Economia
Le politiche ambientali ESG mineranno la sicurezza energetica mondiale: parla Saudi ARAMCO
Gli investimenti ambientali, sociali e di governance (ESG) rappresentano una minaccia per l’accessibilità e la sicurezza energetica, ha affermato questo fine settimana l’amministratore delegato della più grande compagnia petrolifera del mondo, Saudi ARAMCO. Lo riporta il sito Oil Price.
Gli ESG sono i nuovi standard ecologici, sociali e di governance che l’ONU ora chiede a Nazioni e società private.
«Per quanto riguarda il futuro dei mercati dei capitali, ESG è chiaramente una tendenza in aumento. E a mio avviso, una maggiore enfasi sui fattori ESG è un passo nella giusta direzione», ha dichiarato negli scorsi giorni il presidente e CEO del colosso petrolifero saudita Amin Nasser durante il Saudi Capital Markets Forum 2023.
«Tuttavia, se le politiche guidate dai fattori ESG vengono attuate con un pregiudizio automatico nei confronti di tutti i progetti energetici convenzionali, il sottoinvestimento risultante avrà serie implicazioni. Per l’economia globale. Per la convenienza energetica. E per la sicurezza energetica», ha aggiunto il massimo dirigente di ARAMCO.
Il costo del capitale per il settore del petrolio e del gas è aumentato a causa dei maggiori rischi percepiti, che a loro volta sono guidati dalle politiche ESG, ha affermato Nasser.
Il dirigente aveva altre volte sottolineato il sottoinvestimento in petrolio e gas negli ultimi anni, citando cifre secondo cui l’investimento upstream è stato di circa 400 miliardi di dollari l’anno scorso, meno della metà del picco del 2014.
«Il motivo principale: pressioni da più direzioni per interrompere tutti i nuovi investimenti nel petrolio e nel gas. Pressione basata su ciò che credo fermamente siano presupposti e argomenti errati».
Nasser ha criticato i sostenitori della narrativa della transizione energetica, affermando che stanno offrendo visioni irrealistiche su come i sistemi energetici globali possano essere facilmente aggiornati e sostituire petrolio e gas.
«I fautori della popolare narrativa della transizione energetica dipingono l’immagine di un mondo utopico in cui le alternative sono pronte a sostituire petrolio e gas quasi dall’oggi al domani», ha affermato.
La crisi energetica in Europa ha dimostrato che l’approvvigionamento energetico alternativo «non è pronto per sostenere il pesante fardello della domanda globale», ha aggiunto Nasser.
Non è la prima volta che l’alto dirigente di Aramco ha avvertito che il sottoinvestimento in petrolio e gas è stata la ragione principale della crisi energetica dello scorso anno.
La crisi energetica, sebbene intensificata dall’invasione russa dell’Ucraina, non è iniziata con la guerra, secondo il massimo dirigente di ARAMCO . Anni di investimenti insufficienti, mancanza di un piano di riserva e alternative non pronte a intensificare e sostituire l’energia convenzionale sono le vere cause di questo stato di insicurezza energetica oggi, aveva già affermato il Nasser nel settembre 2022.
Come riportato da Renovatio 21, la controversia attorno agli ESG non riguarda solo chi si occupa di carburanti fossili: perfino chi fa auto elettriche non è immune. È il caso di Elon Musk, padrone della Tesla, auto non inquinante par excellence, che ha definito gli ESG come «il diavolo incarnato».
I am increasingly convinced that corporate ESG is the Devil Incarnate
— Elon Musk (@elonmusk) April 3, 2022
Nella classifica ESG Tesla sta molte posizioni dietro ai principali produttori di armamenti USA.
Una recente copertina di The Economist pure si scagliava contro gli ESG, definiti come «le tre lettere che non salveranno il mondo».
La ARAMCO, che l’anno scorso ha segnalato la volontà di andare in borsa per più di 50 miliardi di dollari, produce più di 10 milioni di barili al giorno, divenendo quindi tra le più grandi compagnie petrolifere al mondo nonché il più importante finanziatore del governo saudita, che la possiede quasi al 100%.
La società nasce nel 1933, quando il governo saudita firma un accordo di concessione con la Standard Oil of California (SOCAL) che gli permette di fare delle prospezioni petrolifere in Arabia Saudita. Nel 1944 diviene Arabian American Company, cioè ARAMCO, nome che conserva tutt’ora, così come si conserva il patto di protezione americana della famiglia Saud stipulato in quegli anni dal presidente americano Franklin Delano Roosevelt e dal re saudita Abdulaziz Ibn Saud – il cosiddetto patto del Grande Lago Amaro, di cui Renovatio 21 vi ricorda spesso, ossia la creazione del petrodollaro, fonte della grande ricchezza e durevole influenza di Washington nel mondo.
Come riportato da Renovatio 21, segnali chiarissimi mandati dai sauditi – la vendita di petrolio in yuan cinesi, il desiderio espresso da Ryadh di entrare nei BRICS – mostra che il patto del Grande Lago Amaro è probabilmente agli sgoccioli.
Immagine di World Economic Forum via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-NC-SA 2.0)
Economia
Merz ammette: la crisi energetica tedesca è causata dalla «mancanza di gas russo»
Il cancelliere Friedrich Merz ha ammesso che la prolungata crisi energetica tedesca è stata provocata dall’interruzione delle forniture di gas russo.
L’industria tedesca è stata colpita in modo particolarmente duro dall’impennata dei costi energetici, che ora sono i terzi più alti al mondo dopo quelli della Gran Bretagna e del Giappone. Un tempo potenza industriale europea, la Germania ha abbandonato le importazioni di gas russo a basso costo nel 2022, abbandonando gradualmente l’energia nucleare a favore delle energie rinnovabili, il che ha fatto lievitare i costi di produzione e accelerato il declino delle industrie ad alta intensità energetica.
Mosca ha ripetutamente affermato, anche per bocca dello stesso presidente Vladimiro Putin, di essere pronta a riprendere le forniture di gas attraverso il tratto rimanente del gasdotto Nord Stream, ma l’offerta non ha ricevuto alcuna risposta da Berlino. Putin un mese fa al forum sampietroburghese SPIEF ha insistito sul fatto che il gas russo potrebbe tornare a fluire in Germania «domani».
In un’intervista rilasciata domenica al canale televisivo ZDF, Merz ha risposto a domande sulle promesse elettorali non mantenute e sulla scarsa fiducia dell’opinione pubblica nel suo governo. Il cancelliere ha sostenuto che la Germania si trova ora ad affrontare circostanze «completamente diverse», citando il conflitto in Ucraina, la «sfida» rappresentata dalla Cina e la «crisi energetica in corso dovuta alla mancanza di gas russo».
La Germania si trova ad affrontare una rinnovata pressione dovuta all’impennata dei costi del carburante, in seguito alla ripresa dei bombardamenti statunitensi contro l’Iran. Domenica, il prezzo del diesel è aumentato di 6,7 centesimi di euro in poche ore, raggiungendo i 2,30 euro al litro, con un incremento di 3,35 euro per un pieno di 50 litri, come riportato dal quotidiano Bild. «Fare benzina è di nuovo uno shock», ha scritto il giornale.
Prima dell’embargo energetico autoimposto dalla Germania nei confronti della Russia, quest’ultima forniva il 55% delle importazioni di gas naturale del Paese. Attualmente la Germania si rifornisce di gas da Norvegia (44%), Paesi Bassi (24%) e Belgio (21%), mentre il gas naturale liquefatto (GNL) statunitense rappresenta la maggior parte della quota rimanente.
Nonostante le crescenti pressioni, l’UE ha escluso un ritorno al gas russo. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha dichiarato a marzo che il blocco manterrà la sua politica di eliminazione graduale anche in caso di carenze fisiche o di minaccia di interruzioni di corrente.
Bruxelles si è impegnata a porre fine a tutte le importazioni di gas russo entro il 2027. Il GNL russo fornito tramite contratti a lungo termine, che attualmente rappresenta circa il 14% delle importazioni del blocco, sarà vietato a partire dal 1° gennaio, mentre le importazioni di gas tramite gasdotto cesseranno il 30 settembre. Gli Stati membri saranno inoltre tenuti a verificare l’origine del gas prima di autorizzare le consegne, e gli acquisti nell’ambito di nuovi contratti a breve termine per il GNL sono già vietati.
In precedenza, Merz aveva dichiarato a Der Spiegel che l’era di prosperità della Germania era finita e che il mantenimento dell’attuale tenore di vita del Paese avrebbe richiesto cambiamenti dolorosi. Sosteneva che i tedeschi non avessero ancora compreso la portata dei cambiamenti globali che stavano rimodellando il Paese.
L’economia tedesca si è contratta sia nel 2023 che nel 2024, registrando il primo calo annuale consecutivo in oltre vent’anni, e si prevede una crescita di appena lo 0,5% quest’anno. Secondo i dati ufficiali, inoltre, i fallimenti aziendali sono aumentati di oltre il 22% in entrambi gli anni.
Il settore manifatturiero è stato colpito in modo particolarmente duro, soprattutto quello automobilistico. BASF, Bosch, Volkswagen e oltre una dozzina di altri produttori tedeschi hanno chiuso stabilimenti dal 2022. A giugno, la Volkswagen, la più grande casa automobilistica del Paese, ha annunciato la chiusura di quattro impianti e il taglio di fino a 100.000 posti di lavoro.
Come riportato da Renovatio 21, Volkswagen, dichiarata vicina al collasso della liquidità, ora inizierà a produrre armi, come da comando di rimilitarizzazione di Berlino e Brusselle, come storicamente accaduto durante il III Reich nazionalsocialista. Accordi per la fornitura di armamenti tedeschi sono stati trattati con lo Stato d’Israele.
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Immagine di Grunpfnul via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Economia
L’Iran avverte: «petrolio per tutti o per nessuno»
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Economia
Boom di fallimenti in Germania
Secondo l’Istituto di ricerca economica di Halle (IWH), la Germania ha registrato il numero più alto di fallimenti aziendali degli ultimi vent’anni, con quasi 5.000 imprese che hanno presentato istanza di insolvenza nel secondo trimestre del 2026.
Secondo un rapporto pubblicato giovedì dall’istituto, nel periodo aprile-giugno sono state presentate 4.996 istanze di fallimento, con un aumento del 9% rispetto al trimestre precedente e il dato più alto per un secondo trimestre dal 2005.
L’aumento ha interessato quasi tutti i principali settori, tra cui l’edilizia, il settore immobiliare, il commercio, l’ospitalità e i servizi, con ripercussioni su circa 45.500 posti di lavoro.
Nel solo mese di giugno, 1.702 aziende hanno presentato istanza di fallimento, il 20% in più rispetto all’anno precedente e l’80% in più rispetto alla media mensile pre-pandemia.
Steffen Muller, responsabile della ricerca sulle insolvenze presso IWH, ha affermato che i fallimenti aziendali rimangono a un «livello eccezionalmente elevato».
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«La situazione rimane difficile: i fallimenti stanno colpendo l’economia in modo generalizzato. Molti settori e regioni ne risentono contemporaneamente», ha affermato, aggiungendo che l’istituto prevede che i fallimenti rimarranno al di sopra dei livelli dello scorso anno nel terzo trimestre.
La Germania, la maggiore economia dell’UE, ha dovuto affrontare una crescente pressione dovuta agli elevati costi energetici da quando ha gradualmente eliminato le importazioni di petrolio e gas dalla Russia in seguito all’escalation del conflitto in Ucraina nel 2022. La situazione è stata ulteriormente aggravata dal recente aumento dei prezzi del petrolio greggio, innescato dalla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, che ha aumentato la pressione su questa potenza industriale.
L’economia tedesca si è contratta nel 2023 e nel 2024, registrando il primo calo annuale consecutivo in oltre due decenni, e si prevede che crescerà solo dello 0,5% quest’anno. I dati ufficiali mostrano che i fallimenti aziendali sono aumentati notevolmente negli ultimi anni, con un incremento di oltre il 22% sia nel 2023 che nel 2024.
La pressione è stata particolarmente forte nel settore manifatturiero, soprattutto in quello automobilistico. Giovedì i lavoratori della Volkswagen hanno organizzato proteste mentre l’azienda portava avanti un piano di ristrutturazione che, secondo alcune fonti, potrebbe eliminare fino a 100.000 posti di lavoro e chiudere stabilimenti in tutta la Germania.
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Immagine di Dietmar Rabich «Altoforno n. 2, Landschaftspark Duisburg-Nord a Duisburg, Renania Settentrionale-Vestfalia, Germania» via Wikimedia pubblicata su licenza CC BY-SA 4.0
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