediva i bambini nei reparti pediatrici manomettendo le terapie.

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Come riportato da Renovati 21, pochi anni fa si è avuto il caso di Lucy Letby, infermiera neonatale inglese che uccideva i bambini, totalizzando almeno sette vettime. La donna avrebbe tentato di ucciderne altri sei.

 

In Norvegia il direttore di una casa di cura, Arnfinn Nesset, è stato condannato per l’avvelenamento di 22 anziani tramite l’uso improprio di farmaci miorilassanti.

 

In Austria hanno operato i cosiddetti «Angeli di Lainz», quattro ausiliarie del reparto di terapia intensiva di Vienna che uccidevano i malati tramite diverse metodologie di violenza fisica e farmacologica.

 

In Italia si sono avuti diversi casi, con condanne definitive e pure un’assoluzione. Per il medico Leonardo Cazzaniga, ex vice-primario del pronto soccorso di Saronno, la condanna all’ergastolo è definitiva; la Corte di Cassazione ha confermato la pena per l’omicidio di diversi pazienti tramite il sovradosaggio di un cocktail letale di farmaci anestetici e sedativi. Nella storia entra anche l’amante Laura Taroni, infermiera nel medesimo ospedale di Saronno: tra i morti vi sono l’ex marito, la madre e il suocero, tutti morti a poca distanza di tempo nel medesimo nosocomio. La Cassazione nel 2022 la ha condannata a 30 anni.

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Nella vicenda dell’infermiera comasca Sonya Caleffi, arrestata nel 2004, sono state accertate 5 vittime e sospettate 18. Condannata a 20 anni, e non all’ergastolo come chiedevano i famigliari delle vittime, la donna è uscita di galera nel 2018. Il suo metodo di uccisione era l’embolia gassosa con iniezioni di aria.

 

La Cassazione confermò l’ergastolo per l’infermiere Angelo Stazzi, arrestato nel 2009 e ritenuto colpevole dell’omicidio di cinque anziani in una casa di riposo a Tivoli, provocato somministrando massicce dosi di insulina e psicofarmaci. Vi è, inoltre, l’omicidio di una donna, sua dopo una complessa altalena di sentenze riguardante i decessi all’ospedale. I giornali riportano che vittime sospettate sarebbero otto. Secondo quanto riportato, l’infermiere avrebbe ucciso anche il cane di uno dei pazienti della clinica.

 

Un altro caso recente di un’infermiera, dopo una complessa altalena di sentenze riguardante i decessi all’ospedale dove lavorava, è terminato con un’assoluzione definitiva perché il fatto non sussiste.

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