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Musica per l’estate finita
Siccome sappiamo che i lettori gradiscono, perché per gli scorsi episodi ci hanno scritto contenti, dispensiamo ora un consiglio musicale, una canzone per la fine dell’estate, sempre di genere nuovo e magari non del tutto definibile, sempre un po’ spiazzante, con autori del tutto sconosciuti (alzi la mano subito chi lo conosceva già).
Il suggerimento per questi primi giorni e queste prime notti autunnali, post-estivi, alluvionali ed ancora vagamente equinoziali, è un pezzo intitolato Eurydice, come l’amata di Orfeo perduta nell’Ade, di un gruppo chiamato con grande semplicità Violence, letto alla francese, perché sono quebecchesi – parola che come immagina anche il lettore non francofono significa «violenza», anche se di violento qui non c’è nulla.
C’è una canzoncina dolce e a tratti stralunata, con suoni bizzarri ed una voce che si perde negli echi, ma non sembra la caverna di Euridice a dire il vero, sembra qualcosa di più solare.
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Di fatto è una musica giocosa, leggermente sentimentale, che ci sembra perfetta per il trapasso della stagione, e per le riflessioni interiori che a volte, ad una certa, cominciamo a tirare.
La voce si perde in reverberi che ci rendono impossibile risalire al testo. Ci sembra solo di capire «memories» e forse, ad un certo punto, «summer». «Summer», ripetuto, e trascinato nell’emozione. L’estate.
Eurydice viene da un EP dove si segnala la bellezza rétro della canzone tutta in francese Le dernier cri.
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Notate il contatore di YouTube: dal 6 ottobre 2013, poco più di un migliaio di visualizzazioni, tra cui la vostra. Vera rarità.
I Violence hanno pubblicato, a quanto ci è dato sapere, un album di elettronica strumentale chiamato Le théâtre (2015), con pezzi intitolati in francese («Héliogabale», «L’invenion du divertissement») e in inglese («Shaking Pictograms», «Gap Junctions»). Il bilinguismo della provincia un tempo separatista è servito anche qui.
Un precedente album del 2014 è chiamato con una parola tedesca, Erlebnis, «esperienza». La prima traccia di chiama «The Curse of Dimensionality», cioè «la maledizione della dimensionalità», termine matematico coniato dall’iniziatore della tecnica di progettazione di algoritmi detta «Programmazione dinamica» Richard E. Bellman (1920-1984), che si riferisce a vari fenomeni che sorgono durante l’analisi e l’organizzazione dei dati in spazi ad alta dimensione che non si verificano in ambienti a bassa dimensione come lo spazio fisico tridimensionale dell’esperienza quotidiana.
A produrre il gruppo un’etichetta montrealese chiamata Visage Musique, che pubblica anche i lavori di un altro progetto di musica sintetica estremamente convincente, Brusque Twins, così come sono davvero degni di ascolto i lavori di Xarah Dion, Gold Zebra e Police de Moeurs.
«Violence ama: il sole, la costruzione di nicchia, la geometria e il caos» è scritto sul sito dell’etichetta.
Non so se a noi piacciono le stesse cose, ma la canzone è bellissima e in queste sere di cambio stagione ci sta benissimo.
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Immagine screenshot da YouTube
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«I like Chopin» per sempre. Renovatio 21 intervista Gazebo
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La crisi della musica dal vivo: l’esempio di Perugia
La situazione della musica dal vivo nei locali notturni di Perugia sta vivendo una fase di crisi profonda e palpabile, tanto che non si contano le serate prima annunciate e poi annullate nel corso di questi ultimi quattro mesi. Per ottemperare alla nuova circolare del ministero dell’Interno (n. 4493 del 5 febbraio 2026), molti locali sono finiti nel mirino delle forze dell’ordine che, attraverso controlli e sopralluoghi a tappeto, hanno spesso emesso sanzioni o disposto la chiusura temporanea dei luoghi non a norma con il regolamento inasprito dal Viminale.
La circolare chiarisce una volta per tutte il confine tra un pubblico esercizio (bar, ristorante) e un locale di pubblico spettacolo (discoteca).
Musica e Ballo: la musica è ammessa solo come «sottofondo». Se il volume impedisce la normale conversazione o se viene allestita una pista da ballo (anche solo spostando i tavoli), l’attività non è più considerata accessoria, ma diventa spettacolo prevalente.
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Se un bar opera di fatto come una discoteca, scattano immediatamente gli obblighi degli articoli 68 e 80 del TULPS, che richiedono licenze molto più stringenti e il parere della Commissione di Vigilanza. Se un locale ospita più di 100 persone o supera i 200 metri quadri, scattano automaticamente i controlli antincendio più severi (DPR 151/2011). Nel conteggio delle persone presenti devono essere inclusi non solo i clienti, ma anche tutto lo staff, i titolari e i fornitori.
Tradotto in sintesi, non si tratta di un divieto di fare musica, ma di una rigorosa distinzione tecnica. Se un locale vuole far ballare o organizzare eventi di intrattenimento principale, deve avere le stesse dotazioni di sicurezza e le stesse licenze di una discoteca vera e propria, pena sanzioni pesanti o la sospensione dell’attività.
Ecco che così il «pachiderma burocratico» dello Stato fa sentire tutto il suo peso su molti locali che operavano sul filo del rasoio, proponendo cene spettacolo o un’orchestrina che, con le sue note ballabili, faceva alzare i commensali una volta terminata la cena. Ciò ha comportato una riduzione significativa di piccoli eventi live, a discapito delle numerose band che vivono di musica e a danno del cliente, che si ritrova privato di quell’entertainment che gli permetteva di svagarsi dopo la pizza, bevendo un calice di vino e intrattenendosi nel ballo.
A questo c’è da aggiungere che la nuova amministrazione a trazione sinistra, guidata dal sindaco Vittoria Ferdinandi, non sembra al momento aver incentivato i live nell’acropoli, limitandosi recentemente a patrocinare due giornate celebrate storicamente dalla sinistra italiana — il 25 aprile e il primo maggio — con concerti a sfondo rosso/arcobaleno. Va bene, viva la musica dal vivo, ci mancherebbe altro; ma vorremmo rivederla anche in quei posti al chiuso a ciò deputati o nelle tante piazze del centro storico che, durante l’anno, hanno bisogno di ossigeno musicale per non rimanere in apnea di turisti e di perugini, i quali appaiono ormai quasi totalmente disinteressati al centro, fatta eccezione per i mesi estivi e per il Festival di Umbria Jazz.
Molte maestranze che operano nel mondo musicale, a ridosso delle ultime elezioni comunali, erano talmente entusiaste nel veder tornare la sinistra al potere dopo due mandati del moderato Andrea Romizi, da essere sicure che la «Dada» (appellativo con cui viene soprannominata la nostra sindaca dagli amici) avrebbe inondato la città di musica. Tutto ciò non è avvenuto e così anche i «kompagni musici» non hanno resistito, inscenando questa settimana un flash mob con un ensemble di strumentisti degno di un’orchestra di taglia media. Peccato che le loro rimostranze siano state palesate sulle scalinate della Cattedrale di San Lorenzo, proprio a ridosso dell’ingresso e in concomitanza con la Santa Messa.
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Ebbene, è lecito protestare, ma occorre avere la consapevolezza che sarebbe buona norma non suonare mentre il parroco sta celebrando. Ero presente alla funzione e, stando in terza fila, a causa del rumore invadente non riuscivo a distinguere le parole del sacerdote. Non so come sia stato possibile ignorare che alle 18:00 in Duomo si celebri la messa vespertina, tanto più che al cospetto dei «ribelli» era presente anche un assessore; mi fa quantomeno riflettere che una carica comunale non sapesse, o abbia avallato, questa infelice concomitanza di orario.
Già troppe volte le funzioni sono sporcate dall’insipienza e dall’invadenza turistica che affolla le chiese noncurante della celebrazione. Protestare è giusto e lecito, ma si dovrebbe rispettare un protocollo, specialmente quando è impossibile non essere a conoscenza degli orari delle funzioni pomeridiane in San Lorenzo.
È un paradosso tutto perugino: locali sanzionati per un volume troppo alto e manifestazioni rumorose avallate (o ignorate) sul sagrato del Duomo in piena celebrazione. La battaglia per la musica dal vivo è sacrosanta, specialmente in una città che di note dovrebbe vivere – Umbria Jazz ne è fulgido esempio – ma perde di credibilità quando dimentica l’educazione civica elementare. Tra il rigore del Viminale e la confusione della piazza, Perugia resta in attesa di una direzione d’orchestra capace di riportare armonia, evitando che la «rivoluzione musicale» promessa si risolva in una sgradevole cacofonia.
Francesco Rondolini
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Immagine di Alex Barrow via Flickr pubblicata su licenza CC BY-SA 2.0
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La triste situazione dell’industria discografica e il mercato della musica live
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- La distruzione della gavetta: Senza il passaggio fondamentale nei club e nei festival di medie dimensioni, gli artisti non sviluppano la tenuta scenica né un repertorio in grado di reggere due ore di spettacolo. Si passa da uno o due singoli virali allo stadio, saltando i gradini della maturazione artistica.
- L’indebitamento precoce: I giovani talenti si trasformano, spesso inconsapevolmente, in debitori delle multinazionali del live. Diventano ingranaggi di una macchina che deve autoalimentarsi per ripagare gli enormi anticipi concessi, perdendo qualsiasi libertà contrattuale ed espressiva.
- La svalutazione del valore culturale: Se il biglietto viene regalato con la spesa al supermercato o svenduto attraverso canali aziendali pur di riempire i vuoti visivi, si abitua il pubblico a non riconoscere più il reale valore economico (e artistico) del lavoro culturale.
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