Spirito
Mons. Viganò: «è tempo di guerra, di battaglia, non di pace e ozio»
Renovatio 21 pubblica l’omelia dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò nella festa della Trasfigurazione di Nostro Signore.

Oculos in altum tollite
Omelia nella Trasfigurazione del Signore
Quicumque Christum quæritis,
oculos in altum tollite:
illic licebit visere
signum perennis gloriæ.
Voi che cercate Cristo
volgete gli occhi al cielo:
lì vi sarà dato di vedere
il segno della gloria eterna.
Prudenzio, Cathemerinon, IV
Nel 1456 l’Impero Ottomano, guidato dal sultano Maometto II, assediò Belgrado, una fortezza strategica difesa dai Cristiani sotto il comando di Giovanni da Capistrano e Giovanni Hunyadi, Reggente del Regno d’Ungheria. La vittoria cristiana, ottenuta il 22 luglio 1456, fu un evento cruciale che fermò temporaneamente l’avanzata ottomana in Europa. La battaglia si concluse poco prima della festa della Trasfigurazione del Signore, celebrata il 6 Agosto, e il successo fu interpretato come un segno della celeste protezione.
Papa Callisto III, che aveva indetto una Crociata e ordinato di pregare per la difesa dell’Europa cristiana, riconobbe in quella vittoria l’intervento divino. In segno di ringraziamento, istituì la festa della Trasfigurazione del Signore come celebrazione universale per tutta la Chiesa, legandola simbolicamente al trionfo di Belgrado. Inoltre, ordinò che le campane delle chiese suonassero a mezzogiorno per commemorare la vittoria, dando origine alla tradizione dell’Angelus (1).
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L’antico inno dei Vesperi e del Mattutino di questa festa, attribuito al poeta Aurelio Clemente Prudenzio (348-413), fu inizialmente composto per la solennità dell’Epifania e poi adottato anche per la Trasfigurazione: il tema della manifestazione della divinità di Cristo è infatti comune ad entrambe le celebrazioni. Uno dei Responsori del Mattutino del 6 Agosto riprende le formule del 6 Gennaio: Surge et illuminare, Jerusalem, quia venit lumen tuum, et gloria Domini super te orta est (Is 60, 1); Sorgi, ricevi la luce, o Gerusalemme, perché la tua luce è venuta e la gloria del Signore è spuntata su di te.
La nuova Gerusalemme, la Santa Chiesa, è la Sposa onorata dallo Sposo divino sul monte Tabor, habens claritatem Dei (Ap 21, 11), risplendente della gloria di Dio.
È proprio la teofania che contempliamo oggi, in quel rifulgere di luce accecante del volto e della veste del Signore e nella voce del Padre Eterno: Questi è il Mio Figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto: ascoltateLo.
Elia e Mosè riassumono l’omaggio dei Profeti e della Legge a Colui che compie e incarna in Sé le antiche promesse; al Re, al Sacerdote e al Profeta che riassume in Sé la Legge e i Profeti.
Tra pochi giorni, in occasione dell’Assunzione di Maria Santissima al Cielo, contempleremo la patria celeste in cui Nostro Signore e la Sua augustissima Madre ci hanno preceduti in anima e corpo; e vedremo come questo Mistero sia per noi uno sprone a non cercare su questa terra il surrogato di ciò che invece attende ognuno di noi nella gloria eterna del Paradiso.
Oggi vediamo gli Apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni accompagnare il Maestro sul Tabor, e Pietro che Gli chiede di poter alzare tre tende e rimanere lì, assorti in una dimensione divina e trascendente.
Non dimentichiamo che sei giorni prima Pietro aveva proclamato Gesù il Cristo, il Figlio del Dio vivente (Mt 16, 16) e che il Maestro aveva predetto agli Apostoli che sarebbe dovuto andare a Gerusalemme per affrontare la Passione e la Morte e che sarebbe risorto il terzo giorno (ibid., 21).
Il desiderio degli Apostoli di rimanere sul Tabor è umanamente comprensibile, ma è un’illusione di cui anche noi, con loro, non riusciamo a disfarci; perché siamo, come loro, in humanitatis corporibus obvoluti, invischiati nella materialità della vita presente. Noi crediamo sia possibile realizzare in terra il paradiso e troppo spesso confondiamo questa valle di lacrime con la meta ultima dell’eternità, dimenticando di essere exsules, esuli della patria celeste.
La nostra natura decaduta continua a tenerci legati al mondo e alle sue lusinghe, ed è a questo che si riferiva il Signore quando così esortava i Discepoli: Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà (Mt 16, 24-25).
Crediamo di poter salvare la nostra vita cercando un compromesso con il mondo – di cui Satana è principe (Gv 12, 31) – senza comprendere il monito che San Paolo ci rivolgeva nell’Epistola di domenica scorsa: Poiché se vivete secondo la carne, voi morirete; se invece con l’aiuto dello Spirito voi fate morire le opere del corpo, vivrete (Rm 8, 13).
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Ecco in cosa consiste quel rinnegare se stessi: nel non vivere secondo la carne, secondo lo spirito del mondo, secondo la mentalità orizzontale di chi si illude di poter realizzare in terra un simulacro di paradiso, sia esso socialista, liberale, globalista, pacifista, green, inclusivo, ecumenico o sinodale. Non possiamo rendere eterno il transeunte, né transeunte l’eterno; non possiamo adeguare Dio alle nostre esigenze, ma dobbiamo conformarci alla Sua santa volontà. Sia fatta non la mia, ma la tua volontà (Lc 22, 42), dice il Signore all’Eterno Padre nell’agonia del Getsemani.
E a noi comanda di chiedere altrettanto, nella preghiera del Padre Nostro: Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. Eppure ci ostiniamo a inseguire la chimera di un impossibile Eden che inconsciamente vorremmo durasse per sempre, senza bisogno di attendere il premio eterno nell’aldilà.
Questo Hic manebimus optime, per quanto ammantato di buone intenzioni come il Bonum est nobis hic esse di Pietro, è ontologicamente impossibile su questa terra, perché la vita che ciascuno di noi vi trascorre è tempo di prova, non di premio; è tempo di guerra, di battaglia, di cadute, e non di pace e ozio; è occasione di dare compimento alla Carità con le buone opere espiando le nostre e altrui colpe e meritando così il Paradiso cui siamo destinati.
Se infatti il paradiso potesse essere realizzato qui e ora – senza prova e senza merito – allora non vi sarebbe alcun bisogno di un Dio giudice e remuneratore, né tantomeno di un Dio redentore che Si incarna e Si offre per espiare colpe che noi non riconosciamo aver commesso. Significherebbe, in definitiva, cadere nella più astuta trappola di Satana, il quale ci illude che possiamo fare a meno di Dio cancellando il Suo nome, rimuovendo le Sue immagini e rendendoLo superfluo col sostituirGli, come sempre avviene, degli idoli: il denaro, il potere, il piacere, l’appagamento degli istinti più abbietti, la tecnologia, la folle ὕβρις dell’intelligenza artificiale o dell’umanoide androgino.
Dietro tutto questo, cari fratelli, si nascondono l’odio e l’invidia del Demonio per l’ineffabile privilegio che è stato concesso a noi uomini – e non ai puri spiriti – di vedere la Seconda Persona della Santissima Trinità incarnarSi in una creatura umana, per comunicare agli uomini la beatitudine eterna di Dio.
A questa tentazione di escludere l’eternità dal nostro orizzonte spirituale risponde l’inno della festa odierna: Quicumque Christum quæritis, oculos in altum tollite, Voi che cercate Cristo, volgete gli occhi al cielo.
Pensiamo alla parabola dell’uomo che aveva avuto un raccolto abbondante: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e divertiti! Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita (Lc 12, 19-20).
Se questa fosse la nostra patria, la sola prospettiva della morte diventerebbe per noi la minaccia di un esilio senza fine, e finiremmo col trasformare la nostra vita – brevissima, rispetto all’eternità – in un’anticamera dell’Inferno, nel paradosso di non poter nemmeno dare un senso alle sofferenze presenti. Finiremmo col ricercare disperatamente, come certi sedicenti filantropi tristemente noti, un’immortalità artificiale che ci renda eterni; e troveremmo nuovi ciarlatani pronti a venderci moderni elisir di lunga vita.
Solo con uno sguardo soprannaturale e veramente cattolico possiamo prendere parte alla corsa, arrivare fino al traguardo e meritare il premio finale: Bonum certamen certavi, cursum consummavi, fidem servavi (2 Tim 4, 7), ben sapendo che la meta finale è nell’eternità.
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Non è, questo, un modo per sottrarsi alla militia christiana e alla testimonianza dinanzi al mondo, quasi a voler raggiungere l’atarassia degli epicurei o l’annientamento della propria individualità del nirvana buddista. Esso è al contrario un rimettere le cose nel proprio ordine, secondo la gerarchia stabilita da Dio, ricomponendo alla luce della Grazia soprannaturale la ferita inferta dal peccato al κόσμος divino.
La Trasfigurazione del Signore – come nella Domenica II di Quaresima, quasi a dare un momento di conforto nella penitenza e nel digiuno – costituisce una sorta di squarcio nella vita terrena del Salvatore, nel quale l’umanità di Nostro Signore lascia sfolgorare la propria divinità. Pietro, Giacomo e Giovanni vedono in questa teofania un’anticipazione della gloria del Cielo, dove il Risorto ascenderà quaranta giorni dopo Pasqua.
Ma proprio perché questa Trasfigurazione è momentanea e anticipatrice della trasfigurazione che attende ognuno di noi in Paradiso, il Signore ordina ai Discepoli di non parlarne ad alcuno finché il Figlio dell’uomo non sarà risorto da morte (Mt 17, 9), perché sia la Fede ad alimentare la Carità di chi riconosce Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore; e perché la storicità di questo evento fosse corroborata dalla testimonianza degli Apostoli, spectatores illius magnitudinis (2 Pt 1, 16), spettatori della Sua grandezza.
Ce lo conferma San Pietro nell’Epistola che abbiamo letto poc’anzi: Vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, non perché siamo andati dietro a favole artificiosamente inventate, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza (2 Pt 1, 16); questa voce noi l’abbiamo udita discendere dal cielo mentre eravamo con Lui sul santo monte (ibid., 18).
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Scrive dom Guéranger:
«Per quanto il Signore, attraversato il torrente della sofferenza, sia personalmente già entrato nella Sua gloria, il mistero della Trasfigurazione non sarà completo se non allorché l’ultimo degli eletti, passato anch’egli attraverso la laboriosa preparazione della prova e gustata la morte, avrà raggiunto il capo nella Sua resurrezione».
È questo il senso della Colletta della Messa di oggi:
O Dio, che con la gloriosa Trasfigurazione del tuo Unigenito hai confermato i misteri della fede con la testimonianza dei padri, e con la voce uscita dalla nube luminosa hai proclamato mirabilmente la perfetta adozione dei figli, concedici, nella tua bontà, di divenire coeredi e partecipi della sua gloria.
E così sia.
+ Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
6 Agosto MMXXV
In Transfiguratione D.N.J.C.
NOTE
1 – Papa Callisto III, Bolla Cum his superioribus annis, 29 Giugno 1456. Ai sacerdoti Callisto III ordinò di recitare questa preghiera per invocare la vittoria dei Cristiani sul Turco: «Dio onnipotente ed eterno, a cui appartiene ogni potere e nelle cui mani sono i diritti di tutte le nazioni, proteggi il tuo popolo cristiano e schiaccia con la tua potenza i pagani che confidano nella loro ferocia».
2 – Prefazio ambrosiano della festa della Trasfigurazione.
3 – Domenica VIII dopo Pentecoste.
4 – Dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico, II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, San Paolo, Alba, 1959, pagg. 941-946.
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Immagine: Tiziano (1490–1576), Trasfigurazione (circa 1560), Chiesa di San Salvador, Venezia.
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Spirito
Monsignor Schneider lancia un appello a Papa Leone XIV riguardo alle consacrazioni FSSPX
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Testo dell’appello di Mons. Schneider a Papa Leone XIV
Un appello fraterno a Papa Leone XIV affinché costruisca un ponte verso la Fraternità Sacerdotale San Pio X
L’attuale situazione riguardante le consacrazioni episcopali nella Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) ha improvvisamente risvegliato l’intera Chiesa. In un lasso di tempo straordinariamente breve dopo l’annuncio del 2 febbraio che la FSSPX avrebbe proceduto con queste consacrazioni, si è scatenato un dibattito intenso e spesso carico di emotività in ampi circoli del mondo cattolico. Lo spettro di voci in questo dibattito spazia dalla comprensione, alla benevolenza, all’osservazione neutrale e al buon senso, fino al rifiuto irrazionale, alla condanna perentoria e persino all’odio aperto. Sebbene vi sia motivo di sperare – e non è affatto irrealistico – che Papa Leone XIV possa effettivamente approvare le consacrazioni episcopali, già ora online vengono fatte proposte per il testo di una bolla di scomunica della FSSPX. Le reazioni negative, sebbene spesso ben intenzionate, rivelano che il cuore del problema non è stato ancora colto con sufficiente onestà e chiarezza. C’è la tendenza a rimanere in superficie. Le priorità all’interno della vita della Chiesa vengono invertite, elevando la dimensione canonica e legale – cioè un certo positivismo giuridico – a criterio supremo. Inoltre, a volte manca una consapevolezza storica della prassi della Chiesa in materia di ordinazioni episcopali. La disobbedienza viene quindi troppo facilmente equiparata allo scisma. I criteri per la comunione episcopale con il Papa, e di conseguenza la comprensione di ciò che costituisce veramente uno scisma, sono visti in modo eccessivamente unilaterale se confrontati con la prassi e l’autocomprensione della Chiesa nell’era patristica, l’età dei Padri della Chiesa. In questo dibattito, si stanno affermando nuovi quasi-dogmi che non esistono nel Depositum fidei. Questi quasi-dogmi sostengono che il consenso del Papa alla consacrazione di un vescovo è di diritto divino e che una consacrazione compiuta senza tale consenso, o addirittura contro un divieto papale, costituisce di per sé un atto scismatico. Tuttavia, la prassi e la comprensione della Chiesa al tempo dei Padri della Chiesa, e per un lungo periodo successivo, contraddicono questa opinione. Inoltre, non esiste un’opinione unanime su questo argomento tra i teologi riconosciuti della tradizione bimillenaria della Chiesa. Anche secoli di prassi ecclesiale, così come il diritto canonico tradizionale, si oppongono a tali affermazioni assolutizzanti. Secondo il Codice di Diritto Canonico del 1917, una consacrazione episcopale compiuta contro la volontà del Papa non era punita con la scomunica, ma solo con la sospensione. Con ciò, la Chiesa ha chiaramente manifestato di non considerare tale atto scismatico. L’accettazione del primato papale come verità rivelata viene spesso confusa con le forme concrete – forme che si sono evolute nel corso della storia – attraverso le quali un vescovo esprime la sua unità gerarchica con il Papa. Credere nel primato papale, riconoscere il Papa attuale, aderire con lui a tutto ciò che la Chiesa ha insegnato in modo infallibile e definitivo, e osservare la validità della liturgia sacramentale, è di diritto divino. Tuttavia, una visione riduttiva che equipara la disobbedienza a un ordine comando papale allo scisma – anche nel caso della consacrazione di un vescovo eseguita contro la sua volontà – era estranea ai Padri della Chiesa e al diritto canonico tradizionale. Ad esempio, nel 357, Sant’Atanasio disobbedì all’ordine di Papa Liberio, che gli ordinava di entrare in comunione gerarchica con la stragrande maggioranza dell’episcopato, che era di fatto ariano o semi-ariano. Di conseguenza, fu scomunicato. In questo caso, sant’Atanasio disobbedì per amore della Chiesa e per l’onore della Sede Apostolica, cercando proprio di salvaguardare la purezza della dottrina da ogni sospetto di ambiguità. Nel primo millennio di vita della Chiesa, le consacrazioni episcopali venivano generalmente eseguite senza il permesso formale del Papa e i candidati non erano tenuti ad essere approvati dal Papa. La prima norma canonica sulle consacrazioni episcopali, emanata da un Concilio Ecumenico, fu quella di Nicea del 325, che richiedeva che un nuovo vescovo fosse consacrato con il consenso della maggioranza dei vescovi della provincia. Poco prima della sua morte, durante un periodo di confusione dottrinale, Sant’Atanasio scelse e consacrò personalmente il suo successore, San Pietro d’Alessandria, per garantire che nessun candidato inadatto o debole assumesse l’episcopato. Analogamente, nel 1977, il Servo di Dio Cardinale Iosif Slipyj consacrò segretamente tre vescovi a Roma senza l’approvazione di Papa Paolo VI, pienamente consapevole che il Papa non lo avrebbe permesso a causa dell’Ostpolitik Vaticana dell’epoca. Tuttavia, quando Roma venne a conoscenza di queste consacrazioni segrete, la pena della scomunica non fu applicata. A scanso di equivoci, in circostanze normali – e quando non vi è confusione dottrinale né un periodo di persecuzione straordinaria – si deve, naturalmente, fare tutto il possibile per osservare le norme canoniche della Chiesa e obbedire al Papa nelle sue giuste ingiunzioni, al fine di preservare l’unità ecclesiastica in modo più efficace e visibile. Ma la situazione nella vita della Chiesa oggi può essere illustrata con la seguente parabola: scoppia un incendio in una grande casa. Il capo dei vigili del fuoco consente solo l’uso di nuove attrezzature antincendio, sebbene si siano dimostrate meno efficaci dei vecchi e collaudati strumenti. Un gruppo di vigili del fuoco sfida quest’ordine e continua a utilizzare le attrezzature collaudate – e in effetti, l’incendio viene domato in molti punti. Eppure questi vigili del fuoco vengono etichettati come disobbedienti e scismatici, e vengono puniti. Per estendere ulteriormente la metafora: il capo dei vigili del fuoco autorizza l’intervento solo ai vigili del fuoco che conoscono le nuove attrezzature, seguono le nuove regole antincendio e rispettano i nuovi regolamenti della caserma. Ma data l’evidente portata dell’incendio, la disperata lotta contro di esso e l’insufficienza della squadra antincendio ufficiale, altri soccorritori – nonostante il divieto del capo dei vigili del fuoco – intervengono altruisticamente con competenza e buone intenzioni, contribuendo in ultima analisi al successo degli sforzi del capo dei vigili del fuoco.Iscriviti al canale Telegram ![]()
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Spirito
Roma e la Fraternità: mons. Schneider risponde al Cardinale Fernandez
Mentre le consacrazioni episcopali all’interno della Fraternità San Pio X sono state annunciate per il 1° luglio 2026, mons. Athanasius Schneider, Vescovo ausiliare di Astana, è entrato nel dibattito opponendosi al Cardinale Victor Manuel Fernandez sulla questione della ricezione dei testi del Concilio Vaticano II. Egli sostiene un approccio pragmatico nei confronti della Fraternità.
Il consenso sull’interpretazione del Vaticano II rimane una questione perenne all’interno della Chiesa: in un’intervista rilasciata il 17 febbraio 2026 al giornalista Robert Moynihan, mons. Athanasius Schneider non ha esitato a criticare le recenti dichiarazioni del Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, il Cardinale Victor Manuel Fernandez.
Quest’ultimo aveva ribadito al Superiore Generale della Fraternità San Pio X l’idea che i testi del Concilio Vaticano II non potessero essere modificati. Un «errore di interpretazione teologica», secondo il vescovo di Astana.
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«Solo la Parola di Dio è intoccabile»
Mons. Schneider offre una diagnosi inequivocabile: a suo avviso, il Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede confonde l’essenziale con l’accessorio: «L’affermazione del Cardinale Fernández è completamente errata; solo la Parola di Dio è intoccabile», ha insistito.
La tesi è questa: se anche un dogma proclamato ex cathedra, non necessariamente «perfetto» nella sua formulazione, può essere successivamente «chiarito o migliorato», come potrebbero i testi di un Concilio che si vuole «pastorale» rivendicare un’eterna rigidità?
Concilio Vaticano II: una «catechesi» deperibile?
Basandosi sugli atti ufficiali di Papa Giovanni XXIII, che convocò il Concilio, mons. Schneider ci ricorda che la missione del Vaticano II non era quella di definire nuovi dogmi o di risolvere definitivamente questioni dottrinali: “Questo concilio è stato convocato per fornire spiegazioni, una sorta di catechesi adattata allo stile del nostro tempo”, afferma il prelato.
L’osservazione è logica, quasi clinica: se il Vaticano II adotta uno «stile pastorale» legato a un’epoca particolare, esso è, per definizione, soggetto all’usura del tempo. Pertanto, correggerne o migliorarne la formulazione non è un tradimento, ma un atto di fedeltà alla natura stessa del testo. Lo stesso Paolo VI, ci ricorda, non disse nulla di diverso ai suoi tempi.
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L’ombra del Concilio Lateranense IV
Per illustrare il suo punto, mons. Schneider attinge alla storia della Chiesa. Invoca il Concilio Lateranense IV (1215), che conteneva disposizioni civili riguardanti gli ebrei che, viste dalla prospettiva del nostro XXI secolo, appaiono ora inaccettabili. «Una simile dichiarazione da parte di un concilio ecumenico potrebbe essere corretta? Oserei sperare che il cardinale Fernandez risponda: “sì”», osserva con un tocco di ironia. L’argomento è certamente ad hominem, ma non è privo di mordente.
Il vescovo di Astana chiede quindi un esame onesto delle «evidenti ambiguità» presenti in alcuni documenti, citando in particolare le controverse questioni della libertà religiosa, dell’ecumenismo e della collegialità.
Pragmatismo kazako
Questo intervento brusco giunge mentre le relazioni tra Roma e la Fraternità San Pio X stanno attraversando una nuova fase in seguito all’annuncio di imminenti consacrazioni all’interno della Fraternità fondata da mons. Marcel Lefebvre. Su questa scottante questione, mons. Schneider auspica un colpo di realismo: a suo avviso, il tempo è essenziale e l’atteggiamento di Roma deve cambiare.
Piuttosto che esigere una risoluzione dottrinale completa e immediata, il prelato suggerisce una soluzione pragmatica. “Lasciateli entrare. Date loro un minimo di integrazione nella Chiesa. La Chiesa è vasta e sa sempre trovare soluzioni in ogni circostanza”, ritiene.
Una cosa è certa: il pragmatismo kazako di un prelato – che, durante la sua intervista, ha rivelato di aver chiesto al Santo Padre una “pax liturgica leonina” – probabilmente verrà accolto con sentimenti contrastanti al Palazzo del Sant’Uffizio…
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Spirito
L’Opus Dei incontra Papa Leone XIV
Statuti in preparazione
Il compito più simbolico rimane quello degli statuti. Dalla pubblicazione dei documenti papali volti a riformare la struttura della prelatura personale, l’Opus Dei sta attraversando un’importante transizione giuridica. La posta in gioco è alta: ridefinire il rapporto tra il clero e i laici dell’organizzazione, cercando al contempo di preservare la visione del fondatore. Durante l’udienza concessa all’arcivescovo Ocariz, Papa Leone XIV ha attenuato le aspettative di una risoluzione immediata. Il processo di revisione rimane nella «fase di studio». Secondo le informazioni pubblicate dall’agenzia di stampa Zenit, non è stata ancora fissata una data di pubblicazione. Questo ritardo suggerisce la volontà della Curia romana di valutare attentamente ogni parola, per garantire che il nuovo statuto sia in perfetta conformità con il diritto canonico moderno, calmando al contempo le tensioni interne derivanti da questo cambiamento di status deciso dal defunto papa Francesco.Iscriviti al canale Telegram ![]()
La questione scottante dell’Argentina
Oltre alle questioni amministrative, il vescovo Ocáriz ha potuto stabilire un contatto con il nuovo papa e presentare la posizione dell’istituzione sulle «controversie specifiche» che attualmente affliggono l’Argentina. Da diversi anni, la prelatura si trova a dover affrontare lamentele da parte di ex numerari ausiliari in merito alle loro passate condizioni di lavoro e di assistenza sociale. Per il superiore dell’Opera si tratta di dimostrare che l’istituzione agisce con trasparenza e giustizia, mentre l’immagine dell’Opus Dei è regolarmente messa alla prova da queste controversie mediatiche.Uno sguardo verso Sud
Infine, l’incontro ha permesso di delineare una geografia della fede contrastante. Il pontefice e il suo visitatore hanno affrontato il tema delle vocazioni, notando un divario sempre più netto tra il Vecchio Continente e il resto del mondo. Mentre l’Europa sembra perdere slancio, l’Africa sta emergendo come nuovo motore di crescita per l’istituzione. Prima di congedarsi , il vescovo Ocáriz ha presentato due libri a papa Leone XIV, tra cui un resoconto dell’avventura evangelizzatrice nelle Ande peruviane – il nuovo papa ha nazionalità peruviana – ricordando che, nonostante i tumulti romani, il lavoro sul campo rimane la priorità dell’organizzazione. Un modo per ristabilire il dialogo al più alto livello, quando il legame con l’istituto fondato dal vescovo Josemaría Escrivá de Balaguer si era incrinato sotto il pontificato precedente. Resta tuttavia da chiedersi se la particolare e unica natura ecclesiastica dell’Opus Dei verrà preservata nella revisione delle costituzioni. Non sembra una cosa scontata. Articolo previamente apparso su FSSPX.NewsIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
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