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Monsignor Fellay difende i piani di consacrazione della FSSPX

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Durante un’appassionata predica nella domenica di Sessagesima, il vescovo Bernard Fellay della Fraternità San Pio X (FSSPX) ha sostenuto che esiste chiaramente uno «stato di necessità» affinché la FSSPX proceda alla consacrazione dei vescovi senza l’approvazione del Vaticano. Lo riporta LifeSite.

 

«Dov’è finito oggi lo spirito missionario? È stato ucciso… Perché? Perché ora pretendono che tutti possano essere salvati», ha esclamato Sua Eccellenza. «Papa Francesco ha osato dire che la pluralità delle religioni appartiene alla sapienza di Dio. In altre parole, Dio ha voluto diverse religioni, altre religioni. Questo demolisce la fede».

 

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Fellay, 69 anni, ha parlato ieri a sacerdoti e seminaristi presso il seminario della Fraternità San Pio X a Dilwyn, in Virginia. Sua Eccellenza risiede attualmente in questa sede, costruita negli anni 2010 per accogliere il crescente numero di giovani che desiderano sperimentare la propria vocazione nella Fraternità San Pio X.

 

Nel suo intervento, Sua Eccellenza ha sottolineato la «gravità della questione», ammettendo che alcuni potrebbero essere «spaventati a morte» da ciò che potrebbe accadere, mentre altri potrebbero essere «sollevati» nel sapere che la Fraternità sta ricevendo più vescovi. Sua Eccellenza ha commentato che per consacrare vescovi senza l’approvazione di Papa Leone XIV ci dovrebbero essere gravi motivi per farlo.

 

«Questo atto non può essere compreso o giustificato se non comprendiamo che esiste un grave problema all’interno della Chiesa cattolica. Questo grave problema lo chiamiamo: crisi. C’è una crisi nella Chiesa», ha detto Fellay.

 

Pur ammettendo che «nessuno può giudicare la Santa Sede» durante la sua omelia di 38 minuti, Fellay ha inoltre sostenuto che è semplicemente la «realtà» che la «salvezza delle anime» richieda che la Società proceda con le consacrazioni. Tra le altre cose, ha affermato che la «teologia moderna» e il modo in cui «il catechismo viene impartito oggi» hanno portato alla creazione di anime che «non hanno ricevuto» la fede.

 

Ai sacerdoti della FSSPX di tutto il mondo è stato chiesto di parlare delle consacrazioni nelle loro cappelle lo scorso fine settimana.

 

Fellay ha avanzato altre argomentazioni a difesa delle possibili consacrazioni, previste per il 1° luglio. Sua Eccellenza ha parlato di un disorientamento diabolico nella Chiesa e di come il pontificato di Francesco abbia aperto «molti occhi» sulla crisi.

 

«Cosa intendiamo quando parliamo di stato di necessità o di emergenza? Parliamo di… quando il buon ordine di un’organizzazione» non «più» viene rispettato, ha detto. «Vediamo solo che su larga scala non sono in grado di realizzare ciò per cui sono stati creati: cioè salvare le anime».

 

Sua Eccellenza ha continuato: «quando abbiamo a che fare con Roma, loro vogliono ancora che accettiamo queste cose che stanno uccidendo la Chiesa. Ecco perché diciamo che non possiamo».

 

«Voi avete il potere supremo, ma questo potere non è assoluto», ha osservato anche Fellay. «L’autorità è sempre legata alla verità e al bene. E questa verità e questo bene per la Chiesa sono la salvezza delle anime. Se anche il papa fa uso dei suoi poteri per andare contro questo scopo – o al di fuori di esso – è un abuso. Non ha alcun valore… non può vincolare la nostra coscienza».

 

Fellay ha anche menzionato le conversazioni avute in passato con Papa Benedetto XVI e altri funzionari vaticani come il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato di Benedetto, e il cardinale William Levada, ex capo delle comunità Ecclesia Dei. Il vescovo elvetico ha affermato che quando li incontrava, gli raccontavano cose contraddittorie, aggiungendo che questo si è verificato anche sotto Francesco, quando Francesco gli disse che la FSSPX «era cattolica», ma poi il cardinale Gerhard Ludwig Müller disse che la FSSPX era «scismatica».

 

Giovedì 12 febbraio, il Superiore Generale della FSSPX, don Davide Pagliarani, incontrerà a Roma il Cardinale Tucho Fernández, a capo del Dicastero per la Dottrina della Fede. Alcuni giornalisti hanno riferito che monsignor Fellay e monsignor Alfonso de Galarreta, si uniranno a lui per l’incontro.

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Trapianti e magistero cattolico: da Pio XII a Leone XIV, tra retorica del dono e silenzio mortale

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Il recente discorso di papa Leone XIV ai partecipanti all’incontro promosso dal Centro Nazionale per i Trapianti si inserisce perfettamente nella linea ormai consolidata del magistero contemporaneo: esaltazione della donazione, richiamo alla solidarietà e alla fraternità.   Un linguaggio rassicurante ma tuttavia, proprio per questo, profondamente ipocrita. Colpisce anzitutto una scelta retorica precisa: il riferimento a don Carlo Gnocchi, presentato come figura simbolo della donazione. Un riferimento emotivamente efficace, ma concettualmente fuorviante. Don Gnocchi infatti donò le cornee, cioè un tipo di donazione che avviene dopo la morte reale del donatore e che quindi solleva problemi morali minori.   Nulla di paragonabile al prelievo di organi vitali come cuore, fegato e polmoni, che richiedono un organismo ancora perfuso, caldo, biologicamente integrato. Si crea così una sovrapposizione indebita: si evoca un gesto moralmente lecito per legittimare una pratica che solleva questioni ben più gravi.   Il discorso prosegue poi con il richiamo a Pio XII, citato come autorità morale che avrebbe aperto alla liceità dei trapianti. Anche qui, però, il riferimento è selettivo, dal momento che papa Leone cita ciò che è conveniente e omette ciò che è decisivo. Pio XII, infatti, affermò con chiarezza che la determinazione della morte non può essere affidata a criteri puramente utilitaristici o funzionali, ma deve fondarsi sulla certezza morale dell’avvenuta separazione dell’anima dal corpo. Anche se poi lo stesso Pio XII scelse di non entrare nel merito della definizione di morte, demandando di fatto la questione ai clinici.

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Ma è proprio qui che si apre una frattura: nel momento in cui la Chiesa rinuncia a definire in termini metafisici e antropologici, che cosa sia la morte, e affida tale determinazione alla medicina, apre inevitabilmente la strada a una deriva scientista. La morte diventa così un fatto tecnico, stabilito da protocolli, strumenti e commissioni mediche. Ed è esattamente ciò che è accaduto. Il criterio della morte cerebrale nasce e si afferma in questo spazio lasciato libero; uno spazio in cui la filosofia tace, la teologia arretra e la tecnica avanza.   Da quel momento, la morte non è più un evento naturale riconoscibile nella realtà dell’organismo, ma una definizione operativa funzionale a determinate pratiche mediche. E il discorso di Leone XIV si colloca pienamente dentro questo paradigma in cui si esalta la donazione, si incoraggia la ricerca, si richiama alla dignità della persona, ma si evita accuratamente di affrontare la questione decisiva: il cosiddetto donatore è davvero morto?   Non una parola su questo punto; non una riflessione sul criterio encefalico; non un confronto con le evidenze biologiche di organismi che, pur dichiarati morti, continuano a manifestare evidenti e incontestabili segni vitali. Il Vicario di Cristo parla di dono, ma tace sulla condizione che rende il dono moralmente lecito; invoca la cultura della vita, ma accetta senza riserve una definizione di morte costruita per rendere possibile la predazione di organi vitali e la soppressione dei comatosi.   Giovanni Paolo II ha legittimato il criterio encefalico con una formula prudente ma decisiva; Benedetto XVI e Francesco hanno proseguito sulla stessa linea, insistendo sul valore della donazione senza riaprire la questione di fondo. Leone XIV si limita a ribadire questo impianto, rafforzandolo con un linguaggio sempre più centrato sulla solidarietà e sulla fraternità.   Il risultato è una costruzione filosoficamente e teologicamente inconsistente che tende ad avallare una prassi che presuppone, senza dimostrarlo, che il donatore sia realmente morto. È una contraddizione che non viene risolta, ma ipocritamente coperta. E il linguaggio gioca un ruolo decisivo: si parla di «donazione», di «gesto d’amore», di «cultura della vita», affermazioni attraverso cui si tende ad orientare il giudizio morale, funzionando come un velo linguistico che occulta la realtà.   Già, perché il punto non è la generosità del gesto ma la verità della situazione. Se gli organi vitali vengono prelevati da un organismo che non è realmente morto, allora non siamo di fronte a una donazione, ma a un atto che pone problemi morali radicali. E finché il magistero continuerà a evitare questo nodo, limitandosi a nobilitare la pratica dei trapianti senza sottoporla al vaglio della metafisica della persona, continuerà a fungere da «stampella» dottrinale alle derive antiumane della società moderna.   In altri termini, il problema non è tanto ciò che viene detto, bensì ciò che viene sistematicamente taciuto. Ed è proprio su questi silenzi, più che sulle parole, che si misura la reale coerenza di un discorso che pretende di difendere la vita ma che in realtà la espone ai più feroci attacchi.  

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Consacrazioni a Pechino, ma non a Econe?

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In un’intervista rilasciata da padre Davide Pagliarani a FSSPX.Actualités il 2 febbraio 2026, in merito alle imminenti consacrazioni episcopali, si legge: «La Santa Sede è talvolta capace di dimostrare un certo pragmatismo, persino una sorprendente flessibilità, quando è convinta di agire per il bene delle anime».

 

A sostegno di tale affermazione, il Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X riporta due fatti tratti dalle relazioni particolarmente sconcertanti tra il Vaticano e la Cina comunista: «Nel 2023, Papa Francesco ha approvato retroattivamente la nomina del Vescovo di Shanghai da parte delle autorità cinesi».

 

«Più recentemente, lo stesso Papa Leone XIV ha finito per accettare retroattivamente la nomina del vescovo di Xinxiang, che era stato designato allo stesso modo durante la vacanza della Sede Apostolica, mentre il vescovo fedele a Roma, imprigionato più volte, era ancora in carica». Ciò non sorprende: il governo ateo di Pechino vuole «sinizzare» il cattolicesimo a tutti i costi, con un clero docile alle istruzioni del Partito. Il Vaticano lo sa e rimane in silenzio.

 

Questa situazione ha indotto il sito web in lingua spagnola Infovaticana ad affermare il 3 febbraio: «quando la consacrazione viene effettuata dal Partito Comunista, si parla di un ‘contesto complesso’. Quando la consacrazione viene effettuata dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X, si parla di una “rottura”».

 

E aggiunse, con sano buon senso: «è difficile spiegare a una persona di fede perché Pechino possa imporre vescovi asserviti al regime e perseguire un dialogo privilegiato con Roma, mentre una fraternità nata proprio dal crollo dottrinale e liturgico post-conciliare viene trattata come una minaccia all’ordine ecclesiastico».

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Più avanti, Infovaticana osserva: «La Società non ha operato nel vuoto. Ha operato in un contesto in cui Roma ascolta molto, promette poco e non garantisce quasi nulla. Tuttavia, quando l’accesso stabile ai sacramenti dipende dall’umore del vescovo locale, le decisioni cessano di essere ideologiche e diventano decisioni di sopravvivenza pastorale». Tale è lo stato di necessità.

 

Infine, il sito web in lingua spagnola chiede a Roma di essere logica: «se il criterio ultimo è la tolleranza pragmatica per evitare mali maggiori, allora essa dovrebbe essere applicata in modo coerente. Se accettiamo che il Partito Comunista Cinese nomini i vescovi per non perdere un mezzo di dialogo, è intellettualmente disonesto indignarsi perché una fraternità cattolica consacra dei vescovi per non privare i suoi fedeli di cresime e ordinazioni».

 

Questa situazione paradossale ci spinge a chiederci se, in termini pratici, i futuri vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X debbano – per evitare la scomunica – scambiare il colletto romano con un colletto maoista, aderire al Partito Comunista Cinese ed essere consacrati a Pechino. Roma dovrebbe spiegare francamente a tutti i fedeli cattolici perché ciò che è possibile a Pechino è impossibile a Ecône.

 

Padre Alain Lorans

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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«L’inganno di chi crede di spacciare l’Anticristo come vero Messia». Mons Viganò, omelia nella domenica delle Palme

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Renovatio 21 pubblica l’omelia di monsignor Carlo Maria Viganò nella seconda Domenica di Passione, o Domenica delle Palme.    

Ecce Rex tuus veniet

Omelia nella Domenica II di Passione, o delle Palme

 

Exsulta satis, filia Sion;

jubila, filia Jerusalem:

ecce rex tuus veniet tibi justus, et salvator:

ipse pauper, et ascendens super asinam

et super pullum filium asinæ.

 

Esulta grandemente, o figlia di Sion;

giubila, o figlia di Gerusalemme:

ecco, a te viene il tuo re, giusto e salvatore;

egli è povero, e cavalca sopra un’asina

e sopra un puledro figlio di asina.

Zc 9, 9

    La Domenica delle Palme commemora l’ingresso trionfale del Re-Messia a Gerusalemme, ossia il mistero liturgico in cui la Santa Chiesa contempla il compimento delle profezie regali dell’Antico Testamento nella Persona di Cristo Signore.   Essa non è mera commemorazione storica, ma atto di fede nella Regalità di Gesù, Re umile e vittorioso, che entra nella Città Santa per consumare la Sua Passione e aprire a noi le porte del Regno eterno. Ma rimane pur sempre un fatto storico, testimoniato da quanti, quel giorno, assistettero alla cerimonia di incoronazione di Nostro Signore Gesù Cristo. Secondo il rituale descritto nel Primo Libro dei Re (1Re 1, 32-40), Davide morente ordina che il figlio Salomone sia consacrato re, fatto montare sulla mula del re Davide (simbolo di pace e successione legittima, non di guerra), condotto alla fonte di Gihon (che si trova ai piedi del Monte degli Ulivi), unto con l’olio sacro dal sacerdote Sadoc e dal profeta Natan. Egli prescrive che si suoni la tromba e il popolo acclami Salomone come re. La processione del nuovo sovrano entra in Gerusalemme tra grida di giubilo, con il popolo che suona flauti e la città che «risuona di clamore» (ibid., 45). Questo rito doveva manifestare in figura il nuovo re come unto del Signore (Messia), legittimo successore davidico, portatore di pace.  

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Nostro Signore entra in Gerusalemme sul puledro di un’asina (Mt 21, 2-7; Gv 12, 14-15), adempiendo alla lettera la profezia di Zaccaria (Zc 9, 9). Non è un re terreno con cavalli da guerra, ma il Rex pacificus, il vero Salomone (la cui etimologia significa appunto «pacifico»), qui venit in nomine Domini (Sal 117, 26). I mantelli stesi sulla via (Mt 21, 8) richiamano il rito del Secondo Libro dei Re (2Re 9, 13) per l’unzione di Jehu; le palme e i rami d’ulivo evocano le processioni vittoriose e la festa dei Tabernacoli (Lv 23, 40), ma qui richiamano anche la vittoria pasquale di Cristo sulla morte.   L’ingresso trionfale di Cristo Re dal villaggio sacerdotale di Betfage e dal Monte degli Ulivi (1) non è un dettaglio topografico casuale, ma un atto di adempimento profetico e tipologico che richiama, in modo mirabile, i luoghi sacri della regalità davidica e salomonica. Esso manifesta Cristo come vero Rex et Sacerdos — Re davidico e Sacerdote eterno secondo l’ordine di Melchisedech — che entra in Gerusalemme per regnare dalla Croce, compiendo e superando i riti di incoronazione dell’Antico Testamento (2). Quando la processione esce dalla chiesa (immagine di Betfage) e rientra cantando Gloria, laus et honor, noi siamo portati a rivivere misticamente questo ingresso: come il popolo antico, anche noi acclamiamo il Re che viene dal monte sacro e dalla casa sacerdotale per regnare nella nuova Gerusalemme, la Santa Chiesa.   Il grido «Osanna al Figlio di Davide!» (Mt 21, 9) è l’acclamazione regale messianica (3). Il popolo ebraico — con la significativa eccezione dei suoi capi temporali e spirituali — riconosce a Cristo il titolo ereditario al regno davidico: Egli è il Re promesso, erede legittimo del trono di Davide, in quel momento vacante (4) così come era di fatto vacante il potere sacerdotale (5). L’esclusione dell’autorità civile e religiosa da questa solenne liturgia giudaica ci mostra come il Signore voglia ricapitolare in Sé Monarchia e Sacerdozio, essendo per diritto divino, di stirpe e di conquista l’unico e il vero Re e Pontefice della casa di Israele. Israël es tu Rex, davidis et inclyta proles   Nostro Signore Gesù Cristo adempie i riti di incoronazione veterotestamentari (unzione, acclamazione, ingresso solenne) in modo sovreminente, spirituale ed eterno. Ma questo Messia — il vero e l’unico Messia divino — non è il leader politico di un partito suprematista che aspettavano i Farisei, ma il Princeps pacifer che chiama a Sé tutte le Nazioni, al di là di ogni razza e di ogni lingua.   Commenta infatti Sant’Agostino: «Il puledro dell’asina, sul quale nessuno era mai montato, è il popolo dei Gentili, che nessuno prima di Cristo aveva sottomesso. L’asina invece è la plebe che veniva dal popolo d’Israele, già da tempo sotto il giogo della Legge. […] Cristo Re umile, sedendo sull’asina e sul puledro, significa entrambe le plebi: quella dei Giudei già domata e quella dei Gentili non ancora cavalcata. […] E come Re pacifico viene non su un cavallo da guerra, ma sull’asina, che è segno di pace». (6)   Lo conferma anche San Paolo: An Judæorum Deus tantum? nonne et gentium? Immo et gentium: quoniam quidem unus est Deus, qui justificat circumcisionem ex fide, et præputium per fidem. Forseché soltanto dei Giudei è Dio? No, anche delle Genti; sicuro, anche delle Genti, se è unico Dio quello che giustificherà i circoncisi grazie alla fede, come i non circoncisi mediante la fede. (Rom 3, 29-30)   E ancora: Omnes enim filii Dei estis per fidem, quæ est in Christo Jesu. Quicumque enim in Christo baptizati estis, Christum induistis. Non est Judæus, neque Græcus: non est servus, neque liber: non est masculus, neque femina. Omnes enim vos unum estis in Christo Jesu. Si autem vos Christi, ergo semen Abrahæ estis, secundum promissionem hæredes. Siete tutti figli di Dio per la fede in Cristo Gesù; quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non vi è più Giudeo né Greco, non vi è schiavo né libero; non maschio o femmina, ma tutti voi siete uno solo in Cristo Gesù. E se voi siete di Cristo, siete seme di Abramo, eredi secondo la promessa (Gal 3, 26-29). (7)

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È al nuovo Israele che lo zelo di vera Carità della Chiesa di Cristo chiama gli Ebrei, secondo i voti che — su iniziativa dei fratelli Lémann — 510 Padri del Concilio Vaticano umiliarono a Pio IX nel 1870, «affinché il povero popolo degli Ebrei, stanco di una lunghissima ed inutile aspettazione, si affretti a riconoscere il Messia Salvatore nostro, veramente promesso ad Abramo e preannunziato da Mosè: così perfezionando e coronando la religione mosaica, non mutandola». (8)   I sacerdoti Joseph e Augustin Lémann, convertiti dall’Ebraismo e instancabili apostoli della causa di Israele in Cristo, vedono nell’Osanna l’acclamazione che il Sinedrio avrebbe dovuto fare propria, ma che divenne invece preludio al rifiuto – un monito perenne affinché Israele riconosca il suo Re.   Tutto ruota intorno a Cristo Re e Pontefice. Tutto si decide sulla base del Suo riconoscimento come Messia, Salvatore e Liberatore. E finché il resto di Israele non piegherà il ginocchio al suo Signore, non avverrà il Giudizio finale. La conversione di questo resto precederà la venuta di Elia, ritarderà il giudizio e porterà alla «resurrezione del mondo» (Rm 11, 15). (9)   Questa consapevolezza e una retta interpretazione della Sacra Scrittura ci inducono a considerare anche quanto accade oggi alla luce del piano mirabile della Provvidenza. Nemo vos seducat (Ef 5, 6): non lasciamoci trarre in inganno da chi si illude di poter spacciare l’Anticristo come vero Messia, o di poter affrettare la fine del mondo edificando con le pietre quel Tempio che misticamente Nostro Signore ha edificato una volta per tutte nel proprio Corpo Mistico. Cerchiamo piuttosto, con la nostra coerenza di vita e con la Grazia di Dio, di renderci credibili testimoni del divino Messia, del Verbo Incarnato, di Colui che di qui a pochi giorni contempleremo assiso sul trono della Croce: Regnavit a ligno Deus. (10)   E così sia.   + Carlo Maria Viganò Arcivescovo   29 marzo MMXXVI Dominica II Passionis seu in Palmis 1) L’indicazione è riportata in Mt 21, 1; Mc 11, 1; Lc 19, 29. Betfage era situato sul versante orientale del Monte degli Ulivi, ai confini di Gerusalemme: è il luogo sacerdotale per eccellenza, da cui il Messia-Re, vero Sacerdote, inizia la sua processione regale. Durante la rivolta di Assalonne, il re Davide, umiliato e fuggitivo, «salì il monte degli Ulivi, salendo e piangendo» (2Sam 15, 30: ascendit autem David in ascensum Olivarum, ascendens et flens). Qui Davide, figura del Cristo sofferente, versa lacrime sul tradimento del figlio e del popolo. Cristo, vero Figlio di Davide, discende invece dal medesimo monte in trionfo, non per fuggire ma per consegnarsi alla Passione. Egli rovescia la sorte del padre Davide, trasformando l’umiliazione in gloria regale.   Il monte era legato all’unzione. La fonte di Gihon, ai piedi del Monte degli Ulivi, fu il luogo dell’unzione di Salomone (1R 1, 33-38): il sacerdote Sadoc unse il re con l’olio d’oliva, e la processione salì verso Gerusalemme tra acclamazioni. L’olio d’oliva – frutto stesso del monte – era il crisma della regalità (cfr. 1Sam 16, 13 per Davide). Cristo, vero Salomone pacifico (Pacificus), cavalca l’asina proprio da questo monte dell’olio: Egli è l’Unto per eccellenza, consacrato dallo Spirito Santo al Giordano. I Santi Padri (Agostino nel Tractatus in Joannem 51; Beda nella Catena) vedono qui il compimento perfetto: il Monte degli Ulivi, da cui la gloria del Signore era partita (Ez 11, 23) e su cui tornerà (Zc 14, 4), diviene il pulpito da cui Cristo Re proclama la sua regalità. La liturgia, con l’antifona della processione Cum appropinquaret Dominus, evoca proprio questo ingresso dal monte sacro.   2) Il Golgota, luogo dell’azione sacerdotale di Nostro Signore — il Suo Sacrificio — si trova significativamente fuori da Gerusalemme.   3) Mons. Francesco Spadafora (1903-1992), ordinario di Esegesi alla Pontificia Università Lateranense e strenuo difensore dell’esegesi tradizionale contro il modernismo, tratta il passo nel suo Dizionario Biblico. Sotto la voce «Osanna» egli afferma: «Acclamazione trionfale messianica: “Hosanna al Figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore!” (Mt 21, 9). È il grido di riconoscimento del Re d’Israele, legato al Salmo 117 e alla liturgia ebraica della festa delle Capanne (Lv 23, 40). Il popolo, mosso dallo Spirito, acclamava il Re promesso, il vero Figlio di Davide che entra in Gerusalemme per regnare». Spadafora, in linea con la Scuola Romana anti-modernista, insiste sul senso letterale e tipico: l’evento è storico e profetico insieme, adempimento di Zc 9, 9 e dei Salmi regali, senza riduzioni razionalistiche.   4) Dopo la morte di Erode il Grande (4 a.C.), il regno fu diviso da Augusto tra i figli (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche 17, 188-249). La Giudea propriamente detta (con Gerusalemme) toccò ad Archelao come etnarca, ma la sua tirannia provocò rivolte che portarono alla deposizione romana nel 6 d.C. (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità 17, 342-354; Guerra Giudaica 2, 111). Da quel momento la Giudea divenne provincia procuratoria romana, governata direttamente da prefetti/procuratori di rango equestre, dipendenti dal legato di Siria e dall’Imperatore. Erode Antipa (tetrarca di Galilea e Perea, 4 a.C.-39 d.C.) non aveva alcuna giurisdizione civile in Giudea. Era un vassallo romano, privo del titolo di rex sulla Città Santa (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità 18, 27). Durante la Passione, Pilato lo consultò solo perché Gesù era galileo (Lc 23, 6-12), ma Antipa non esercitava potere a Gerusalemme e Lo rinviò a Pilato. Non esisteva dunque un «re» ebreo legittimo a Gerusalemme; il trono davidico era vacante da secoli, occupato da stranieri o da fantocci imperiali.   5) Il sommo sacerdozio, istituito da Dio come ereditario e vitalizio nella discendenza di Aronne (Es 28-29; Nm 25, 10-13), era divenuto sotto i Romani uno strumento di controllo politico. Gli abiti pontificali erano custoditi nella fortezza Antonia dai Romani e consegnati solo per le festività (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità 18, 93-95; 20, 6-9), segno tangibile della sottomissione. Anano (Annas) fu nominato da Quirinio (governatore di Siria) nel 6 d.C. e deposto da Valerio Grato nel 15 d.C. (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità 18, 26.34). Caifa (Giuseppe, detto Caifa), genero di Anano, fu nominato da Valerio Grato nel 18 d.C. e rimase in carica fino al 36/37 d.C. (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità 18, 35: «Grato… nominò sommo sacerdote Giuseppe, detto Caifa»). Fu dunque un puro funzionario romano, mantenuto da Pilato per stabilità politica. Giuseppe Flavio elenca esplicitamente i quattro Sommi Sacerdoti precedenti nominati e deposti da Grato in pochi anni: Ismaele, Eleazaro (figlio di Anano), Simone, poi Caifa – tutti emissari di Roma. Tra il 6 e il 41 d.C. i procuratori romani nominarono e destituirono almeno 18 sommi sacerdoti (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità 20, 247-251), spezzando la successione legittima. Il Talmud babilonese (Yoma 9a) e gli esegeti tradizionali lamentano questa «corruzione» del sacerdozio: i sommi sacerdoti non erano più «unti» secondo la Legge, ma comprati con denaro o favori imperiali.   6) S.cti Augustini In Joannis Evangelium Tractatus 51, 6-7 (ed. CCL 36, p. 437-438) – «Pullus asinæ, in quo nemo sederat, populus gentium est, quem nemo ante Christum subegerat. Asina vero, plebs ejus quæ veniebat ex populo Israë, sub jugo legis jam diu erat. […] Christus autem, Rex humilis, sedens super asinam et pullum, utramque plebem significat: Judæorum jam domitam et Gentium nondum insessam. […] Et sicut rex pacificus venit, non equo bellico, sed asina, quæ pacis est signum».   7) Cfr. anche Eph 2, 11-22: Propter quod memores estote quod aliquando vos gentes in carne, qui dicimini præputium ab ea quæ dicitur circumcisio in carne, manu facta: quia eratis illo in tempore sine Christo, alienati a conversatione Israël, et hospites testamentorum, promissionis spem non habentes, et sine Deo in hoc mundo. Nunc autem in Christo Jesu, vos, qui aliquando eratis longe, facti estis prope in sanguine Christi. Ipse enim est pax nostra, qui fecit utraque unum, et medium parietem maceriæ solvens, inimicitias in carne sua, legem mandatorum decretis evacuans, ut duos condat in semetipso in unum novum hominem, faciens pacem: et reconciliet ambos in uno corpore, Deo per crucem, interficiens inimicitias in semetipso. […] Ergo jam non estis hospites, et advenæ: sed estis cives sanctorum, et domestici Dei. Rm 11, 11-15 e 25-26: Dico ergo: Numquid sic offenderunt ut caderent? Absit. Sed illorum delicto, salus est gentibus ut illos æmulentur. […] Si enim amissio eorum, reconciliatio est mundi: quæ assumptio, nisi vita ex mortuis? […] Nolo enim vos ignorare, fratres, mysterium hoc […], quia cæcitas ex parte contigit in Israël, donec plenitudo gentium intraret, et sic omnis Israël salvus fieret.   8) ut et miserrimam Hebræorum gentem paterna quadam invitatione dignetur prævenire: scilicet votum exprimere, ut tandem longissima inutilique expectatione lassati, ad Messiam salvatorem nostrum, vere promissum Abrahæ et a Mose prænunciatum, festinent accedere: sic perficientes coronantesque religionem mosaïcam, non mutantes. Postulatum pro Hebræis. Cfr. Joseph et Augustin Lémann, La cause des restes d’Israël introduite au Concile Œcuménique du Vatican, 1912 – https://livres-mystiques.com/partieTEXTES/Lemann/La_Cause/Cause_des_restes.pdf   9)«Dans cette période finale doivent trouver place la conversion des restes d’Israël, la réjouissance qui s’en fera dans l’Église catholique, la venue du saint prophète Elie qui doit restaurer toutes choses, l’unique bercail sous l’unique Pasteur annoncé par le Christ, le combat gigantesque contre l’antéchrist, et enfin, dans la nature et le soleil les signes précurseurs de la fin du monde».   10) San Venanzio Fortunato, Vexilla Regis, Carme II, 6.

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