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Mons. Viganò: «il filo a cui è appeso il Concilio Vaticano II»

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Renovatio 21 pubblica questo intervento di Monsignor Carlo Maria Viganò.

 

 

«IL FILO A CUI È APPESO IL CONCILIO»

Una risposta a Reid, Cavadini, Healy, Weinandy.

 

 

 

 

Et brachia ex eo stabunt, 

et polluent sanctuarium fortitudinis, 

et auferent juge sacrificium: 

et dabunt abominationem in desolationem.

Dan 11, 31

Ho seguito con interesse il dibattito in corso su Traditionis Custodes e il commento di Dom Alcuin Reid (qui) nel quale confuta Cavadini, Healy e Weinandy senza giungere tuttavia ad una soluzione dei problemi rilevati. Con questo mio contributo desidero indicare un possibile sbocco alla crisi presente. 

 

 

Il Vaticano II, non essendo un Concilio dogmatico, non ha inteso definire alcuna verità dottrinale, limitandosi a ribadire indirettamente – e in forma peraltro spesso equivoca – dottrine precedentemente definite in modo chiaro e inequivocabile dall’autorità infallibile del Magistero.

 

Esso è stato indebitamente e forzatamente considerato come «il» Concilio, il «superdogma» della nuova «chiesa conciliare», al punto da definirla in relazione a quell’evento.

 

Nei testi conciliari non vi è alcuna menzione esplicita di ciò che fu poi fatto in ambito liturgico, spacciandolo come compimento della Costituzione Sacrosanctum Concilium. Sono invece molteplici le criticità della cosiddetta «riforma», che rappresenta un tradimento della volontà dei Padri conciliari e dell’eredità liturgica preconciliare.

 

Dovremmo piuttosto interrogarci su quale valore dare a un atto che non è ciò che vuole sembrare: se cioè possiamo moralmente considerare «Concilio» un atto che, al di là delle sue premesse ufficiali – ossia negli schemi preparatori lungamente e dettagliatamente formulati dal Sant’Uffizio – si è dimostrato eversivo nelle intenzioni inconfessabili e doloso nei mezzi da impiegare da parte di coloro che, come poi è avvenuto, volevano usarlo per uno scopo totalmente opposto a ciò per cui la Chiesa ha istituito i Concili Ecumenici.

 

Questa premessa è indispensabile per poter poi valutare oggettivamente anche gli altri eventi e atti di governo della Chiesa che da esso derivano o che ad esso fanno riferimento. 

 

Mi spiego meglio. Sappiamo che una legge viene promulgata sulla base di una mens, ossia di una finalità ben precisa, che non può prescindere dall’intero sistema giuridico nel cui ambito essa nasce. Queste quantomeno sono le basi di quel Diritto che la saggezza della Chiesa ha acquisito dall’Impero Romano. Il legislatore promulga una legge con uno scopo e la formula in modo che essa sia applicabile solo per quello scopo specifico; egli eviterà pertanto ogni elemento che possa rendere la legge equivocabile rispetto al destinatario, allo scopo, al risultato.

 

L’indizione di un Concilio Ecumenico ha come scopo la convocazione solenne dei Vescovi della Chiesa, sotto l’autorità del Romano Pontefice, per definire particolari aspetti della dottrina, della morale, della liturgia o della disciplina ecclesiastica. Ma ciò che ogni Concilio definisce deve in ogni caso rientrare nell’alveo della Tradizione e non può in alcun modo contraddire il Magistero immutabile, perché se lo facesse andrebbe contro la finalità che legittima l’autorità nella Chiesa.

 

Lo stesso vale per il Papa, il quale ha piena, immediata e diretta potestà sull’intera Chiesa solo nei confini del suo mandato: confermare i fratelli nella Fede, pascere gli agnelli e le pecorelle del gregge che il Signore gli ha affidato.

 

Nella storia della Chiesa, sino al Vaticano II, non è mai accaduto che un Concilio potesse de facto cancellare i Concili che lo hanno preceduto, né che un Concilio pastorale – un ἅπαξ del Vaticano II – potesse avere più autorità di venti Concili dogmatici. Eppure è accaduto, nel silenzio della maggioranza dell’Episcopato e con l’approvazione di ben cinque Romani Pontefici, da Giovanni XXIII a Benedetto XVI. In questi cinquant’anni di rivoluzione permanente nessun Papa ha mai messo in discussione il «magistero» del Vaticano II, né ha osato tantomeno condannarne le tesi ereticali o precisarne quelle equivoche.

 

Al contrario, tutti i Papi da Paolo VI in poi hanno fatto del Vaticano II e della sua attuazione il fulcro programmatico del loro Pontificato, subordinando e vincolando la propria autorità apostolica ai diktat conciliari. Essi si sono distinti per una netta presa di distanze dai loro Predecessori e per una marcata autoreferenzialità da Roncalli a Bergoglio: il loro «magistero» inizia con il Vaticano II e lì si esaurisce, e i Successori proclamano santi gli immediati Predecessori per il solo fatto di aver indetto, concluso o applicato il Concilio.

 

Anche il linguaggio teologico si è adeguato all’equivocità dei testi conciliari, giungendo ad adottare come definite delle dottrine che prima del Concilio erano considerate eretiche: pensiamo alla laicità dello Stato, oggi data per acquisita e lodevole; all’ecumenismo irenista di Assisi e di Astana; al parlamentarismo delle Commissioni, del Sinodo dei Vescovi, della “via sinodale” della Chiesa tedesca. 

 

Tutto questo nasce da un postulato che quasi tutti danno per scontato: che il Vaticano II possa rivendicare l’autorità di un Concilio Ecumenico, dinanzi alla quale il fedele dovrebbe sospendere ogni giudizio e piegare umilmente il capo alla volontà di Cristo, espressa infallibilmente dai Sacri Pastori, anche se in forma pastorale e non dogmatica. Ma così non è, perché i Sacri Pastori possono essere tratti in inganno da una colossale cospirazione che ha come scopo l’uso eversivo di un Concilio.

 

Quanto è avvenuto a livello globale con il Vaticano II avvenne in forma locale con il Sinodo di Pistoia, nel 1786, dove l’autorità del Vescovo Scipione de’ Ricci – che egli poteva legittimamente esercitare convocando un Sinodo diocesano – venne dichiarata nulla da Pio VI per il fatto di averla usata in fraudem legis, ossia contro la ratio che presiede e orienta qualsiasi legge della Chiesa: perché l’autorità nella Chiesa appartiene a Nostro Signore, che ne è il Capo, che la concede in forma vicaria a Pietro e ai suoi legittimi Successori solo nell’alveo della Sacra Tradizione.

 

Non è quindi un’ipotesi ardita supporre che una conventicola di eretici possa aver organizzato un vero e proprio colpo di stato nel corpo ecclesiale, allo scopo di imporre quella rivoluzione che con analoghi metodi venne organizzata dalla Massoneria, nel 1789, contro la Monarchia di Francia, e che il modernista Card. Suenens salutò come realizzata al Concilio.

 

Né ciò è in conflitto con la certezza dell’assistenza divina di Cristo sulla Sua Chiesa: il non prævalebunt non ci promette l’assenza di conflitti, di persecuzioni, di apostasie; esso ci rassicura che nella furiosa battaglia delle portæ inferi contro la Sposa dell’Agnello queste non riusciranno a distruggere la Chiesa di Cristo.

 

La Chiesa non sarà vinta finché essa rimarrà come il Suo Eterno Pontefice le impose di essere. Inoltre, la speciale assistenza dello Spirito Santo sull’infallibilità papale non è messa in discussione, quando il Papa non ha alcuna intenzione di impegnarla, come nel caso dell’approvazione degli atti di un Concilio pastorale. Sotto un profilo teorico, dunque, l’uso eversivo e doloso di un Concilio è possibile; anche perché gli pseudochristi e gli pseudoprophetæ di cui parla la Sacra Scrittura (Mc 13, 22) potrebbero ingannare anche gli stessi eletti, tra cui buona parte dei Padri conciliari, e con essi una moltitudine di chierici e fedeli. 

 

Se dunque il Vaticano II fu, com’è evidente, uno strumento di cui venne usata fraudolentemente l’autorità e l’autorevolezza per imporre dottrine eterodosse e riti protestantizzati, possiamo sperare che prima o poi il ritorno sul Soglio di un Pontefice santo e ortodosso sani questa situazione dichiarandolo illegittimo, invalido, nullo, al pari del Conciliabolo di Pistoia.

 

E se la liturgia riformata esprime quegli errori dottrinali e quell’impostazione ecclesiologica che il Vaticano II conteneva in nuce, i cui artefici si ripromettevano di rendere palesi nella loro portata devastante solo dopo la sua promulgazione, nessuna ragione pastorale – come vorrebbe Dom Alcuin Reid – potrà mai giustificare alcun mantenimento di quel rito spurio, equivoco, favens hæresim e del tutto disastroso nei suoi effetti sul popolo santo di Dio.

 

Il Novus Ordo non merita quindi alcun emendamento, alcuna «riforma della riforma», ma la sola soppressione e abrogazione, quale conseguenza della sua insanabile eterogeneità rispetto alla Liturgia cattolica, al Rito Romano di cui vorrebbe essere presuntuosamente unica espressione e alla dottrina immutabile della Chiesa. «La menzogna va confutata, come insiste san Paolo, ma chi è invischiato nelle sue trappole deve essere salvato, non perduto», dice Dom Alcuin: ma non a detrimento della Verità rivelata e dell’onore dovuto alla Santissima Trinità nell’atto supremo del culto; perché nel dare un peso eccessivo alla pastoralità si finisce col mettere l’uomo al centro dell’azione sacra, quando egli dovrebbe invece porvi Dio e prostrarsi dinanzi a Lui in adorante silenzio.

 

E anche se ciò può destare stupore nei fautori dell’ermeneutica della continuità concepita da Benedetto XVI, ritengo che Bergoglio abbia per una volta perfettamente ragione a considerare la Messa tridentina come una intollerabile minaccia per il Vaticano II, dal momento che quella Messa è talmente cattolica, da sconfessare qualsiasi tentativo di convivenza pacifica tra le due forme del medesimo Rito Romano. Anzi, è un’assurdità poter concepire una forma ordinaria montiniana e una forma straordinaria tridentina per un Rito che, in quanto tale, deve rappresentare la sola voce della Chiesa Romana – una voce dicentes – con l’eccezione limitatissima dei riti venerandi per antichità quali l’Ambrosiano, il Lionese, il Mozarabico e le minime variazioni del Rito Domenicano e simili.

 

Lo ripeto: l’estensore di Traditionis Custodes sa benissimo che il Novus Ordo è l’espressione cultuale di un’altra religione – quella della «chiesa conciliare» – rispetto alla Religione della Chiesa Cattolica di cui la Messa di San Pio V è perfetta traduzione orante. In Bergoglio non c’è alcuna volontà di comporre il dissidio tra la stirpe della Tradizione e la stirpe del Vaticano II.

 

Al contrario, l’idea di provocare una rottura è funzionale all’estromissione dei Cattolici tradizionali, siano essi chierici o laici, dalla «chiesa conciliare» che si è sostituita alla Chiesa Cattolica e che di essa mantiene appena (e di malavoglia) il nome. Lo scisma auspicato da Santa Marta non è quello dell’ereticale cammino sinodale delle Diocesi tedesche, ma quello dei Cattolici tradizionali esasperati dalle provocazioni bergogliane, dagli scandali della sua Corte, dalle sue dichiarazioni intemperanti e divisive (qui e qui).

 

Per ottenere il quale, Bergoglio non esiterà a portare alle estreme conseguenze i principi posti dal Vaticano II, cui egli incondizionatamente aderisce: considerare il Novus Ordo come unica forma del Rito Romano postconciliare, e coerentemente abrogare qualsiasi celebrazione in Rito Romano antico, in quanto del tutto aliena all’impianto dogmatico del Concilio. 

 

Ed è verissimo, oltre ogni possibile confutazione, che non vi sia possibilità di conciliazione tra due visioni ecclesiologiche eterogenee, anzi opposte. O sopravvive l’una e l’altra soccombe, o soccombe l’una e sopravvive l’altra. La chimera di una convivenza tra Vetus e Novus Ordo è impossibile, artificiosa, ingannatoria: perché ciò che il celebrante compie perfettamente nella Messa apostolica lo porta naturalmente e infallibilmente a compiere ciò che vuole la Chiesa; mentre ciò che il presidente dell’assemblea compie nella Messa riformata è quasi sempre inficiato dalle variazioni autorizzate dal rito medesimo, anche se in esso si realizza validamente il Santo Sacrificio.

 

Ed è proprio in questo che consiste la matrice conciliare della messa nuova: la sua fluidità, la sua capacità di adattarsi alle esigenze delle più disparate «assemblee», di poter essere celebrata tanto da un sacerdote che crede nella Transustanziazione e lo manifesta con le genuflessioni prescritte quanto da uno che crede nella transignificazione e dà la Comunione in mano ai fedeli.

 

Non mi stupirei quindi se, in un futuro molto prossimo, chi sta abusando dell’autorità apostolica per demolire la Santa Chiesa e provocare l’esodo in massa dei Cattolici «preconciliari», non esitasse non solo a limitare la celebrazione della Messa antica, ma giungesse anche a proibirla del tutto, perché in quella proibizione si compendia l’odio settario contro il Vero, il Buono, il Bello che ha animato la congiura dei Modernisti sin dalla prima Sessione del loro idolo, il Vaticano II.

 

Non dimentichiamo che, coerentemente con questa impostazione fanatica e tirannica, la Messa tridentina fu disinvoltamente abrogata con la promulgazione del Missale Romanum di Paolo VI, e che quanti continuarono a celebrarla vennero letteralmente perseguitati, ostracizzati, fatti morire di crepacuore e sepolti con funerali in rito nuovo, quasi a suggellare una miserabile vittoria su un passato da dimenticare definitivamente. E a quei tempi a nessuno interessavano le motivazioni pastorali per derogare alla durezza della legge canonica, così come oggi nessuno si preoccupa delle motivazioni pastorali che potrebbero indurre molti Vescovi a concedere quella celebrazione in rito antico a cui chierici e fedeli mostrano particolare attaccamento. 

 

Il tentativo conciliatore di Benedetto XVI, lodevole nei suoi temporanei effetti di liberalizzazione dell’Usus Antiquior, era destinato al fallimento proprio perché nasceva dall’illusione di poter applicare la sintesi di Summorum Pontificum alla tesi tridentina e all’antitesi di Bugnini: quella visione filosofica influenzata dal pensiero hegeliano non poteva avere successo in ragione della natura stessa della Chiesa (e della Messa), che è cattolica o non è. E che non può essere allo stesso tempo ancorata saldamente alla Tradizione e scossa dai flutti della mentalità secolarizzata. 

 

Per questo provo grande sgomento nel leggere che la Messa apostolica è considerata da Dom Reid «espressione di quella legittima pluralità che fa parte della Chiesa di Cristo», perché la pluralità delle voci si esprime nella sinfonia complessiva, e non nella compresenza dell’armonia e del frastuono stridente. Vi è qui un equivoco che dev’essere chiarito quanto prima, e che con ogni probabilità verrà sanato non tanto dal timido e composto dissenso di chi chiede tolleranza per sé riconoscendola a propria volta a chi rivendica principi diametralmente opposti, ma dall’azione intollerante e vessatoria di chi crede di poter imporre la propria volontà andando contro la volontà di Cristo Capo della Chiesa, presumendo di poter governare il Corpo Mistico al pari di una multinazionale, come giustamente ha evidenziato il Card. Mueller in un suo recente intervento. 

 

Eppure, a ben vedere, quanto accade oggi e quanto avverrà in un prossimo futuro non sono altro che la logica conseguenza delle premesse poste nel passato, il gradino successivo in una lunga serie di passi più o meno lenti, al superare dei quali molti hanno taciuto, hanno accettato, hanno subito il ricatto.

 

Perché chi celebra la Messa tridentina abitualmente ma continua a celebrare saltuariamente il Novus Ordo – e non parlo dei sacerdoti sottoposti a ricatto ma di quanti potevano imporsi o avevano la libertà di scegliere – ha già ceduto sul fronte dei principi, accettando di poter celebrare indifferentemente l’uno o l’altro, come se entrambi si equivalessero, come – appunto – se uno fosse la forma straordinaria e uno quella ordinaria dello stesso Rito.

 

E non è ciò che, con metodi analoghi, è avvenuto in ambito civile, con l’imposizione di restrizioni e violazione dei diritti fondamentali, accettate in silenzio dalla maggioranza della popolazione, terrorizzata dalla minaccia di una pandemia? Anche in quelle circostanze, con motivazioni diverse ma finalità analoghe, i cittadini hanno subìto un ricatto: «O ti vaccini o non puoi lavorare, viaggiare, uscire al ristorante».

 

E quanti, pur sapendo che si trattava di un abuso dell’autorità, hanno obbedito? Credete che i sistemi di manipolazione del consenso siano molto diversi, quando chi li adotta proviene dalla stessa schiera nemica ed è guidata dallo stesso Serpente? Pensate che il piano del Great Reset ideato dal World Economic Forum di Klaus Schwab abbia scopi differenti da quelli che si prefigge la setta bergogliana? Il ricatto non sarà sullo stato sanitario, ma su quello dottrinale, e chiederà di accettare unicamente il Vaticano II e il Novus Ordo Missæ per poter avere diritti nella chiesa conciliare; i tradizionalisti saranno bollati come fanatici al pari dei no-vax.

 

Quando da Roma dovesse essere proscritta la celebrazione della Messa antica in tutte le chiese dell’Orbe, quanti credevano di poter servire due padroni – la Chiesa di Cristo e la chiesa conciliare – scopriranno di esser stati ingannati, come prima di loro avvenne ai Padri conciliari.

 

A quel punto dovranno compiere quella scelta che si erano illusi di poter eludere, e che li costringerà a disobbedire a un ordine illecito per obbedire al Signore, o piegare il capo al volere del tiranno venendo meno ai loro doveri di Ministri di Dio. Ci pensino bene, nell’esame di coscienza, quanti hanno evitato di sostenere i pochi, pochissimi confratelli fedeli al proprio Sacerdozio, quando venivano additati come disobbedienti o inflessibili solo perché avevano previsto l’inganno e il ricatto. 

 

Qui non si tratta di travestire la Messa montiniana da Messa antica, cercando di nascondere con paramenti e canti gregoriani l’ipocrisia farisaica che l’ha concepita; non è questione di togliere la Prex eucharistica II o celebrare ad orientem: la battaglia si combatte sulla differenza ontologica tra la visione teocentrica della Messa tridentina e la visione antropocentrica della sua contraffazione conciliare. 

 

Questa non è altro che la battaglia tra Cristo e Satana. Una battaglia per la Messa, che è il cuore della nostra Fede, il trono in cui il divino Re eucaristico discende, il Calvario su cui si rinnova in forma incruenta l’immolazione dell’Agnello immacolato. Non una cena, non un concerto, non una rassegna di eccentricità o un pulpito per eresiarchi, non un podio per comizi. 

 

Una battaglia che si rafforzerà spiritualmente nella clandestinità dei sacerdoti fedeli a Cristo, considerati scomunicati e scismatici, mentre nelle chiese assieme al rito riformato trionferanno l’infedeltà, l’errore, l’ipocrisia. E l’assenza: assenza di Dio, assenza di santi sacerdoti, assenza di buoni fedeli.

 

L’assenza – lo dicevo nell’Omelia per la Cattedra di San Pietro in Roma (qui) – di quella unità tra la Cattedra e l’Altare, tra l’autorità sacra dei Pastori e la loro stessa ragion d’essere, sul modello di Cristo, pronti a salire essi per primi il Golgota, ad immolarsi per il gregge. Chi rigetta questa visione mistica del proprio Sacerdozio finisce per esercitare l’autorità che ricopre senza la ratifica che viene solo dall’Altare, dal Sacrificio, dalla Croce: da Cristo che su quella Croce regna come Re e Pontefice anche sui sovrani temporali e spirituali.

 

Se questo è ciò che vuole Bergoglio per affermare il suo strapotere nel silenzio assordante del Sacro Collegio e dell’Episcopato, sappia che incontrerà l’opposizione ferma e decisa di tante anime buone, disposte a combattere per amore del Signore e per la salvezza della propria anima e determinate a non cedere, in un momento così tremendo per le sorti della Chiesa e del mondo, a chi vorrebbe cancellare il Sacrificio perenne, quasi a rendere più agevole l’ascesa dell’Anticristo ai vertici del Nuovo Ordine Mondiale.

 

Comprenderemo presto il senso delle tremende parole del Vangelo (Mt 24, 15), in cui il Signore parla dell’abominazione della desolazione nel tempio: l’orrore abominevole di vederci proscritto il tesoro della Messa, di vedere spogli i nostri altari, chiuse le nostre chiese, costrette alla clandestinità le nostre funzioni.

 

Questa è l’abominazione della desolazione: la fine della Santa Messa apostolica. 

 

Quando, il 21 Gennaio 304, la tredicenne Agnese fu condotta al Martirio, molti tra i fedeli e tra i sacerdoti avevano apostatato la Fede dinanzi alla persecuzione di Diocleziano. Dovremmo noi temere l’ostracismo della setta conciliare, quando una bambina ci ha dato l’esempio di fedeltà e fortezza dinanzi al carnefice? Quella fedeltà eroica fu lodata da Sant’Ambrogio e San Damaso: facciamo in modo di poter meritare, ancorché indegnissimi, il futuro elogio della Chiesa mentre ci prepariamo a queste prove in cui testimoniare la nostra appartenenza a Cristo.

 

 

+Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

 

21 Gennaio 2023

Sanctæ Agnetis Virginis et Martyris

 

 

 

 

 

 

Immagine di Lothar Wolleh (1930–1979) via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0)

 

 

 

 

 

Renovatio 21 pubblica questo scritto per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

 

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«E voi, non abbiate paura!»

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Giungendo al sepolcro dove fu deposto il corpo di Gesù, le sante donne – Maria Maddalena e l’altra Maria – si sentono dire, la mattina di Pasqua e per ben due volte, prima dall’angelo che rotola via la pietra, poi da Cristo risorto: «Non abbiate paura!». Quella che segue è una riflessione dell’abate Louis-Marie Berthe.

 

L’espressione non è nuova nelle Scritture: al contrario, ricorre in tutto il testo sacro, tanto che alcuni l’hanno trovata fino a 365 volte! Ma assume il suo pieno significato a Pasqua, alla luce della Risurrezione: se Gesù Cristo ha vinto il peccato e la sua conseguenza, la morte, di cosa possono mai temere tutti coloro che hanno riposto in lui la loro fede e la loro speranza?

 

Più di quanto ci rendiamo conto, la paura – in tutte le sue forme, deboli o forti – determina, o quantomeno modifica, le nostre azioni, i nostri pensieri, le nostre reazioni e i nostri progetti. Come ogni altra emozione, la paura non va negata, né tantomeno respinta a priori: segnala a chi la prova una minaccia reale o immaginaria; spetta poi a ciascun individuo valutare la realtà, la gravità e l’imminenza del pericolo per capire fino a che punto sia importante permettere alla paura di prosperare nel proprio cuore.

 

Pertanto, il timore di essere separati da Dio o di vivere lontani da Lui è buono e benefico: mantiene l’uomo nella giustizia e nella verità e lo protegge dal vizio. Al contrario, il timore di essere abbandonati o rifiutati dal prossimo per ciò che si è o per ciò che si pensa è da evitare: intrappola l’uomo nella menzogna e nell’ipocrisia; lo uccide lentamente.

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Quando Gesù esorta i suoi discepoli a non avere paura, li invita a non lasciarsi intimorire e scoraggiare dai pericoli fisici e umani che li minacciano: la perdita dei beni materiali, lo sguardo di disapprovazione o la cattiva opinione degli altri, gli eventi sfortunati della vita, la malattia del corpo e persino la morte: «Non abbiate paura di coloro che uccidono il corpo, e dopo ciò non possono fare nulla di più» (Lc 12,4).

 

Non bisogna temere le macchinazioni dei malvagi e le persecuzioni controla Chiesa, qualunque forma assumano: «Non temete, o piccolo gregge, perchè piacque al Padre vostro dare a voi il regno» (Lc 12,32).

 

Proprio nel giorno della sua vittoria a Pasqua, Gesù Cristo volle infondere nei suoi discepoli, più che mai, questo spirito di santa libertà, di audace fiducia e di incrollabile vittoria. Possa questo spirito essere ancora nostro, duemila anni dopo, in mezzo alle paure che le cattive notizie del mondo possono giustamente provocare.

 

Lo spirito cattolico, quello che lo Spirito Santo forma nei nostri cuori, non è fatto di pusillanimità, di preoccupazioni eccessive, di ansia generalizzata o di chiusura in se stessi!

 

Ciò che san Paolo ricorda a Timoteo può essere applicato a chiunque sia nato dall’acqua e dallo Spirito nel battesimo: «Poichè Iddio ci ha dato non uno spirito di viltà, ma di forza e di amore e di saggezza» (2Tim 1,7).

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Immagine: Paolo Veronese (1528–1588),  La conversione di Maria di Magdala (circa 1548), National Gallery, Londra

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

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Il Pentagono minaccia il papato con la cattività di Avignone. Perché la notizia esce ora?

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Emergono i dettagli di un inedito, bizzarro incontro avvenuto lo scorso gennaio del nunzio apostolico convocato in Pentagono. La tempistica dello scoop potrebbe essere legata alla battaglia di potere tra cattolici da una parte ed ebrei e protestanti sionisti dall’altra per l’egemonia dell’amministrazione Trump, due fazioni più che mai divise oggi dalla guerra per Israele condotta daglI USA contro la Repubblica Islamica dell’Iran.   La testata Free Press – fondata dalla lesbica sionista Bari Weiss, ora ricoperta di cariche e danari dagli ultramiliardari americano pro-Israele –ha pubblicato un articolo secondo il quale, nel gennaio 2026, si sarebbe tenuto un incontro privato tra il cardinale Christophe Pierre, allora nunzio apostolico della Santa Sede negli Stati Uniti, e Elbridge Colby, alto funzionario del Pentagono cattolico da cui, viste le precendenti posizioni, non ci si aspetterebbe nulla di questo.   L’incontro sarebbe stato molto teso e acceso, durante il quale Colby avrebbe esortato papa Leone a «allinearsi più chiaramente con gli Stati Uniti» e avrebbe affermato che gli Stati Uniti possono «fare quello che vogliono».

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«Gli Stati Uniti hanno la potenza militare per fare ciò che vogliono nel mondo. La Chiesa cattolica farebbe meglio a schierarsi dalla loro parte», ha detto Colby durante l’incontro, secondo quanto riportato da funzionari citati da Free Press.   Secondo diverse fonti citate in forma anonima nel rapporto, l’incontro di gennaio ha segnato una svolta nelle relazioni tra Stati Uniti e Vaticano. Funzionari romani hanno descritto l’incontro come conflittuale, definendolo una «dura lezione» impartita al cardinale al Pentagono. Le stesse fonti hanno indicato che le osservazioni sono state percepite in Vaticano come un «esplicito avvertimento» legato alla potenza militare americana.   L’incontro si sarebbe svolto pochi giorni dopo il discorso pronunciato da papa Leone XIV il 9 gennaio 2026, in cui criticava il crescente ricorso alla forza nelle relazioni internazionali. «Nel nostro tempo, preoccupa in modo particolare, sul piano internazionale, la debolezza del multilateralismo. A una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati» aveva detto il papa. «La guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando. È stato infranto il principio, stabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale, che proibiva ai Paesi di usare la forza per violare i confini altrui».   «La guerra è tornata di moda e si sta diffondendo un fervore bellico. Il principio stabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale, che proibiva alle nazioni di usare la forza per violare i confini altrui, è stato completamente minato. La pace non è più ricercata come un dono e un bene desiderabile in sé… La pace viene perseguita attraverso le armi come condizione per affermare il proprio dominio».   Secondo quanto riportato da The Free Press, diversi alti funzionari della difesa statunitense, tra cui il Segretario alla Difesa Pete Hegseth, hanno interpretato queste dichiarazioni come dirette alla politica estera degli Stati Uniti.   Ulteriori dettagli emersi durante l’incontro suggeriscono che almeno un funzionario statunitense abbia fatto riferimento al precedente storico del papato di Avignone, un periodo del XIV secolo durante il quale il papato era di fatto subordinato alla corona francese. Il riferimento includeva la menzione dell’attentato a papa Bonifacio VIII e del conseguente trasferimento della sede papale da Roma ad Avignone, in Francia.   La Cattività avignonese (1309-1377) fu uno dei periodi più turbolenti nella storia dei rapporti tra la Chiesa cattolica e il potere temprale, iniziato quando papa Clemente V, francese, nel 1309 decise di trasferire la sede papale da Roma ad Avignone, in Provenza, che allora non era territorio del Regno di Francia ma del Regno di Napoli, pure sotto forte influenza francese. La scelta fu dettata da pressioni del re di Francia Filippo IV il Bello e dal desiderio di sfuggire alle lotte tra fazioni romane e alla pericolosa instabilità dell’Italia.   Per quasi settant’anni, sette papi (tutti francesi) risiedettero ad Avignone, trasformandola in una splendida corte rinascimentale, ricca e centralizzata. La Chiesa rafforzò la sua burocrazia e le finanze, ma perse prestigio: molti fedeli la accusavano di essere «prigioniera» dei re francesi, lontana dalla tomba di Pietro e troppo mondana.   Il ritorno a Roma avvenne solo nel 1377 grazie a Gregorio XI, spinto dalle preghiere di santa Caterina da Siena. Tuttavia, un anno dopo la sua morte scoppiò il Grande Scisma d’Occidente (1378-1417), con papi rivali a Roma e Avignone. La Cattività avignonese segnò una grave crisi di autorità della Chiesa, aprendo la strada a divisioni e critiche che avrebbero influenzato il Rinascimento e la Riforma protestante.

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Secondo il consulente politico Christopher Hale, «molti in Vaticano hanno interpretato il riferimento del Pentagono a un papato ad Avignone come una minaccia di usare la forza militare contro la Santa Sede». L’avvertimento del Pentagono ha allarmato a tal punto il Vaticano che papa Leone ha annullato la sua prevista visita negli Stati Uniti entro la fine dell’anno.   Infatti, l’8 febbraio 2026, il direttore della Sala Stampa vaticana, Matteo Bruni, ha dichiarato ufficialmente che «papa Leone XIV non si recherà negli Stati Uniti quest’anno», smentendo le voci di una possibile visita in occasione del 250° anniversario dell’indipendenza americana.   Il papa ha invece programmato una visita a Lampedusa il 4 luglio, un’isola del Mediterraneo associata agli arrivi di migranti dal Nord Africa. Hale ha osservato che la scelta della data e del luogo difficilmente poteva essere casuale, dato il contrasto simbolico.   Il pontefice ha intensificato le sue condanne durante la Settimana Santa. Nelle sue parole culminate nella Domenica di Pasqua, ha esortato i leader mondiali ad abbandonare i conflitti armati e a respingere quello che ha definito il «desiderio di dominare gli altri». All’inizio della settimana, aveva condannato quella che ha chiamato «l’occupazione imperialista del mondo» e aveva ammonito che «Dio non accetta le preghiere di coloro che fanno la guerra».   È davvero difficile non interpretare le dichiarazioni di Leone come un giudizio immediato sulla seconda amministrazione di Donald Trump, che aveva bombardato gli impianti nucleari iraniani, rapito il leader venezuelano Nicolas Maduro, esercitato forti pressioni per lo scioglimento della NATO e minacciato diversi alleati degli Stati Uniti, arrivando persino a ipotizzare la possibilità che gli Stati Uniti potessero assumere il controllo del Canada e della Groenlandia.   Nei mesi successivi, l’amministrazione ha autorizzato anche un blocco navale di Cuba, impose sanzioni unilaterali a diversi Stati membri dell’UE e ventilò pubblicamente la possibilità di ritirare le garanzie di sicurezza a Corea del Sud e Giappone a meno che non avessero «riequilibrato» il loro allineamento strategico verso Washington.   In Ungheria per sostenere la campagna elettorale del premier Vittorio Orban, il vicepresidente JD Vance, convertito al cattolicesimo, ha detto di non sapere nulla dell’accaduto e di voler parlare de visu con il cardinale Pierre.   Va compresa anche la figura del Under Secretary of Defense for Policy (USDP). Elbridge Colby. Nipote dello storico direttore della CIA William Colby (1920-1996) sotto Nixon e Ford, dal 2017 al 2018, durante la prima amministrazione Trump, ha ricoperto la carica di vice assistente del segretario alla Difesa per la strategia e lo sviluppo delle forze armate, svolgendo un ruolo chiave nello sviluppo della Strategia di Difesa Nazionale degli Stati Uniti del 2018, che, tra le altre cose, ha spostato l’attenzione del Dipartimento della Difesa statunitense sulla Cina.   Colby non è un falco neocon – è, anzi, il contrario, e si identifica come «realista», che ha chiesto apertamente la riduzione dell’aiuto militare all’Ucraina, un ripensamento del rapporto con la NATO («partnership», non dipendenza) e persino un «reset» nelle relazioni tra Stati Uniti e Israele. Il Colby ha affermato che gli Stati Uniti dovrebbero «lasciare più spazio al giudizio di Israele su come gestire al meglio le sue sfide alla sicurezza», e che, sebbene gli Stati Uniti debbano essere pronti a fornire supporto materiale e politico a Israele, quest’ultimo dovrebbe comprendere che gli Stati Uniti, che «non possono permettersi di essere invischiati in un’altra guerra in Medio Oriente, assumeranno un ruolo di supporto».   In passato il Colby aveva persino dichiarato, con grande scandalo di senatori repubblicani come Tom Cotton, che l’acquisizione di un’arma nucleare da parte dell’Iran non costituirebbe un rischio esistenziale per gli Stati Uniti e fiancheggiando il ritiro delle forze militari statunitensi dal Golfo Persico, sostenendo che gli Stati Uniti possono contrastare l’Iran «in modo più efficace» «rafforzando le capacità militari dei propri partner nella regione». All’epoca l’Elbridge si opponeva a un’azione militare diretta contro l’Iran, pur affermando che contenere un Iran dotato di armi nucleari «è un obiettivo del tutto plausibile e pratico».   Colby è cattolico. Il commento su Avignone sembrerebbe essere stato proferito da un altro funzionario presente all’incontro col nunzio apostolico.

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La tempistica con cui esce questo caso è interessante, e la testata di riferimento pure. La giornalista lesbica sionista Bari Weiss, ex opinionista del New York Times (dove si distinse per gli attacchi a Tulsi Gabbard, accusata di essere un pupazzo di Bashar al-Assad), aveva fondato The Free Press nel 2021 come piattaforma indipendente di notizie e commenti, critica verso l’ortodossia «woke» dei media mainstream, attraendo quindi un certo pubblico indipendente o di destra che oramai respingeva in toto il mainstream. Il sito crebbe rapidamente grazie a un modello di abbonamenti e attirò investitori come Marc Andreessen, David Sacks, Howard Schultz e altri, raccogliendo 15 milioni di dollari nel 2024 con una valutazione di circa 100 milioni.   Nell’ottobre 2025, Paramount Skydance (guidata da David Ellison, figlio del miliardario sionista di Oracle Larry Ellison ) ha acquistato The Free Press per 150 milioni di dollari, una cifra che è parsa a moltissimi come enigmaticamente sproporzionata. In seguito alla bizzarra operazione, Weiss è stata nominata editor-in-chief di CBS News, canale TV comprato pure quello dagli Ellisoni, la cui vicinanza allo Stato Israele, e persino all’IDF, è cosa nota.   Fare uscire ora, con Trump che tentenna sulla guerra in Iran, la notizia di uno screzio tra Washington e la Santa Sede aiuta decisamente a cementare la cintura sionista di matrice ebraico-protestante attorno al presidente – cioè lo stesso apparato che ha portato all’attuale, fallimentare guerra in Persia – contro la fazione «cattolica» che era dubbiosa o risolutamente contraria alla guerra: il segretario di Stato Marco Rubio, che pure ha origini neocon, si era lasciato scappare ad inizio conflitto che gli USA vi erano stati trascinati dentro da Israele, mentre il vicepresidente JD Vance (convertito al cattolicesimo che gli iraniani volevano come negoziatori al posto degli ebrei Steve Witkoff e Jared Kushner), è emerso, si era detto nettamente contrario all’intervento.   Anche la base dei sostenitori pare dividersi su base confessionale, come dimostra la battaglia antisionista portata innanzi con clamore pubblico dall’ex Miss California, e amica personale di Trump, Carrie Prejean Boller, cattolica convertita espulsa dalla Commissione per la libertà religiosa per aver fustigato l’influenza israeliana su politica e religione protestante, nonché il genocidio di Gaza.   Lo scontro in atto è stato descritto con lucidità dallo scrittore cattolico americano E. Michael Jones: «Il cessate il fuoco ha segnato un passaggio dal controllo sionista cristiano dell’amministrazione Trump a un controllo di fatto cattolico sotto JD Vance. Anche il papa ha avuto un ruolo in questo cambiamento».   «L’apice dell’influenza sionista cristiana è stato raggiunto con la funzione del Venerdì Santo al Pentagono, alla quale sono stati esclusi i cattolici» continua Jones, riferendosi ad una grottesca cerimonia condotta dalla «pastora» protestante sionista Paula White, nota per i video con Netanyahu e per essere, dice la Prejean Boller, dietro alla sua espulsione dalla Commissione. Durante l’evento la White ha paragonato Trump a Gesù Cristo. Il vescovo cattolico Barron, presente, non ha proferito verbo né durante né dopo.     «Ora, le persone più mature e responsabili sono cattolici come Joe Kent, che afferma che gli Stati Uniti devono frenare Israele se vogliono che il cessate il fuoco regga» conclude Jones. Il Kent, veterano delle Forze Speciali dimessosi poche settimane fa dal suo incarico di capo dell’antiterrorismo in protesta alla guerra iraniana e alla soverchiante influenza israeliana sulla politica americana, è stato visto alla conferenza di Washington Catholics For Catholics assieme alla Prejean Boller e a Candace Owens. Notevole anche la presenza sullo stesso palco di un altro cattolico un tempo vicinissimo a Trump, il generale Michael Flynn.   Trump pare però aver fatto una scelta di campo, visto l’incredibile messaggio lanciato su Truth nelle ultime ore, in cui accusa i suoi sostenitori critici della guerra in Iran (e del rapporto con Israele…) Tucker Carlson, Megyn Kelly, Alex Jones e la stessa Owens di essere dei «perdenti» con «basso IQ». Trattandosi di alcuni dei maggiori podcaster al mondo (in termini assoluti di ascolto, perfino), messaggio segna una frattura decisa nella base MAGA, una ferita che non sappiamo se possa essere sanabile.   Un nodo immenso della Repubblica americana, forse già presente al momento della sua fondazione, sta ora venendo al pettine.   Roberto Dal Bosco  

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

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Spirito

Il vescovo Strickland critica duramente Trump per la minaccia di Pasqua contro l’Iran

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Renovatio 21 pubblica questo testo dell’ex vescovo di Tyler, Texas, Joseph Strickland apparso su X.

 

Un appello al rispetto e alla Verità

Negli ultimi giorni, un messaggio di Pasqua del presidente Donald Trump ha attirato l’attenzione, non per la chiarezza con cui ha proclamato la Resurrezione di Gesù Cristo, ma per il linguaggio sconsiderato, irriverente e teologicamente confuso.

 

Questo problema va affrontato, non per ragioni politiche, ma per ragioni di verità.

 

La domenica di Pasqua è il giorno più sacro del calendario cristiano. È il giorno in cui la Chiesa proclama con incrollabile certezza che Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, è risorto dai morti. La morte è stata vinta. Il peccato è stato sconfitto. Le porte del Cielo si sono aperte.

 

Questo non è un giorno per discorsi superficiali. Non è un giorno per volgarità. E non è un giorno per confusione su chi sia Dio.

 

Quando si usa un linguaggio volgare o profano in riferimento a un mistero così sacro, ciò rivela qualcosa di più profondo di una momentanea mancanza di sensibilità: riflette una perdita del senso del sacro. E quando il linguaggio religioso viene mescolato con noncuranza, come se tutte le espressioni di fede fossero intercambiabili, oscura la verità che ci è stata affidata.

 


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La Chiesa cattolica insegna che esiste un solo Dio. Ma proclama anche che questo unico Dio si è rivelato pienamente e definitivamente in Gesù Cristo. La Pasqua non è una generica celebrazione di «Dio», bensì la proclamazione della risurrezione di Gesù Cristo.

 

Sostituire la chiarezza con l’ambiguità, anche involontariamente, significa sminuire la forza di tale affermazione.

 

In quanto cattolici, la nostra fedeltà non è rivolta ad alcuna figura politica, partito o movimento. La nostra fedeltà è rivolta a Gesù Cristo, che è «la via, la verità e la vita» (Gv 14,6). Pertanto, dobbiamo essere disposti a parlare con onestà e carità quando qualcosa non è conforme a questa verità, a prescindere da chi lo dica.

 

Non si tratta di condannare. Si tratta di invitare tutte le persone – specialmente quelle in posizioni di influenza – a uno standard più elevato, degno del nome di Cristo.

 

Se ci lamentiamo della perdita della fede nel mondo, dobbiamo anche riconoscere la perdita della riverenza. Se soffriamo per la confusione, dobbiamo rinnovare il nostro impegno verso la chiarezza. E se desideriamo un rinnovamento, questo deve cominciare con un ritorno al sacro.

 

La Pasqua esige di più. Esige che parliamo di Dio con riverenza. Esige che proclamiamo Cristo con chiarezza. E esige che viviamo come testimoni della verità che la tomba è vuota e che Gesù Cristo è il Signore.

 

Non abbassiamo questo standard. Innalziamoci al suo livello.

 

Dio Onnipotente vi benedica, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

 

+ Joseph E. Strickland,

Vescovo emerito

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