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«L’unica cosa che manca è l’invasione di zombi»: il premier spagnuolo per una volta tiene ragione

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Il premier spagnuolo Pedro Sanchez parla di invasione zombi, che sostiene sia l’unica cosa che il suo Paese non ha affrontato in questi anni. Si potrebbe trattare della prima e unica volta che dice una cosa giusta.

 

Durante un’intervista a TVE, il Sanchez ha spiegato che da quando è entrato in carica nel 2018, il suo governo ha dovuto affrontare un assalto di questioni come la pandemia di COVID-19, l’eruzione del vulcano La Palma, la tempesta Filomena, il vaiolo delle scimmie, nonché il conflitto in Ucraina e il successivo conseguenze economiche.

 

Alla domanda sui sondaggi inclementi per il suo governo, il primo ministro del Regno borbonico ha affermato di aver compreso la frustrazione e la rabbia della gente e di lavorare per «invertire questi sondaggi».

 

Anche la Spagna è stata colpita dalle conseguenze economiche della congiuntura. Come riportato dall’Istituto nazionale di Statistica spagnolo, l’inflazione al consumo nel Paese è balzata al 10,7% a luglio, mentre i prezzi dell’elettricità sono aumentati del 49%, del carburante e del gas del 23,9% e dei generi alimentari del 13,5% negli ultimi 12 mesi.

 

Come riportato da Renovatio 21, già sei mesi fa in Ispagna erano partiti con il razionamento nei supermercati. Il Regno è tuttavia meno esposto nei confronti del gas russo rispetto a Germania e Italia, acquistando il gas in larga parte dall’Algeria. Come segnalato su questo sito, a causa di frizioni diplomatiche con Madrid che avrebbe fatto (inusualmente) dichiarazioni pro Marocco nello scontro tra Rabat e Algeri (che nessun giornale, ovviamente sta riportando), gli algerini hanno improvvisamente alzato dell’8% il costo degli idrocarburi mandati in Spagna, dando così una bella dimostrazione di affidabilità anche ai nuovi clienti, gli italiani, arrivati con il cappello in mano in Maghreb per sostituire il gas russo.

Tornando al Sanchez, il governo spagnuolo ha precedentemente affermato di non avere alcun protocollo in atto per un’apocalisse di zombi, a differenza di paesi come Stati Uniti e Regno Unito, che hanno ufficialmente confermato di avere piani di emergenza in atto – e  non scherziamo: in il piano del Pentagono contro gli zombi si chiama CONOP 888.

 

Come sa il lettore, Renovatio 21 ritiene che l’immensa quantità di film e serie sugli zombi degli ultimi anni sia servita a preparare la popolazione mondiale ad una situazione dove si possa comodamente sterminare i malati come si fa con gli zombi, mitragliandoli o facendoli a pezzi con la motosega, con conseguente ampia riduzione della popolazione terrestre.

 

Se avete presente l’odio fatto crescere nella società contro i no-vax untori sapete di cosa stiamo parlando, alcuni commenti sui social, da parte di zelanti particelle della massa vaccina, andavano proprio in questa direzione.

 

In pratica, gli zombi siamo noi.

 

Ciò detto, Renovatio 21 non vi lascia senza ricordare una curiosità: come noto la parola zombi deriva dalle pratiche di magia nera vudù di Haiti; meno nota, ma molto insistita su questo sito, è la connessione tra i Clinton e Haiti, divenuta di fatto loro catastrofico feudo.

 

I Clinton vi trascorsero la luna di miele, assistendo ad una cerimonia del «papa» del vudù Max Beauvoir – probabilmente l’uomo al mondo che riguardo agli zombi la sapeva più lunga.

 

Bille Hillary parteciparono ad un rito vudù del «re degli zombi»:

 

«Gli spiriti arrivarono, e possederono una donna e un uomo – ricorda il Bill nella sua autobiografia My Life – L’uomo si strofinò una torcia sul suo corpo e camminò sui carboni ardenti senza essere bruciato. La donna, nella frenesia, urlava ripetutamente, poi prese un pollo vivo e gli staccò la testa a morsi».

 

La strana passione dei Clinton per le cose haitiane fu al centro anche di un video elettorale che circolava anni fa-

 

 

Si dice che alcuni manufatti haitiani furono poi trasferiti alla Casa Bianca, almeno fino a che, dicono voci non confermate, non arrivò Melania Trump, che avrebbe fatto eseguire un «esorcismo» presso la casa del presidente.

 

Si tratta solo di voci.

 

È vera invece la storia, segnalata da Renovatio 21 tre anni fa, di una signora fuori forma che ha sposato un bambolotto zombie.

 

Così come è vera la storia dell’ameba-mangia cervello, che ha ucciso un bambino in Nebraska poche settimane fa. I prioni sarebbero invece alla base anche di un’epidemia del 2019 di cervi-zombie:  ai poveri ungulati, già martoriati dalle zecche portatrici di Lyme che ritengono il loro manto peloso il luogo migliore per accoppiarsi,  viene «mangiato» il cervello da proteine infette, ingenerando così nelle tenere bestie cornute comportamenti di zomberia pura.

 

 

 

 

 

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Presidente sudcoreano insulta i parlamentari USA in un fuorionda

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È divenuto virale un fuorionda catturato a margine della riunione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York questa settimana dove è possibile udire il neopresidente della Corea del Sud Yoon Suk-yeol insultare i membri del Congresso USA.

 

«Come potrebbe Biden non perdere la dannata faccia se questi stronzi non lo approvano al Congresso?» avrebbe detto il leader sucoreano.

 

Prima di queste osservazioni offensive, Biden, presente sul palco con Yoon, aveva promesso 6 miliardi di dollari per combattere l’HIV e la tubercolosi. L’aiuto tuttavia avrebbe bisogno dell’approvazione del Congresso.

 

La parola inglese con cui è stato tradotto l’insulto di Yoon, «fuckers» (che è possibile tradurre in «stronzi» o anche «pezzi di merda») è divenuta un trend su Twitter.

 

La clip, ancora visibile su YouTube, è stata pubblicata da un’emittente sudcoreana.

 

 

Il presidente Yoon è in carica da maggio, ma ha già fatto parlare di sé per i suoi modo decisi e le politiche divergenti rispetto al passato.

 

Come riportato da Renovatio 21, Yoon ha dichiarato la volontà di far entrare Seul nella «NATO globale», di fatto già unendosi agli atlantici per quanto riguarda le armi cibernetiche.

 

Tre mesi fa è emerso che l’esercito sudcoreano è tornato a descrivere nelle sue pubblicazioni la Corea del Nord come «nemico».

 

Nel nuovo corso politico di Yoon, Seul inoltre ha fatto sapere di star tornando all’energia nucleare.

 

 

 

 

Immagine screenshot da YouTube

 

 

 

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Open, le fake news, Cato e l’ispettore Clouseau

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Lo screenshot con i due articoli accostati sta facendo il giro delle chat, tra sghignazzi e cachinni.

 

Open, il sito dei punitori di fake news, ha fatto un fact checking su un suo stesso articolo. Il risultato è al contempo imbarazzante ed enigmatico, perfino grottesco.

 

«Scene apocalittiche al confine tra Russia e Finlandia, l’unica frontiera ancora aperta ai civili russi in possesso di un visto Shengen. La coda di macchine in fila per lasciare la Russia avrebbe raggiunto i 35 km e continua ad allungarsi ora dopo ora» scriveva il sito dei ragazzi di Mentana lo scorso 21 settembre.

 

(Preghiamo il lettore di sorvolare sul fatto che suddetti ragazzi scrivano ripetutamente «Shengen» invece che Schengen. In effetti non sono tenuti a saperlo, controllano le opinioni altrui, mica la loro stessa ortografia).

 

Era la notizia rimbalzata ovunque: i giovani russi sono in fuga dopo la mobilizatsija annunciata dal presidente Putin.

 

L’articolo, firmato dalla Redazione, era accompagnato da immagini.

 

Poi, all’altezza del pomeriggio del giorno dopo, avviene l’indicibile: ecco pubblicato un articolo di fact checking dell’ex dipendente della Casaleggio Associati David Alejandro Puente Anzil, sbufalatore di punta dell’ineffabile sito mentaniano.

 

«Le code chilometriche dopo l’annuncio di Putin al confine russo-finlandese erano una fake news» è il titolo.

 

L’articolo è di fatto lo sbufalamento di quanto pubblicato dalla stessa testata, anche se, a leggerlo, pare invece concentrarsi sul presunto untore della fake via Twitter, tale «Sotiri Dimpinoudis, già noto a Open Fact-checking per un video falso, il quale condivide una clip per provare quanto afferma».

 

Solo in fondo, nelle conclusioni sepolte da code chilometriche di screenshot più o meno ridondanti e inutili, una lieve ammissione, e pure tra parentesi: «Il video pubblicato da Sotiri, ripreso da diversi media (incluso Open), non ha nulla a che vedere con l’annuncio della mobilitazione militare di Vladimir Putin. Le riprese risultano pubblicate giorni prima».

 

SCB. Sono cose belle. Considerate che questi, a quanto e dato di capire, lavorano con Facebook come fact-checker: proprio quel Facebook che poi, magari, vi toglie l’account per quello che scrivete.

 

Tuttavia, ci permettiamo anche di osservare che nell’immagine principale del sito, dove si mette una bella X rossa sul tweet del tizio (non sull’articolo di Open, che, sapendo la sua autorevolezza, probabilmente ha contribuito corposamente a diffondere la fake nel web di lingua italiana), potrebbe recare la scritta sbagliata: dice «contesto falso», ma a noi sembra una fake news vera e propria: qualcuno che prende un filmato che non c’entra niente e ci confeziona sopra la notizia falsa, falsa notizia che va magari, coincidenza, va proprio nella direzione del mainstream – ricordiamo, brevemente, che Mentana è quello per cui il battaglione Azov non è neonazista.

 

Tuttavia non volevamo tediarvi con questa storiella giornalistica, pur gustosa, di figure da cioccolatai web.

 

A noi preme scrivere un’altra cosa, se possibile ancora più prosaica. Volevamo parlare di un ricordo artistico.

 

Un sito che viene fact-checkato da un suo stesso collaboratore non può non ricordarci la storia di Cato Fong, il maggiordomo di origine orientale dell’ispettore Clouseau.

 

Speriamo che il lettori abbia visto almeno qualcuna delle pellicole della Pantera Rosa con Peter Sellers.

 

Ebbene, Cato, oltre che a sbrigare le faccende domestiche nell’appartamento di Clouseau, era stato da lui istruito ad attaccare chiunque entrasse in casa, compreso se stesso.

 

Il risultato erano scontri altamente distruttivi al momento in cui, con somma circospezione, l’ispettore rincasava, sempre certo che il Cato gli avrebbe teso un agguato, e lo avrebbe combattuto in maniera spietata.

 

 

Ecco, il fact-checker che fact-checka la sua stessa testata, ci ha ricordato quelle scene stupende di Cato che sferra calci volanti al suo stesso padrone di casa.

 

Ecco tutto qua: volevamo solo dirvi quanto bello è ricordare come ci facesse ridere, da bambini, la serie di film di Blake Edwards.

 

In realtà, a pensare che magari per merito di fact-checker uno ha dovuto trascinare Facebook in tribunale per farsi ridare l’account, non viene da ridere.

 

Ma a guardare questo screenshot stile Cato dei due articoli affiancati, l’allegria riparte subito alla grande.

 

Non sappiamo bene chi ringraziare di tutto questo: Putin, Zuckerberg, Casaleggio, Mentana, Bettino Craxi. Ma ringraziamo lo stesso.

 

 

 

 

Immagine screenshot da Telegram

 

 

 

 

 

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Beirut, ragazza assalta la banca per prelevare dal conto di famiglia. Diviene eroina nazionale

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

Sally Hafiz ha fatto irruzione in una filiale della Blom Bank con una pistola giocattolo e prelevato dal conto della famiglia 13 mila dei 20 mila euro depositati. Fingendosi incinta è riuscita a sfuggire alla polizia. Il denaro necessario per pagare le cure mediche alla sorella malata di tumore. Dal suo rifugio accusa: «Siamo il Paese delle mafie».

 

 

Mozzafiato! Non vi sono altre parole per descrivere l’avventura della 28enne Sally Hafiz, intraprendente attivista diventata musa ispiratrice di molti libanesi, dopo aver tenuto in ostaggio il 14 settembre scorso una filiale della Blom Bank (Banca del Libano e d’Oltremare).

 

Un assalto grazie al quale ha ritirato con la forza circa 13 mila dollari depositati sul conto della sorella, congelato – come quello di molti altri concittadini – da una misura arbitraria di controllo del capitale, imposta da un giorno all’altro, dagli istituti di credito libanesi nell’ottobre 2019. E ancora oggi in vigore seppur priva di appiglio legale.

 

«Siamo il Paese delle mafie. Se non si è lupi, altri lupi vi mangeranno» ha sottolineato alla Reuters, in una intervista rilasciata in una località accidentata della Békaa, dove si è nascosta dalla polizia. Lei, architetto e designer di interni, diventata suo malgrado eroina nazionale dopo il suo teatrale passaggio all’azione.

 

In alcune drammatiche immagini e rilanciate da tutte le televisioni locali, si vede Sally Hafiz in piedi su una delle scrivanie dell’istituto di credito che brandisce la pistola di plastica del nipote e dà istruzioni ai dipendenti della banca, affinché le consegnino mazzette di dollari.

 

Il raid di Sally Hafiz ha ricevuto il sostegno di una folla di persone che si è radunata all’esterno della Blom Bank, nel quartiere residenziale di Sodeco.

 

«Forse mi hanno considerato un’eroina – ha detto – perché sono stata la prima donna a compiere questo gesto, in una società profondamente patriarcale in cui la voce di una donna assai di rado viene ascoltata». La giovane ha quindi aggiunto che non ha mai avuto l’intenzione di nuocere o di far male ad alcuno ma, al tempo stesso, afferma di essere «esasperata dall’inerzia del governo».

 

 

«Tutti in combutta»

«Sono tutti in combutta fra loro, per derubarci e per lasciarci morire di fame, una morte lenta» ha poi aggiunto. In seguito ha voluto anche precisare che non ha agito se non dopo aver cercato, invano, di poter ricorrere al direttore e ai responsabili dell’istituto di credito per informazioni.

 

In risposta, la Blom Bank ha dichiarato in una nota che la succursale avrebbe collaborato e cercato di rispondere alla sua richiesta di fondi, ma di aver richiesto documenti giustificativi come è solita fare con tutti i clienti che avanzano esenzioni di natura umanitaria ai controlli informali. E illegali.

 

Due giorni dopo aver ricevuto risposte negative sui fondi, Sally Hafiz è tornata con una pistola giocattolo, ma in tutto simile a una vera, di proprietà del nipote, e con una piccola quantità di carburante mescolata con acqua. Si è cosparsa di questa sostanza e ha minacciato di darsi fuoco.

 

La donna, nota per il suo attivismo, insiste sul fatto che ha agito solo per ottenere i fondi necessari per il ricovero in ospedale di sua sorella maggiore, con un tumore al cervello che le ha causato perdita di mobilità e della parola.

 

Esasperata come migliaia di libanesi da una crisi finanziaria che dura ormai da tre anni, Sally Hafiz è stata una delle cinque persone che hanno preso d’assalto una banca in quel giorno. Una serie nera che ha spinto gli istituti di credito a chiudere i battenti per tutta la settimana in corso, con totale disprezzo dei fabbisogni e delle necessità dei correntisti e dei piccoli risparmiatori.

 

 

Per ovvie ragioni, il presidente della Federazione dei dipendenti delle banche, Georges Hage, ha condannato l’assalto. A suo dire, la rabbia popolare dovrebbe essere diretta non contro gli istituti di credito, ma contro lo Stato.

 

Ma chi è il maggiore responsabile di questa crisi? Una crisi che, come ha sottolineato la Banca mondiale, è stata «orchestrata dall’élite del Paese» e ha portato sinora al licenziamento di circa 6 mila dipendenti.

 

Sally Hafiz è riuscita a recuperare poco più di 13mila euro dei 20.500 euro che la famiglia aveva depositato. E ha avuto l’accortezza di farsi rilasciare una ricevuta, per non essere accusata di rapina.

 

Poi, sgattaiolando attraverso una finestra sul retro della filiale, ha raggiunto il suo appartamento per scoprire qualche ora più tardi che il suo edificio era stato circondato dalle forze di polizia. La donna ha quindi postato su Facebook di essere già in aeroporto, in viaggio per Istanbul. Quindi, avvolgendo il capo con un chador e imbottendo la pancia di vestiti, per simulare una gravidanza, è riuscita a fuggire facendosi beffe della sorveglianza della polizia.

 

«Sono scesa passando davanti a tutti loro. Mi hanno augurato buona fortuna per il parto. Era… come in un film!» ha poi aggiunto, precisando che si arrenderà non appena i giudici del Libano avranno messo fine allo sciopero, che ha rallentato i procedimenti giudiziari e lasciato i detenuti a languire in prigione.

 

Un complice, che l’ha aiutata nella fuga e che è stato poi arrestato, è stato quindi rilasciato dietro pagamento di una cauzione il 21 settembre scorso e accolto trionfalmente all’uscita da una caserma della polizia di Beirut dove era in custodia.

 

Egli ha affermato di essere pronto a correre di nuovo lo stesso rischio, per aiutare chiunque cerchi di recuperare «per motivi umanitari» i propri soldi bloccati. E diverse associazioni di correntisti hanno sostenuto l’azione della giovane attivista.

 

 

 

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Renovatio 21 offre questo articolo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

Immagini da AsiaNews

 

 

 

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