Bioetica
L’errore della “morte cerebrale”. Intervista a Joseph Seifert
Per gentile concessione degli Universitari per la Vita, presenti all’importante convegno sulla Morte Cerebrale tenutosi a Roma il 20 il 21 maggio scorso e al quale Renovatio 21 era presente, pubblichiamo l’intervista che il giovane Fabio Fuiano ha fatto al Prof. Josef Seifert, insigne docente di filosofia e cofondatore della Accademia Internazionale di Filosofia (IAP), nonché Presidente della John Paul II Academy for Human Life and the Family (JAHLF). È un piacere dare spazio ad un tema così importante come quello della cosiddetta «Brain Death», soprattutto per ciò che concerne gli aspetti filosofici. Grazie ai volonterosi ragazzi che insieme a noi hanno partecipato al convegno e che continuano ad operare per affermare la Verità in difesa della Vita.
Vorremmo dare ai nostri lettori alcune coordinate, per la ragione che la questione non è molto dibattuta e conosciuta. Lei ha studiato la questione della «morte cerebrale» da un punto di vista filosofico. Secondo lei, cos’è la morte cerebrale e come è nata?
La definizione di «morte cerebrale» è stata proposta da un Comitato della Harvard Medical School e da mezzo secolo viene applicata negli ospedali e istituita da molte leggi in tutto il mondo, soprattutto in relazione alla medicina dei trapianti. Serve una giustificazione legale per il prelievo di cuori e altri organi vitali da persone biologicamente viventi.
La definizione di «morte cerebrale» è stata proposta soprattutto in relazione alla medicina dei trapianti. Serve una giustificazione legale per il prelievo di cuori e altri organi vitali da persone biologicamente viventi.
La costruzione della «morte cerebrale» (MC) costituisce una radicale rivoluzione nella comprensione della morte e un rovesciamento della natura e dei segni della morte biologica che fu in forza dall’inizio dell’umanità e dall’inizio della storia della medicina.
Infatti, invece di dichiarare morte solo persone le cui funzioni circolatorie e respiratorie e tutte le funzioni vitali di base sono cessate, le definizioni di MC permettono ora di dichiarare morte persone biologicamente viventi, il cui cuore batte, la cui respirazione nei polmoni e tutte le cellule del corpo è intatta, la cui temperatura corporea è mantenuta, che lottano contro le infezioni, hanno riflessi e possono anche portare un embrione a termini per molti mesi fino al suo parto sano.
Dichiarare la morte di queste persone è un insulto al buon senso, alla scienza e alla filosofia.
Questo costrutto è stato spinto da motivazioni pragmatiche, soprattutto per espiantare organi vitali (che sono inutili quando una persona è veramente morta) facendo finta di non uccidere il donatore di organi (dopo il primo trapianto di cuore nel 1967 sono state intentate alcune cause contro i medici accusandoli di omicidio colposo).
Questo costrutto è stato spinto da motivazioni pragmatiche, soprattutto per espiantare organi vitali (che sono inutili quando una persona è veramente morta) facendo finta di non uccidere il donatore di organi (dopo il primo trapianto di cuore nel 1967 sono state intentate alcune cause contro i medici accusandoli di omicidio colposo)
Per porre fine a questa situazione, una definizione di MC è stata introdotta da un Comitato di Harvard nel 1968, dopo le deliberazioni e gli scambi di lettere tra Henry Beecher, capo del Comitato, e il preside della Scuola di Medicina, Dr. Ebert, tra il gennaio 1967 e l’agosto 1968.
Nella dichiarazione del Comitato di Harvard e in queste lettere è stata menzionata come motivo solo la necessità di trapianti di organi e la necessità di liberare gli ospedali da persone che non hanno una vita cosciente.
Pertanto, alcuni importanti critici della «morte cerebrale» come il Dr. Paul Byrne, pediatra neurologo, hanno definito la «morte cerebrale» una costruzione medico-legale e una menzogna che serviva solo ad assicurare un negozio multimiliardario di trapianti di organi.
È uno dei fatti più vergognosi della storia della medicina e dell’umanità, che una questione cruciale come quella della morte o della vita dell’uomo sia stata risolta per mera utilità, senza appello alla verità e senza ragioni scientifiche e filosofiche razionali (solo in seguito sono state offerte tre o quattro ragioni teoriche e filosofiche, tutte profondamente errate).
Considero la definizione di «morte cerebrale« come una definizione evidentemente falsa che sfida il buon senso, la scienza medica e la filosofia e ha avuto la conseguenza fatale di minare l’etica medica e uccidere migliaia di persone viventi.
Nella dichiarazione del Comitato di Harvard e in queste lettere è stata menzionata come motivo solo la necessità di trapianti di organi e la necessità di liberare gli ospedali da persone che non hanno una vita cosciente.
Il Dott. Cicero Coimbra, neurologo, ha dimostrato, inoltre, che l’inversione dell’etica medica e biologica deriva anche dai metodi di prova della MC, in particolare l’apnea-test, in cui tutta la ventilazione viene sollevata dalla persona gravemente cerebrolesa per un massimo di dieci minuti, per vedere se è «cerebralmente mortaK e incapace di respirazione spontanea (che può essere sostituita da un ventilatore e riguarda solo la funzione di pompa muscolare del diaframma e non i polmoni e la respirazione).
Nel processo di un tale test, paragonabile a chiedere a un uomo che ha subito un attacco di cuore di correre veloce per alcuni minuti, non si mostra alcuna preoccupazione per il donatore di organi.
È uno dei fatti più vergognosi della storia della medicina e dell’umanità, che una questione cruciale come quella della morte o della vita dell’uomo sia stata risolta per mera utilità, senza appello alla verità e senza ragioni scientifiche e filosofiche razionali
In realtà, molti muoiono di morte reale a causa di un tale test controindicato dal punto di vista medico. Pertanto, somministrare questo test prescritto dai codici etici e dalle leggi mediche prima della dichiarazione di «morte cerebrale» è irresponsabile e persino una negligenza criminale dell’interesse dei pazienti.
Quali presupposti filosofici, in breve, sono alla base del concetto di morte cerebrale?
Gli argomenti filosofici che sono stati proposti solo in seguito per dare alla nuova definizione di morte una base scientifica e teorica, sono principalmente tre:
1) Il cervello è chiamato, in una biofilosofia molto infondata, l’integratore centrale senza la cui funzione gli organi di un corpo sono disintegrati e dissociati come unità cellulari e organi gettati per strada dopo un incidente mortale, o come organi prelevati da un corpo e conservati in un frigorifero anni dopo la morte e la sepoltura di una persona.
Questa affermazione che il corpo del «morto cerebralmente» se riduce a un gruppo disintegrato di organi è stata completamente smentita da un neurologo pediatrico di fama mondiale, il Dr. D. Alan Shewmon, che ha dimostrato che l’integrazione più importante e la cooperazione mirabilmente strutturata tra gli organi è indipendente dal cervello e si trova nella cosiddetta persona «morta cerebralmente» sotto forma di un’intera «litania»di processi biologici integrati, funzioni e interrelazioni ammirabili e cooperazione integrata tra gli organi.
Considero la definizione di «morte cerebrale» come una definizione evidentemente falsa che sfida il buon senso, la scienza medica e la filosofia e ha avuto la conseguenza fatale di minare l’etica medica e uccidere migliaia di persone viventi.
2) Il secondo argomento principale è che il cervello superiore (gli emisferi cerebrali) sono decisivi per la vita umana razionale. Pertanto, la disfunzione irreversibile del cervello superiore porta alla «morte della persona umana» anche se, parlando dal punto di vista della vita vegetativa, è ancora un essere umano vivo.
Questo argomento, che permette ad alcuni di chiamare «morti» anche i malati avanzati di Alzheimer, dimentica che la natura razionale dell’uomo non è costituita dal cervello ma dall’anima umana razionale; trae anche un’intollerabile divisione e separazione tra vita razionale e vita biologica e dimentica che l’uomo ha un’unica anima responsabile della sua vita biologica e della sua vita mentale. Dimentica inoltre che essere una persona continua pienamente anche se una persona viva non può più agire come persona. Rimaniamo persone umane quando dormiamo o perdiamo conoscenza.
3) Il terzo argomento principale identifica il corpo umano semplicemente con il cervello umano, come se il solo cervello fosse il corpo e il resto una semplice appendice. Così la disfunzione del cervello sarebbe la morte e implicherebbe che l’anima ha lasciato il corpo
Questo argomento basato sulla riduzione del corpo unito all’anima al cervello è il risultato di una completa dimenticanza che l’embrione è una persona e ha un’anima molto prima della formazione del suo cervello. Pertanto, è del tutto falso e contraddice la scienza biologica e la filosofia il tentativo di ridurre il corpo umano al cervello che è solo un prodotto tardivo della vita biologica integrata, per quanto grande sia la sua importanza.
È del tutto falso e contraddice la scienza biologica e la filosofia il tentativo di ridurre il corpo umano al cervello che è solo un prodotto tardivo della vita biologica integrata, per quanto grande sia la sua importanza.
La distinzione tra essere umano e persona umana è la stessa usata per difendere l’aborto? Da dove viene?
Per coloro che ammettono la vera prova che il «cervello morto» è vivo (che non sono d’accordo con la logica del cervello come l’integratore centrale), sì, è fondamentalmente la stessa distinzione tra essere umano e persona umana che viene usata da molte madri, avvocati o medici che negano la personalità dell’embrione e non riconoscono l’aborto come omicidio di uomo e, se eseguito consapevolmente, come omicidio del nascituro. Molti sostengono che l’embrione non è altro che un mucchio di cellule.
Alcuni parlano anche di «nascita cerebrale» in modo che l’embrione diventi una persona e riceva un’anima umana solo dopo la formazione del cervello.
Questa distinzione erronea tra essere umano e persona umana soffre degli stessi difetti che ho citato nella mia ultima risposta.
Un messaggio da inviare ai nostri lettori…
Credo che le «definizioni di morte cerebrale» e la loro applicazione dovrebbero essere abbandonate e cancellate dalla nostra società e dalla medicina. Il buon fine di salvare alcune vite umane non può giustificare i cattivi mezzi per uccidere altri.
Credo che le «definizioni di morte cerebrale» e la loro applicazione dovrebbero essere abbandonate e cancellate dalla nostra società e dalla medicina. Il buon fine di salvare alcune vite umane non può giustificare i cattivi mezzi per uccidere altri
Le definizioni di «morte cerebrale» e la loro applicazione per estrarre organi da persone viventi è uno degli esempi più orribili dell’anti-cultura della morte senza Dio, che caratterizza la nostra società e opera allo stesso modo attraverso l’aborto, l’eutanasia, la contraccezione, la sterilizzazione, il blocco della nutrizione e dei liquidi a persone pienamente viventi come il Sig. Vincent Lambert, una riduzione incontrollata ed egocentrica del numero di bambini, uno stile di vita omosessuale che separa il sesso totalmente dalla procreazione, e molti altri fenomeni.
Non dobbiamo permettere che l’orrore di questa anti-cultura della morte, tuttavia, ci spinga nella passività e nella depressione, ma, senza mai perdere la speranza, intraprendere ogni sforzo per intraprendere la gigantesca battaglia contro il male e promuovere la cultura della vita in tutte le sue forme, confidando nell’aiuto di Colui che è la Via, la Verità e la Vita.
Bioetica
Bioetica e persona umana
Renovatio 21 continua la sua serie di approfondimento della disciplina della bioetica. Per un approfondimento, rimandiamo al Manuale di bioetica in due volumi redatto dal cardinale Elio Sgreccia (1929-2019), di cui sintetizziamo qui le argomentazioni. Monsignor Elio Sgreccia fu tra i principali teorici della bioetica personalista, di cui è considerato capofila del pensiero bioetico in ambito cattolico. Per il personalismo bioetico la persona umana, in ogni fase della vita, è un valore in sé e mai un mezzo: il suo statuto ontologico fonda la dignità e orienta ogni scelta biomedica. Ne deriva la difesa della vita dal concepimento alla morte naturale.
Dopo aver chiesto che cosa sia la vita, la bioetica deve rispondere a una domanda ancora più radicale: chi è colui che vive, e che cosa significa che egli ha un corpo, o piuttosto che è un corpo. Da come si definiscono la persona e la sua corporeità dipende, infatti, la risposta a quasi ogni questione clinica: chi sia tutelabile, fino a quando, e a quale titolo.
La persona è sostanza
Per il personalismo ontologico la comprensione della persona passa per la ricerca metafisica, che si rivolge all’intero e non si accontenta di descrivere ciò che l’uomo fa. La persona va colta nella sua dimensione sostanziale e non soltanto funzionale, senza per questo trascurare i signa personae, cioè gli indizi che ne segnalano la presenza.
La tradizione classica ha fissato il concetto in una serie di formule. Aristotele (384-322 a.C.) definì l’uomo animal rationale, indicando il genere prossimo e la differenza specifica, ma in un modo che forse non rende piena ragione dell’originalità dell’essere umano, irriducibile a semplice elemento del cosmo. Dopo l’avvento del cristianesimo la prima determinazione decisiva è quella di Boezio (480-525 circa): la persona è rationalis naturae individua substantia, sostanza individuale di natura razionale.
Il richiamo alla sostanza mette in luce che la persona è un soggetto esistente, un sostrato, e non una semplice attività. Sulla stessa linea si collocano Riccardo di San Vittore (morto nel 1173) e Tommaso d’Aquino (1225-1274), nelle cui formule si riflette la tensione tra il riferimento universale alla specie, per cui tutti apparteniamo all’umanità, e il carattere individuale, per cui ciascuno vi appartiene a suo modo.
Notiamo che individuo non significa «indivisibile» in senso atomistico: significa indiviso in sé e diviso da ogni altro, dotato cioè di unità. L’individualità non implica che l’uomo sia un atomon, ma che esista come un tutt’uno distinto dagli altri.
Né funzione, né sola relazione
Il pensiero contemporaneo si chiede se la persona possa essere considerata soltanto relazionale, e se dunque un essere umano non più capace di relazionarsi possa ancora dirsi persona. La risposta personalista non nega la relazionalità, anzi: come osserva Vittorio Possenti (1938-), la razionalità implica la relazionalità, perché la vita dello spirito è per sé apertura. Ma la relazione presuppone un soggetto che si relazioni, e non può prenderne il posto.
Per questo la filosofia della persona è legata in radice a quella della sostanza, verso cui una parte del pensiero moderno nutre un profondo sospetto, desiderando sostituirla con quella di funzione. Nelle Categorie Aristotele definisce la sostanza prima come ciò che non è in un soggetto né si predica di un soggetto: essa esiste in sé, basta a se stessa, non dipende da altri soggetti. L’atto d’essere è l’atto primo e radicale da cui prendono vita tutti gli altri atti, quelli secondi, della persona. Tommaso la considera la più perfetta di tutte le realtà, perché sussiste in una natura razionale.
La persona è dunque un in se existens e un per se existens: non esiste in altro come suo modo, né in vista d’altro, ma in vista di se stessa. Per questo si pone come fine e non come mezzo. La tradizione metafisica riserva alla sola persona divina l’aseità, l’essere da sé; l’uomo, che è ab alio, porta il sigillo della contingenza.
Ne discende anche che la persona eccede i propri atti. Le teorie empiriste, da Locke (1632-1704) a Hume (1711-1776) fino a Derek Parfit (1942-2017), vedono nella persona un insieme di stati successivi privi di un sostrato comune; l’approccio sostanziale salvaguarda invece l’eccedenza della persona rispetto a ciò che compie. Diventare persona non è un processo, ma un evento istantaneo, un possesso del proprio statuto ontologico stabilito una volta per tutte; la personalità, invece, è qualcosa che si acquisisce gradualmente attraverso gli atti personali.
Unitotalità di corpo e spirito
La persona è un soggetto sostanziale di natura spirituale, dotato di intelligenza, libertà e amore, e vive nell’apertura alla totalità dell’essere: a se stessa, agli altri, a Dio, al tutto. È un centro di unificazione dinamica che procede dall’interno, un’unità che dura nel tempo al di là dei flussi psicologici, della molteplicità delle sensazioni e dello sparpagliamento dell’io. Può perciò ritornare su se stessa attraverso l’autoriflessione, ed è questa interiorità, esclusiva della persona, a rendere il singolo irriducibile al genere o alla totalità: lo notava già Soren Kierkegaard (1813-1855).
La persona è anche un tutto, non una parte inserita in una totalità più ampia che diventerebbe fondante nei suoi riguardi. L’uomo come individuo è uno tra molti; come persona è singolare e irripetibile.
Questa unità non consente di trattare la corporeità come un’aggiunta inessenziale, come fa l’approccio idealistico. L’individuo umano è corporeo, e il corpo appartiene alla sua definizione.
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L’anima, forma del corpo
La dottrina tomista dell’unicità della forma sostanziale ha offerto un contributo decisivo alla soluzione del problema dell’unità del soggetto, che sembrava compromessa nelle antropologie di matrice platonica. Dire che l’anima è la forma sostanziale significa attribuirle la capacità di far sì che l’individuo appartenga a una precisa specie di vivente, quella contrassegnata da un corpo organico atto a esplicitare la vita razionale.
Restava da risolvere il problema di giustificare l’immortalità dell’anima. Tommaso vi giunge affermando che l’anima, oltre a essere forma sostanziale, è forma sussistente: possiede un essere autonomo, come risulta dalle sue operazioni indipendenti dal corpo, cioè la conoscenza dell’universale e l’autocoscienza. Vale qui il principio operari sequitur esse: l’operare dipende dall’essere, e a un diverso livello di immaterialità dell’operazione deve corrispondere un diverso livello di immaterialità dell’essere.
Intendere e volere sono facoltà con cui l’anima non si lega formalmente al corpo; alla dissoluzione del corpo non segue necessariamente la dissoluzione dell’anima.
Persona ed essere umano
Se la persona è sostanza, resta da chiedersi chi sia persona. Secondo il filosofo utilitarista Peter Singer (1946-) non tutti i membri della specie Homo sapiens sono persone, e non tutte le persone sono membri della specie Homo sapiens. Ma se la nozione di persona non indica la specie umana, osserva la critica personalista, non ne indica nessun’altra: nessun’altra specie è in grado di riconoscere il diritto alla vita proprio della persona.
Si definisce la persona come ente autocosciente, razionale, autonomo, e si trascura che l’essere umano non è soltanto questo: uno dei suoi caratteri è di essere corporeo, di essere divenente. La questione bioetica nasce proprio perché esistono persone umane che non possono vivere come persone senza l’aiuto di altre: gli esseri umani allo stadio embrionale, fetale o infantile, i malati cronici o mentali, i malati terminali, le persone in stato vegetativo persistente.
Come ricorda Adriano Pessina (1953-2020), la reciprocità non è costitutiva soltanto della moralità ma della stessa possibilità dell’esistenza personale, ed è il luogo a cui ricondurre ogni discussione bioetica. Circoscrivere il rispetto e il diritto alla vita alle sole fasi di esercizio della vita morale significa dimenticare che la moralità si esplica a cicli intermittenti.
È qui che il personalismo pone il suo argomento fondamentale: guardare all’origine. Essere umano è colui che nasce da altri esseri umani, ed è questa la condizione per procedere a qualsiasi ulteriore definizione dell’uomo, ricorda ancora Pessina.
Robert Spaemann (1927-2018) ne trae la conseguenza: esiste un unico criterio per la personalità, l’appartenenza biologica al genere umano. Se «qualcuno» esiste, esiste da quando esiste questo organismo umano individuale, e fino a quando questo vive. L’essere umano è strutturalmente una persona: la condizione non dipende dalla sua volontà, ma dalla sua origine.
Il corpo, epifania della persona
Nel contesto attuale si registra una dissociazione tra l’esteriorità del corpo e l’interiorità della persona, una rottura dell’unità dell’uomo che è sintesi di un elemento corporeo e di uno spirituale. Nella definizione dell’io entra necessariamente il corpo, perché è impossibile percepirsi senza di esso; eppure l’io non si identifica con il corpo, ma lo eccede. La persona è corporea, ma trascende il corpo: non nel senso di poterne prescindere, bensì nel senso di avere la capacità di compiere operazioni non esclusivamente corporee.
L’ambivalenza si esprime nelle formule «io ho un corpo» e «io sono un corpo» (Gabriel Marcel, 1889-1973), entrambe valide e nessuna assoluta. Dire «ho un corpo» richiede una precisazione, perché non lo possiedo come un oggetto: non posso prenderne le distanze, né usarlo senza che le conseguenze si ripercuotano sull’intera persona. E «sono un corpo» va completato con il chiarimento che non sono soltanto corpo. Per questo la filosofia dell’uomo preferisce il termine corporeità, che esprime meglio l’unità corporeo-spirituale e indica la soggettività umana nella sua condizione corporea.
La scuola fenomenologica ha permesso di superare in parte il dualismo tra uno spiritualismo disincarnato e un materialismo fisicista, grazie alla distinzione introdotta da Edmund Husserl (1859-1938) tra Körper, il corpo in senso puramente materiale, e Leib, il corpo vivente, proprio degli esseri dotati di caratteristiche psicofisiche.
L’uomo non è un organismo animale cui sia stata aggiunta una coscienza: è «intelligenza corporea», «spirito incarnato», secondo la formula di Ramón Lucas Lucas. Di fronte all’organismo, proprio dell’animale, l’uomo è caratterizzato dalla corporeità.
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Il corpo amico, il corpo nemico
La postmodernità, una volta dissolto il soggetto, ha concentrato la sua attenzione sul corpo in senso assoluto. La cura del proprio corpo diventa il dovere principale, motivo di soddisfazione ma anche forma laica di ascesi, per le rinunce che comporta; e la nuova colpa di cui vergognarsi è quella di un corpo poco curato. Il corpo, da messaggero della propria identità presso gli altri, diventa un nemico da sorvegliare, sempre pronto a tradirci.
Con il declino di una teleologia naturale la cura del fisico non consiste più nel favorire la natura, ma nel modificarla o correggerla: il corpo, come scrive Maria Teresa Russo, non è più un dato, ma un compito da realizzare, da sottoporre a building, costruzione o anche decostruzione.
Anche il rapporto mente-corpo, oggi, non è la semplice riproposizione dell’antico dibattito anima-corpo. Il termine «mente» si rifà all’inglese mind del Trattato sulla natura umana di Hume e indica l’insieme delle funzioni coscienti: il rapporto riguarda dunque funzioni psicologiche e neurofisiologiche, non i soggetti di tali funzioni. È una impostazione riduzionista che esclude la dimensione metafisica, e che tende a ridursi ulteriormente a rapporto mente-cervello, escludendo arbitrariamente aspetti della corporeità, come la funzione delle mani, importanti per l’espressione delle facoltà psichiche e intellettive.
Il corpo ha invece un carattere epifanico, rivelatore: è «l’organo per essere visto», dice Maurice Merleau-Ponty (1908-1961). Svela la persona agli altri e, allo stesso tempo, la vela. Ma è anche limite: normalmente passa sotto silenzio, mentre nel dolore, nella fatica, nella malattia diventa opaco, pesante, estraneo.
La salute è stata definita come la vita nel silenzio degli organi e come inconsapevolezza del proprio corpo (Georges Canguilhem, 1904-1995); nel corpo si vive una dialettica tra attività e passività, praxis e pathos, che Paul Ricoeur (1913-2005) riassume nell’espressione «io subisco questo corpo che governo».
Corpo e anima: una ricognizione storica
Nell’antropologia greca il corpo è uno dei principi ontologici dell’essere umano, ma è il principio della materialità, il luogo dell’irrazionalità che l’anima, sede dell’intelligenza, deve domare. Per Platone (428/427-348/347 a.C.) il corpo (soma) è il sepolcro (sema) dell’anima e il carcere da cui evadere. Anche per Aristotele il corpo è sede delle passioni che disturbano la contemplazione, ma non è più la tomba dell’anima: ne è lo strumento reale, sostrato e materia, potenzialità ricettiva di una forma. L’anima, per lui, è l’entelechia prima di un corpo naturale che ha la vita in potenza, e l’uomo è un «sinolo» di corpo e anima; ma, legata al corpo, ne condivide il destino di corruzione.
Tommaso d’Aquino vuole salvare l’unità dell’essere umano, compromessa dal dualismo platonico, senza escludere, come in Aristotele, l’immortalità dell’anima. L’anima è forma sostanziale e, insieme, sostanza piena e realtà sussistente solo come forma di un corpo; corpo e anima non sono due sostanze esistenti in atto, ma da essi risulta un’unica sostanza in atto, la persona. Questa intuizione impedisce anche la considerazione strumentale del corpo, condizione della storicità e della personalità stessa dell’uomo.
Con Cartesio (1596-1650) il quadro si spezza: il corpo è res extensa, sostanza estesa e priva di coscienza, perfettamente organizzata «come un orologio», e l’anima è res cogitans, la cui unica funzione è il pensiero. Con Leibniz (1646-1716), al corpo vengono riconosciute leggi di sviluppo intrinseche, ma il legame con l’anima diventa problematico e può essere garantito solo da Dio, attraverso una sorta di armonia prestabilita.
Salute e malattia
La questione del corpo ha una conseguenza immediata sul modo di intendere la salute. Nella cultura greca la salute è il giusto equilibrio delle forze dell’organismo, la misura conveniente: lo afferma l’Antica medicina ippocratica, e Platone la lega a un criterio non quantitativo ma qualitativo, di valore. Creare condizioni di salute significa far sì che le parti del corpo dominino o siano dominate in conformità alla natura; la parte non si cura senza il tutto, e il corpo non si cura senza l’anima. Da qui la proposta terapeutica platonica: chi esercita molto l’attività razionale procuri anche al corpo il suo movimento, e chi plasma il corpo si dedichi alla musica e alla filosofia.
La modernità ha elaborato diversi paradigmi. Il paradigma positivista, nato con la clinica, considera la medicina una scienza della natura e la malattia un’alterazione quantitativa rispetto a una norma, da ricondurre a una disfunzione fisiologica. Il paradigma struttural-funzionalista del primo Novecento vi aggiunge il sistema sociale: la malattia minaccia la stabilità di un sistema in cui ciascuno ha un ruolo, e la medicina diventa attività di controllo sociale. Il modello nominalista-radicale ribalta tutto, e fa della malattia una costruzione arbitraria dipendente da criteri sociali o culturali. Il paradigma fenomenologico guarda invece al vissuto, al significato che il soggetto dà alla propria situazione.
Il più recente, bio-psico-sociale, intende la salute come condizione vitale complessa del soggetto in relazione al suo ambiente, e la medicina non più solo come cure ma come care: relazione curativa, alleanza terapeutica tra il malato e chi lo cura.
La postmodernità, infine, ha liquefatto la nozione di salute, oscillante tra lo star-bene e il ben-essere. La «salute» fa riferimento a una norma stabilita in base a parametri misurabili; l’«essere in forma», il fitness, invece, è una nozione liquida, che non è né precisa né misurabile dall’esterno, proiettata nel futuro e mai pienamente realizzabile: una salute per tutti e per nessuno, che alimenta una costante sensazione di inadeguatezza. Anche la «qualità della vita» è un codice inventato dalla sensibilità postmoderna: rischia di mettere in dubbio che un’esistenza segnata da un handicap o da una malattia cronica valga la pena di essere vissuta.
La definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità del 1946, secondo cui la salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non la sola assenza di malattia, è da considerarsi utopistica. Si è tentato di correggerla, opponendo alla nozione di salute come stato quella di processo dinamico o equilibrio, e a quella di completo benessere quella di capacità relativa: la Carta di Ottawa (1986) precisa che per raggiungere il benessere l’individuo o il gruppo deve poter identificare e realizzare le proprie aspirazioni, soddisfare i bisogni, modificare l’ambiente o adattarvisi.
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La definizione personalista di salute
Per il personalismo la salute riguarda l’equilibrio dell’intera persona, e non è una proprietà dell’organismo. Va distinta una salute perfetta, concetto-limite cui ci si può soltanto approssimare, da una salute relativa, che consiste, nella formula di Pedro Laín Entralgo (1908-2001), nella capacità fisica di realizzare con il minimo fastidio e il minimo danno i propri progetti vitali.
Richard Siebeck (1883-1965) ne coglie il punto: la salute non è un fine ultimo, perché si è sani per vivere e per agire, e il senso della salute si trova nel progetto di vita buona che ciascuno si propone di realizzare. Platone affermava che prima viene la virtù, poi seguono la salute e la saggezza, come un dio è seguito dal suo corteo.
In questa luce la salute è un bene penultimo, cioè relativo, e perciò la scoperta che anche nella limitazione della malattia si è capaci di, si conserva cioè la possibilità di volere e di amare, può aiutare a non cadere nella disperazione davanti a una malattia cronica o mortale. È un equilibrio che riguarda tutta la persona, «il ritmo della vita, un processo incessante in cui l’equilibrio si ristabilizza sempre», scrive Hans-Georg Gadamer (1900-2002). Quattro sono dunque le dimensioni della salute, che si intersecano e si compenetrano: quella organica, quella psichica e mentale, quella ecologico-sociale e quella etica.
Quale bioetica per quale persona
Se la persona è sostanza e non semplice funzione, se è unità di corpo e spirito e non somma di meccanismi, e se il suo corpo non è un oggetto da possedere né un nemico da sorvegliare ma la sua stessa epifania, ne discende che la bioetica non può misurare la dignità sul grado di esercizio delle facoltà, né ridurre la salute a prestazione o a benessere percepito.
Il criterio resta quello dell’origine: l’essere umano è persona perché nasce da altri esseri umani, e lo è per tutto il tempo in cui il suo organismo vive.
Su questo fondamento, come mostra la bioetica personalista ontologicamente fondata di cui scrive il cardinale Sgreccia, si regge la tutela di chi non può far valere le proprie ragioni: il nascituro, il malato cronico, il morente.
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Bioetica
Attivista antiabortista britannica si dichiara non colpevole di aver pregato in silenzio in una «zona cuscinetto»
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Bioetica
L’amministrazione Trump nega di aver rinviato la decisione sulla pillola abortiva a dopo le elezioni di medio termine
L’amministrazione Trump smentisce una nuova notizia secondo cui alti funzionari della Casa Bianca avrebbero ritardato di proposito i provvedimenti sulla pillola abortiva fino a dopo le elezioni di medio termine del mese prossimo, sebbene diversi attivisti pro-vita nazionali affermino di aver ricevuto lo stesso messaggio. Lo riporta LifeSite.
Il Washington Sun ha riferito che un «alto funzionario dell’amministrazione», rimasto anonimo, avrebbe detto che i funzionari guidati dal capo di gabinetto della Casa Bianca, Susan Wiles, avrebbero «direttamente» indicato al procuratore generale Todd Blanche di «procedere con cautela in qualsiasi azione relativa all’aborto», perché «un approccio aggressivo sull’aborto genererebbe attenzioni indesiderate».
«Nessuno vuole che intraprendiamo azioni concrete prima delle elezioni di medio termine», avrebbe aggiunto il funzionario. La Casa Bianca ha risposto che la notizia era «completamente falsa» e che tali conversazioni «non sono mai avvenute tra funzionari della Casa Bianca e funzionari del Dipartimento di Giustizia». Il Sun ha però citato diversi attivisti pro-vita e conservatori che avrebbero sentito la stessa versione.
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Tom McClusky, direttore degli affari governativi di CatholicVote, ha detto di sentire «la stessa cosa da ogni agenzia con cui parlo e dai membri del Congresso. È sempre la stessa: non succederà nulla fino a novembre». La presidente di Students for Life, Kristan Hawkins, ha parlato di incontri «incoraggianti» con funzionari dell’amministrazione, ma Kristi Hamrick, della stessa organizzazione, ha affermato che «tutto tranne le elezioni viene rimandato a dopo le elezioni».
«Una volta terminate le elezioni di metà mandato e con l’inizio della fase di transizione, abbiamo sentito dire che non ci saranno più mezze misure», ha dichiarato un «conservatore in contatto con l’amministrazione» rimasto anonimo, aggiungendo: «Abbiamo sentito dire che abbiamo degli amici, e ci sono sicuramente persone che sono fermamente pro-vita».
Il nodo è il rifiuto dell’amministrazione Trump di applicare una disposizione del Comstock Act del 1873, che rende illegale per il servizio postale statunitense e per altri corrieri consegnare qualsiasi «articolo, strumento, sostanza, farmaco, medicinale o cosa che sia pubblicizzato o descritto in modo tale da indurre altri a usarlo o applicarlo per praticare l’aborto», oppure di annullare la decisione della Food and Drug Administration (FDA) dell’epoca Biden che ha eliminato l’obbligo di dispensazione di persona per le pillole abortive.
L’Ufficio di consulenza legale del Dipartimento di Giustizia di Biden ha sostenuto, in sostanza, che la norma Comstock non intendeva ciò che dice e che le pillole abortive potevano essere spedite, consegnate e ricevute liberamente «qualora il mittente non avesse l’intenzione che il destinatario le usasse illegalmente». E poiché «esistono molteplici modi in cui i destinatari in ogni stato possono usare questi farmaci, incluso per provocare un aborto, senza violare la legge statale», «la semplice spedizione di tali farmaci in una determinata giurisdizione non è una base sufficiente per concludere che il mittente intenda che vengano usati illegalmente».
Durante la campagna per tornare alla Casa Bianca nel 2024, Donald Trump dichiarò che non avrebbe annullato questi cambiamenti. Finora ha mantenuto la promessa, con forte frustrazione dei sostenitori pro-vita; nel maggio 2025 l’amministrazione promise però una revisione dei dati sulla sicurezza della pillola abortiva, da cui i pro-vita sperano un cambio di rotta. L’assenza di azioni concrete da allora, unita alla richiesta dell’amministrazione ai tribunali di respingere le cause degli Stati pro-vita contro la pillola fino al completamento della revisione, ha alimentato quella frustrazione.
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La conclusione della revisione non è prevista prima di novembre, il che rafforza il sospetto che i tempi siano dettati da ragioni politiche. L’amministrazione insiste di procedere con la massima cautela e accuratezza nell’analisi dei dati di sicurezza. Ciò può spiegare il rafforzamento delle motivazioni per abrogare le norme della FDA, ma il Comstock Act non dipende dalla sicurezza delle pillole per chi le assume.
Le pillole abortive ordinate per posta sono diventate lo strumento più efficace della lobby abortista per aggirare le leggi statali e preservare la «libertà di scelta» senza la sentenza Roe v. Wade. Gli ultimi dati del Guttmacher Institute, organizzazione che è de facto il braccio ricerca e sviluppo della multinazionale dell’aborto Planned Parenthood, indicano negli Stati Uniti 1.125.930 aborti clinici nel 2025, un lieve aumento rispetto al 2024, attribuito in gran parte alle pillole abortive. Il rapporto annuale 2024-2025 di Planned Parenthood rivendica 434.450 aborti praticati negli USAdall’organizzazione, un record e l’8 per cento in più rispetto all’anno precedente.
Scollegare del tutto le pillole dalla supervisione medica amplifica però rischi già noti, ricorda LifeSite. I pro-vita citano un’analisi dell’aprile 2025 dell’Ethics & Public Policy Center, secondo cui quasi l’11 per cento delle donne soffrirebbe di sepsi, infezioni, emorragie o altre patologie gravi dopo il mifepristone, sulla base di dati assicurativi. Risultati analoghi della Restoration of America Foundation entrerebbero in un «insieme crescente di prove che indicano come i rischi per la salute associati agli aborti con mifepristone siano gravi, diffusi e significativamente sottostimati».
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Immagine di Mathieu Landretti via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
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