Economia
L’oro raggiunge il massimo storico
I prezzi dell’oro hanno raggiunto un massimo storico giovedì, mentre gli investitori spaventati dalle crescenti preoccupazioni per una guerra commerciale globale cercano beni rifugio. L’ultimo rally arriva in mezzo ad annunci tariffari intermittenti da parte degli Stati Uniti.
Le tasse sulle importazioni di acciaio e alluminio imposte dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump sono entrate in vigore mercoledì, scatenando preoccupazioni nell’Asia dipendente dalle esportazioni e spingendo l’UE e il Canada a prendere misure di ritorsione immediate. Prima dell’imposizione delle tariffe, Trump aveva minacciato di aumentare l’imposta sui metalli canadesi al 50%, ma ha annullato il piano dopo che il premier dell’Ontario Doug Ford ha annullato la sua decisione di introdurre una maggiorazione del 25% sulle esportazioni di elettricità verso diversi stati degli Stati Uniti.
I futures sull’oro per la consegna di aprile hanno toccato brevemente i 3.003,90 dollari l’oncia giovedì sera sul Chicago Mercantile Exchange (CME) prima di scendere a 2.989,50 dollari, segnando la prima volta che un contratto ha superato la soglia psicologicamente importante di 3.000 dollari. I prezzi del metallo prezioso sono aumentati di quasi il 14% finora quest’anno dopo aver registrato un solido guadagno del 27% nel 2024.
Come riportato da Renovatio 21, un anno fa già si parlava di massimo storico a 2.400 dollari l’oncia, mentre solo il mese scorso si era gridato al record quando raggiunse i 2.858,12 dollari l’oncia (circa 30,1 grammi del sistema metrico decimale).
Oltre alle preoccupazioni relative alle tensioni commerciali globali, gli analisti attribuiscono l’ultimo rally dei prezzi dell’oro, un asset preferito dagli investitori in mezzo a turbolenze geopolitiche ed economiche, alle scommesse sull’allentamento della politica monetaria da parte della Federal Reserve statunitense. Si prevede che il regolatore manterrà il suo tasso di interesse chiave nell’intervallo 4,25%-4,50% alla riunione programmata per mercoledì prossimo.
Secondo un sondaggio del World Gold Council, i prezzi dell’oro hanno raggiunto 40 massimi record nel 2024, spinti dalle crescenti tensioni geopolitiche in Medio Oriente e nell’Europa orientale, dall’incertezza sull’esito delle elezioni presidenziali statunitensi, dai tagli dei tassi di interesse e dagli acquisti attivi di oro da parte delle principali banche centrali.
Nell’ultima analisi della volatilità nei mercati delle materie prime, il responsabile della strategia sulle materie prime di TD Securities, Bart Melek, ha affermato che negli ultimi anni le banche centrali hanno registrato un aumento record degli acquisti di oro a causa delle preoccupazioni sulla sostenibilità del potere d’acquisto del dollaro e delle tensioni geopolitiche tra le principali potenze economiche.
Nel frattempo, il mondo dell’oro è percorso dai tremiti e dubbi riguardo il possibile audit di Fort Knox, il «forziere» dell’oro mondiale, che l’amministrazione Trump vuole visitare, con Elon Musk a dichiarare la volontà di farlo in diretta streaming.
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Economia
Jaguar Land Rover taglierà 4.000 posti di lavoro
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Economia
Volkswagen licenzia 100.000 lavoratori: «ristrutturazione»
Il più grande gruppo automobilistico europeo, Volkswagen, si prepara a sopprimere circa 100.000 posti di lavoro a livello mondiale, dopo l’intesa tra vertici e sindacati su un ulteriore taglio di 50.000 posizioni entro la fine del decennio, come comunicato dall’azienda. Si tratterebbe di circa un settimo della forza lavoro globale.
Il megataglio, che riguarda anche fabbriche italiani come quella della Ducati, che è di proprietà del colosso germanico dell’automotive, era stato annunziato ancora a giugno, ma era con evidenza nell’aria da ancora più di tempo, con licenziamenti di massa pianificati ancora due anni fa, e l’amministratore delegato che dichiarava che l’azienda non poteva più continuare come prima.
Come gran parte dell’industria tedesca, Volkswagen affronta una crisi finanziaria e operativa pesante, con margini di profitto in forte calo. L’amministratore delegato Oliver Blume ha indicato tra le cause principali l’interruzione delle forniture energetiche russe e la crescente concorrenza cinese.
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La portata della ristrutturazione segna una svolta netta per un’impresa a lungo vista come emblema della potenza industriale della Germania. L’azienda aveva già avviato un piano di riduzione di circa 50.000 posti nei marchi principali, Audi, Porsche e nella controllata software CARIAD, soprattutto tramite uscite volontarie e pensionamenti anticipati. Il nuovo piano di fatto raddoppia quella cifra.
Se applicato per intero, il piano di riduzione del personale, con la perdita di circa 100.000 posti, sarebbe il più ampio ridimensionamento mai attuato da una casa automobilistica globale. Volkswagen occupa circa 650.000 persone nel mondo.
I tagli non si fermano al personale. Il gruppo ha ammesso che gli impianti europei hanno una capacità di oltre 500.000 veicoli all’anno superiore alla domanda attuale. Resta incerto il destino degli stabilimenti di Hannover, Emden, Zwickau e Neckarsulm una volta conclusi, tra il 2031 e il 2034, i programmi di produzione in corso. Per i quattro siti non sono ancora stati individuati modelli sostitutivi competitivi.
L’azienda sta rivedendo al ribasso anche altre ambizioni. La gamma di modelli sarà dimezzata e gli investimenti e la spesa in ricerca per il periodo 2027-2031 sono stati limitati a 135 miliardi di euro. Volkswagen si riorganizza puntando a vendite annue di circa 9 milioni di veicoli e a un margine operativo del 9% entro il 2030.
Colpita dai dazi statunitensi e da una domanda altalenante di auto elettriche, la maggiore casa automobilistica europea si trova in difficoltà su più fronti. In patria la crisi è stata aggravata dal rialzo dei costi energetici, dopo che Berlino ha abbandonato il gasdotto russo a basso costo in seguito all’escalation del conflitto in Ucraina nel 2022, ricorrendo sempre più a importazioni di GNL più onerose, anche dagli Stati Uniti.
Lo shock energetico ha giocoforza eroso il vantaggio competitivo che per decenni aveva caratterizzato la manifattura tedesca. Il Paese ha poi registrato due anni consecutivi di contrazione economica, seguiti da una crescita debole, con le imprese manifatturiere costrette a tagliare produzione, investimenti e occupazione. Due mesi fa l’Istituto di Ricerca Economica di Halle (IHW) aveva esposto dati che registravano il numero più alto di fallimenti aziendali degli ultimi venti anni.
Nel frattempo Volkswagen ha perso posizioni in Cina (dove aveva impianti di produzione in Xinjiang, la turbolenta provincia uigura dove il governo cinese è accusato di utilizzare il lavoro forzato), un tempo il suo mercato principale, a favore di concorrenti locali come BYD e Geely. Le case automobilistiche cinesi si sono inoltre espanse rapidamente in Europa, aumentando la pressione su Volkswagen, che fatica a rendere i propri veicoli elettrici competitivi per prezzo e costi. In Europa, BYD e altri marchi cinesi come Chery, SAIC e Leapmotor hanno tutti raddoppiato la loro quota di mercato nell’ultimo anno.
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Come riportato da Renovatio 21, mesi fa VW affrontò la crisi dei chip dopo che l’Olanda aveva sequestrato una fabbrica cinese. Allo stesso tempo si parlò di una crisi di liquidità della grande società germanica.
Il gruppo ha progressivamente ridotto la produzione in Germania. Lo scorso dicembre ha interrotto la produzione di veicoli nello stabilimento di Dresda: per la prima volta in novant’anni di storia un impianto tedesco dell’azienda ha sospeso la fabbricazione di automobili.
Come riportato da Renovatio 21, BMW ha dichiarato il mese scorso che taglierà 8.000 posti di lavoro. Anche BASF, Bosch, Continental e altri grandi produttori tedeschi hanno chiuso o ridimensionato i propri siti negli ultimi anni.
Ora il destino del colosso automobilistica sembra essere quello di tornare ad una piena produzione di armi come ai tempi di Adolfo Hitler. Per un bizzarro, ma non inspiegabile, ricorso storico, ora VW valuta un accordo per la fornitura di armi ad Israele, con il governo tedesco che ha dato semaforo verde per un patto col produttore di armi israeliano Rafael.
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Immagine di Daniel Zimmermann via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0
Economia
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