Spirito
Mons. Viganò: il sacerdozio conciliare e la sua mediocrità fanno gioire Satana
Renovatio 21 pubblica quest’omelia dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò.

Fulget Crucis mysterium
Omelia nell’Esaltazione della Santa Croce in occasione del conferimento della Sacra Tonsura e dell’Ostiariato
Indue me, Domine, novum hominem,
qui secundum Deum creatus est,
in justitia, et sanctitate veritatis.
Ef 4, 24
Tre sono le ragioni di festa e di gioia di questo giorno benedetto.
La prima è certamente la ricorrenza liturgica dell’Esaltazione della Santa Croce, che quest’anno cade provvidenzialmente nel giorno di domenica, a celebrare il trono sul quale è assiso l’Agnello Redentore. Oggi la Croce campeggia nel vessillo del Signore Risorto.
La seconda è che dopo anni di prove ed incertezze, ci ritroviamo riuniti come una famiglia nel senso antico del termine: un microcosmo organizzato sul modello di una comunità canonicale di vita in comune. Ci ritroviamo a vedere incoraggiata da un Vescovo, Successore degli Apostoli, la piccola Fraternità Sacerdotale della Familia Christi che dopo anni di tribolazioni riprende vita nella speranza di una rinnovata fecondità.
La terza ragione della nostra gioia in questo giorno è che durante questa Messa Pontificale conferisco la Sacra Tonsura a Mauro e Antonio e l’Ostiariato a Claudio. Ringraziamo dunque il Signore per la grazia che ci concede di veder crescere la nostra Comunità e nascervi nuove Vocazioni.
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La Sacra Tonsura è, nella vita di un chierico, uno dei momenti più importanti e altamente simbolici. Con il taglio dei capelli, cari Mauro e Antonio, rinunciate al mondo, per portare anche esteriormente il segno della vostra totale appartenenza a Dio. L’abito clericale e la tonsura vi identificano e vi rendono riconoscibili a tutti: chi vi incontrerà per strada, vedrà prima il vostro abito e poi voi che lo indossate.
Esso ricopre con i meriti di Nostro Signore le vostre umane debolezze, e mentre scompare l’uomo, appare il consacrato e il Ministro di Dio. Non dimenticate che questa vostra visibilità, se da un lato vi designa come discepoli di Nostro Signore, dall’altro vi impone di testimoniare con le opere e con una vita esemplare la vostra appartenenza alla Santa Chiesa.
Indossate l’uomo nuovo, creato a immagine di Dio nella giustizia e nella santità della verità, vi esorta l’Apostolo Paolo (Ef 4, 24). Nella giustizia e nella santità della verità: perché la verità è giusta e santa, in quanto promana da Dio, che è Verità somma, somma Giustizia e somma Santità.
Con l’Ostiariato, caro Claudio, sei reso degno di aprire e chiudere le porte del tempio e di suonare le campane per chiamarvi i fedeli. Quest’Ordine Minore ti conferisce le grazie di stato anche per allontanare dalla Casa di Dio chi ne è indegno, spronandoti ad essere tu stesso degno di dimorarvi cum timore et tremore (Fil 2, 12). O quam terribilis est locus iste (Gen 28, 17), esclama Giacobbe dopo il sogno in cui vede la scala che collega la terra al cielo, con angeli che salgono e scendono, e Dio che gli parla. Vere non est hic aliud nisi domus Dei et porta cœli. Luogo terribile, maestoso e solenne, in cui il Sacrificio perfetto offerto dalla Santa Chiesa sale al Padre, mentre dal Cielo discendono copiosi i frutti di quel medesimo Sacrificio.
Cari fratelli, da lunghi anni ormai, vediamo con immenso dolore una Gerarchia modernista in preda ad una mentalità totalmente secolarizzata che segue con tetragona ostinazione un preciso piano di dissoluzione della Chiesa, della Messa, del Sacerdozio e della vita religiosa. Questa Gerarchia ha imposto un modello ben preciso di chiesa, di messa, di sacerdozio e di vita consacrata che non ha più Nostro Signore Gesù Cristo al centro: è l’uomo che ha preso il suo posto, e con esso l’idea che gli Ordini Sacri possano essere superati da forme di ministero umanitario, di assistenza sociale, di mutevole dottrina.
Dopo sessant’anni il fallimento è incontestabile. Per questo vescovi, cardinali e superiori non possono permettere che il proprio potere sia messo in discussione dal silenzioso monito di un’esistenza come la vostra. I falsi pastori e i mercenari vedono nelle vocazioni sacerdotali e canonicali tradizionali una minaccia, perché costituiscono una pietra di paragone che manifesta e dimostra che quanto è stato colpevolmente abbandonato e distrutto in nome del Concilio Vaticano II costituisce non solo un valore sublime ed eterno ma la miglior difesa contro quelle scellerate «innovazioni» che la riforma conciliare ha imposto.
La Chiesa fiorisce di vocazioni sacerdotali proprio quando le tiene separate dal contagio del mondo non solo nei segni esteriori dell’abito e della Tonsura, ma anche e soprattutto nel formarle ad avere Cristo Re e Maria Regina al centro della propria vita e del proprio Ministero. Essere ministri di Dio significa prestare un servizio militare nell’esercito del Signore, nella militia christiana. Significa avere un alto ideale, un modello divino, una meta soprannaturale che rende ogni prova e ogni tribolazione degna di essere affrontata nel fiducioso abbandono alla divina Volontà.
La chiesa conciliare e sinodale, invece, agonizza nella crisi delle Vocazioni proprio perché non rappresenta una scelta eroica e non mostra alcuna meta ambiziosa da conquistare nel bonum certamen. Non vi è anzi alcun certamen da combattere, perché nella chiesa odierna non vi sono nemici, se non i Cattolici fedeli alla Tradizione e quanti hanno l’ardire di non inchinarsi all’idolo del Vaticano II.
Il sacerdozio conciliare è una scelta di forzata mediocrità, voluta e incoraggiata dall’alto, che demoralizza e anestetizza spiritualmente anche le Vocazioni più generose e oneste. E con il progressivo aggravarsi della situazione, le diaconesse sono già pronte a sostituire i parroci con cerimonie senza Ministro, per la gioia dei Modernisti e di colui che, più di tutti, odia i Sacerdoti e la Messa Cattolica: Satana.
Ogni anima consacrata che sia fedele alla spiritualità e al carisma dei propri Fondatori e all’immutabile Magistero Cattolico è un temibile soldato di Cristo, armato della Grazia di Dio e della preghiera. A maggior ragione lo è una Comunità di sacerdoti secolari che ha deciso di vivere insieme per Cristo, con Cristo e in Cristo, in quello scambievole esempio e reciproco sprone richiesto da un carisma esigente, come lo è quello che vi ha lasciato in eredità il Servo di Dio mons. Giuseppe Canovai fatto di continua offerta di sé stessi a Dio Padre per la salvezza degli uomini: «compiere ciò che manca alla Passione di Cristo e, per la salvezza del mondo, offrire, riparare, compensare, sostituire».
E come «vivere insieme» con profitto se non tramite una Fede infiammata dalla Carità e dallo zelo apostolico? Zelo che si alimenta con la celebrazione quotidiana della Messa Apostolica e la fedeltà assidua all’Ufficio Divino, pilastri imprescindibile – insieme al Santo Rosario – su cui si deve edificare la vostra vita sacerdotale e il vostro apostolato. Oportet semper orare, et non deficere (Lc 18, 1): pregate, pregate sempre senza stancarvi – vi esorta Nostro Signore. Sia la preghiera vostro scudo e vostra consolazione.
La vostra Comunità ha attraversato immani prove e persecuzioni da parte di falsi pastori e di mercenari, tanto a Ferrara quanto a Roma. Ma queste prove, che hanno causato tante sofferenze e richiesto tanta sopportazione, vi hanno dato modo di purificarvi, di abbandonare ogni compromesso con le forme liturgiche del Novus Ordo, di scegliere risolutamente la Tradizione, emendando tutti quegli aspetti che necessitavano di avanzamenti, così da far tesoro degli errori passati per non compierne in futuro.
Ma queste prove, che hanno causato tante sofferenze e richiesto tanta sopportazione, vi hanno dato modo di purificarvi, di emendare tutti quegli aspetti che necessitavano di miglioramenti, così da far tesoro degli errori passati per non compierne in futuro. E se il Signore si è degnato di vagliare la sincerità e l’autenticità dei vostri intenti e la vostra perseveranza nella verità e nel bene, benedite queste prove e ringraziateLo per l’aiuto che vi ha accordato, rendendovi degni della Sua grazia.
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Mi rivolgo in modo particolare a Voi, cari Claudio, Mauro e Antonio: fate che ogni vostro pensiero, ogni vostro respiro, ogni battito del vostro cuore ripeta silenziosamente – ma efficacemente – la preghiera dell’inno Crux fidelis:
Flecte ramos, arbor alta,
tensa laxa viscera,
et rigor lentescat ille
quem dedit nativitas,
ut superni membra Regis
mite tendas stipite.
Sono parole che non possono quasi essere pronunciate senza commuoversi, tanto esse grondano di carità soprannaturale: Piega i rami, alto albero, rilascia le [tue] fibre distese e si pieghi quella rigidità che avesti dalla nascita, per concedere alle membra del Re celeste un tronco tenero. Quando aprirete le braccia in croce, il giorno benedetto della vostra Ordinazione sacerdotale, fate che al legno del vostro Sacerdozio possa appoggiarSi il Salvatore, trovando in voi un tronco tenero che si adatti alle Sue membra.
Ricordate le parole dell’inno: Crux fidelis, croce fedele. La Croce è fedele perché non ci inganna, nella crudezza delle sofferenze e dei patimenti che evoca, ma anche nel trionfo della vittoria definitiva di cui è strumento. È fedele perché ha «servito» il suo scopo divino senza tradire la missione di essere l’altare su cui il Salvatore Si è immolato in obbedienza al Padre. È il segno tangibile della fedeltà di Dio al suo popolo e del sacrificio di Nostro Signore Gesù Cristo che ha portato a compimento il piano di salvezza. È fedele nel senso che rimane un simbolo eterno di amore, di redenzione e di vittoria, mai venuta meno al suo scopo divino.
Siate anche voi fedeli alla Croce, come lo fu Mons. Giuseppe Canovai, di cui leggiamo nel suo diario queste parole infuocate: «Vivere per la Croce soltanto, averla con se sempre e portare nell’anima la Croce invisibile della carità dolorante del Maestro, unica vera occupazione della vita, unica ragione di esistere». Questa fedeltà alla Croce si traduce nella vera obbedienza, che è obbedienza a Dio prima che agli uomini, specialmente quando, a causa dell’apostasia presente, vi sono uomini che usurpano l’Autorità di Dio contro la Sua santa Volontà, abusando del loro potere imponendo ordini iniqui.
La santa obbedienza, l’obbedienza virtuosa e meritoria, non è servile e pavida, ma coraggiosa e responsabile. E come il vostro Maestro è stato obbediente al Padre fino alla morte e alla morte di croce (Fil 2, 8) disobbedendo doverosamente a Sommi Sacerdoti traditori e corrotti, così anche voi, sul Suo esempio, abbiate la costanza di rimanere fedeli a Colui che vi giudica e vi mette alla prova per vedervi partecipi della Sua vittoria, sapendo affrontare con fermezza la dolorosa croce di essere trattati come nemici da coloro che dovrebbero esservi padri.
Mancheremmo infatti di Carità verso i nostri Superiori, se per timore o per rispetto umano anteponessimo l’ossequio al potente alla doverosa proclamazione della Verità Cattolica e alla fedeltà a ciò che la Santa Chiesa ha sempre insegnato. Come potrebbero infatti rinsavire e convertirsi coloro che trovano in noi dei complici, anziché una voce ammonitrice che li richiami al loro dovere di Pastori?
Mancheremmo parimenti di Carità verso i nostri confratelli e verso i fedeli, perché il nostro esempio di obbedienza servile li indurrebbe a tollerare ciò che ogni battezzato ha il dovere di respingere e condannare non per orgoglio o per presunzione, ma per amore di Dio che è somma Verità.
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Non dimenticate che, ai piedi della Croce, vi aspetta la vostra santissima Madre, la Regina Crucis. Fate che Ella veda in voi un alter Christus, e Cristo crocifisso. Ella vi aspetta per consolarvi, e per patire con voi che patite insieme a Suo Figlio. Nei dolori della co-Passione che L’hanno resa Corredentrice, sono comprese anche le prove e le sofferenze di ogni anima sacerdotale che si immola insieme al suo Signore, Sommo ed Eterno Sacerdote.
A Lei, Madre della Chiesa e Madre nostra, noi tutti siamo stati affidati dal Salvatore morente quali Suoi figli. È Lei che Nostro Signore ha voluto quale nostra Madre, perché in questa lacrimarum valle potessimo avere l’Avvocata che intercede presso di Lui sino al Suo ritorno glorioso. Se dunque siete Familia Christi, siate anche Familia Mariæ, suoi famigli e suoi servi.
E non vi è onore più grande, né privilegio più insigne dell’essere al servizio di Cristo Re e di Maria Regina: oggi, nella battaglia che infuria; domani, nella gloria beata dei Santi.
E così sia.
+ Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
Viterbo, 14 Settembre MMXXV
In Exaltatione S.ctæ Crucis
Dominica XIV Post Pentecostem
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Immagine da Exsurge Domine
Renovatio 21 offre questo testo di monsignor Viganò per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.
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Trapianti e magistero cattolico: da Pio XII a Leone XIV, tra retorica del dono e silenzio mortale
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Spirito
Consacrazioni a Pechino, ma non a Econe?
In un’intervista rilasciata da padre Davide Pagliarani a FSSPX.Actualités il 2 febbraio 2026, in merito alle imminenti consacrazioni episcopali, si legge: «La Santa Sede è talvolta capace di dimostrare un certo pragmatismo, persino una sorprendente flessibilità, quando è convinta di agire per il bene delle anime».
A sostegno di tale affermazione, il Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X riporta due fatti tratti dalle relazioni particolarmente sconcertanti tra il Vaticano e la Cina comunista: «Nel 2023, Papa Francesco ha approvato retroattivamente la nomina del Vescovo di Shanghai da parte delle autorità cinesi».
«Più recentemente, lo stesso Papa Leone XIV ha finito per accettare retroattivamente la nomina del vescovo di Xinxiang, che era stato designato allo stesso modo durante la vacanza della Sede Apostolica, mentre il vescovo fedele a Roma, imprigionato più volte, era ancora in carica». Ciò non sorprende: il governo ateo di Pechino vuole «sinizzare» il cattolicesimo a tutti i costi, con un clero docile alle istruzioni del Partito. Il Vaticano lo sa e rimane in silenzio.
Questa situazione ha indotto il sito web in lingua spagnola Infovaticana ad affermare il 3 febbraio: «quando la consacrazione viene effettuata dal Partito Comunista, si parla di un ‘contesto complesso’. Quando la consacrazione viene effettuata dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X, si parla di una “rottura”».
E aggiunse, con sano buon senso: «è difficile spiegare a una persona di fede perché Pechino possa imporre vescovi asserviti al regime e perseguire un dialogo privilegiato con Roma, mentre una fraternità nata proprio dal crollo dottrinale e liturgico post-conciliare viene trattata come una minaccia all’ordine ecclesiastico».
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Più avanti, Infovaticana osserva: «La Società non ha operato nel vuoto. Ha operato in un contesto in cui Roma ascolta molto, promette poco e non garantisce quasi nulla. Tuttavia, quando l’accesso stabile ai sacramenti dipende dall’umore del vescovo locale, le decisioni cessano di essere ideologiche e diventano decisioni di sopravvivenza pastorale». Tale è lo stato di necessità.
Infine, il sito web in lingua spagnola chiede a Roma di essere logica: «se il criterio ultimo è la tolleranza pragmatica per evitare mali maggiori, allora essa dovrebbe essere applicata in modo coerente. Se accettiamo che il Partito Comunista Cinese nomini i vescovi per non perdere un mezzo di dialogo, è intellettualmente disonesto indignarsi perché una fraternità cattolica consacra dei vescovi per non privare i suoi fedeli di cresime e ordinazioni».
Questa situazione paradossale ci spinge a chiederci se, in termini pratici, i futuri vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X debbano – per evitare la scomunica – scambiare il colletto romano con un colletto maoista, aderire al Partito Comunista Cinese ed essere consacrati a Pechino. Roma dovrebbe spiegare francamente a tutti i fedeli cattolici perché ciò che è possibile a Pechino è impossibile a Ecône.
Padre Alain Lorans
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di Ngguls via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Spirito
«L’inganno di chi crede di spacciare l’Anticristo come vero Messia». Mons Viganò, omelia nella domenica delle Palme
Ecce Rex tuus veniet
Omelia nella Domenica II di Passione, o delle Palme
Exsulta satis, filia Sion;
jubila, filia Jerusalem:
ecce rex tuus veniet tibi justus, et salvator:
ipse pauper, et ascendens super asinam
et super pullum filium asinæ.
Esulta grandemente, o figlia di Sion;
giubila, o figlia di Gerusalemme:
ecco, a te viene il tuo re, giusto e salvatore;
egli è povero, e cavalca sopra un’asina
e sopra un puledro figlio di asina.
Zc 9, 9
La Domenica delle Palme commemora l’ingresso trionfale del Re-Messia a Gerusalemme, ossia il mistero liturgico in cui la Santa Chiesa contempla il compimento delle profezie regali dell’Antico Testamento nella Persona di Cristo Signore. Essa non è mera commemorazione storica, ma atto di fede nella Regalità di Gesù, Re umile e vittorioso, che entra nella Città Santa per consumare la Sua Passione e aprire a noi le porte del Regno eterno. Ma rimane pur sempre un fatto storico, testimoniato da quanti, quel giorno, assistettero alla cerimonia di incoronazione di Nostro Signore Gesù Cristo. Secondo il rituale descritto nel Primo Libro dei Re (1Re 1, 32-40), Davide morente ordina che il figlio Salomone sia consacrato re, fatto montare sulla mula del re Davide (simbolo di pace e successione legittima, non di guerra), condotto alla fonte di Gihon (che si trova ai piedi del Monte degli Ulivi), unto con l’olio sacro dal sacerdote Sadoc e dal profeta Natan. Egli prescrive che si suoni la tromba e il popolo acclami Salomone come re. La processione del nuovo sovrano entra in Gerusalemme tra grida di giubilo, con il popolo che suona flauti e la città che «risuona di clamore» (ibid., 45). Questo rito doveva manifestare in figura il nuovo re come unto del Signore (Messia), legittimo successore davidico, portatore di pace.Sostieni Renovatio 21
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