Cancro
Messina Denaro, colpo dell’oncologia terminale
La domanda a questo punto è se il cancro ha svolto una funzione antimafia più di decenni di apparati giudiziari e militari della Repubblica. Messina Denaro sconfitto dal tumore, anzi, nemmeno da quello, a dire il vero – perché quando si dice «ha perso la sua battaglia contro il cancro» significa in genere che l’uomo è morto. Lui non lo è, anzi.
È tutto un po’ surreale in questo capitolo finale della saga di Cosa Nostra. Avrete sentito che, a differenza di quando arrestarono Riina e Provenzano, ora e tutto molto tiepido. Eppure hanno preso un fantasma, un personaggio inafferrabile, di cui per tre decadi ci hanno raccontato le più inaudite efferatezze: se è vero che ha strangolato una donna incinta al terzo mese, ecco, non sappiamo se l’Inferno sia abbastanza. Di certo non lo è il 41 bis.
È surreale che l’uomo sembra non essere uscito dalla Sicilia dei paeselli, neanche per curarsi. Provenzano, è stato detto, forse andò a curarsi a Marsiglia. Certo, poi passava il resto del tempo in istato di monachesimo rurale, un casolare disperso tra le terre brulle, la ricotta, i pizzini, e pochissimi, selezionatissimi, comfort: il bucato fatto dalla moglie (che è quello che l’ha fatto beccare, ci hanno detto), una Bibbia, un mangiacassette con caricato su un nastro dove era stata registrata la sigla di Beautiful.
È surreale quel selfie col medico nella clinica oncologica. È surreale che una quantità imbarazzante di vicini di casa lo abbia visto per anni e anni – con in giro identikit abbastanza accurati, mostrati ogni tre per due al telegiornale delle otto.
È surreale vedere i giornaloni parlando di un patrimonio da 13 milioni – una cifra non impossibile nel conto in banca di un piccolo imprenditore risparmioso, un bottegaio magari di seconda o terza generazione, che possiamo aver visto, a dire il vero, anche nelle dichiarazioni dei redditi di certi politici. Ecco i discorsi sull’elegante cappotto Brunello Cucinelli, sulle scarpe da ginnastica firmate, sull’orologio da 35 mila euro: poi però dicono che andava in giro con una 164, un’auto semi-storica: forse è un omaggio all’Alfa Romeo, un segno di fede alfista, dettaglio che potrebbe guadagnargli qualche punto simpatia.
È surreale, ma come sempre, gustoso, che saltino fuori quei dettagli. Ecco che dalla perquisizione, del covo di cui non si aveva idea, saltano fuori Viagra e profilattici, perché al nostro piacevano le donne. Non tutti ricordano, tuttavia, che durante un antico raid in un appartamento dove Messina Denaro doveva incontrare la sua donna, trovarono un Super Nintendo. La passione per titoli del grande gruppo giapponese come Donkey Kong e Super Mario Bros sembra emergere anche da alcune lettere d’amore intercettate. E sarebbero altri punti simpatia per il boss assassino.
Dicevamo, tutto sotto tono. Niente teste di cuoio, raid, ondate di gazzelle con le sirene spiegate, capitani mascherati, adrenalina e testosterone, sostanze che pure sappiamo che nel nuovo corso endocrino dello Stato italiano forse non sono così benaccette.
Certo, c’erano state anticipazioni, talune sfacciate. Briciole di pollicino che a volte erano grandi come panelle sicule.
A novembre su un canale TV nazionale, un uomo che si dice abbia coperto la latitanza dei fratelli Graviano, dice: «Chissà che al nuovo governo non arrivi un regalino… che un Matteo Messina Denaro, che presumiamo sia molto malato, faccia una trattativa lui stesso di consegnarsi per un arresto clamoroso? Così arrestando lui, possa uscire qualcuno che ha ergastolo ostativo senza che si faccia troppo clamore?», nero su bianco alla trasmissione Non è l’Arena. «Tutto potrebbe già essere programmato da tempo».
Pochi giorni fa, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi si era autolanciato un augurio preciso: «Mi auguro di essere il ministro che arresterà Messina Denaro» aveva detto Piantedosi ad Agrigento, dove vi era un vertice sull’Immigrazione, rispondendo alle domande dei giornalisti.
Il 15 gennaio, il giorno prima dell’arresto, Dagospia pubblica un articolo del Corriere della Sera sul fantomatico archivio di Totò Riina. Il neofita scopre tante cose interessanti. Vi si parla della «mancata perquisizione del covo di Riina» seguito all’arresto.
«La sorveglianza del covo fu smantellata poche ore dopo l’arresto del boss, nessuno vide la famiglia Riina uscirne per rientrare a Corleone e nessuno si accorse dei mafiosi che, secondo il racconto dei pentiti, tornarono per portare via tutto. A cominciare dall’archivio di Riina, che chissà se esisteva e se davvero è l’arma di ricatto che (…) protegge ancora la latitanza di Matteo Messina Denaro. Ma proprio la perquisizione rinviata e mai eseguita alimenta i sospetti, veri o falsi che siano».
E quindi, se l’archivio, con tutti i ricatti possibili ivi contenuti, fossero mai nelle mani di Messina Denaro, è possibile che alla base di questa cattura vi sia davvero un accordo?
Perché lo stanno dicendo tutti, non solo pubblicamente sui canali TV, come abbiamo visto sopra. Un accordo raggiunto tra la Stato e il vertice della Mafia, affinché gli siano consentite cure.
Il lettore cerchi di capire. Ci hanno infilato per anni espressioni come «trattativa Stato-mafia» e «Mafia cancro per la società» (quest’ultima detta anche da un presidente della Repubblica siciliano). Ora l’arresto di Messina Denaro le realizza materialmente, ed è una cosa un filino grottesca. Una trattativa Stato-mafia basata sul cancro?
E a dire il vero, il tema della trattativa – negata con forza dal ministro dell’Interno – non ci appassiona, così come, in questo freddo finale di partita con quello che era diventato un nemico cinematografico e letterario non ci interessa.
Il potere di Messina Denaro, e della mafia siciliana, era oramai assai limitato. La strapotente controparte americana, quella con cui i servizi americani organizzarono lo sbarco in Sicilia nella Seconda Guerra Mondiale (con i locali che, si dice, cantavano «Viva l’America, viva la Mafia!») non esiste praticamente più, distrutta dalle inchieste dei giudici (iniziò, sapete, Rudolph Giuliani) e in generale dal decadimento del codice d’onore, con pentiti (rat, nel gergo americano) che spuntavano ovunque. L’episodio che mi piace ricordare, per significare la fine della mafia americana, è l’assassinio del boss Francesco «Frank Boy» Cali, vertice del clan Gambino, il quale fu ammazzato nel 2019 sull’uscio di casa da un ragazzino ossessionato da QAnon, e che probabilmente non sapeva nemmeno chi stava uccidendo: un tempo, non solo nessuno avrebbe osato, ma non sarebbe nemmeno riuscito ad avvicinarsi.
Ecco allora che i giornali ci dicono, dopo aver parlato di ben 13 milioni di euro da recuperare, che in verità i soldi in ballo sarebbero 4 miliardi, anzi 5. In teoria, dovremmo rimanere impressionati, se non fosse che abbiamo sentito su Report che in Calabria girano transazioni da mezzo trilione (500 miliardi).
E quindi, chi sta colpendo, lo Stato, con questo strambo colpo di grazia tumorale? Un nemico che ha tanto nome perché ci hanno fatto tanti film e tanti romanzi? Il nemico che fece stragi trent’anni fa per poi assopirsi nella campagna trapanese?
Neanche questo, infine, ci interessa in questo articolo – sono analisi che si faranno poi, ammesso che si sia qualcuno che abbia il coraggio di farle.
Quello che rileva è la cifra storica, metastorica, psichica, metapsichica, antropologica, umana di quanto potrebbe essere appena successo.
Messina Denaro, se fosse vero dell’accordo, si sarebbe arreso, prima che allo Stato, all’oncologia terminale. Questa è una svolta senza precedenti nella storia della mafia, che era una società che si basava, ci hanno detto in libri e film, sull’onore, il cui rito di iniziazione, il sangue versato su un santino che ti brucia in mano, stava a significare che l’uscita dalla mafia era possibile solo tramite la morte (come il rosso dei cardinali: un’altra organizzazione che con l’onore e le uscite di scena tradizionali dei boss sembra avere qualche difficoltà).
C’è un precedente fittizio: chi ha visto I Soprano (probabilmente la più grande serie TV di tutti i tempi), ricorderà uno dei personaggi più interessanti, l’azzimato John Sacrimoni detto «Johnny Sacks», che viene arrestato per morire in carcere di cancro: la sua collaborazione con la giustizia, anche solo per il fatto di aver ammesso di far parte della Cosa Nostra (cioè, aver ammesso implicitamente la sua esistenza) gli provocano il disprezzo totale dei colleghi mafiosi, che invocano le maniere old school, la tradizione, l’accettazione stoica della galera o la morte nell’omertà.
Il cancro ha convinto Messina Denaro a consegnarsi? Il cancro è più forte della celebre «mentalità mafiosa»? Il cancro è più forte del codice spirituale dell’antica criminalità sicula?
Beh, non solo c’è il tumore – c’è il fatto che qui si parla di chemioterapia, praticamente l’unica terapia consentita nella nostra società. Già qui, si aprirebbe un dibattito: chi ha passato la vita a sfidare lo Stato nel modo più assoluto e violento, si fida delle cure offerte dallo Stato? Chi sa che dietro al potere c’è il niente, e la menzogna, va a farsi curare come uno qualsiasi, con le cose che il nemico ti propina? Nessun dubbio?
Probabilmente, no: nessun dubbio. Ed è una lezione immensa: non è detto che chi avversa il potere dello Stato moderno abbia capito davvero la sua natura. Ci torna in mente anche quel fatto di cronaca che abbiamo segnalato a suo tempo: elementi ISIS che si fanno il vaccino mRNA.
E poi c’è la questione metafisica della latitanza. Morire latitante è una cosa che va ben al di là della propria vita: è l’esempio dell’immortalità dei propri ideali, davanti a quali nessuna negoziazione è possibile, nessun comfort umano e personale (vedere i parenti, un’ultima volta…).
Ad una certa ci tocca pure rivalutare Mazzini (ma cosa stiamo scrivendo?), morto in latitanza come un Bin Laden qualsiasi, come il sovversivo idealista (massone e maledetto) che egli era. Mica facciamo l’apologia di un reato: ricordiamo solo che un «padre della patria» unitaria e risorgimentale, cui dedicano piazze e viale e statue, ha scelto di morire così.
Più che altro, questa storia di latitanza e cancro non può non farci venire in mente la storia di un’altra figura ritenuta maledetta, il dottor Ryke Geerd Hamer.
Molti lettori lo conosceranno già, altri no. La sua storia è densa come poche altre. Il dottor Hamer era un chirurgo tedesco di grido, con brevetti su strumenti chirurgici e una famiglia stupenda: quattro figli dalla moglie medico, tra cui Birgit (bellissima, miss Germania 1976) Ghunield, Berni… e Dirk.
Il nome Dirk Hamer è conosciuto da molte persone attempate, perché al centro di caso crudele dell’estate 1978. Dirk, 19 anni, va in vacanza su una barca in Corsica. Mentre dorme, viene colpito da colpi di fucile sparati da Vittorio Emanuele di Savoia, figlio dell’ultimo Re d’Italia, padre del noto personaggio TV Emanuele Filiberto. Alla base ci sarebbe una lita per un gommone con alcuni ospiti della barca.
Dirk perde molto sangue, la gamba va in gangrena, va in coma. Quattro mesi dopo, dopo atroce agonia, il ragazzo muore. Vittorio Emanuele verrà assolto dai giudici francesi, dei quali, in un’intercettazione di quasi trent’anni dopo fatta mentre si trovava in cella a Potenza, disse «Anche se avevo torto… devo dire che li ho fregati».
Il padre, il dottor Hamer, reagì in modo preciso alla morte dell’amato figlio: si ammalò di cancro, un carcinoma al testicolo, che gli verrà asportato. Questo fa scattare nel medico una riconsiderazione dell’intero impianto della medicina oncologica. Comincia a parlare di «conflitti biologici», dei traumi psicologici e delle loro correlazioni con i tumori, parla di shock biologico, cui dà il nome di «Sindrome di Dirk Hamer», in onore del figlio ammazzato. Rovesciando i dogmi della medicina, il medico arriva addirittura a sostenere che virus e batteri sarebbero coinvolti in processi di guarigione – e immaginiamo, oggi più che mai, la felicità di chi sostiene i vaccini e soprattutto li produce.
Anche la moglie si ammalerà di cancro, e proverà per prima le teorie del marito. Morirà nel 1985, venendo sepolta con il figlio Dirk al cimitero acattolico di Roma.
Hamer quindi comincia a curare pazienti, che parrebbero per libertà di cura non optare per la chemio, con quella che lui battezza Nuova Medicina Germanica. Arriva presto la radiazione dall’ordine (1986), ma lui continua a praticare in diversi Paesi, dove i pazienti interessati alle sue teorie – e interessati a rigettare la chemioterapia imposta loro praticamente come unica via di guarigione – non mancano. Viene condannato in Germania (1992), poi in Austria (1993). Viene arrestato in Spagna (2003) e quindi estradato in Francia, dove è condannato a tre anni di carcere (2004). Nel 2007 viene accusato in Germania di «incitamento all’odio razziale», un’accusa pesantissima su suolo tedesco, per suoi discorsi sugli ebrei ritenuti apertamente antisemiti.
Prendiamo tutte queste notizie da Wikipedia, che nella versione italiana mette anche una dettagliatissima lista dei casi di pazienti che sarebbero morti a causa del dottore – di nostro, ci chiediamo se liste di morti nonostante la chemio siano tenute anche per quei dottori che l’anno prescritta. Wikipedia, come ogni altra pubblicazione della terra, è particolarmente ricca di giudizi granitici sulla malvagità del «metodo Hamer»: «il trattamento di Hamer viene descritto non solo come pericoloso ma anche crudele» scrive l’enciclopedia online. «Hamer sostiene inoltre che la maggioranza dei decessi per tumore è da imputare al “conflitto non risolto”, alla tossicità della chemioterapia e a overdose di morfina e altri oppiacei (ammettendo invece altri farmaci antidolorofici)».
Capito? Era pure contro quelli. Immaginiamo qui il disappunto delle farmaceutiche, che non solo vedono contestato un prodotto blockbuster come la chemioterapia, ma pure gli oppioidi, che, come abbiamo scritto tante volte su Renovatio 21, sono ora ima delle prime causa di morte per i cittadini USA.
Torniamo alla vicenda del medico sovversivo. Uscito dalla galera francese nel 2006, Hamer sarebbe scappato in Norvegia, una volta saputo da una telefonata che il governo tedesco lo avrebbe incarcerato di nuovo. Non è chiaro se di lì si sia più mosso, ma pare di capire che il suo «metodo» sia andato avanti, anche in Italia, con annessi giri in tribunale e polemiche sui giornali – anche di recente.
Hamer morì in Norvegia del 2017 da latitante per la giustizia tedesca e UE. «Sono partito un giorno prima della mia cattura e sono venuto in Norvegia, perché la Norvegia non fa parte della Comunità Europea e qui è molto più difficile incarcerarmi» avrebbe detto in un’intervista del 2007. Fino alla fine, ha tenuto duro, senza cedere mai.
Non sposiamo le teorie di Hamer, i suoi discorsi, niente, né i reati connessi alla latitanza, questo sia chiaro. Tuttavia, in luce dell’arresto oncologico di Matteo Messina Denaro, non possiamo non pensare alla sua vicenda.
Ecco, questa ad alcuni può sembrare la vera latitanza di un uomo d’onore – un uomo il cui onore deriva dal proprio dolore, dal caro figlio Dirk e dal suo massacro impunito.
Un uomo che non ha subito il cancro – no, un uomo che lo ha combattuto, e con esso tutto ciò che c’è dietro, tutto il suo potere istituzionale, forse il potere stesso dello Stato nell’era della Cultura della Morte.
Nel momento in cui abbiamo compreso che la nostra libertà di cura, scritta in Costituzione, non vale nulla, queste storie aprono a cambiamenti di proporzione, a ripensamenti immani.
Se rifiutate il farmaco della sanità pubblica, potete considerarvi più sovversivi di un boss mafioso? Le immagini dell’arresto del mostro, così geometriche e silenziose, sono assai meno concitate di quelle della repressione dei manifestanti antipandemici degli scorsi anni.
E quindi, ci viene in mente ancora di chiedere: siete pronti, per non tradire le vostre idee, al sacrificio di tutti i vostri privilegi, diritti, averi?
È una domanda a cui tanti lettori hanno di fatto già risposto al tempo del green pass. Al momento non sappiamo se il geometra Andrea Bonafede, alias Matteo Messina Denaro, aveva il green pass.
Ma non è che ci stupiremmo.
Roberto Dal Bosco
Immagine screenshot da YouTube
Cancro
Vaccini COVID-19 e cancro: l’argomento tabù
Renovatio 21 traduce e pubblica questo articolo del Brownstone Institute.
Vorrei affrontare un argomento molto controverso, che è diventato il terzo binario tra i biologi oncologi e la comunità medica in generale: il possibile legame tra il vaccino contro il COVID-19 e il cancro. Poiché la missione del mio laboratorio è incentrata sulla prevenzione del cancro, non posso in tutta coscienza ignorare l’elefante nella stanza.
Come abbiamo affermato io e il mio collega, il dottor Wafik El-Deiry, biologo oncologo di fama internazionale, durante l’incontro di settembre dell’ACIP sui vaccini anti-COVID, quasi 50 pubblicazioni hanno riportato un’associazione temporale tra la vaccinazione a mRNA contro il COVID-19 e l’insorgenza del cancro. Studi epidemiologici (uno in Italia e uno in Corea del Sud) hanno anche descritto un aumento dell’incidenza del cancro tra i soggetti vaccinati contro il Covid rispetto ai gruppi non vaccinati (sebbene con alcune precisazioni). Queste segnalazioni si stanno moltiplicando ed è ora di riconoscere che potrebbe verificarsi qualcosa di significativo, anziché ignorarle del tutto; quest’ultima risposta sembra essere la reazione dominante nel mondo accademico, nei media e nelle nostre agenzie di regolamentazione.
Il mio obiettivo qui è quello di analizzare la scienza e delineare meccanismi biologici plausibili tra l’associazione tra il vaccino mRNA contro il Covid e il cancro, che giustificano ulteriori e urgenti indagini. Lo scopo non è quello di avanzare affermazioni in senso lato, ma di inquadrare la questione che deve essere affrontata nella speranza che si apra un dibattito scientifico aperto e, cosa ancora più importante, che i finanziamenti per la ricerca possano essere indirizzati verso quest’area di preoccupazione urgente e in crescita. Il clima attuale ha reso impossibile per gli scienziati studiare questo argomento senza timore di ripercussioni personali o professionali.
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Ciò che sappiamo e ciò che non sappiamo
Attualmente, non ci sono studi pubblicati che dimostrino un meccanismo causale diretto attraverso il quale i vaccini a mRNA inducano il cancro. Tuttavia, ciò non significa che tale nesso causale non esista. In effetti, esistono almeno tre meccanismi biologicamente plausibili che, a mio avviso, meritano uno studio e una valutazione rigorosi, dati i loro noti legami con l’insorgenza del cancro.
Ho già scritto di questi meccanismi in altri contesti, ma qui spiegherò come potrebbero applicarsi ai vaccini a mRNA contro il COVID-19.
Meccanismo 1: Trasformazione cellulare dovuta alla biologia delle proteine spike
La trasformazione di una cellula normale in una cellula cancerosa comporta l’alterazione di molteplici meccanismi di protezione che controllano la crescita cellulare, la sopravvivenza e la riparazione del DNA. I vaccini a mRNA contro il COVIDagiscono istruendo le cellule dell’organismo a produrre la proteina spike del SARS-CoV-2 per periodi di tempo prolungati (da giorni a settimane, mesi e persino anni). Questa proteina spike estranea scatena quindi una risposta immunitaria.
Studi di laboratorio hanno riportato che la proteina spike, prodotta sia da infezione che da vaccinazione, ha attività biologiche. Interagisce con vie cellulari che regolano il ciclo cellulare, le funzioni di oncosoppressore e i meccanismi e le vie di riparazione dei danni al DNA. Pertanto, in teoria, tali interazioni della proteina spike con queste vie potrebbero contribuire alla trasformazione cellulare, sebbene lo stesso si possa dire per l’infezione da COVID-19 stessa.
La differenza, tuttavia, risiede nella durata della produzione della proteina spike dopo la vaccinazione rispetto all’infezione naturale. Ciò solleva anche un’importante questione: se le infezioni multiple da COVID siano biologicamente equivalenti alla proteina spike artificiale prodotta dal vaccino?
Poiché la proteina spike prodotta dall’mRNA può persistere per un periodo che va da pochi giorni a settimane, mesi e persino anni dopo la vaccinazione, è importante riconoscere se l’incidenza del cancro sia correlata all’espressione (o alla persistenza) della proteina spike nell’organismo, ma anche se sia presente nei tumori. Un recente studio di caso ha dimostrato che la proteina spike può essere espressa nel carcinoma mammario metastatico.
Pertanto, nel riflettere sulla relazione tra vaccinazione anti-COVID e cancro, è molto importante considerare l’esposizione cronica a un agente con attività biologica che interrompe il ciclo cellulare e le vie di risposta ai danni del DNA. Escludere del tutto questa possibilità sembra negligente. Attualmente i dati non sono sufficienti per trarre conclusioni definitive su tutto ciò e, in assenza di tali dati, questo meccanismo non può essere escluso del tutto.
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Meccanismo 2: Integrazione genomica ed espressione genica disregolata dovuta a contaminanti residui del DNA
È ormai riconosciuto dai produttori, dalla FDA e da altri, tra cui un laboratorio del NIH, che nei vaccini a mRNA sono presenti impurità residue del DNA.
Sebbene molti abbiano sostenuto che le quantità presenti nelle preparazioni vaccinali siano troppo piccole per essere dannose, i fatti rimangono: (1) questi frammenti esistono, (2) sono veicolati in una nanoparticella lipidica che consente al DNA di penetrare efficacemente nelle cellule e nel nucleo, e (3) le dimensioni di questi frammenti possono facilmente integrarsi nel genoma, soprattutto quando le cellule si dividono e subiscono la riparazione naturale del DNA.
Poiché non sono stati condotti studi che dimostrino che la quantità di queste impurità sia insufficiente per trasfettare le cellule e che non si integrino, è al momento pura speculazione che ciò non possa e non accada. In altre parole, nessuno studio ha ancora dimostrato che queste impurità siano troppo minime per penetrare nelle cellule o integrarsi nel DNA.
Nel caso del vaccino Pfizer, un sottoinsieme di impurità contiene sequenze di DNA che sono elementi regolatori virali, che per definizione influenzano l’espressione genica. Inoltre, nuove scoperte suggeriscono che il vaccino Pfizer contenga anche DNA metilato, in grado di stimolare un pathway cellulare chiamato cGAS-STING. Pertanto, almeno nel caso del vaccino Pfizer, queste impurità del DNA non solo possono integrarsi, ma possono potenzialmente avere effetti di vasta portata.
In linea di principio, gli eventi di integrazione del DNA nel contesto genomico sbagliato potrebbero disregolare l’espressione genica e contribuire alla trasformazione cellulare, soprattutto se combinati con l’attivazione prolungata del percorso cGAS-STING e la regolazione del gene promotore SV40.
Il fondamento della biologia molecolare è la capacità di utilizzare nanoparticelle lipidiche per introdurre il DNA nelle cellule. Un effetto collaterale indiscusso di questo processo è che una parte del DNA si integra. E quando si integra, ha la capacità di alterare l’espressione genica e di interromperne la funzione. Presumere che ciò non possa accadere con le impurità del DNA nei vaccini a mRNA è fuorviante. Semplicemente non conosciamo il destino delle impurità del DNA nei vaccini a mRNA quando entrano in contatto con le cellule (sia in vitro che in vivo). Non ci sono dati che affermino che ciò non possa accadere e che non accada dopo la vaccinazione.
Quasi tutti i biologi molecolari concorderebbero sul fatto che il trasporto di DNA in nanoparticelle lipidiche alle cellule sia una trasfezione di DNA pura e semplice. Pertanto, questo meccanismo (e gli effetti dell’integrazione della sequenza del promotore SV40 e del DNA metilato trasfettato) rende possibile, in teoria, che i contaminanti del DNA inizino o guidino la trasformazione cellulare nel contesto giusto.
La domanda aperta è con quale frequenza ciò si verifichi e se ciò si verifichi. Ad oggi, la risposta a questa domanda è sconosciuta e, come accennato in precedenza, nessuno sta studiando se ciò si verifichi e con quale frequenza. Pertanto, al momento non possiamo trarre conclusioni a favore o contro questi meccanismi.
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Meccanismo 3: Disregolazione immunitaria: il collegamento più plausibile
Il meccanismo più plausibile che collega la vaccinazione al cancro, soprattutto per quanto riguarda le associazioni temporali, coinvolge il sistema immunitario. Diversi studi peer-reviewed hanno documentato alterazioni immunitarie a seguito di ripetute vaccinazioni a mRNA, tra cui aumento delle citochine infiammatorie, esaurimento delle cellule T, elevata produzione di anticorpi IgG4 e soppressione immunitaria transitoria
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Il sistema immunitario svolge un ruolo fondamentale nel controllo del cancro, identificando ed eliminando le cellule trasformate prima che possano progredire. Può anche agire come un potente cancerogeno e promotore del cancro sotto forma di infiammazione, soprattutto se cronica. Pertanto, se il sistema immunitario è temporaneamente compromesso o disregolato, o eccessivamente reattivo, la combinazione di un’immunosorveglianza fallita e di un’infiammazione cronica potrebbe non solo consentire alle cellule anomale preesistenti di espandersi, ma di fatto promuoverne la completa trasformazione neoplastica. Ciò potrebbe portare a una tumorigenesi promossa e persino accelerata, facilmente osservabile all’interno delle finestre temporali descritte.
Tempistica e sviluppo del cancro
La maggior parte dei tumori solidi impiega anni per svilupparsi. Pertanto, è improbabile che qualsiasi tumore che compaia entro 6-12 mesi dalla vaccinazione (ad eccezione di alcuni linfomi, che possono progredire dalla trasformazione maligna iniziale entro poche settimane o pochi mesi) derivi da eventi scatenanti causati dal vaccino a mRNA attraverso i meccanismi 1 o 2.
Tuttavia, anche se il vaccino a mRNA contro il COVID-19 non fosse il fattore scatenante, permangono scenari plausibili in cui cellule tumorali pre-maligne o occulte preesistenti (già geneticamente instabili e pronte per una completa trasformazione neoplastica) potrebbero essere accelerate da effetti indesiderati della proteina spike o da rari eventi di integrazione del DNA. Inoltre, qualsiasi tumore dormiente o microscopico tenuto sotto controllo dalla sorveglianza immunitaria potrebbe, in linea di principio, essere scatenato o promosso attraverso la disregolazione immunitaria (meccanismo 3).
Modelli da tenere d’occhio
Diversi studi hanno documentato cambiamenti misurabili nella funzione immunitaria dopo ripetute vaccinazioni con mRNA, tra cui infiammazione, autoimmunità e una forma di immunodeficienza funzionale acquisita. Questi cambiamenti sono stati documentati anche con il long COVID, quindi sarà importante analizzare tendenze e modelli di dati tra vaccinati e non vaccinati, e anche tra vaccinati e non vaccinati per il long COVID.
Poiché l’immunodeficienza è spesso accompagnata da infiammazione cronica, entrambe hanno implicazioni dirette sulla sorveglianza e sulla permissività dei tumori. Pertanto, ci sono segnali che ci si potrebbe aspettare di osservare sulla base di modelli prevedibili di cancro osservati in altre forme di immunodeficienza acquisita (ad esempio, HIV o pazienti sottoposti a trapianto d’organo). I meccanismi alla base di questi tumori sono ben consolidati e ampiamente riconosciuti tra i biologi oncologi.
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Tumori linfoidi
La prima e più immediata osservazione sarebbe un aumento delle neoplasie linfoidi, in particolare linfomi non-Hodgkin (LNH), linfomi a cellule T e linfomi aggressivi a cellule B come il linfoma di Burkitt o il linfoma diffuso a grandi cellule B (DLBCL ) . Questi tumori sono strettamente correlati ai meccanismi di controllo immunitario e all’oncogenesi da EBV. In condizioni di stress o esaurimento immunitario, le cellule B con infezione latente da EBV possono sfuggire al controllo, subire un’espansione clonale e acquisire le ulteriori alterazioni genomiche necessarie per la completa trasformazione.
Nei pazienti immunocompromessi, tali linfomi spesso compaiono entro pochi mesi dalla disfunzione immunitaria. Pertanto, dinamiche temporali simili a seguito di ripetute vaccinazioni con mRNA, o qualsiasi perturbazione immunitaria prolungata, giustificherebbero un attento esame epidemiologico.
In particolare, nei casi clinici pubblicati è stata riscontrata una rappresentazione sproporzionata di linfomi post-vaccino, che include sia casi di nuova insorgenza che ricadute rapide dopo la remissione. Non è ancora chiaro se queste osservazioni rappresentino una coincidenza, un bias di segnalazione o una reale compromissione immunitaria. Tuttavia, il modello in sé è biologicamente coerente con ciò che ci aspetteremmo se l’immunosorveglianza fallisse.
Tumori associati a virus
La successiva categoria di tumori che si prevede aumenterà includerà quelli a eziologia virale, poiché la loro comparsa è spesso dovuta a un’immunosorveglianza inefficace. Tra questi rientrano il sarcoma di Kaposi, il carcinoma a cellule di Merkel, i tumori cervicali e orofaringei (indotti da HPV) e il carcinoma epatocellulare (HBV/HCV). Tali tumori insorgono tipicamente in un contesto di immunosoppressione, infiammazione cronica o entrambi.
Un aumento di questi tipi di cancro, soprattutto tra gli individui senza immunosoppressione classica, potrebbe indicare una rottura dell’immunoediting, con conseguente perdita dell’equilibrio ospite-virus. Una perdita del controllo immunitario dell’infezione latente da HPV potrebbe accelerare la progressione oncogenica all’interno della cervice o dell’orofaringe. Analogamente, una ridotta attività delle cellule T citotossiche potrebbe consentire la manifestazione di lesioni subcliniche delle cellule di Merkel o di Kaposi.
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Leucemie e sindromi mielodisplastiche
Diversi studi di associazione temporale hanno riportato casi di leucemie acute e sindromi mielodisplastiche (MDS) a seguito di vaccinazione. Queste neoplasie sono altamente sensibili agli ambienti infiammatori e immunomodulatori, ma anche alle esposizioni ambientali che compromettono l’integrità del DNA. Pertanto, è plausibile che un aumento dell’attivazione immunitaria sostenuta seguito da una soppressione possa accelerare l’espansione dei cloni pre-leucemici già presenti nel midollo osseo invecchiato.
È anche plausibile che le impurità del DNA presenti nei vaccini a mRNA possano integrarsi preferenzialmente nelle cellule precursori emopoietiche, particolarmente suscettibili allo stress genotossico. L’integrazione all’interno di regioni genomiche vulnerabili di queste cellule potrebbe, in teoria, avviare la trasformazione leucemica.
Sebbene tali dinamiche clonali possano essere sottili a livello di popolazione, potrebbero diventare rilevabili attraverso studi longitudinali, in particolare se stratificate per età, storia vaccinale e marcatori di attivazione immunitaria.
Tumori solidi aggressivi o insoliti
Infine, ci si potrebbe aspettare l’insorgenza di tumori solidi rari o insolitamente aggressivi in prossimità temporale della vaccinazione a mRNA. Tra questi potrebbero rientrare gliomi di alto grado, carcinomi pancreatici, sarcomi a rapida proliferazione, tumori al seno e altri tumori solidi.
A livello di popolazione, l’associazione tra cancro e vaccinazione si manifesterebbe probabilmente come un aumento sproporzionato dei tumori ematologici (linfomi, leucemie) e dei tumori associati a virus rispetto alle tendenze iniziali. Ci si potrebbe anche aspettare un aumento dei tumori a esordio precoce o di cluster di tumori in rapida progressione o resistenti al trattamento entro brevi intervalli post-vaccinazione se l’infiammazione cronica o l’esaurimento delle cellule T fossero la causa.
I tumori dormienti, occulti, in situ o le micrometastasi potrebbero diventare più attivi se l’immunosorveglianza viene attenuata o se le citochine infiammatorie alterano il microambiente stromale. Questi potrebbero facilmente manifestarsi nell’arco di 12-36 mesi post-vaccinazione.
Sebbene nessuno di questi modelli possa dimostrare un nesso di causalità, tale modello non dovrebbe essere liquidato come una coincidenza. Altre esposizioni ambientali, come il tabacco, l’amianto e gli interferenti endocrini, sono state collegate al cancro. Gli avvertimenti iniziali sono stati accolti con scetticismo, eppure in ciascuno di questi esempi, studi rigorosi, osservazioni e ricerche sperimentali hanno dimostrato la loro relazione causale. Lo stesso principio dovrebbe applicarsi qui. I ricercatori devono essere autorizzati a replicare e ampliare queste analisi, liberi da censure, ritorsioni personali o professionali.
Valutare e quantificare questi potenziali meccanismi deve diventare una priorità della ricerca se vogliamo dare un senso al crescente numero di segnalazioni che collegano l’insorgenza del cancro alla vaccinazione contro il Covid-19 e determinare se queste associazioni riflettono reali relazioni causali.
Studi a lungo termine a livello di popolazione saranno essenziali per scoprire se alcuni tipi di cancro, in particolare i sottotipi rari o aggressivi, si verificano più frequentemente negli individui vaccinati rispetto a quelli non vaccinati. Per questo motivo, è fondamentale per la salute pubblica che la comunità scientifica e le agenzie di regolamentazione si impegnino in un’indagine rigorosa e imparziale su questi aspetti.
Charlotte Kuperwasser
La Dott.ssa Charlotte Kuperwasser è una Professoressa di spicco presso il Dipartimento di Biologia dello Sviluppo, Molecolare e Chimica della Tufts University School of Medicine e Direttrice del Tufts Convergence Laboratory presso la Tufts University. La Dott.ssa Kuperwasser è riconosciuta a livello internazionale per la sua competenza nella biologia della ghiandola mammaria, nel cancro al seno e nella prevenzione. È membro del Comitato Consultivo sulle Pratiche di Immunizzazione.
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Cancro
L’aumento dei tassi di cancro pediatrico è legato ai pesticidi e alle normative permissive
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Cancro
I tatuaggi collegati ad un rischio più elevato di cancro della pelle. Per il fegato chiedete alla Yakuza
Un recente studio ha rilevato che chi porta tatuaggi corre un rischio del 29% superiore di ammalarsi di una variante aggressiva di tumore cutaneo.
Gli studiosi hanno indagato il nesso tra tatuaggi e melanoma cutaneo, una neoplasia che origina dalle cellule preposte alla produzione di melanina, il pigmento responsabile della colorazione di pelle, capelli e iride.
Il melanoma cutaneo è ritenuto la forma più insidiosa di cancro della pelle e, se non curato per tempo, può metastatizzare con rapidità ad altre zone del corpo. Pur potendo insorgere in qualunque distretto corporeo, tipicamente si manifesta nelle zone cutanee esposte ai raggi solari. I ricercatori hanno vagliato le cartelle cliniche di oltre 3.000 svedesi tra i 20 e i 60 anni, riscontrando un incremento del 29% nella probabilità di melanoma cutaneo tra i tatuati.
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Non è emersa alcuna correlazione tra l’estensione del tatuaggio e un pericolo accresciuto di insorgenza tumorale. «I tatuaggi policromi, sia isolati sia abbinati a neri o grigi, paiono legati a un lieve innalzamento del rischio di melanoma cutaneo», hanno osservato gli autori. «Non si è rilevato che i tatuati con forte esposizione ai raggi UV manifestino un pericolo maggiore di melanoma cutaneo rispetto a quelli con minor irraggiamento. Dunque, i nostri risultati indicano che la scomposizione accelerata dei pigmenti indotta dai raggi UV non amplifica il rischio di melanoma oltre quello intrinseco all’esposizione ai tatuaggi stessi».
La ricerca ha pure evidenziato che il picco di vulnerabilità si registra tra chi esibisce tatuaggi da 10 a 15 anni.
L’inchiostro tatuato è percepito dal corpo come un corpo estraneo, scatenando una reazione immunitaria: i pigmenti vengono racchiusi dalle cellule del sistema immunitario e convogliati ai linfonodi per lo stoccaggio.
Secondo i dati disponibili, il numero di italiani tatuati sarebbe stimato intorno ai 7 milioni, pari a circa il 12,8-13% della popolazione over 12 anni. Questa cifra proviene principalmente da un’indagine condotta dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) nel 2015, su un campione di oltre 7.600 persone rappresentative della popolazione italiana dai 12 anni in su, e confermata in report successivi di altri enti. Se si includono gli “ex-tatuati” (chi ha rimosso il tatuaggio), la percentuale sale al 13,2%.
In Italia le donne sono leggermente più tatuate (13,8%) rispetto agli uomini (11,7-11,8%). I minorenni (12-17 anni) costituirebbero circa il 7,7-8% dei tatuati, con l’età media del primo tatuaggio intorno ai 25 anni. La fascia d’età in cui il tattoo è più diffuso è quella dei 35-44 anni (23,9% tra i tatuati).
Alcuni articoli e sondaggi parlano di un 48% della popolazione tatuata, che renderebbe l’Italia il paese più tatuato al mondo, prima di Svezia 47% e USA 46%. Tuttavia alcuni non ritengono questa cifra attendibile.
Secondo quanto riportato solo il 58,2% degli italiani è informato sui rischi (infezioni, allergie, ecc.). Il 17-25% dei tatuati vorrebbe rimuoverlo, per un totale di oltre 1,5 milioni di potenziali rimozioni.
La categoria sociale più vastamente tatuata del mondo è probabilmente quella dei mafiosi giapponesi, i famigerati Yakuza. Secondo varie fonti storiche, giornalistiche e culturali, i membri di alto livello della Yakuza (i cosiddetti oyabun o boss) soffrono spesso di problemi epatici gravi, come cirrosi o insufficienza epatica, e i tatuaggi tradizionali (irezumi) sono considerati un fattore contributivo importante
I tatuaggi Yakuza sono estesi (coprono spesso schiena, braccia, petto e gambe in un «body suit» completo) e realizzati con tecniche tradizionali manuali (tebori), usando aghi di bambù o metallo e inchiostri a base di carbone (sumi). Ciò può portare al blocco delle ghiandole sudoripare, con la densità dell’inchiostro e le cicatrici multiple impediscono al sudore di evaporare normalmente dalla pelle. Il sudore aiuta a eliminare tossine (come alcol e metaboliti), quindi il fegato deve «lavorare di più» per processarle, accelerando il danno epatico. Questo è un problema comune tra i boss anziani, che hanno tatuaggi completati in anni di sessioni dolorose.
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Vi sarebbe inoltre il rischio di infezioni e epatite C: gli aghi non sterilizzati (comuni nelle sessioni tradizionali) trasmettono facilmente virus come l’epatite C, che attacca direttamente il fegato causando infiammazione cronica e cirrosi. Molti boss hanno contratto l’epatite proprio durante i tatuaggi, e questo è un fattore dominante nei casi documentati.
Infine, la tossicità dell’inchiostro: i pigmenti tradizionali possono causare febbri sistemiche e accumulo di metalli pesanti (come piombo o cromo), che sovraccaricano il fegato nel tempo, specialmente con un abuso di alcol (comune nella Yakuza per «festeggiamenti» e rimedio allo stress).
L’esempio più noto è quello di Tadamasa Goto (ex-boss del clan Goto-gumi, noto come «il John Gotti del Giappone»): nel 2001, a 59 anni, ha dovuto volare negli USA per un trapianto di fegato al UCLA Medical Center, saltando una lista d’attesa di 80 persone – secondo quanto scrissero i media, pagando 1 milione di dollari e fornendo info all’FBI. La sua cirrosi era dovuta a epatite C da tatuaggi non sterili, alcolismo e stile di vita.
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