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Mons. Viganò: «opponiamo il Vangelo all’ideologia di morte del Nuovo Ordine Mondiale. Rifondiamo gli Stati sulla roccia che è Cristo Signore»

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Renovatio 21 pubblica l’intervento dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò al Secondo Congresso del Movimento Russofilo Internazionale e del Forum sulla Multipolarità tenutosi a Mosca il 26-27 Febbraio 2024.

 

Eccellenze, Illustri Signore e Signori, Cari Amici,

 

questa è la seconda occasione nella quale ho l’onore di intervenire al Congresso Internazionale dei Russofili. Ringrazio voi tutti e gli organizzatori di questo evento, per avermi invitato a tenere questa riflessione, che segue di poche settimane la storica intervista che il Presidente Vladimir Vladimirovič Putin ha concesso al giornalista statunitense Tucker Carlson.

 

La reazione dei media mainstream occidentali dimostra quanto la verità faccia paura, in un mondo che vive di menzogna e si regge sulla falsità. 

 

Tutti voi, qui convenuti, avete ben chiara la minaccia che incombe sul mondo occidentale e sull’intera umanità. Anzitutto, la minaccia di una Terza Guerra Mondiale, sotto le cui macerie seppellire decenni di crimini e frodi commessi da un’élite sempre più potente e tirannica.

 

In secondo luogo, la minaccia dello sterminio di parte dell’umanità tramite l’Agenda 2030.

 

In terzo luogo, la minaccia quanto mai concreta e terribile dell’instaurazione di un Governo Mondiale di stampo totalitario, nel quale i popoli superstiti siano ridotti in schiavitù.

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La progressiva cancellazione delle sovranità nazionali e il loro assorbimento in organismi sovranazionali hanno come scopo dichiarato l’instaurazione del Nuovo Ordine Mondiale. I leader del World Economic Forum, con tutte le sue ramificazioni ufficiali e ufficiose, non fanno mistero di aver occupato i vertici delle istituzioni tramite governi-fantoccio e con la cooperazione servile dei media di regime. 

 

I popoli dell’Occidente hanno ormai compreso di essere governati da servi dell’élite globalista e che il cosiddetto «sistema democratico» è una grottesca finzione, ad iniziare dalla manipolazione delle elezioni.

 

Le continue emergenze – sanitaria, bellica, climatica ed energetica – le crisi che dovrebbero giustificare l’Agenda 2030 non sono però ciò che unisce costoro, e molti iniziano a rendersene conto: ciò che muove queste persone è la loro appartenenza a un culto satanico. Ma chi vuole far regnare Satana, deve prima bandire Dio, con il pretesto della laicità dello Stato: Regnare Christum nolumus.

 

Il mondo occidentale si è ridotto a una cloaca, ad un mattatoio, ad un enorme campo di battaglia, nel quale l’élite controlla le masse, le impoverisce, le sfrutta, le umilia, le schiavizza, le manda al macello. 

 

Avendo escluso Dio dalla vita pubblica, l’autorità non deve obbedire a nessun principio trascendente, e può dunque mutarsi – come si sta mutando – in dittatura. Il suo potere diviene illimitato e lo Stato – privatizzato e nelle mani di eversori criminali – si sostituisce a Dio.

 

Possiamo credere che gli autori di questo golpe si rassegnino a cedere il potere, proprio quando manca poco all’instaurazione di questo Nuovo Ordine? Proprio quando l’élite è riuscita a imporre la sistematica cancellazione dei diritti fondamentali – la salute, la proprietà, la libertà di impresa, la libertà di parola e di educazione, la libertà di muoversi e viaggiare – a un’umanità terrorizzata da continue emergenze create a tavolino, da prospettive di catastrofi inventate, dalla minaccia di guerre e invasioni?

 

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Siamo tutti consapevoli che è in atto un risveglio dei popoli: lo dimostrano le manifestazioni degli agricoltori e degli allevatori che si allargano a macchia d’olio, e quelle dei cittadini di tante Nazioni, esasperati dalla sostituzione etnica – con tutte le conseguenze che conosciamo in termini di sicurezza, criminalità e convivenza – imposta da folli politiche immigrazioniste colpevolmente supportate da organizzazioni sedicenti umanitarie. Ma questo risveglio – se non troverà una risposta seria e responsabile nell’alveo del diritto – sfocerà inevitabilmente in guerra civile, dando il pretesto ai governi servi del World Economic Forum di intervenire militarmente. 

 

Solo due settimane fa l’Assemblea Nazionale francese ha varato una legge sulle «derive settarie» che prevede forti ammende e la reclusione per chi esprime dissenso. La censura di Stato o da parte di organi sovranazionali è già in atto e andrà aumentando esponenzialmente, così come il controllo sulle masse.

 

Gli scandali della frode elettorale alle Presidenziali americane del 2020; l’evidenza di un criminale piano di sterminio e sterilizzazione di massa mediante l’imposizione di una terapia genica sperimentale presentata come vaccinazione di massa; la volontà di forzare il passaggio alla valuta digitale per controllare come possiamo o non possiamo spendere i nostri soldi: sono tutti segnali allarmanti, ai quali si aggiunge la minaccia di una guerra nucleare. L’élite è disposta a tutto pur di conservare il potere e di nascondere i propri crimini. 

 

In cosa dunque può consistere un’azione di resistenza e di opposizione, tale da coinvolgere quest’onda montante di dissenso, evitando che possa venire strumentalizzata o dispersa? Vorrei qui esporre la mia visione, che spero possa costituire un’occasione di confronto. 

 

La Rivoluzione ha fallito, così come ha dimostrato di aver fallito l’ideologia laicista e anticristiana dell’Occidente postrivoluzionario, liberale e massonico.

 

La Russia ha vissuto questo crollo prima di noi, riappropriandosi della sua Fede, delle sue tradizioni e della sua cultura, che il totalitarismo aveva combattuto e cercato di cancellare, esattamente come la dittatura woke combatte e cerca di cancellare la nostra identità, la nostra Fede, la nostra civiltà cristiana e addirittura i principi sacri e universali della Legge naturale. Tutti siamo concordi che i danni causati da una società che si rifiuta di riconoscere Dio sono sotto i nostri occhi.

 

Dobbiamo quindi avere non solo l’umiltà, non solo il coraggio, ma anche e soprattutto la fierezza di professare la nostra Fede, di volere che non solo il singolo, ma anche lo Stato riconosca e onori Nostro Signore Gesù Cristo come Dio, Signore e Re, e che a Lui conformi le proprie leggi. 

 

Nel 1874 il grande statista Gabriel García Moreno consacrò la Repubblica dell’Ecuador a Nostro Signore, prima di essere ucciso dai sicari della Massoneria. Il suo motto era: Libertà per tutto e per tutti, tranne che per il male ed i malfattori. Come non essere d’accordo?

 

Dobbiamo riconoscere la Signoria di Cristo e arrenderci alla Sua legge, affidare a Lui la nostra patria e la nazione, noi stessi e le nostre famiglie. E chi, tra quanti si onorano del nome Cristiano, non condividerebbe queste parole? Non verremmo forse rispettati anche da chi professa un’altra religione, avendo ritrovato la comune base di principi condivisi come il rispetto della vita, della famiglia naturale, il rispetto per i deboli e gli anziani?

 

Penso che questo potrebbe costituire davvero, e direi quasi provocatoriamente, il great reset che tutti aspettiamo, e che costituisce un ritorno al Signore di tutti noi, delle nostre famiglie, delle comunità, delle amministrazioni pubbliche. Dovremmo tornare ad essere orgogliosi di poterci professare Cristiani.

 

Dobbiamo tornare a chiamare bene il bene e male il male; a non sentirci inferiori dinanzi all’arroganza del vizio, al cinismo della corruzione; a non lasciarci intimidire dalla apparente irreversibilità del male. Dobbiamo restituire ai popoli occidentali quella speranza che le è stata strappata per soggiogarli.

 

Dobbiamo delaicizzare la società e ricondurla nell’alveo di quell’ordine divino che si fonda in Cristo, Uomo-Dio, unico Salvatore del genere umano, che solo in Cristo può trovare pace.

 

La pace di Cristo – che è pace vera perché fondata sulla verità e sulla giustizia – può essere conseguita solo dove è Cristo a regnare: Pax Christi in regno Christi

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Qual è l’unica cosa che la chimera globalista non può offrirci? Per la quale non ha un surrogato da sostituirvi? L’eroismo di un ideale, la nobiltà di uno scopo per il quale valga la pena combattere ed anche morire. E questo ideale non può che consistere nella Fede in Cristo Signore, nell’amore per Lui e per il prossimo, nel desiderio di dare alla nostra Patria e ai nostri figli un futuro in cui gli orrori del globalismo siano un brutto ricordo.

 

Gli eversori di Davos non hanno nessun ideale da offrire, perché basano il proprio successo sulla paura, e perché ottengono obbedienza dai loro servi con la corruzione e il ricatto.

 

All’ideologia di morte del Nuovo Ordine Mondiale dobbiamo opporre il Vangelo, la parola del Verbo eterno, di Colui che si è detto Via, Verità e Vita. Se affrontiamo il comune nemico sul campo in cui è più forte siamo destinati a soccombere; se spostiamo lo scontro dove invece è debole possiamo vincerlo, con l’aiuto di Dio.

 

Dimentichiamo troppo spesso che Dio è veramente onnipotente, e che nulla possono i Suoi e nostri nemici contro di Lui. Egli aspetta che l’umanità torni a Lui e che si lasci salvare quando tutto sembra perduto.

 

Questa è l’unica possibile via di uscita dalla distopia presente, perché qualsiasi cosa accada – sia che gli autori del golpe siano sconfitti, sia che conservino con la forza il loro potere tirannico – la consapevolezza della battaglia spirituale in corso orienterà e darà uno slancio soprannaturale alla nostra opposizione, la renderà meritoria e non potrà non giungere al cospetto della Maestà divina. Domine salva nos, perimus! Κύριε, σῶσον, ἀπολλύμεθα. Господи! спаси нас, погибаем (Mt 8, 25). Nella tempesta che infuria, il Signore sembra dormire, mentre attende che Lo invochiamo e che Lo riconosciamo capace di placare le onde e quietare i venti.

 

Rifondiamo gli Stati sulla roccia, sulla pietra angolare che è Cristo Signore. Restituiamo a Gesù Cristo la corona che la Rivoluzione Gli ha strappato. Scrolliamo da noi il giogo infernale del globalismo, l’adesione a organismi sovranazionali pensati per cancellare la nostra Fede, la nostra identità, la nostra civiltà. Mettiamo gli eversori criminali davanti alle loro responsabilità, ad iniziare dall’aver provocato un sanguinoso conflitto che ha sterminato un’intera generazione in Ucraina, usandola per aggredire la Russia, per svenderla alle multinazionali e per far crollare economicamente l’Europa.

 

Affrontiamo l’élite non tanto contestando le menzogne delle crisi e delle emergenze, ma piuttosto opponendo alla loro visione di morte la speranza che si fonda su Cristo e sul fare la Sua volontà. Fiat voluntas tua, diciamo nel Padre nostro. Facciamo la volontà di Dio, unica possibile risposta della creatura al Creatore, e unica premessa per vincere con Lui questo scontro epocale. Ce l’ha ricordato anche Tucker Carlson, in una recente intervista rilasciata a Dubai, quando ha indicato i due schieramenti opposti, costituiti da chi riconosce e serve Dio e da chi vuole farsi dio al posto di Dio e contro di Lui, a chi serve la vita e chi promuove la morte, da chi segue la Verità e da chi è servo della menzogna e della frode. 

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I popoli sono assetati di Bene, non ne posso più di falsità e inganni, di perversioni e di violenza. Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene, dice San Paolo (Rm 12, 21). Vinciamo il male con il bene, e la menzogna con la verità, la superbia con l’umiltà, la corruzione con l’onestà, l’egoismo con la carità generosa.

 

Portiamo la Luce nelle tenebre, la luce vera che illumina ogni uomo (Gv 1, 9), perché le tenebre in cui si nascondono questi criminali eversori siano squarciate, e appaia l’orrore dei loro crimini esecrandi, e con essi la loro condanna.

 

Vi lascio la pace, vi do la mia pace: non come la dà il mondo, Io ve la do (Gv 14, 27). 

 

A conclusione di questa riflessione, vorrei lanciare un appello a tutti gli uomini di buona volontà, perché le Nazioni siano consacrate al Sacro Cuore di Gesù e al Cuore Immacolato di Maria, Madre di Dio, quale premessa per implorare dal Cielo quella pace che solo il nostro Re e Signore può dare, e che mai come in questo momento è invocata dal genere umano su questo mondo ostaggio di forze infernali.

 

Faccio questo appello al Patriarca di Mosca, ai Prelati della Chiesa ortodossa, ai Cardinali e ai Vescovi cattolici che non hanno ceduto al compromesso, e a tutti coloro che si riconoscono nei principi universali e sacri della Legge naturale.

 

Su tutti voi, e su quanti condividono la nostra battaglia spirituale, imploro copiose Benedizioni celesti per intercessione della gloriosa Theotokos, la Vergine Madre di Dio.

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo, già Nunzio Apostolico negli Stati Uniti d’America

 

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Arriva la «scomunica marinata»?

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Nel momento in cui il Vaticano bombarda 600 mila e più persone con lo scomunicone anti-FSSPX, diviene naturale rifugiarsi nei sonetti di Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863), che da romano vero conoscitore della Città der papa non poteva non aver trattato il tema nella sua poesia in vernacolo romanesco.   Havvi, ad esempio, Er cedolone der vicario, sonetto scritto il 22 aprile 1834, che bene illustra la minaccia di scomunica e le pene per chi trattiene i beni ecclesiastici. Si parla di un «cedolone», cioè un manifesto pubblico, affisso a Roma. Il cedolone era un avviso ufficiale del vicario del papa che imponeva, pena la scomunica, la restituzione dei beni di un sacerdote defunto. La scomuniica è quindi qui intesa come strumento di pressione burocratica e poliziesca.   La scummunica è uguale ar marfrancese, Che tte penetra l’osse a la sordina, E tte manna a fà fotte in men d’un mese.   Chi ssarà ll’animaccia ggiacubbina Che nnun ridìi le cose che ss’è pprese, Doppo der cedolon de stammatina?   Notare come, con sprezzo totale, il Belli paragona la scomunica al «marfrancese» – cioè alla sifilide – una malattia che agisce «a la sordina» (di nascosto) consumando da dentro l’individuo: il poeta vuole qui parlarci della devastante azione dello Stato Pontificio sulla vita interiore dei cittadini posti sotto la minaccia di essere scomunicati. «Animaccia ggiacubbina», era l’etichetta usata per indicare chiunque si opponesse all’autorità ecclesiastica, che oggi che li giacobini sono al comando dello Stato pontificio, suona buffissima.   L’espressione «sta ffresco» evidenzia la rassegnazione del popolo di fronte alla potenza ecclesiastica dotata della superarma scomunicante, il cui effatto megatonico sull’animo umano è ancora brandito con sicumera dal (già) Sant’Uffizio.

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Evvi poi un ulteriore sonetto del Belli riguardo al tema della scomunica. Si tratta di quello intitolato, appunto, La scummunica, scritto il 25 agosto 1825.   La scummunica inzomma è una parola Che ddisce er Papa, e appena Iddio l’ha intesa, L’ubbidissce ar momento, e vve conzola Cór cacciàvve dar gremmo de la Cchiesa.   Abbasta una scummunica, una sola, Pe’ sbattezzavve; e gguai chi sse l’è ppresa! Pò vvenì Ggesucristo co’ la stola A bbenedillo, bbutta via la spesa.   Domenica er Curato l’ha spiegata, E ha detto: “Iddio ne guardi, si pprennete La scummunica nata e mmarinata.   Un libbro, un c…., un scappellotto a un prete, Un sputo, una scorreggia, una pissciata Ve pò scummunicà cquanno volete.„   Nelle prime quartine si satireggia sul paradosso teologico: le gerarchie universali sono invertite: il papa comanda e Dio esegue cecamente. La scomunica diventa una formula magica o un atto burocratico a cui persino Nostro Signore deve «ubbidire al momento». Nemmeno Gesù Cristo in persona, scendendo sulla terra con tanto di paramento liturgico, avrebbe il potere di annullare la scomunica del papa. La grazia divina viene così sottomessa alla burocrazia eclesiastica.   Interessante l’elenco, messo in bocca ad un parroco durante l’omelia domenicale, dei motivi per cui si può essere scomunicati: leggere un «libbro» proibito, aggredire un sacerdote («un scappellotto a un prete»), così come atti di volgarità corporale: uno sputo, un peto, una minzione («una pissciata»). La lista grottesca serve ad indicare come all’epoca (solo all’epoca?) la Chiesa utilizzasse l’arma della scomunica in modo indiscriminato: la scomunica serviva a punire sia il dissenso intellettuale sia, volendo, i comportamenti triviali, riducendo un grave provvedimento spirituale ad uno strumento di sottomissione politica continua.   Tra i peccati qui listati non vi è, curiosamente, la consacrazione dei vescovi senza mandato.

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Vi è poi da rivelare al lettore cosa il poeta intenda con «scummunica nata e marinata»: si tratta di come il popolano, soggetto enunciante della poesia bellica, capisce l’espressione «scomunica Maranathà», ossia la scomunica usque Dominus veniet (tradotto letteralmente: «fino a quando verrà il Signore»), la forma estrema e permanente di sanzione religiosa utilizzata storicamente dalla Chiesa cattolica, inflitta per colpe considerate talmente gravi da non poter essere perdonate da nessuna autorità umana terrena. La rimozione della scomunica veniva rimandata direttamente al Giudizio Universale, lasciando il verdetto finale a Dio, con il colpevole colpevole escluso in modo perpetuo dalla comunità dei fedeli e dai sacramenti – una scappatoia di perdonanza terrena, dicono dalla regia, da qualche parte c’era comunque.   La scomunica Maranathà veniva riservata a reati eccezionali, come le eresie ostinate, le profanazioni estreme o i gravi crimini contro la figura del papa. Si trattava di una scomunica che poteva prevedere anche un preciso cerimoniale di maledizione, sempre presente nel pontificale romano, benché caduto in disuso praticamente già nell’età moderna, con rare eccezioni.   Interessante pure ricordare come, in epoca pre-codiciale – cioè antecedente al Codice di Diritto Canonico (Codex Iuris Canonici), promulgato nel 1917 da Papa Benedetto XV – chi ordinava vescovi senza mandato pontificio veniva semplicemente sospeso fino a dispensa – di fatto, ‘na bazecola. Anzi, la scomunica per la consacrazione illecita di vescovi è perfino successiva, è stata introdotta da Pio XII in risposta alle ingerenze del regime comunista in Cina, che oggi invece, nella Chiesa invertita, ordina i vescovi che gli pare senza incorrere in scomunica e ricevendo poco dopo, dopo un mezzo silenzio di qualche ora, la ratifica del Sacro Palazzo.   A questo punto ci chiediamo quanto vescovi, sacerdoti e fedeli FSSPX siano andati vicini alla scomunica marinata. La quale, sì, è sparita con l’arrivo del Codice, ma col Fernandezzo non si sa mai, magari resuscita pure quella per far danno ai mostri tradizionalisti.   Il cardinale orgasmologo infatti, in punta di diritto positivo assoluto, potrebbe usare le parole del sonetto belliano Li soprani der monno vecchio (21 gennaio 1831), rese immortali dal Marchese del Grillo del democristiano Alberto Sordi.   C’era una vorta un Re cche ddar palazzo Mannò ffora a li popoli st’editto: “Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo, Sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto.”   Eccoci che torniamo alla grande saggezza del poeta vernacolare, che visse i suoi 72 anni sotto sei papi, descrivendo una città sordida e in abbandono, di plebi tra le più incolte d’Italia, dove il papa era anche temuto, ha scritto un critico, «come capo della fatiscente società del putrido Stato pontificio».   I tempi sono cambiati, o forse, nella Rroma eterna e nelle sue cloache umane, no.   Anvedi.   Roberto Dal Bosco  

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Peter Thiel: Benedetto XVI «credeva di vivere negli ultimi tempi»

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L’investitore miliardario Peter Thiel, che ha recentemente tenuto una serie di conferenze sull’anticristo a Roma, a due passi dal Vaticano, ha spiegato che il motivo principale per cui ha parlato pubblicamente dell’anticristo è «perché nessun altro ne parla», aggiungendo che, per gran parte della storia cristiana, sarebbe sembrato un chiaro segno del suo imminente arrivo (2Pietro 3, 3-4).

 

In un lungo saggio intitolato «Il papa e l’anticristo», pubblicato sulla prestigiosa testata cattolica statunitense First Things, Thiel afferma che papa Benedetto XVI credeva di vivere negli ultimi tempi.

 

Thiel ha introdotto il suo articolo per First Things, scritto in collaborazione con il Sam Wolfe, affermando: «Non spetta a me dire alla Chiesa che ora è», aggiungendo: «Benedetto lo ha già fatto».

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La fascinazione del magnate già socio di Elone Musk per le opinioni di papa Benedetto sull’anticristo e sulla fine dei tempi è sorprendente, considerando che è nato in una famiglia protestante (i genitori sono tedeschi immigrati in America, e sono religiosi, a quanto è dato di sapere) che ha accumulato un’enorme ricchezza – ha co-fondato PayPal, è stato uno dei primi investitori di Facebook e ora è a capo di Palantir – e che è anche omosessuale «sposato» con un uomo e con figli ottenuti via utero in affitto.

 

Pur non essendo cattolico, Thiel si è chiaramente immerso negli insegnamenti e nella storia della Chiesa cattolica ben oltre la media dei fedeli cattolici, nota LifeSite. È noto ai lettori di Renovatio 21, tuttavia, che egli sia stato discepolo diretto all’Università di Stanford del filosofo cattolico Réné Girard, di cui ha assimilato certamente la teoria del sacrificio così come quella della teoria mimetica, che sembra aver guidato la sua fortunatissima carriera di investitore in grado di discernere tra un investimento rilevante e uno fatto perché è desiderato anche da altri.

 

Nell’articolo su First Things Thiel ha espresso rammarico per il fatto che Benedetto XVI sia rimasto in silenzio sull’anticristo durante tutto il suo pontificato e abbia aspettato fino alle sue dimissioni per esprimere il suo parere. Come riportato da Renovatio 21, ciò non è del tutto vero.

 

Thiel ha osservato che solo quando il papa emerito è diventato anziano ha «iniziato a parlare con la chiarezza che fino ad allora aveva negato a tutti tranne che ai suoi lettori più intimi». In un’intervista del 2018 ha affermato che «la società moderna sta formulando un credo anticristiano e opporsi ad esso viene punito con la scomunica sociale. È naturale temere questo potere spirituale dell’anticristo e ha davvero bisogno dell’aiuto delle preghiere di un’intera diocesi e della Chiesa mondiale per resistergli».

 

Tre anni prima, inaspettatamente, il politico slovacco Vladimír Palko aveva ricevuto una lettera da Benedetto XVI che elogiava il suo libro Die Löwen Kommen («Arrivano i leoni»). La lettera includeva queste parole: «Vediamo come il potere dell’anticristo si stia espandendo e non possiamo che pregare che il Signore ci dia pastori forti che difendano la sua Chiesa in quest’ora di bisogno dal potere del male».

 

«Il cristiano sa che nulla dura per sempre, perché questo mondo ha un inizio e una fine. L’apocalisse, la rivelazione di tutti i segreti e la fine di tutte le interpretazioni, prima o poi arriverà», ha osservato Thiel a conclusione del suo avvincente saggio. «C’è un tempo e un luogo per l’esoterismo, il cui contrario è la rivelazione. Ma non in questioni che riguardano il destino del mondo e delle nostre anime. Perché quando il tempo stringe e l’ora è tarda, chi può sperare nella salvezza nella reticenza filosofica?»

 

Come riportato da Renovatio 21, a giugno il Festival di Vienna aveva revocato la prevista partecipazione di Thiel, a causa delle crescenti critiche da parte degli sponsor e del massiccio ritiro di altri partecipanti. Thiel avrebbe dovuto parlare di anticristo, tema che lo ossessione pubblicamente al punto da essere canzonato lungo un’intera stagione del popolarissimo cartone satirico americano South Park.

 


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Due settimane fa il Thiel ha alzato il tiro sul papato dichiarando, ad un incontro elitario ad Aspen che papa Leone XIV «lavora per i comunisti cinesi».

 

Come riportato da Renovatio 21, in settimana è emerso che Thiel, in previsione di un collasso statunitense o mondiale, si è trasferito in Argentina.

 

Le tensioni tra il miliardario del settore tecnologico e il Vaticano non sono una novità. A marzo, il Thiel ha tenuto una serie di conferenze sull’Anticristo a Roma, a pochi isolati dalla Santa Sede, su invito. Le conferenze avrebbero innervosito il Vaticano e spinto due università cattoliche a dichiarare pubblicamente di non essere coinvolte nell’organizzazione degli eventi.

 

Thiel, cofondatore di Palantir e PayPal, è stato uno dei primi sostenitori del presidente Donald Trump nella Silicon Valley, contribuendo al lancio della carriera del vicepresidente JD Vance: Vance, convertito al cattolicesimo, lavorava presso Mithril Capital, una società di investimenti cofondata da Thiel, prima che quest’ultimo appoggiasse il suo ingresso in politica.

 

In realtà, a differenza di quanto creduto da Thiel, Ratzinger aveva esposto anche prima del suo ritiro idee precise, e complesse, sull’anticristo e sui tempi ultimi – e sul ruolo che avranno le macchine.

 

Come riportato da Renovatio 21, il 15 marzo 2000 il cardinale Joseph Ratzinger parlò a Palermo in un incontro con sacerdoti e seminaristi.

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«Nel loro orrore, [i campi di concentramento] hanno cancellato, cancellato volti e storia, nomi, cancellato persone. Hanno trasformato l’uomo in un numero, l’uomo non è che un numero, è un pezzo di un macchinario, l’uomo non è che un pezzo di un macchinario, di un ingranaggio, non è più che una funzione» aveva detto il futuro papa Benedetto.

 

«Ai nostri giorni non dovremmo dimenticare che queste mostruosità della storia hanno prefigurato il destino di un mondo che corre il rischio di adottare la stessa struttura dei campi di concentramento, se viene accettata la legge universale della macchina»

 

«Le macchine che sono state costruite impongono questa stessa legge, questa stessa legge che era adottata nei campi di concentramento. Secondo la logica della macchina, secondo i padroni della macchina, l’uomo deve essere interpretato da un computer, e questo è possibile solamente se l’uomo viene tradotto in numeri» aveva continuato colui che un lustro dopo sarebbe salito al Soglio di Pietro.

 

«La Bestia è un numero, e ci trasforma in numeri. Dio nostro Padre invece ha un nome, e chiama ciascuno di noi per nome. È una persona, e quando guarda ciascuno di noi vede una persona, una persona eterna, una persona amata». Ecco che, parlando della Bestia e di numeri Benedetto sembra avvicinarsi al pensiero di Thiel su anticristo e AI.

 

Mentre molti nel mondo cattolico esprimono fastidio per le riflessioni di Thiel, si tratta, come evidenti, di questioni che ora vanno poste senza esitazione. Perché l’apocalisse potrebbe essere davvero alle porte, e non possiamo confidare nella capacità di guida e di lotta di un Vaticano occupato da modernisti invertiti.

 

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Ecône e il vero ordine mondiale

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Quando lo ho compreso, imbottigliato nel traffico, mi è scappata una risata. Sì, avevo finalmente visto l’Europa Unita. In Svizzera. In realtà, avrei capito poi, era persino qualcosa di più, era il mondo unito, o perfino oltre: era il vero ordine cosmico che si manifestava, tuonando e pregando, dinanzi a me e alla storia.   La mattina del primo luglio ero, ovviamente, ad Econe per le consacrazioni dei vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, la realtà dentro la quale sto crescendo i miei figli.   Ecône è considerata la sede della FSSPX, perché vi, adagiato sulla montagna che scende con dolcezza verso la valle verde e calmissima, il seminario internazionale creato da monsignor Lefebvre. Vi è in pratica una sola superstrada che attraversa il Canton Vallese, e quel giorno, alle sei della mattina, era già intasata. Vi era una fila infinita di macchine con ogni sorta di targa: c’erano le station wagon francesi, c’erano i pulmini tedeschi, e ancora auto spagnole, svedesi, ceche, britanniche, olandesi, belghe, slovacche – e italiane, chiaro. Gli americani, si suppone, erano quelli che le corriere scaricavano in grande copia. Più tardi avrei veduto anche brasiliani, messicani e africani.

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Ho, senza rendermene conto, riso: eccotela l’unione europea, eccoti le nazioni unite. Solo basate sul contrario di quello su cui sono basate le istituzioni che portano questi nomi – basate cioè su Gesù Cristo. Ho sorriso pensandoci: i democristiani che azzardano con timidezza riguardo le radici cristiane dell’Europa, negate a Brusselle, dovrebbero vedere questo ingorgo fedele, dove ci sono non solo le radici, ma anche il tronco, i rami, le foglie, i fiori, i frutti.   Usciti dalla coda (dopo aver incontrato ad ogni rondò un giovane volontario FSSPX in pettorina fluorescente che dispensava direttive per il parcheggio), diretti a piedi verso il grande prato delle consacrazioni, l’effetto diventa ancora più evidente: l’albero della Fraternità, cioè di ciò che rimane della Chiesa vera, è fatto di famiglie, famiglie stupende.     Le famiglie felici, diceva Leone Tolstoj, si assomigliano tutte. È la verità: il maschio, spesso giovane, è in giacca e cravatta, magari con un elegante cappello di paglia in testa, mentre i figli – in genere quattro o più – gli corrono biondissimi innanzi, sotto lo sguardo attento della madre, che, fasciata in un tipo di mise che qualcuno chiama lefebvrian-hippy-chic (cioè vestito leggero lungo con stampa, apparentemente spensierato e al contempo estremamente femminile, materno. Va anche aggiunto: le persone in sovrappeso sono pochissime. Persone con sguardo triste praticamente non ci sono.   È una pianta viva, vitale, sana, rigogliosa. La sua energia, moltiplicata a migliaia, è travolgente.   Ho passato buona parte delle sei ore di cerimonia di consacrazione a pochi metri dall’altare, dove avevano messo, invisibile a tutti, un gabbiotto per la stampa. Se dico «gabbiotto» è perché in effetti era una vera prigione per i giornalisti – sì, una razza infida: conveniamo – accreditati. In pratica si era a poche file di suore di distanza dall’altare, ma non si poteva uscire: se beccavano un giornalista sul prato, i ragazzotti bénévoles, frutto dell’esercito elvetico dove militano almeno 20 giorni l’anno, lo rimandavano indietro scortato.   «On se sent controllés», mi ha sussurrato sardonica la vecchia inviata del giornale ultragoscista e rothschildiano Libération. Ho realizzato, tuttavia, che con questa precisione logistica e di sorveglianza, se volessero fare un golpe in Vaticano potrebbero compierlo in trenta minuti netti.   La cerimonia è durata più di cinque ore. La precisione liturgica, la ricchezza di paramenti sacri, la potenza del canto gregoriano che risuonava in tutta la valle, erano solo alcuni degli elementi che rendevano questa cerimonia come la più impressionante mai vista. Un sacerdote della Fraternità mi ha raccontato che, tra i riti perduti con il Concilio, c’è proprio quello della consacrazione dei vescovi, che ora nella Chiesa modernista è liturgicamente corrotto.  

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C’è stato quindi un momento davvero metafisico, o meteocinetico, che ha colpito tantissimi – specie i non fedeli. A scriverne, paradossalmente, sono state solo testate «laiche» di fact-checker, che annusando quello che si scriveva in rete in diretta si sono buttati sul bizzarro caso.     Il celebrante, monsignor De Gallareta (il vescovo più anziano rimasto degli ordinati da monsignor Lefebvre) stava consacrando l’ostia. Il cielo da qualche minuto era divenuto nerissimo, e pareva di essere dentro una nuvola scura, e del resto siamo praticamente in montagna.   Ecco che quando il vescovo abbassa l’ostia dopo averla consacrata un tuono squarcia l’aria. Il fragore è potentissimo, scuote le ossa delle migliaia di persone. La portata simbolica della scena, con il cielo che urla nel momento più sacro di questa messa così importante, è innegabile, si innesta direttamente nella mente di chiunque.   Io stesso, che ero inginocchiato come altri giornalisti nel gabbiotto-stampa, ricordo di aver tremato. Cosa sta succedendo?   In verità c’era chi stava messo peggio di me. Il tizio di una celeberrima agenzia stampa internazionale, che se ne stava seduto lì a fianco a gambe incrociate, si gira e mi guarda sconvolto: era in cerca, anche da uno sconosciuto, di una spiegazione a ciò che aveva appena vedute. Io, sempre genuflesso, mi sono limitato ad assentire in silenzio, beffardo ed anche soddisfatto, guardandolo di sottecchi per un attimo: «caro mio, benvenuto laddove il Cielo è qualcosa di concreto, e il Cielo reagisce alla Terra. Il Cielo e la Terra sono legati. Il Cielo e la Terra sono ordinati. Benvenuto nella realtà». Era il sottotitolo invisibile che, spero, abbia recepito.   A quel punto si è scatenata una tempesta immane. Pioggia a catinelle, che rimbalzava sul tendone principale e scendeva a cascate sulla sala stampa, obbligando quanti avevano telecamere e macchine fotografiche a spostarsi di colpo. Qualche giornalista fedele resta inginocchiato in mezzo all’acqua, come l’inviata di LifeSite che si inzuppa il gonnellone in maniera irreparabile.   La cerimonia doveva quindi prevedere la comunione per i 17.000 fedeli partecipanti, ma, con quel tempo avverso, non era possibile. Si è deciso così di procedere con un rosario, che parte cantato da preti, suore e masse di fedeli. Monsignor De Gallareta sta seduto sul trono, irradiando un misto di concentrazione e forza, una gravitas, come mai ho visto prima.   «Ave Maria, grazia plena / dominus tecum…»   Mi affaccio a guardare le migliaia di fedeli sul prato. Pochissimi sono andati a rifugiarsi nei tendoni preparati per il pranzo. La totalità è rimasta ferma dov’era, inginocchiata nel fango. I fedeli FSSPX non mollano la barca nella tempesta. Questo è il primo significato, direttamente evangelico, che viene alla mente guardando la scena. Esso spiega tutto, illustra tutto, riassume tutto.   Dal Vangelo secondo Matteo (8, 23-27) «Entrato poi nella barca, lo seguirono i suoi discepoli. Ed ecco sollevarsi una tempesta tanto grande che la barca era coperta dalle onde; e siccome egli dormiva, i discepoli gli si accostarono e lo svegliarono, gridando: “Salvaci, o Signore, che siam perduti!”. Gesù disse loro: “Perchè temete, uomini di poca fede?”. E, alzatosi in piedi, comandò ai vènti e al mare, e subito si fece una gran calma. Del che meravigliati, tutti dicevano: “Chi è costui, al quale ubbidiscono anche i vènti e il mare?”».   I fedeli della Fraternità hanno fede nei comandi di Gesù, e nella sua potenza reale.

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Quando finisce il rosario, ecco che la bufera si placa completamente. Partono i sacerdoti per tutto il pratone per dare la comunione al popolo. Il terreno non sembra nemmeno troppo fangoso. Qualcuno, poi, mi ha detto: il Cielo ha voluto quel rosario per ricordarci della Santa Vergine. Che, in effetti, è diventato uno dei punti di contesa con la Chiesa di Fernandez, che l’ha privata, sulla strada della protestantizzazione slatentizzata, del titolo di «corredentrice».   Poco dopo, quando ancora i vescovi stanno eseguendo le ultime parti del rito, il bel tempo arriva. La burrasca è davvero finita. Quando i discendenti degli apostoli escono benedicenti fra la folla il tempo è sereno, è persino caldo.   A fine pomeriggio, durante i vespri, il neovescovo americano Michael Goldade fa una breve omelia. Il sole splende, e gli occhi di questo ragazzo del Kansas brillano pure, nello zelo e in quello che amo chiamare «sorriso lefebvriano» (guardatevi le foto del monsignore, e dei suoi vescovi: sorrisi più autentici non ne troverete).   Monsignor Goldade fa una breve omelia di lucidità assoluta.     «Quando si contemplano queste magnifiche cattedrali, si scorgono rappresentazioni artistiche della vita: viti, vegetazione, acqua che scorre. Non si tratta semplicemente di elementi naturali, ma di simboli della vita soprannaturale che ci giunge attraverso la Chiesa cattolica (…) Se la Chiesa cattolica, nella sua Tradizione, genera vita, la Chiesa modernista è un deserto. Uccide, uccide tutto ciò che tocca, uccide la vita soprannaturale, distrugge le fonti della grazia, fa appassire ogni cosa. Perché? Perché ha posto l’uomo al posto di Dio e si è così allontanato dalle fonti stesse della vita».   La potenza divina della vita mi è stata chiara guardando queste migliaia di famiglie stupende, da ogni parte del globo terracqueo, che perseverano nonostante possano piovere su di esse, e sulla propria progenie, tempeste e scomuniche.   Mi è subito evidente la valutazione politica da fare: lo Stato moderno non dispone, e non può disporre, di simili cittadini, e questa è esattamente la sua condanna, la ragione della sua inevitabile disintegrazione. E quindi, lo Stato del futuro, lo Stato che agisca come garante della continuazione della vita umana, non può che essere uno Stato cristiano.   In assenza di un simile popolo, ogni tentativo di creare consorzi nazionali ed internazionali è destinato a fallire nella miseria e nella morte.

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L’ulteriore considerazione da farsi è di carattere metafisico. Quello a cui ho assistito è, in orizzontale e in verticale, la vera religione. La parola, lo sapete, viene dal latino religare, «legare strettamente», cioè «rilegare». Per alcuni la religione rilega, sul piano terrestre, le genti, unendole. Altri, più mistici, ritengono che la parola esprima il vincolo di unione e dipendenza tra l’essere umano e il divino, tra Cielo e la Terra.   Ecco, le genti di tutta la Terra, unite fra loro, unite al Cielo, che parla loro, agisce nelle loro vite, dentro ad un rito, cioè, secondo la radice indoeuropea réi, al principio dell’ordine. Ecco la religione, l’unica vera.   Ecco il vero ordine mondiale. Ecco il vero ordine cosmico. Come in Cielo così in Terra.   E così sia.   Roberto Dal Bosco

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