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L’arcivescova di Canterbury onora un religioso legato a una banda criminale pakistana

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Un religioso musulmano pakistano, insignito di un’onorificenza dall’«arcivescova» di Canterbury Sarah Mullally, è stato accusato di proteggere una presunta banda dedita all’estorsione, legata a rapimenti e torture. Lo riporta il quotidiano britannico  Telegraph.

 

La scorsa settimana la Mullaly, ufficialmente a capo della Chiesa d’Inghilterra, ha ritirato un premio interreligioso a Tahir Ashrafi, inviato speciale del Pakistan per l’armonia interreligiosa, appena sei giorni dopo averglielo conferito.

 

Secondo il Telegraph, il fratello di Ashrafi sarebbe a capo di una cosiddetta «banda di blasfemia» in Pakistan, che adesca giovani online e li ricatta minacciandoli di essere perseguiti ai sensi delle leggi sulla blasfemia del Paese. Il giornale ha scritto che il gruppo sarebbe responsabile di un «enorme aumento» del numero di persone incarcerate per blasfemia negli ultimi anni. In Pakistan la blasfemia è un reato punibile con la pena di morte.

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Come riportato da Renovatio 21, la legge sulla blasfemia in Pakistan distrugge le esistenze di tante famiglie cristiane, con incarcerazioni e condanne a morte su accuse spessissmo completamente inventate (o addirittura ricevute in sogno…), e usate per rubare i beni dell’accusato. La questione della presunta blasfemia porta pure alle cronache delle chiese bruciate ed uccisioni extragiudiziali, nonché a torture e linciaggi pubblici.

 

Secondo il giornale britannico, Ashrafi ha difeso pubblicamente il fratello e ha definito «cane» il giudice che indaga sulla presunta banda.

 

La Commissione nazionale per i diritti umani del Pakistan ha detto che il gruppo si serviva di donne che operavano sotto pseudonimo per indurre gli uomini a rilasciare dichiarazioni blasfeme online. Secondo l’organismo statale per i diritti umani, le vittime venivano spesso arrestate da «privati cittadini anziché dalle forze dell’ordine», sottoposte a torture e private dell’accesso all’assistenza legale.

 

I parenti delle presunte vittime hanno dichiarato al Telegraph di essere rimasti «scioccati» nel vedere l’Ashrafi ricevere il premio britannico, dicendo che il religioso interpretava il ruolo del «poliziotto buono» mentre suo fratello quello del «poliziotto cattivo», tendendo trappole e arrestando le vittime. Il giornale ha riferito che ai parenti è stato garantito l’anonimato per timore di ritorsioni.

 

L’Ashrafi ha negato qualsiasi illecito. Tuttavia, subito dopo la cerimonia a Lambeth Palace, sono riemerse le vecchie dichiarazioni del 2007 in cui Ashrafi definiva bin Laden una «spada di Dio» (Saifullah) e lodava il suo impegno.

 

La controversia nasce in un momento di maggiore attenzione, in Gran Bretagna, ai crimini pedofili seriali legati a bande composte da uomini di origine pakistana – le cosiddette grooming gang – dopo anni di rivelazioni sullo sfruttamento sessuale organizzato di minori in città e Oaesi di tutto il Paese.

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Un’inchiesta portata alla luce dal deputato del nuovo partito Restore Britain Rupert Lowe ha rivelato a giugno di aver individuato prove dell’esistenza di bande di adescatori operanti in 149 dei 317 distretti amministrativi locali del Regno Unito. Il rapporto ha stabilito che almeno 250.000 donne e ragazze sono state violentate da queste bande a partire dal 2000 e che alti funzionari politici hanno contribuito a farle sfuggire al processo.

 

Come riportato da Renovatio 21, in un episodio clamoroso e rivelatore, tre anni fa, per celebrare il Pakistan Day, una festa nazionale che commemora l’approvazione della risoluzione di Lahore, in base alla quale il 23 marzo 1940 fu approvata una nazione separata per i musulmani dell’impero indiano britannico richiesta dalla Lega musulmana, una bandiera nazionale Pakistana è stata issata sopra l’Abbazia di Westiminster, il più importante luogo di culto già cattolico e poi anglicano di Londra, in pratica uno dei segni più alti del Cristianesimo in terra anglica.

 

Come riportato da Renovatio 21, due anni fa il deputato laburista Tahir Ali ha esortato il governo britannico a rendere illegale la «profanazione» dei testi religiosi e dei profeti, ossia di introdurre anche nel Regno Unito le leggi anti-blasfemia.

 

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Il Papa, l’Unesco e un certo Comenius…

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25 settembre 2026. Come prima tappa del suo viaggio apostolico in Francia, Papa Leone XIV visita la sede dell’UNESCO a Parigi. L’evento ha una grande rilevanza soprattutto alla luce delle radici culturali di questa istituzione che, ricordiamo, è l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (cui oggi si aggiungono la Comunicazione e l’Informazione).   La missione dell’UNESCO, insomma, è particolarmente incentrata sull’unificazione mondiale di criteri, metodi e obiettivi nel campo della pedagogia e della cultura in senso lato. Questa missione, dicevamo, affonda le sue radici nell’opera di un personaggio sconosciuto ai più: Jan Amos Kominski, latinizzato in Comenius (1592-1670). Cos’avrà mai a che fare un teologo protestante del XVII secolo con l’UNESCO? Lo spiegava nel 1957 Jean Piaget (1), presidente della Commissione Svizzera dell’UNESCO e direttore del Bureau International d’Education per oltre trent’anni.   Piaget ricorda che il grande progetto cui Comenius ha dedicato tutta la vita, era «un’opera di riforma universale della società umana attraverso i seguenti mezzi:   1) unificazione della conoscenza e sua diffusione tramite un sistema scolastico migliorato sotto la direzione di una sorta di accademia internazionale; 2) coordinamento politico sotto la direzione di istituzioni internazionali volte a garantire il mantenimento della pace; 3)riconciliazione delle Chiese sotto l’egida di un cristianesimo tollerante».   In due parole: ecumenismo politico e religioso. Ma la maggior parte delle sue energie, Comenius le profuse nell’ambito pedagogico, perché convinto (giustamente) dell’importanza capitale dell’educazione, sin dall’infanzia, per la riuscita di ogni opera di vera riforma sociale. Ecco perché, ricorda Piaget, sopra tutti i suoi disegni c’era quello di una «organizzazione internazionale dell’istruzione pubblica e, in definitiva, del progetto di un collegium lucis che doveva costituire una sorta di ministero internazionale dell’educazione».   Nonostante l’evocazione della «luce», cominciano a delinearsi alcune ombre… Ad ogni modo «sono indubbiamente questi», precisa Piaget, «gli aspetti del suo lavoro che più probabilmente interesseranno l’UNESCO, di cui, per molti versi, Comenius potrebbe essere considerato uno dei precursori».

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Ma veniamo al punto che più ci interessa in questa sede: nel 1657 Comenius pubblica ad Amsterdam Lux in tenebris, nella cui prefazione elenca i punti fermi della propria dottrina. Tra questi:  
  • Il Papa è il grande Anticristo e la Meretrice di Babilonia (II);
  • La Bestia, che porta la Meretrice, è l’Impero Romano: particolarmente la Casa d’Austria (III).
  Ma, si obietterà, è un po’ spropositato dare tutto questo peso a un personaggio che in fondo non ha alcun vero legame con l’istituzione. Concediamo pure, e andiamo allora a leggere cosa l’UNESCO stessa conserva nei propri archivi come il «manifesto» della propria filosofia e della visione del mondo che anima la propria azione. Si tratta dell’opuscolo del 1946 UNESCO: its purpose and its philosophy (il suo scopo e la sua filosofia), a firma del primo presidente dell’allora neonata organizzazione, Julian Huxley (fratello del più noto Aldous Huxley).   Scrive dunque il primo presidente dell’UNESCO, a proposito di quale sia la filosofia ideale che ne guidi l’azione, che essa «non può basare la propria prospettiva su una delle teologie concorrenti del mondo in opposizione alle altre, siano esse l’Islam, il Cattolicesimo romano, il Cristianesimo protestante, il Buddismo, l’Unitarianismo, l’Ebraismo o l’Induismo. […] Non può farlo, in parte perché essere settario [sectarian] è contrario al suo statuto e alla sua essenza, in parte per la ragione molto pratica che un simile tentativo provocherebbe immediatamente l’ostilità attiva di gruppi ampi e influenti, e la non cooperazione o addirittura il ritiro di numerose nazioni. […] Infine, con la sua enfasi sui compiti concreti dell’educazione, della scienza e della cultura, sulla necessità di una comprensione reciproca tra i popoli del mondo e sugli obiettivi di pace e benessere umano su questo pianeta, sembrerebbe escludere una prospettiva esclusivamente o principalmente ultraterrena» (pp. 6-7).   In definitiva, il principio-guida dell’UNESCO, dice Huxley, dev’essere «un umanesimo evoluzionistico». Questo approccio «non solo ci mostra il posto dell’uomo nella natura e le sue relazioni con il resto dell’universo fenomenico, […] ma ci permette anche di distinguere le tendenze desiderabili da quelle indesiderabili e di dimostrare l’esistenza del progresso nel cosmo. Infine, ci mostra l’uomo come l’unico custode dell’ulteriore progresso evolutivo e ci offre importanti indicazioni sui percorsi da evitare e su quelli da intraprendere per raggiungere tale progresso. Un approccio evoluzionistico […] ci mostra l’origine e le radici biologiche dei nostri valori umani […]; ed è indispensabile per consentirci di individuare, tra il caos odierno di tendenze contrastanti, quei movimenti, attività e metodi che l’UNESCO dovrebbe enfatizzare e facilitare» (pp. 7-8).   In soldoni: cosa ce ne facciamo di Dio, ora che la scienza ci offre la chiave dei segreti e il dominio della natura? E come immaginare di prediligere una religione tra le tante, se i potenti del mondo indicano come via maestra l’indifferentismo?   Ebbene, oggi il papa fa visita alla sede dell’UNESCO. Il Papa entra nella casa di chi si ispira a Comenius come al proprio «antenato spirituale» e «precursore»: un protestante che voleva le religioni del mondo diluite in un amalgama sincretistico senza più identità; uno gnostico che auspicava la cancellazione del papato dalla faccia della Terra. Il papa entra nella casa di chi fa dell’indifferentismo religioso la propria stella polare, esattamente come per Emmanuel Macron, che poche ore prima, all’Eliseo, ha parlato del dovere della Repubblica di tutelare «il diritto di tutti a credere come a non credere». Ebbene, cosa va a dire Papa Leone XIV all’UNESCO?   Un Discorso ricco di appelli alla pace e alla giustizia, alla prudenza e alla speranza, alla carità… Un Discorso in cui però si stenta a trovare la fede, e quando anche nomina il Signore, lo fa con una ormai consueta premessa dal sapore relativistico: «Per la fede cristiana, il mistero della persona umana trova la sua piena luce in Cristo». Coerentemente, quando si tratta di costruire l’opera della pace, la declinazione è rigorosamente al plurale: «le tradizioni religiose svolgono un ruolo culturalmente necessario e insostituibile, e le religioni esprimono le nostre domande sull’origine della vita e sulla sua fine, elaborando il senso primo e ultimo dell’esistenza, che si riflette nelle scelte quotidiane. […] L’umanità si ritrova invece in una ricerca comune di senso, orientata verso un destino che non è la morte. Noi non siamo in cammino verso il nulla. Ecco perché l’anima umana, nel suo rapporto con Dio, avverte ancora più intensamente la chiamata a coltivare la pace attraverso un’alleanza tra popoli che si riconoscono come figli dello stesso Padre e come fratelli e sorelle tra di loro».   Ma, Santità, chi è questo Padre? Ha un nome univoco? Cosa ci chiede di fare per raggiungere questo «destino che non è la morte»? Possiamo scegliere una qualunque tra le religioni del mondo o ci chiede di adorarlo «in spirito e verità»? Può Dio concedere la pace alle nazioni che violentano il diritto naturale e oltraggiano la fede cattolica?   Santità, quale fervore si sarebbe riacceso nei cuori cattolici, se avesse dato risposta anche a una sola di queste domande. Quale gioia proverebbero i Suoi figli, nell’udire nuovamente dalla bocca del Sommo Pontefice che «tanta colluvie di mali imperversa nel mondo perché la maggior parte degli uomini hanno allontanato Gesù Cristo e la sua santa legge dalla pratica della loro vita, dalla famiglia e dalla società», e «che mai può esservi speranza di pace duratura fra i popoli, finché gli individui e le nazioni negheranno e da loro rigetteranno l’impero di Cristo Salvatore». (2)   Vincenzo Gubitosi   NOTE 1) Cfr. Jean Piaget, «L’actualité de Jean Amos Comenius. Introduction», in Jean Amos Comenius, 1592-1670: pages choisies, UNESCO, Parigi 1957, pp. 11-33; testo rieditato in Perspectives, UNESCO, Bureau international d’éducation, vol. XXIII, n. 1/2, 1993, p. 175-99 (le citazioni sono tratte da questa seconda edizione). 2) Pio XI, Quas Primas.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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L’arcivescovo Fulton J. Sheen dichiarato beato: virali le prediche sull’«inesistenza» di Napoleone e l’«empatia tossica»

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L’arcivescovo Fulton J. Sheen è stato proclamato beato giovedì durante una messa a cui hanno partecipato circa 50.000 persone provenienti da 12 Paesi e 48 Stati, presso la Cupola dell’America’s Center a St. Louis. Alla beatificazione erano presenti 1.000 sacerdoti, 800 seminaristi, 200 diaconi permanenti, 90 vescovi e quattro cardinali.

 

Il vescovo Louis Tylka, della diocesi di Peoria, Illinois, da cui proviene Sheen, ha letto il decreto formale che il cardinale Luis Tagle, proprefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione, aveva appena pronunciato in latino.

 

L’arcisvescovo Sheen, scomparso nel 1979, è stato beatificato giovedì pomeriggio con una cerimonia al Dome dell’America’s Center di St. Louis. La beatificazione era stata rinviata per diversi anni, perché la Chiesa cattolica cercava un luogo abbastanza grande da ospitare i circa 50.000 partecipanti previsti.

 


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Papa Leone XIV, cresciuto a poco più di 160 chilometri dalla prima diocesi di Sheen, Peoria, ha elogiato l’arcivescovo in un discorso pronunciato mercoledì in Vaticano. «Possa l’esempio e l’intercessione di questo santo vescovo, noto per la sua opera di evangelizzazione attraverso i media, ispirare molti altri a trovare nuove vie per diffondere il messaggio del Vangelo con gioioso entusiasmo», ha detto il Pontefice.

 

Ordinato sacerdote della diocesi di Peoria, Illinois, nel 1919, Sheen si distinse come teologo e filosofo acuto. Fu nominato vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di New York nel 1951, arcivescovo di Rochester nel 1966 e, dopo il ritiro nel 1969, arcivescovo cerimoniale di Newport.

 

L’influenza di Sheen andò però ben oltre queste diocesi. Mentre era sacerdote a Peoria, Sheen iniziò a condurre «The Catholic Hour», un programma radiofonico settimanale che nel 1950 raggiungeva circa quattro milioni di ascoltatori. Seguirono due programmi televisivi: «Life is Worth Living» e «The Fulton Sheen Program».

 

«Life is Worth Living» andò in onda nello stesso orario di programmi di successo con Frank Sinatra e il comico Milton Berle, e ci si aspettava che fosse un flop. Smentì però le previsioni e, quando lo show di Sinatra fu cancellato nel 1952, il programma di Sheen risultò il più seguito dei tre.

 

Sinatra e Berle avevano orchestre fisse, ballerini e budget di produzione sontuosi. Sheen, con una semplice lavagna per illustrare il suo messaggio, arrivò a 30 milioni di spettatori a settimana nel momento di massima popolarità dello show, un quinto della popolazione statunitense dell’epoca. Si stimava che il 70% del suo pubblico fosse composto da protestanti, ebrei e non credenti.

 

Pur essendo un convinto sostenitore della dottrina cattolica, Sheen affermava che il suo programma era «rivolto a cattolici, protestanti, ebrei e a tutti gli uomini di buona volontà». Diceva che avrebbe iniziato con «qualcosa di comune al pubblico e a me, procedendo gradualmente dal noto all’ignoto o alla filosofia morale e cristiana».

 

La popolarità dello Sheen andava al di là della televisione. Seen tenne famosi corsi di formazione a New York e Washington, che accolsero migliaia di persone provenienti da ogni ceto sociale, tra cui semplici lavoratori, intellettuali e personaggi pubblici di spicco. Nato lui stesso in una famiglia di agricoltori della classe operaia del Midwest, si relazionava in modo semplice e diretto con la gente comune, evitando l’elitarismo nelle sue prediche radiofoniche e televisive.

 

L’attore di Apocalypse Now Martin Sheen (e di conseguenza il suo turbolento figlio Charlie Sheen), che all’anagrafe si chiama Ramon Estevez, ha scelto il suo nome d’arte in parte in onore dell’arcivescovo Sheen.

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Il pensiero e l’azione dell’arcivescovo americano Fulton John Sheen (beatificato il 24 settembre 2026 a St. Louis) riguardo alla classe operaia, al lavoro e al rapporto tra capitale e lavoro si fondano sulla Dottrina sociale della Chiesa, con una forte opposizione sia al materialismo marxista sia agli eccessi del capitalismo selvaggio.

 

Fulton Sheen faceva una distinzione netta tra il «lavoroK inteso come vocazione e il semplice impiego derivante da necessità economica: «oggi gli uomini non lavorano; hanno un impiego. Il lavoro è una vocazione divina; l’impiego è una necessità economica».

 

Per Sheen, il lavoro umano partecipa all’atto creativo di Dio e conferisce dignità alla persona. Criticava il sistema economico che riduceva l’operaio a un mero ingranaggio della produzione materiale, privandolo della responsabilità personale e del senso di appartenenza a ciò che produceva.

 

Sheen fu uno dei più fermi oppositori del comunismo negli Stati Uniti, vedendovi una cura peggiore del male. Sosteneva che il marxismo, promettendo la liberazione del proletariato, finisse in realtà per disumanizzare l’operaio riducendolo a un puro strumento dello Stato e negando la sua dimensione spirituale. La sua non era un’opposizione mossa da odio politico, ma una diagnosi antropologica: il comunismo non amava i poveri, ma odiava la proprietà, finendo per privare la classe operaia anche delle libertà fondamentali.

 

Allo stesso tempo, Sheen non risparmiò dure critiche ai capitalisti e a quelli che definiva «monarchi dell’economia». Denunciava l’avidità di un mercato guidato unicamente dal profitto a scapito del benessere delle famiglie operaie. Per Sheen, sia chi difendeva ciecamente i capitalisti sia chi cavalcava il malcontento operaio per scopi ideologici non faceva altro che prolungare il conflitto sociale.

 

Coerentemente con il distributismo e le encicliche sociali come la Rerum Novarum, Sheen auspicava che i lavoratori potessero diventare in qualche misura proprietari o partecipi dei mezzi di produzione, per riappropriarsi della responsabilità del proprio operato

 

Monsignor Sheen viene ricordato anche per aver dato risonanza negli Stati Uniti al  libro di memorie della spia italiana Amleto Vespa Secret Agent of Japan (pubblicato nel 1938 ed edito in Italia come Spia in Oriente). Il Vespa era un avventuriero e agente segreto italiano originario dell’Aquila. Negli anni Venti e Trenta operò in Manciuria prima per i signori della guerra locali e, dopo l’occupazione del 1931, fu costretto con il ricatto a lavorare per il servizio segreto militare del Giappone. Disgustato dai crimini, dai traffici di droga, dai rapimenti e dal regime di terrore imposto dai giapponesi nel Manchukuo, Vespa riuscì a fuggire e decise di denunciare tutto al mondo raccogliendo le sue memorie.

 

Nella sua prefazione al libro di Vespa, Fulton Sheen non solo autenticò l’affidabilità d el persoanggio (che rischiava la vita per quelle rivelazioni, e che infatti verrà poi misteriosamente ucciso, presumibilmente dai giapponesi, nel 1941), ma utilizzò il testo come un durissimo atto d’accusa geopolitico e morale, attaccando i metodi brutali del totalitarismo e del militarismo imperiale nipponico

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Il processo di beatificazione nel diritto canonico è disciplinato principalmente dalla Costituzione Apostolica Divinus Perfectionis Magister (1983) di Giovanni Paolo II e dalle relative norme applicative emanate dalla Congregazione delle Cause dei Santi.

 

Il percorso si articola in due fasi principali. La fase diocesana si apre nella diocesi dove il candidato è morto: il vescovo, su richiesta di un postulatore, avvia l’inchiesta raccogliendo testimonianze, scritti del Servo di Dio e documentazione sulla fama di santità. Dopo cinque anni dalla morte (salvo dispensa papale), il candidato riceve il titolo di «Servo di Dio».

 

La fase romana si svolge presso il Dicastero delle Cause dei Santi: i teologi e poi i cardinali e vescovi membri esaminano la «positio», un dossier che documenta le virtù eroiche o il martirio. Se l’esito è positivo, il papa firma il decreto di eroicità delle virtù, e il candidato diventa «venerabile».

 

Per la beatificazione è normalmente richiesto un miracolo attribuito all’intercessione del Venerabile (non richiesto per i martiri), verificato da una commissione medica e teologica. Segue il decreto papale e la cerimonia di beatificazione, con il titolo di beato, che consente un culto limitato (locale o all’ordine religioso). Per la canonizzazione successiva serve un secondo miracolo post-beatificazione.

 

Nel 2019papa Francesco ha formalmente riconosciuto che un neonato nato senza battito cardiaco era stato rianimato e aveva recuperato la piena salute dopo che i genitori avevano pregato per l’intercessione di Sheen.

 

Nelle ultime ore hanno preso a girare numerose clip delle catechesi catodiche di monsignor Sheen. In una di esse, attacca la classica accusa degli atei da bar (o forum dell’internet) secondo cui Gesù Cristo sarebbe un’invenzione creata utilizzando tratti di dei pagani come Mitra. In modo davvero brillante, monsignor Sheen dimostra che Napoleone, pure, non esiste, è una pura invenzione basata su antiche mitologie.

 

In un’altra clip che sta facendo il giro della rete monsignor Sheen si scaglia contro la «falsa compassione» che alligna nella società americana, che sembra preconizzare con estrema precisione l’«empatia tossica» che ha preso piede in tutto l’Occidente.

 

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«La falsa compassione, che sta gradualmente crescendo in questo paese, è una pietà che si mostra non alla vittima di rapina, ma al rapinatore; non alla famiglia dell’assassino, ma all’assassino; non alla donna violentata, ma allo stupratore… Ci sono alcuni giudici – alcuni, in alcuni dei nostri tribunali; ci sono alcuni assistenti sociali – non tutti; ci sono le predicatrici di pietà; ci sono i leccapiedi sociali, che insistono affinché si mostri compassione ai rapinatori, ai tossicodipendenti, agli sgozzati, ai beatnik, alle prostitute, agli omosessuali, ai punk: così che oggi l’uomo perbene è praticamente fuori dai giochi».

 

Monsignore proseguiva dicendo che il fenomeno era «partito dalla letteratura», nei romanzi di Steinbeck ed altri dove «la pietà è estesa ai fannulloni» e «ad ogni tipo di perverso e degenerato».

 

Le parole dello Sheen, pronunziate nel 1965, a tanti ora sembrano davvero profetiche.

 

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I sacramenti conferiscono veramente la grazia

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Pubblicata il 24 giugno 2026, la Professione di Fede Cattolica della Fraternità Sacerdotale San Pio X viene qui presentata in diverse parti. Questa quattordicesima parte ricorda che Gesù Cristo ha istituito sette sacramenti per comunicare realmente la sua grazia alle anime. Dal Battesimo all’Ordine sacro e al Matrimonio, ne riafferma la natura, l’efficacia e le disposizioni necessarie per riceverli, contrastando le concezioni che ne distorcono il significato o lo scopo.  

XIII. I sacramenti della nuova legge

110. Credo che vi siano sette sacramenti propriamente detti della Nuova Legge, istituiti da Nostro Signore Gesù Cristo per conferire efficacemente la grazia che essi significano: battesimo, cresima, eucaristia, penitenza, estrema unzione, ordinazione e matrimonio.   111. Affermo che i sacramenti devono essere validamente celebrati, con la materia, la forma e l’intenzione prescritte, osservando i riti liturgici che esprimono chiaramente la fede cattolica; e che devono essere ricevuti con le disposizioni richieste.   112. Credo che il battesimo sia la porta d’accesso alla Chiesa e che sia necessario per la salvezza. Di norma, nessuno può essere salvato senza riceverlo; attraverso questo sacramento, una persona viene purificata dal peccato originale, incorporata a Cristo, segnata del carattere cristiano e resa membro della Chiesa. Per questo condanno la pratica di ritardare il battesimo senza una valida ragione per i bambini che non hanno ancora raggiunto l’età della ragione. Tuttavia, chi, dopo aver raggiunto l’età della ragione e senza colpa propria, è impedito di ricevere questo sacramento, può essere salvato in modo straordinario mediante il battesimo di desiderio, cioè mediante un atto soprannaturale di fede e di perfetta carità che lo ordina alla Chiesa.   113. Affermo che la Confermazione rafforza il battezzato mediante il dono dello Spirito Santo, affinché possa confessare con coraggio la fede, resistere ai nemici della salvezza e vivere come testimone di Cristo. Nei momenti di confusione, questa forza soprannaturale è particolarmente necessaria, poiché nessuno può conservare la fede senza lotta.   114. Affermo che la penitenza rimette i peccati commessi dopo il battesimo attraverso gli atti di contrizione, confessione e soddisfazione del penitente. Rifiuto fermamente qualsiasi approccio pastorale che indebolisca il senso del peccato, minimizzi la necessità della confessione sacramentale o riduca la soddisfazione a un mero atto di riparazione verso se stessi o gli altri, senza riferimento all’offesa commessa contro Dio.   115. Affermo che l’estrema unzione allevia e fortifica gli infermi, rimette i peccati se necessario, aiuta potentemente a cancellare la punizione dovuta al peccato e prepara l’anima cristiana a comparire davanti a Dio.   116. Affermo che il matrimonio è l’unione stabile e indissolubile di un uomo e di una donna, elevata da Cristo alla dignità di sacramento tra i battezzati. Il fine di questa unione, stabilita da Dio, ordinatore della natura, è duplice: da un lato, la procreazione e l’educazione dei figli, che costituiscono il fine primario e principale del matrimonio; dall’altro, il sostegno reciproco dei coniugi e il rimedio alla concupiscenza, che ne sono i fini secondari – fini veri ed essenziali, ma naturalmente subordinati al primo.   117. Respingo pertanto qualsiasi dottrina che consideri le unioni contrarie al matrimonio come reali, seppur imperfette, partecipazioni a quest’ultimo; o che, volendo definire il matrimonio unicamente sulla base dell’amore dei coniugi, distrugga la gerarchia dei fini del matrimonio, rischiando di legittimare il divorzio, il rifiuto di avere figli e quindi la contraccezione, il che è contrario alla legge naturale.   118. Confesso che il sacramento dell’Ordine sacro imprime in chi lo riceve il carattere sacerdotale che lo configura a Cristo Sacerdote, e che nessuna donna può riceverlo, in alcun grado. Attraverso questo sacramento, il sacerdote riceve il potere di offrire il sacrificio salvifico per i vivi e per i morti, di perdonare i peccati e di santificare i fedeli. Respingo pertanto ogni confusione tra il sacerdozio, nel vero e proprio senso di ministri di Cristo, e il sacerdozio comune, impropriamente chiamato sacerdozio dei fedeli: i fedeli offrono spiritualmente con il sacerdote e attraverso il sacerdote; ma solo il sacerdote debitamente ordinato realizza e offre sacramentalmente il sacrificio nella persona di Cristo.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Immagine: Andrea del Verrocchio (1435–1488), Leonardo da Vinci (1452–1519), Battesimo di Cristo (1470-1475), Gallerie degli Uffizi, Firenze. Immagine di Livioandronico via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International  
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