Spirito
Mons. Strickland contro l’assedio sinodale all’interno della Chiesa. «Quando i lupi indossano paramenti…»
Renovatio 21 pubblica questo messaggio di monsignor Giuseppe Edoardo Strickland, vescovo emerito della diocesi di Tyler, Texas, apparso su LifeSiteNews.
Cari fratelli e sorelle in Cristo,
Ci sono momenti nella storia della Chiesa in cui le pecore devono guardare in alto, non a causa delle tempeste del mondo, ma perché i pastori stessi sono rimasti in silenzio… o peggio, si sono uniti ai lupi.
San Paolo una volta ammonì la Chiesa di Efeso con acuta chiarezza:
«So infatti che, dopo la mia partenza, entreranno tra voi de’ lupi rapaci; i quali non risparmieranno il gregge» (At 20,29).
E quei lupi sono arrivati. Indossano paramenti sacri. Parlano di misericordia, ma deridono la verità. Predicano l’inclusione, ma escludono la fedeltà al Deposito della Fede. Benedicono ciò che Dio ha chiamato peccato.
Stiamo vivendo un assedio, non dall’esterno, ma dall’interno. Questa è l’ora del tradimento, non dissimile dal giardino del Getsemani. Ma questa volta i traditori indossano mitre e portano pastorali.
La Croce è ancora qui. L’Eucaristia è ancora qui. Ma siamo circondati da mercenari che abbandonano le pecore – o peggio ancora, le conducono tra le spine.
Voglio essere chiaro. Questa crisi non è semplicemente confusione: è una rivoluzione calcolata. Una rivoluzione contro la dottrina. Contro l’ordine. Contro la natura stessa della Chiesa, istituita divinamente da Cristo.
E quindi oggi voglio accompagnarvi in un viaggio in tre parti attraverso questa realtà.
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Parte I: I lupi dentro le mura
M. Scott Peck iniziò il suo famoso libro, «La strada meno battuta», con tre parole: «la vita è difficile». Ma anche questa semplice verità è ora rifiutata, non solo dal mondo, ma anche all’interno della Chiesa. Ci viene detto che la Croce è facoltativa. Che la santità è opprimente. Che la dottrina divide, mentre il dialogo unisce.
Ma Cristo non ha offerto il dialogo. Ha offerto le Sue ferite. Non ha costruito un centro comunitario: ha fondato una Chiesa come un «edifizio eretto sul fondamento degli apostoli e dei profeti, essendone pietra angolare lo stesso Cristo Gesù» (Ef 2, 20).
E disse chiaramente: «Se qualcuno vuol venire dietro a me rinunzi a se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16, 24).
Dove sono ora quelle parole?
Invece, ascoltiamo sermoni sugli ecosistemi e sulla fratellanza umana. Ci vengono dati slogan sinodali, ma nessun invito al pentimento. Ci vengono consegnati documenti, non dottrine – consultazioni, non comandamenti.
Il beato Papa Pio XII ammonì:
«Il peccato del secolo è la perdita del senso del peccato» (Radiomessaggio al Congresso Catechistico Nazionale degli Stati Uniti a Boston, 26 ottobre 1946).
E ora, il peccato non viene più nemmeno menzionato. È rinominato. È «accompagnato». È «pastoralmente benedetto». Ma mai denunciato.
Padre James Martin continua a benedire le unioni omosessuali. Il cardinale McElroy minimizza il peccato sessuale in nome dell’«inclusione radicale».
La Messa latina tradizionale – la Messa dei santi – viene soppressa. E lo stesso Deposito della Fede viene trattato come un pezzo da museo da rimodellare.
Ma come ha affermato Papa Benedetto XVI: «Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande» (Lettera ai Vescovi, 7 luglio 2007).
E papa san Pio V proclamò solennemente: «La presente Costituzione non potrà mai essere revocata o modificata, ma rimarrà per sempre valida e avrà forza di legge» (Quo Primum, 14 luglio 1570).
Ci crediamo? O seguiamo la «nuova via» promossa dal cosiddetto Sinodo sulla Sinodalità?
Il profeta Isaia vide questo giorno e gridò: «Guai a voi che dite male il bene e bene il male, che fate tenebre la luce e luce le tenebre» (Is 5,20).
E Papa San Pio X ammoniva: «i fautori dell’errore già non sono ormai da ricercarsi fra i nemici dichiarati; ma (…) si celano nel seno stesso della Chiesa, tanto più perniciosi quanto meno sono in vista» (Papa San Pio X, Pascendi Dominici Gregis, 8 settembre 1907).
Stiamo vivendo quella profezia.
Il Sinodo sulla sinodalità è diventato una cortina fumogena per la trasformazione ecclesiale. Non rinnovamento, ma reinvenzione. Non Pentecoste, ma Babele.
Ci viene detto di «ascoltare il Popolo di Dio». Ma non quando queste persone si inginocchiano per la Messa in latino. Non quando invocano riverenza, penitenza o purezza. No, allora quelle voci vengono liquidate come troppo rigide, troppo tradizionali.
Ma la voce di Cristo continua a parlare: attraverso la Scrittura, la Sacra Tradizione e il Magistero della Chiesa correttamente tramandato.
«Non illudetevi: Dio non si lascia deridere» (Gal 6, 7).
Cari amici, si conclude così la prima tappa del nostro viaggio. Abbiamo dato un nome alle ferite.
Nella seconda parte, esamineremo il meccanismo della rivoluzione; la struttura sinodale stessa: il suo linguaggio, i suoi obiettivi e i suoi gravi pericoli. Dobbiamo sapere come si muove il nemico se vogliamo proteggere il gregge.
Eppure non dobbiamo disperare. Perché quando i lupi incombono, il Pastore rimane. Mentre i mercenari fuggono, i santi sorgono. Mentre gli altari vengono derisi, la Lampada del Santuario arde ancora perché il Tabernacolo non è vuoto.
Tenetevi forte.
«Nel mondo avrete tribolazioni; ma confidate; io ho vinto il mondo!» (Gv 16, 33).
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Parte II: L’assedio sinodale
Entriamo ora nella seconda fase di questo avviso:
I lupi hanno un nome. Anche le loro tattiche hanno un nome: sinodalità.
Non la sinodalità come la Chiesa l’ha sempre intesa – consultazione collegiale sotto l’autorità del Papa – ma una ridefinizione. Un «nuovo modo di essere Chiesa», come lo chiamano ora.
Ma sia chiaro: ciò che viene proposto sotto la bandiera della sinodalità non è altro che la decostruzione della Chiesa gerarchica, sacramentale e apostolica e l’ascesa di qualcosa di nuovo, indefinito e pericoloso.
Secondo la presentazione ufficiale del Vaticano, il Sinodo sulla sinodalità è descritto come un «processo di ascolto e discernimento». Ma ciò che ascolta sono i sentimenti, e ciò che discerne è il compromesso.
Invece di proclamare il Vangelo, questo Sinodo cerca di rifare il Vangelo a immagine dell’uomo decaduto.
I documenti preparatori del Sinodo parlano di «inclusione» e di «camminare insieme». Ma verso cosa?
- Verso l’accettazione delle relazioni omosessuali
- Verso le benedizioni per i divorziati risposati
- Verso l’inversione del sacerdozio maschile attraverso una spinta verso il diaconato femminile
- Verso la soppressione della Messa latina tradizionale, nell’illusione che sia una minaccia all’unità
Questa non è sensibilità pastorale. Questa è sovversione spirituale. Come ha ammonito il cardinale Raymond Burke: «L’idea che la dottrina della Chiesa debba conformarsi alle voci dei fedeli è un grave errore» (Intervista al cardinale Raymond Burke, The Wanderer, luglio 2023).
La Chiesa non è una democrazia. È una monarchia, con Cristo come Re.
«Un nuovo modo di essere Chiesa»: questa frase ricorre ripetutamente nei documenti del Sinodo. Ma un nuovo modo implica che il vecchio sia rotto. Questo è falso. La Chiesa fondata da Cristo non è rotta. I suoi traditori sono rotti. I suoi lupi sono ciechi.
Papa Leone XIII ci ha ricordato: «Niente vi può essere di più pericoloso di questi eretici, i quali, mentre percorrono il tutto (della dottrina) senza errori, con una sola parola, come con una stilla di veleno, infettano la pura e schietta fede della divina e dell’apostolica tradizione» (Papa Leone XIII, Satis Cognitum, 29 giugno 1896).
E i rivoluzionari sinodali di oggi incarnano perfettamente questo monito. Nel documento di lavoro del Sinodo, al paragrafo 60, si legge: «Una Chiesa sinodale è una Chiesa dell’ascolto… pronta a lasciarsi interrogare dai discorsi del nostro tempo» (Instrumentum Laboris per il Sinodo sulla sinodalità, 2023).
Ma il Vangelo non è messo in discussione dal mondo. È lui che interroga il mondo.
I santi non ascoltavano i tempi, ma li incitavano a gran voce. Santa Caterina da Siena, la grande riformatrice del papato, scrisse una volta: «Proclamate la verità e non tacete per paura» (Lettera a Papa Gregorio XI, 1376).
E ora restiamo in silenzio, in nome del dialogo.
Il cammino sinodale è lastricato del linguaggio dell’inclusione, ma conduce all’esclusione: esclusione della Tradizione, del sacrificio, della verità oggettiva.
I suoi artefici invocano il «discernimento spirituale», ma rifiutano ogni assoluto morale insegnato da Cristo. I suoi apologeti invocano «unità», ma dividono il gregge alienando i fedeli cattolici.
- Le autorità della Chiesa ci dicono:
- Che la Chiesa deve ascoltare il popolo più che annunciare
- Questa dottrina deve svilupparsi assorbendo la voce della cultura
- Che la liturgia debba evolversi per adattarsi alle espressioni ecologiche e indigene
- Questo non è cattolicesimo. È relativismo clericalizzato.
E gli Apostoli stessi ci danno l’antidoto: «Bisogna ubbidire a Dio più che agli uomini» (At 5,29).
«Gesù Cristo è il medesimo ieri e oggi, ed è anche per i secoli. Non lasciatevi trascinare da dottrine diverse e forestiere» (Eb 13, 8-9).
Strane dottrine provengono ora da strane labbra – in collari romani.
Mentre il Sinodo procede, calpesta ciò che ha nutrito i santi:
- La Messa dei Secoli è etichettata come divisiva
- L’insegnamento chiaro sul peccato sessuale è definito spietato
- Il sacerdozio di Cristo si riduce a burocrazia
- E il Rosario e l’Adorazione Eucaristica sono appena menzionati
- Questo non è un rinnovamento. È una demolizione controllata.
Ma il Signore non si lascia beffare. Egli vede. Egli attende. E purificherà il Suo Tempio.
Sant’Atanasio una volta dichiarò durante l’eresia ariana: «loro hanno gli edifici, ma noi abbiamo la fede» (Sant’Atanasio, Lettera al suo gregge durante la crisi ariana).
E oggi, nonostante i lupi sinodali occupino le aule di Roma, la Fede rimane ovunque Cristo sia adorato, ovunque la Beata Vergine Maria sia onorata, ovunque il Catechismo sia insegnato con chiarezza e coraggio.
E la nostra missione rimane la stessa:
Stare in piedi.
Per parlare.
Per restare fedeli.
Perché, come scrisse San Paolo a Timoteo: «atti araldo della parola divina, insisti a tempo opportuno e anche non opportuno, confuta, sgrida, esorta, con grande pazienza e voglia d’insegnare. Poiché vi sarà un tempo che non sopporteranno la sana dottrina» (2 Tm 4,2-3).
Quel momento è adesso.
Nella terza parte, passeremo dagli avvertimenti alle armi. Armi spirituali. Illustreremo come i fedeli possano resistere a questa rivoluzione – non con l’amarezza, ma con il Santo Rosario, la riparazione eucaristica, gli atti di fedeltà e il coraggio dei santi.
Non siamo orfani.
Siamo soldati di Cristo.
E le porte dell’inferno non prevarranno.
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Parte III: Le armi dei fedeli
Abbiamo chiamato i lupi. Abbiamo smascherato l’assedio sinodale. Ora dobbiamo combattere – non con rabbia, non con ribellione, ma con verità, sacrificio e amore radicato in Cristo.
Questa è l’ora della battaglia. Non contro gli uomini, ma contro l’oscurità – dentro di noi, dentro la nostra Chiesa, dentro questa mascherata sinodale che ammanta l’eresia con le vesti della misericordia.
È tempo di impugnare le armi dei fedeli. Armi spirituali che i santi hanno brandito, i martiri hanno abbracciato e che la Madonna ha posto nelle nostre mani.
1. Il Santo Rosario
Quando la Madonna apparve a Fatima nel 1917, diede un comando chiaro: «Pregate il Rosario ogni giorno, per ottenere la pace nel mondo e la fine della guerra».
Suor Lucia di Fatima disse in seguito: «Non c’è problema, vi dico, per quanto difficile sia… che non possa essere risolto dalla preghiera del Santo Rosario».
Questa non è una devozione da poco. Questa è una fionda nelle mani dei nuovi Davide.
Mentre i lupi si radunano alle porte e i documenti sinodali si riversano come inchiostro avvelenato in tutto il mondo, noi rispondiamo con il rosario in mano, con le Ave Maria sussurrate da vecchi e giovani, in latino e in inglese, nelle case e sui campi di battaglia.
2. La Santa Eucaristia
Questa è l’ora della riparazione eucaristica. Dobbiamo piangere presso il tabernacolo. Dobbiamo inginocchiarci dove tanti ora camminano con noncuranza. Dobbiamo offrirgli amore dove è più ferito.
San Padre Pio disse: «sarebbe più facile per il mondo sopravvivere senza il sole che senza il Santo Sacrificio della Messa».
E tuttavia cosa ha fatto il Sinodo?
- Soppressione della messa latina
- Adorazione eucaristica emarginata
- Sostituzione dello stupore con l’applauso
Dobbiamo quindi rivolgerci a Lui – frequentemente, con riverenza e con la riparazione nel cuore. Ogni Ora Santa è un colpo alla rivoluzione sinodale. Ogni sussurrato “Mio Signore e mio Dio” è uno scudo per la Chiesa.
«Gustate e vedete com’è soave il Signore: beato l’uomo che spera [e si rifugia] in lui» (Sal 33, 9).
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3. Digiuno e penitenza
I demoni che affrontiamo non sono solo ideologici. Sono infernali. E Nostro Signore ci ha detto chiaramente: «Cotesta specie di demoni non può essere altrimenti scacciata se non per mezzo della preghiera e del digiuno» (Mc 9,28).
I lupi si nutrono di lusso, di conferenze, di applausi. Digiuniamo – per la gloria di Cristo e la purificazione della Sua Chiesa.
Imita Ninive. Imita San Francesco. Imita la Madonna Addolorata.
Facciamo dei Venerdì di riparazione una norma nella nostra vita. Usiamo i Primi Sabati, frequentiamo le visite al Santissimo Sacramento e offriamo sacrifici che nessuno vede.
Nostro Signore vede.
E il Cuore Immacolato di Maria attende la nostra risposta.
4. Discorso chiaro
Non dobbiamo restare in silenzio. Non ora.
San Tommaso d’Aquino insegna: «È meglio essere gettati nel mare con una macina da mulino al collo, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli» (cfr Summa Theologiae; basato su Lc 17,2).
Stiamo assistendo a missioni scandalizzate da pastori in vesti sinodali: confusi, manipolati, ingannati.
Quindi dobbiamo parlare chiaramente:
- Le benedizioni tra persone dello stesso sesso sono una bestemmia.
- Maschio e femmina li creò.
- La messa in latino non è una minaccia: è un tesoro.
- La misericordia senza pentimento è una menzogna.
Papa San Pio X tuonava: «i veri amici del popolo non sono né rivoluzionari, né novatori, ma tradizionalisti» (Notre Charge Apostolique, 25 agosto 1970).
Se ci chiamano rigidi, così sia. La verità è rigida. E la spina dorsale dei santi era tenuta rigida dalla grazia di Dio.
Ci chiamino pure farisei, fondamentalisti, reliquie di un’epoca passata. Siamo reliquie, perché siamo eredi. Non siamo pezzi da museo: siamo i custodi del tesoro.
5. Comunità fedeli
Questa battaglia non si vincerà da soli. Dobbiamo formare comunità forti: famiglie, parrocchie, apostolati, scuole cattoliche e fattorie.
Si facciano processioni eucaristiche per le strade.
Che in ogni casa ci siano altari mariani.
I genitori cattolici devono essere prima di tutto cattolici e non mondani.
Lasciamo che i nostri figli siano catechizzati dai santi, non dagli schermi.
San Giovanni Bosco diceva: «solo due cose possono salvarci in questa crisi presente: la devozione a Maria e la Comunione frequente» (San Giovanni Bosco, Lettere ai giovani).
Mio amato gregge, non siamo nati per la comodità. Siamo nati per combattere. I lupi indossano paramenti sacri. Il sinodo parla con eresia mielata. Ma Cristo regna ancora.
Il suo Sacro Cuore batte ancora.
Il Cuore Immacolato trionfa ancora.
E la verità è sempre vera: immutata e immutabile.
«Gesù Cristo è il medesimo ieri e oggi, ed è anche per i secoli» (Eb 13,8).
In sintesi, con la voce di un pastore, vi dico questo:
NON LASCIARE LA CHIESA.
Non scappare dalla battaglia.
Mettiti sulla breccia.
Inginocchiarsi in adorazione.
Prega con le lacrime.
Parla senza paura.
E combatti con amore.
I lupi esistono davvero.
Ma l’Agnello è sul trono.
E le porte dell’inferno non prevarranno.
Rimani fedele.
Restate vigili.
E rimanete nel Cuore di Cristo.
Che Dio Onnipotente vi benedica, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
+ Joseph E. Strickland
Vescovo emerito di Tyler, Texas
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Spirito
Jean Madiran e le consacrazioni del 1988: «oggi, faccio fatica a credere che avesse torto»
- Nel corso degli anni, Jean Madiran ha osservato:
- la sopravvivenza e lo sviluppo della Società di San Pio X;
- la revoca delle scomuniche;
- l’assenza di scisma;
- il mantenimento di rapporti franchi con Roma, reso possibile dal fatto che essa ha dei vescovi; e il ruolo svolto dalle consacrazioni nella diffusione e nel riconoscimento della messa tradizionale.
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Trascrizione
Un ruolo intellettuale essenziale nella lotta per la Tradizione
È probabile, anzi certo, che l’assenza di consacrazioni non avrebbe impedito ai dissidenti di continuare a usare il catechismo tradizionale e a partecipare alla Messa tradizionale. L’arcivescovo Lefebvre è la figura più strettamente associata a questa resistenza alle riforme post-conciliari, ma la personalità di Jean Madiran è fondamentale. Egli fornì un valido supporto intellettuale a tutti i fedeli che avevano dei dubbi, a coloro che l’arcivescovo Lefebvre chiamava «cattolici perplessi». Offrì un autentico sostegno intellettuale a molti dei suoi contemporanei disorientati, in particolare, e soprattutto, nel mondo francofono. Jean Madiran fu una figura di spicco nella lotta politica del dopoguerra. Fu un convinto difensore del cristianesimo e della comunità cattolica. Dopo il Concilio Vaticano II, si specializzò in tutti i dibattiti religiosi cattolici. Fondò la rivista Itinéraires nel 1956, che fu pubblicata per circa quarant’anni. Per tutti questi quarant’anni, Jean Madiran fornì gli strumenti intellettuali necessari ai cattolici disorientati dai nuovi sviluppi all’interno della Chiesa. Itinéraires era una rivista fondamentale per le persone di quell’epoca. È importante capire che a quei tempi non esistevano YouTube, né siti web istituzionali: i contemporanei venivano a conoscenza dei principali dibattiti religiosi solo attraverso riviste come questa. La stampa dell’epoca svolgeva un ruolo davvero vitale. Itinéraires aveva anche questa caratteristica unica: era una rivista genuinamente intellettuale, pubblicata con una decina di numeri all’anno, che analizzava i principali testi pubblicati dopo il Concilio. Jean Madiran include anche un gran numero di figure religiose di spicco: padre Calmel, padre de La Barre du Lac e padre Guérard des Lauriers contribuiscono tutti a Itinéraires. È quindi una figura davvero essenziale nel plasmare il pensiero dei fedeli cattolici francofoni di quell’epoca. Durante tutta la resistenza alle riforme post-conciliari, collaborò a stretto contatto con l’arcivescovo Lefebvre. Agli albori di Écône, Jean Madiran fu presente fisicamente e intellettualmente con i primi seminaristi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, tenendo conferenze e lezioni sulla dottrina sociale della Chiesa per i giovani seminaristi. Quando l’arcivescovo Lefebvre pronunciò la sua famosa dichiarazione del 1974 – «aderiamo con tutto il cuore e con tutta l’anima alla Roma cattolica» – sorsero dibattiti tra i seminaristi della Fraternità Sacerdotale San Pio X. L’arcivescovo Lefebvre ne era consapevole. Jean Madiran si trovava a Écône in quel periodo, e fu lui a spiegare ai seminaristi come interpretare quella dichiarazione, che segnò, in una certa misura, l’inizio delle difficoltà con Roma. Egli fu dunque una figura chiave in tutta questa lotta post-conciliare, al fianco dell’arcivescovo Lefebvre. E, in effetti, ci fu un piccolo malinteso nel 1988, diciotto anni dopo la fondazione della Fraternità Sacerdotale San Pio X.Iscriviti al canale Telegram ![]()
Il film sull’arcivescovo Lefebvre, Un vescovo nella tempesta
Vi spiegherò cosa accadde circa quindici anni fa. Sono uno storico di formazione e suggerii a padre de Cacqueray, allora superiore del distretto francese della Fraternità Sacerdotale San Pio X e forza trainante del progetto, di realizzare questo film. L’idea era di far conoscere l’arcivescovo Lefebvre a un pubblico più giovane, a persone non necessariamente convinte dalle sue scelte nella storia recente della Chiesa, e di far conoscere meglio la sua personalità. Tra le domande sorte all’inizio, dato che questo documentario di 90 minuti, realizzato nel 2012, ha richiesto diversi anni di preparazione, c’era quella di decidere chi intervistare. Ben presto, la figura di Jean Madiran si è rivelata la scelta più ovvia, poiché era stato uno di coloro che avevano sostenuto l’arcivescovo Lefebvre durante la lotta degli anni Sessanta e Settanta, dopo il Concilio. Quando abbiamo iniziato questo film, il nostro obiettivo era presentare il fondatore della Fraternità Sacerdotale San Pio X così com’era veramente. Si trattava di mostrare l’arcivescovo Lefebvre attraverso le testimonianze oggettive dei suoi contemporanei: coloro che lo apprezzavano, coloro che lo apprezzavano meno, coloro che lo seguivano e anche coloro che non lo facevano. Tra gli ex spiritani, alcuni si opposero fermamente a lui, e compaiono nel film. L’idea non era semplicemente quella di presentare le opinioni che i suoi contemporanei avrebbero potuto avere sulle sue scelte. Questo era secondario. Che fosse necessario dire cosa pensasse questa o quella persona riguardo alle consacrazioni o al rifiuto di obbedire a Roma era secondario. Tuttavia, abbiamo fatto un’eccezione per questo passaggio con Jean Madiran, dove, nel film, gli abbiamo permesso di esprimere la sua opinione sulla scelta dell’arcivescovo Lefebvre nel 1988. Questa posizione assunta da Jean Madiran si è rivelata qualcosa di davvero straordinario alla luce di tutta la sua vita e della Fraternità Sacerdotale San Pio X in quegli anni. Fin dall’inizio del Concilio, Jean Madiran conobbe l’arcivescovo Lefebvre e iniziò ad assisterlo e sostenerlo. Fu durante la sessione finale del Concilio che si tenne un incontro a Fontgombault. L’arcivescovo Lefebvre lo chiamò in quell’occasione: in quanto padre conciliare, aveva diritto a un esperto. Aveva padre Berto come esperto ufficiale, ma occasionalmente si rivolgeva anche a Jean Madiran per analizzare lo Schema 13 sulla collegialità. Jean Madiran lavorò tutta la notte su questo argomento. Da quel momento in poi, i due si trovarono in una simbiosi intellettuale. Successivamente, durante i primi anni della Società, Jean Madiran ne fu al fianco. Avviò tutte le discussioni contenute in Itinéraires e intrattenne una fitta corrispondenza con l’arcivescovo Lefebvre. Quando Jean Madiran si rivolse a Paolo VI nel 1974, dicendo: «restituiteci la Messa, restituiteci la Sacra Scrittura, restituiteci la dottrina», le sue parole riecheggiavano quelle dell’arcivescovo Lefebvre. Queste espressioni si ritrovano quasi alla lettera in uno dei suoi sermoni più importanti, dove l’arcivescovo Lefebvre afferma: «restituiteci la dottrina di tutti i tempi, restituiteci la Messa, restituiteci la Sacra Scrittura». Abbiamo davvero due personalità che procedono di pari passo: una creando un sostegno sacerdotale, l’altra armando intellettualmente i fedeli in parallelo.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Perché Jean Madiran non seguì Monsignor Lefebvre alle consacrazioni episcopali del 1988?
Perché Jean Madiran non seguì l’arcivescovo Lefebvre nel 1988? Forse sovrastimò il danno causato alle famiglie dalla separazione del 1988. È vero che furono fatte scelte diverse. Alcuni vollero seguire l’arcivescovo Lefebvre, rischiando la condanna. Altri si rifiutarono di seguirlo per evitare tale condanna, e questo causò danni all’interno delle famiglie. Probabilmente Jean Madiran temeva che queste dispute avrebbero minato la lotta tradizionalista. Questo è probabilmente il motivo per cui volle ritirarsi. Lui stesso usò questa espressione: disse di non voler prendere posizione. Infatti, non fu tra coloro che cercarono di spiegare su ogni giornale o su ogni stazione radio che l’arcivescovo Lefebvre aveva torto. Non lo fece. Tuttavia, non disse nemmeno che si dovesse seguire l’arcivescovo Lefebvre in modo assoluto, corpo e anima. Jean Madiran, tuttavia, fu tra coloro che, negli anni Settanta, in particolare durante la turbolenta estate del 1976, espressero le proprie idee con grande fermezza. Gli scritti di Jean Madiran erano piuttosto incisivi. Fu tra coloro che puntarono il dito contro i vescovi di Francia senza troppi remore. L’arcivescovo Lefebvre, dal canto suo, fu molto più cauto. Jean Madiran incarna in qualche modo ciò che Louis Veuillot rappresentava nel XIX secolo: un giornalista piuttosto polemico che osava puntare il dito contro i vescovi che non sempre svolgevano un buon lavoro all’interno della Chiesa. Jean Madiran lo fece negli anni Settanta. È quindi una persona di vero coraggio. L’arcivescovo Lefebvre si affidò a lui proprio per questo. E nel 1988, quando si dovette prendere la decisione più cruciale, ci fu un malinteso tra i due uomini. Jean Madiran aveva forse previsto tutte le conseguenze delle sue scelte? Solo Dio sa cosa gli passasse per la testa. È evidente che nel 1988 si verificò una frattura tra i due uomini. Ci fu un risentimento reciproco, non necessariamente iniziato da nessuno dei due. In definitiva, furono quasi i seguaci stessi a provocarla. Molti lettori tradizionalisti si disiscrissero da Itinéraires . La rivista conobbe un declino a partire dal 1988 e cessò le pubblicazioni nel 1996. Questo ebbe un forte impatto su Jean Madiran. Anche da parte dell’arcivescovo Lefebvre è evidente che c’è una ferita aperta. Negli anni Settanta e Ottanta avevano davvero camminato mano nella mano. Dall’anno successivo, l’arcivescovo Lefebvre ritirò i sacerdoti dal pellegrinaggio di Chartres, che è il mondo a cui appartiene Jean Madiran: il Centro Charlier, Bernard Antony, tutta la cerchia ristretta di Jean Madiran. Vi fu dunque un autentico malinteso tra i due uomini, e non ci furono ulteriori chiarimenti fino alla morte del vescovo Lefebvre tre anni dopo, nel 1991.L’incontro del 2011
Seguendo l’idea dell’abate de Cacqueray di contattare Jean Madiran, lo raggiunsi tramite Jeanne Smits, che all’epoca lavorava con lui a Présent, per avere l’opportunità di intervistarlo per il film. Al telefono, inizialmente mi disse che non era per niente interessato, che non aveva mai ricevuto i programmi televisivi, che voleva voltare pagina, che la cosa non lo interessava e che non avrei ottenuto nulla. Ciononostante, mi presi la libertà di dire: «sto ancora cercando di scriverti». Lui rispose: «continua a provare». Infine, quando meno me lo aspettavo, mi ha mandato una lettera in cui diceva: «o ricevuto la tua richiesta. La mia risposta è SÌ», in stampatello maiuscolo e sottolineato, con il suo indirizzo. Poi arrivò l’8 febbraio 2011, quando ebbi l’opportunità di chiedergli dell’arcivescovo Lefebvre. Durante l’intervista, ebbi la sensazione che volesse orientare le domande verso le consacrazioni episcopali del 1988. Io, d’altra parte, cercavo ogni volta di tornare al Concilio, perché sapevo che l’argomento era un po’ delicato. Tuttavia, avevo una domanda che mi incuriosiva: perché aveva incoraggiato l’arcivescovo Lefebvre a disobbedire a Roma nel 1976, ma non lo aveva seguito nel 1988? Fu allora che mi spiegò che, per lui, il 1988 rappresentava qualcosa di diverso, un grado di disobbedienza superiore. Fu lì che pronunciò la sua ormai celebre dichiarazione: «all’epoca non ero in grado di esprimere un giudizio. Oggi trovo difficile credere che avesse torto». Jean Madiran spiegò all’epoca che se la Fraternità Sacerdotale San Pio X esiste ancora oggi, è perché l’arcivescovo Lefebvre consacrò quattro vescovi. Aggiunse che, senza queste consacrazioni, la diffusione della Messa tradizionale in latino sarebbe stata indubbiamente molto più lenta e limitata. Per lui, l’arcivescovo Lefebvre aveva garantito le condizioni per la prosecuzione del suo lavoro.Sostieni Renovatio 21
«Oggi, trovo difficile credere che avesse torto»
L’aspetto visivamente interessante era che si rivolgeva direttamente a me, con un’espressione molto vivace. Poi, quando ha introdotto l’argomento, si è girato deliberatamente a destra, verso le grandi vetrate che si affacciavano su Parigi. Come se fosse alla ricerca di ispirazione. E lui disse: «all’epoca non ero in grado di esprimere un giudizio”. Poi ci fu un lungo silenzio. E infine: “Oggi trovo difficile credere che avesse torto». «Ciò che possiamo constatare, in ogni caso, è che l’atto più grave non è stato quello di mantenere in vita la Società nonostante la revoca del suo status canonico. La decisione più grave è stata, nel 1988, quella di ordinare quattro vescovi, non solo senza l’autorizzazione del Papa, ma in spregio a un divieto papale personale. «Osservando la regolarizzazione avvenuta, quando la scomunica era automatica nel diritto canonico e fu successivamente revocata da Benedetto XVI, possiamo constatare chiaramente che se la Fraternità Sacerdotale San Pio X esiste ancora oggi, è grazie all’arcivescovo Lefebvre, che ha donato quattro vescovi. «Il motivo per cui ha il peso che ha, e viene preso dal Papa come interlocutore, è perché ci sono i vescovi. «Se non fosse stato per l’ordinazione di quattro vescovi, è probabile, anzi certo, che ciò non avrebbe impedito ai dissidenti di continuare a seguire il catechismo tradizionale e a partecipare alla Messa tradizionale. Ma la liberazione della Messa sarebbe avvenuta molto più lentamente e in modo molto più limitato. «Nella Chiesa, essere vescovo è importante. E quindi il fondatore aveva ragione: aveva creato le condizioni affinché la sua opera potesse perdurare. (Citazione di Jean Madiran dal film)Aiuta Renovatio 21
Un vero e proprio cambio di posizione?
Quindi, Jean Madiran ha davvero cambiato posizione? Tutto dipende da cosa pensasse realmente. In ogni caso, la sua posizione pubblica non è più stata la stessa dal 2011 in poi. Fino ad allora, aveva affermato di non voler prendere posizione. Ora, dichiarò chiaramente che le consacrazioni episcopali senza mandato erano giustificate. Insistette sul fatto che le scomuniche erano state revocate e che la Fraternità Sacerdotale San Pio X aveva potuto prosperare. Vide i fatti. Vide che la Fraternità non si era separata da Roma, che aveva mantenuto i suoi rapporti con Roma, che diversi cardinali affermavano che non c’era stato alcuno scisma. E ebbe il coraggio, a 91 anni, di riconoscere finalmente che l’arcivescovo Lefebvre aveva fatto bene a compiere quell’azione coraggiosa.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Il coraggio e l’umiltà di Jean Madiran
A mio parere, è un atto di grande coraggio quello di prendere il suo posto. Si era allontanato dal mondo del giornalismo da tempo. Aveva 91 anni. È morto due anni dopo. Portare le telecamere in casa sua per dire una cosa del genere ha richiesto vero coraggio. Penso che egli abbia consapevolmente ritenuto necessario tornare su questo argomento per fare nuova luce sulla questione. Aveva osservato gli effetti di queste consacrazioni sul tradizionalismo in Francia, sulle comunità consolidate e sulla liberalizzazione della Messa. E così compie questo passo coraggioso, riconoscendo i fatti e riconsiderando quell’atto del 1988 che non aveva condannato, ma sul quale all’epoca non aveva voluto schierarsi. Ha affermato che non era suo compito giudicare la coscienza di un arcivescovo. La consacrazione del 1988 era un atto dell’arcivescovo davanti a Dio: cosa sto facendo del mio episcopato? Jean Madiran ha l’umiltà di dire: “Non sono nella sua coscienza”. In un certo senso, invita anche i giovani a fare un passo indietro prima di giudicare. Nel 1988, la situazione si capovolse. Jean Madiran non si sentiva in grado di esprimere un giudizio, ma ebbe il coraggio di farlo alla fine della sua vita. Riconobbe i frutti, i fatti, le conseguenze positive degli elogi del 1988. La posizione di Jean Madiran sulle incoronazioni è cauta, ma, a posteriori, coraggiosa. Riconosce la validità di quanto è stato proposto. Chiunque scopra questo periodo della storia della Chiesa non può che essere incoraggiato a imparare, a esplorare, a leggere. Ed è proprio ciò che fece Jean Madiran. Era un grande intellettuale, dotato di un vero talento per le parole. Il XIX secolo ha avuto Louis Veuillot; gli anni Settanta e Ottanta hanno avuto Jean Madiran. Lui ha avuto la perspicacia di individuare i veri problemi all’interno della crisi della Chiesa. Il pericolo sta anche nel pensare di essere Jean Madiran. Non tutti sono Jean Madiran. Sta a ciascun individuo analizzare e adempiere al proprio dovere, laddove si trova. Articolo previamente apparso su FSSPX.NewsIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Spirito
I cuori preparano il ritorno glorioso del Signore e la definitiva sconfitta del nemico infernale: omelia di mons. Viganò
Renovatio 21 pubblica l’omelia dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò per la domenica di Pentecoste 2026.

Beata gens
Omelia nella Domenica di Pentecoste
Beata gens, cujus est Dominus Deus ejus.
Ps 32, 12
La Santa Chiesa si gloria di celebrare oggi l’evento storico della discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli e su Maria Santissima, cinquanta giorni dopo la Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo. Il grado di questa festa è pari a quello della Santa Pasqua, e nella vigilia di questo giorno benedetto – secondo i riti precedenti l’infausta riforma della Settimana Santa ad opera di Annibale Bugnini – si celebra proprio, come per il Sabato Santo, una Veglia con il canto delle Profezie e una identica liturgia battesimale. Il Cero pasquale riappare durante questa notte di grazia, simbolo del Verbo Incarnato, Luce del mondo (Gv 8, 12). E nel rigoglio del mese di Maggio, Pentecoste era detta Pasqua delle rose, perché i loro petali vermigli richiamano le fiammelle che scesero su ciascuno dei centoventi discepoli radunati nel Cenacolo.
Celebriamo dunque lo Spirito Santo; il Paraclito, il divino Consigliere dell’anima; il Signore Vivificante, che dà la vita, il soffio vitale – πνεῦμα, in greco. La Terza Persona della Santissima ed Individua Trinità: quell’Amore divino che spira tra il Padre e il Figlio in modo così sublime da essere Dio anch’Esso, Qui ex Patre Filioque procedit, il Quale procede dal Padre e dal Figlio.
Questo Amore, fratelli carissimi, è Dio. Deus caritas est, dice San Giovanni (1Gv 4, 16). Dio è carità, Dio è amore; e chi rimane nella carità rimane in Dio e Dio in lui. Un Amore che essendo divino non può non volerSi comunicare. Non può non voler dare la vita. Non può non creare, redimere e santificare. Perché in Dio l’Amore — la Carità — è la Sua stessa essenza. Una Carità che è fondata nella Verità, come nella fiamma il calore e la luce sono distinti ma provenienti dallo stesso fuoco.
Spiritus ubi vult spirat (Gv 3, 8), lo Spirito soffia dove vuole: sono parole del Vangelo, che Nostro Signore ha rivolto a Nicodemo, che acquisiscono il giusto significato solo se lette dopo la frase che le precede: Se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito (ibid., 5-6). Eppure vi è chi — in una “chiesa” che si vuole ispirata da una “nuova Pentecoste” — vorrebbe costringere lo Spirito Santo a soffiare non dove Egli vuole, ma dove vogliono ribelli ed eretici, per ratificare ciò che è nato dalla carne.
Costoro spacciano per opera del Paraclito le loro frodi, i loro errori dottrinali, la primavera conciliare, il cammino sinodale, le diaconesse e le vescovesse, le nozze sodomitiche, il pantheon ecumenico, il culto della Madre Terra. Ma come potrebbe lo Spirito Santo promuovere ciò che contraddice quanto Egli ha detto per mezzo dei Profeti e attraverso la voce infallibile del perenne Magistero cattolico? Come potrebbe lo Spirito di Verità insegnare la menzogna? Come potrebbe il Consolatore seminare confusione e divisione tra i Suoi fedeli?
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La chiesa conciliare e sinodale — grottesca contraffazione della vera Chiesa di Cristo — giunge a plasmarsi un dio a proprio uso e consumo, un dio ecumenico e inclusivo, un dio che non chiede conversione né penitenza, un dio che non Si è incarnato per redimerci con la propria Passione, ma che «abdica» per così dire alla propria divinità per lasciarsi sostituire dall’uomo che si fa dio e che deifica con sé una Magnifica humanitas ribelle, una dignitas infinita fatta di orgoglio e di rifiuto della Croce.
Dinanzi all’apostasia dei vertici della Gerarchia lo Spirito Santo continua a soffiare dove vuole, ossia dove sempre ha voluto e dove sempre vorrà, perpetuando mediante l’effusione dei Suoi doni l’opera di creazione, di redenzione e di santificazione della Santissima Trinità. Un’opera che la Santa Chiesa è chiamata a compiere principalmente mediante i Sacramenti. A ciò sono chiamati gli Apostoli che nel Cenacolo hanno ricevuto lo Spirito Santo, e a ciò sono chiamati i loro Successori. Essi hanno ricevuto la pienezza del Sacerdozio che perpetua l’Ordine Sacro e la Santa Messa, cuore palpitante della Chiesa, nella linea ininterrotta della Successione Apostolica.
È a loro che Nostro Signore ha affidato il compito di effondere lo Spirito Santo, anche quando la crisi colpisce i vertici del corpo ecclesiale, anche quando sul Soglio del Principe degli Apostoli siede un usurpatore che, abusando di un’autorità sovvertita, favorisce attivamente la dissoluzione e impedisce ai buoni Pastori di compiere il proprio Ministero. Lo Spirito Santo soffia dove vuole, dove sempre ha voluto, dove sempre vorrà: perché agisce con sovranità assoluta, in modo invisibile ma inequivocabile, e senza seguire i tortuosi percorsi dettati da chi agisce secondo la carne.
I frutti del Paraclito — pentimento, conversione, pace, carità e santità — non si pianificano in assemblee sinodali, in gruppi di discussione, né adulterando la Verità o corrompendo la Morale, né con maneggi e menzogne. Egli è Spiritus sapientiae, et intellectus. Spiritus consilii, et fortitudinis. Spiritus scientiae, et pietatis. L’esatto opposto di come agiscono il Principe di questo mondo e i suoi servi, dentro e fuori la Chiesa.
Come nell’antichità si benediceva il Fonte anche a Pentecoste, così oggi abbiamo amministrato il Santo Battesimo e la Santa Cresima alla carissima Mary Isabella Rhye, proprio nel giorno in cui il Paraclito scende sui discepoli.
Con il Battesimo e la Cresima di Mary Isabella Rhye, Marcello e Rhye— che sono già legittimamente sposati — perfezionano la loro unione nuziale che Cristo eleva a segno visibile del Suo amore per la Chiesa. La Grazia santificante, mediante i Sacramenti, è dono dello Spirito Santo: è l’aiuto soprannaturale con il quale la Santissima Trinità ci permette di compiere il bene e di evitare il male, compiacendoSi di moltiplicare le Sue Benedizioni se solo siamo docili ai Suoi consigli. Quale insondabile abisso di magnificenza nei nostri riguardi! Il Padre ci riconosce quali Suoi figli, Suoi eredi e coeredi in Cristo (Rm 8, 17), nello Spirito Santo.
E noi, nel nostro nulla, possiamo rispondere a questa magnificenza non con i nostri mezzi, ma con i Doni dello Spirito Santo: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timor di Dio. È grazie a questi Doni soprannaturali che la Maestà divina Si degna di armarci nel combattimento di questo terreno pellegrinaggio. E queste difese potenti ci sono impetrate dalla Santissima Vergine, Sposa del Paraclito, Mediatrice di tutte le Grazie, che ebbe il privilegio di ricevere lo Spirito Santo insieme agli Apostoli. Vieni, o Santo Spirito, riempi i cuori dei tuoi fedeli: e accendi in essi il fuoco del tuo amore. È la preghiera del Corpo Mistico, la preghiera della Chiesa militante, la preghiera di chi si prepara nell’ascesi e nel digiuno al combattimento con il nemico dell’anima.
Beata la nazione di cui Dio è il Signore – canta il Salmista (Sal 32, 12). Veramente beata, questa nazione: fatta di cittadini del Cielo, in pellegrinaggio in terra ostile, resi forti dalla Grazia santificante, alimentati dal cibo soprannaturale della Santissima Eucaristia. Questa nazione, la Santa Chiesa Cattolica Apostolica Romana, è oggi sotto assedio e eclissata da usurpatori. Ma saranno i cuori divinamente infiammati di Fede, di Speranza e di Carità che prepareranno il trionfo del Cuore Immacolato di Maria e il ritorno glorioso del Signore e la definitiva sconfitta del nemico infernale.
Fratelli carissimi, facciamo nostra la preghiera del Postcommunio di questa Messa: Sancti Spiritus, Domine, corda nostra mundet infusio: et sui roris intima aspersione fœcundet. L’infusione dello Spirito Santo, o Signore, purifichi i nostri cuori e li fecondi con l’intima aspersione della sua rugiada.
E così sia.
+ Carlo Maria Viganò, Arcivescovo
Viterbo, 24 maggio MMXXVI
Dominica Pentecostes
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Immagine: Juan Bautista Maíno (1581–1649), Pentecoste (tra il 1615 e il 1620), Museo del Prado, Madrid; particolare
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; immagine tagliata
Spirito
Mons. Schneider: l’infiltrazione della massoneria è responsabile della crisi nella Chiesa
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