Gender
La rivoluzione transessualista a scuola e oltre: ecco la «carriera alias»
Il sovvertimento dell’ordine stabilito da madre natura, della biologia (letteralmente: il lògos della vita), e dello stesso principio di realtà, è il frutto del delirio di onnipotenza esercitato dai pochi in danno dei molti storditi dal fumo delle parole truccate.
Le parole sono il carro in cui si trasportano le idee; e la perturbazione dell’universo linguistico e concettuale, studiata a tavolino nelle centrali di potere sovranazionale, è stata funzionale al cambio di paradigma verso il transumano e il postumano. Vale a dire, verso l’antiumano.
In cantiere da molto tempo, la rivoluzione più intima, profonda e devastante della storia è giunta al suo apogeo grazie al progresso tecnologico e al regresso cerebrale, ambedue ormai fuori controllo.
Il termine «genere» fino alla metà degli anni Sessanta stava a significare un criterio distintivo meramente grammaticale.
L’origine della nuova accezione – quella che oggi pervade il lessico corrente, dai trastulli della Crusca ai moduli della burocrazia, e ogni aspetto del vivere comune – è storicamente legata ai protocolli sanitari di cosiddetta «riassegnazione di sesso» del dottor Money, il medico che, a metà degli anni Sessanta, fondò a Baltimora la «clinica per l’identità di genere».
L’invenzione lessicale di Money serviva alla promozione dei suoi esperimenti di cosiddetta «trasformazione sessuale» sui bambini: dopo aver inaugurato la pratica sulla pelle dei poveri gemellini Reimer (1969) e a dispetto della tragedia provocata (un duplice suicidio), egli la replicò in serie, giustificandola con l’idea che gli esseri umani sarebbero alla nascita psicosessualmente plastici e che la personalità maschile o femminile, lungi dal dipendere dal dato biologico (sesso), sarebbe un mero costrutto sociale (genere).
La cosiddetta comunità scientifica internazionale, eterodiretta mediante l’infallibile esca del denaro, anziché relegare l’esperienza di Money nel libro degli orrori, la premiò e ne trasse rovinoso esempio.
Intanto, della trovata semantica partorita dalla mente perversa dello psico-chirurgo di Baltimora si appropriò il movimento femminista radicale, che fece del «genere» il proprio cavallo di battaglia per sostenere come le differenze tra maschio e femmina non siano naturali, ma sedimentate artatamente in seno a una società che, in quanto dominata dal rigido modello familiare, si configura come patriarcale, gerarchica, sessista: dove il maschio è padrone e la femmina oppressa.
Declinando la lotta tra i sessi sulla falsariga della lotta di classe, le femministe identificano nella famiglia il primo nucleo della lotta di classe tra maschi padroni e femmine costrette in ruoli subalterni e schiave della riproduzione.
L’obiettivo del movimento, tanto lucidamente (e luciferinamente) preconizzato dalla sua corifea Shulamith Firestone, era quindi la distruzione della famiglia, la liberazione sessuale totale (pedofilia e incesto compresi), il pieno controllo sulla riproduzione. L’abolizione della distinzione tra i sessi.
In questa prospettiva, l’omosessualismo è stato visto, e cavalcato, come il grimaldello in grado di scardinare l’idea di famiglia pur senza rinunciare alla sua rassicurante iconografia, tanto radicata nell’immaginario collettivo da rendere imprudente e velleitario un attacco frontale: così la facciata della famiglia resta in piedi e l’insegna non viene rimossa, ma il contenuto è polverizzato e artificialmente ridefinito. Rifratta in un caleidoscopio di parodie, essa, di fatto, esce dissolta.
A garantire la fornitura di cuccioli d’uomo laddove per legge di natura vige la sterilità, interviene la tecnica: si può ordinare da catalogo un essere umano fabbricato in laboratorio, in modo da attribuirgli a ritroso la qualifica di «figlio», ottenere di rimbalzo la patente di «genitore» e infine suggellare il tutto con la ragione sociale di «famiglia». E il gioco di prestigio è fatto.
Ma la sfolgorante carriera del gender subisce una svolta davvero decisiva allorché, grazie all’accorto piano di un drappello di attivisti, approda all’ONU.
Dale O’Leary, che ha assistito da testimone diretta ai lavori preparatori della conferenza di Pechino sulla donna (1995), nel suo libro The gender agenda racconta nel dettaglio come in quella sede sia stato realizzato un vero e proprio colpo di mano: approfittando del fatto che la nuova accezione di «genere» non esisteva in alcun dizionario di alcuna lingua, e che la maggior parte dei delegati alla conferenza era convinta fosse solo un sostituto gentile, più raffinato ed elegante, della parola sesso, si è riusciti a introdurla di soppiatto nei documenti ufficiali delle Nazioni Unite e così a promuovere in tutto il mondo – avvalendosi del prestigio e della carica intimidatoria dell’istituzione – la «agenda di genere», ovvero lo spartito di un modo totalmente nuovo, e artefatto, di concepire la società, la politica, la cultura, la formazione.
La penetrazione in organismi potentissimi e già consacrati al controllo della popolazione e al contenimento demografico – ONU e vari enti satelliti, tra cui OMS, UNICEF, UNESCO, etc. tutti mastodonti burocratici coperti da subdoli intenti umanitari – ha fornito i mezzi per organizzare un enorme esercito ben equipaggiato, capace di imporre il programma su scala planetaria.
È accaduto, insomma, che un sistema di idee creato dal nulla dalla lucida demenza di un manipolo di visionari ha lucrato il potere immenso, la potenza economica e l’estensione capillare delle strutture sovranazionali generando quell’imponente fenomeno di illusionismo collettivo che ha indotto le masse, già adeguatamente stordite, a vivere dentro vere e proprie allucinazioni.
Ma si sa che, in ogni rivoluzione che si rispetti, il bersaglio d’elezione sono i più piccoli. Non per nulla, il traguardo di ogni progetto egemonico è l’invasione di campo della educazione.
Lo aveva ben presente Bertrand Russel quando, nel suo L’impatto della scienza sulla società (1951), scriveva:
«Di tutti i metodi, il più influente si chiama istruzione […]. Possiamo sperare che nel tempo, chiunque potrà convincere chiunque di qualunque cosa, a patto che possa lavorare con pazienza sin della sua giovane età e che lo Stato gli dia il denaro e i mezzi per farlo. La questione evolverà a lunghi passi allorché sarà posta in opera da scienziati sotto una dittatura scientifica».
«I socio-psicologi del futuro avranno a loro disposizione un certo numero di classi di scolari, sui quali collauderanno differenti metodi per far insorgere nel loro animo la incrollabile convinzione che la neve sia nera. Si constaterà rapidamente qualche problema».
«In primo luogo, che l’influenza della famiglia è un ostacolo. In seguito, che non si andrà molto lontano se l’indottrinamento non sarà iniziato prima dell’età dei dieci anni. In terzo luogo, che dei versi messi in musica ed eseguiti a intervalli regolari sono assai efficaci. In quarto luogo, che credere che la neve sia bianca dovrà essere visto come il segno di un gusto malato per l’eccentricità».
La cosiddetta «carriera alias» è l’ultima tappa di questa surreale guerra alla realtà, e sta oggi invadendo le scuole italiane con una accelerazione che induce a pensare come, forse, il disagio dirompente e diffuso che il biennio emergenziale ha provocato nei più giovani rappresenti una occasione d’oro di cui approfittare per un reclutamento straordinario.
A ben vedere, il fenomeno «alias» riassume in sé tutti gli elementi costitutivi di una ideologia, come quella del gender, nata e cresciuta sotto il segno della manipolazione e della prevaricazione. E d’altra parte, una volta abbandonata ogni presa sul dato oggettivo, il trionfo dell’arbitrio individuale non può che scivolare verso l’abuso: per definizione, quello del più forte sul più debole e indifeso.
Anticipata, alla stregua di ogni altro fenomeno di costume, dalle avanguardie anglosassoni, la «carriera alias» non ci ha impiegato molto ad approdare nelle colonie, accompagnata dalla suggestione dei soliti slogan filantropici: doveroso tributo al diritto a essere se stessi, essa risponderebbe a una scelta di civiltà, a ineludibili esigenze di inclusione, a un’urgenza di verità. E chi osi avanzare qualche riserva, passa automaticamente nel novero dei retrogradi oscurantisti, dei cinici e degli inumani. Il copione rivoluzionario, per affermare il mondo all’incontrario, è sempre lo stesso.
La più parte dei docenti e dei genitori ignora di cosa veramente si tratti. Sì che, presa alla sprovvista, finisce travolta dalla sicumera di piazzisti ben addestrati a vendere la mercanzia all’ultimo grido. Il modello di regolamento della «carriera alias» che viene presentato nelle scuole è redatto dalla Rete Lenford, associazione di legali per i diritti LGBTQ, e viene sottoposto alla approvazione degli organi collegiali come fosse un novello evangelo.
Vi si prevede che lo studente «disforico», attraverso una semplice domanda rivolta al dirigente scolastico – una sorta di autocertificazione – possa acquisire, «senza esibire alcun tipo di documentazione né medica, né psicologica», il diritto a essere chiamato da tutti, all’interno della struttura scolastica, con un nome diverso da quello attribuito alla nascita e non corrispondente al sesso di appartenenza, nonché di vedersi riconosciuta da tutti, sempre all’interno della struttura scolastica, l’identità parallela prescelta.
Se ha compiuto i quattordici anni, il tutto potrà avvenire all’insaputa dei genitori; solo per gli infraquattordicenni è prevista comunicazione (a cose fatte) alla famiglia. In sostanza, Ugo potrà pretendere che tutti a scuola lo considerino Marinella, semplicemente avvisando il dirigente di percepirsi femmina; così come Lia, sentendosi maschio, potrà diventare per tutti Arturo.
L’identità elettiva conferirà il diritto di utilizzare i servizi igienici e gli spogliatoi riservati al genere prescelto. Ma – attenzione – la messinscena varrà soltanto entro il perimetro della scuola, perché all’esterno Ugo tornerà Ugo e Lia tornerà Lia, come vuole l’anagrafe.
E poiché alla elargizione di diritti non può non corrispondere una correlativa imposizione di doveri, nel regolamento si legge anche che «in caso di inosservanze, chiunque ne faccia esperienza o ne abbia (direttamente o indirettamente) notizia, anche in ragione di eventuali rapporti fiduciari, informerà tempestivamente la dirigenza scolastica, affinché siano adottati gli opportuni provvedimenti…».
Insomma, il pacchetto include un sistema delatorio/inquisitorio/sanzionatorio affidato alla piena discrezionalità del dirigente. L’apprendista legislatore si ritiene superiore, oltre che al principio di legalità, anche a quello della certezza del diritto.
Ebbene, siamo di fronte alla pretesa, da parte di un soggetto evidentemente privo di alcun corrispondente potere, di imporre una pseudo-normativa speciale – riferita cioè a una categoria di studenti privilegiata (in barba al tanto sbandierato principio di uguaglianza) – capace di generare una bizzarra forma di extraterritorialità: dentro l’isolotto scolastico, che batte quindi una propria bandiera, tutti sono chiamati a tenere in piedi una finzione per assecondare la fantasia estemporanea di studenti che si dichiarano in crisi identitaria prima ancora di aver completato la fase dello sviluppo: quando cioè, di fatto, non hanno ancora vissuto nel corpo che vorrebbero rifiutare.
Anziché adoperarsi per aiutarli a rimuovere le cause della mancata accettazione della propria identità sessuata e favorire la riconciliazione con se stessi e col proprio corpo, la scuola si presta a sponsorizzare a sua volta la «transizione sociale», anticamera di quella ormonale e chirurgica, così concorrendo a istigare soggetti sani ad intraprendere un iter di medicalizzazione perenne.
Infatti, perlustrando il loro sito, si scopre che, tra gli scopi perseguiti dagli avvocati della Rete Lenford, vi è quello di promuovere «azioni giudiziarie che possono provocare un cambiamento delle norme giuridiche in senso più avanzato e quindi una trasformazione sociale verso l’inclusione e la non discriminazione».
Essi quindi, per loro esplicita dichiarazione, non operano secondo diritto nel quadro dell’ordinamento positivo vigente, ma esercitano attività di pressione per forzarne l’assetto.
Prova ne sia che sul sito stesso è presente anche un questionario, offerto anche alla fascia di popolazione 0-12 anni che, dopo aver fornito un articolato elenco di generi alternativi, suggerisce soluzioni per far fronte a ipotetiche eventuali discriminazioni. Tra le proposte figurano: «Identità alias obbligatoria in tutte le scuole di ordine e grado senza certificazione medico-psicologica (con autorizzazione della famiglia fino ai 14 anni)» o «Autorizzazione interventi chirurgici senza obbligo percorso psicologico».
In pratica, si ammette che un bambino sia libero di intraprendere scelte irreversibili (quali il blocco dello sviluppo per via farmacologica e la asportazione chirurgica di parti del corpo) senza nemmeno dover approfondire le motivazioni psicologiche sottese a una tale decisione. C’era una volta il principio di precauzione…
Si ricordi, per incidens, che nel 2018 è stato approvato in Italia, e inserito nei LEA, l’uso dei bloccanti (triptorelina) per «estendere lo spazio temporale di riflessione su di sé senza sperimentare il disagio di cambiamenti fisici incongruenti con la propria identità di genere». E che nel 99% dei casi l’assunzione del farmaco prelude alla via chirurgica, poiché quasi nessuno dopo quel passo torna indietro (mentre invece quasi tutti, crescendo, avrebbero semplicemente cambiato idea riallineandosi alla propria identità sessuata).
Non è difficile comprendere a chi giovi questa moda sciagurata che, al riparo del paravento filantropico, avanza a passo totalitario in groppa a una martellante propaganda allestita per incoraggiare in ogni modo la dissociazione, e sempre più precocemente: è il profitto delle multinazionali biotecnologiche e farmaceutiche a fare, ancora una volta, da sfondo e da benzina alla spinta verso la medicalizzazione a vita di corpi sani.
Come effetto collaterale, per sovramercato, si spalancano le porte all’industria della fecondazione in vitro e delle biotecnologie legate alla riprogenetica, a cui la sterilizzazione di bambini e adolescenti assicura un esercito di nuovi consumatori.
Si capisce allora come le scuole siano praterie sterminate da espugnare, dove la miccia del contagio sociale trova il miglior conduttore: un ricco e variegato materiale umano, insieme alla forza persuasiva degli «esperti», insieme al crisma dell’ufficialità dell’istituzione. L’amplificazione dei rischi depressivi e suicidari e della vittimizzazione da bullismo, che serve a terrorizzare e colpevolizzare le famiglie e tutto l’ambiente di riferimento, è ingrediente fondamentale della campagna promozionale. Intere categorie di professionisti (medici, psicologi, assistenti sociali) sono arruolate per sostenere l’operazione. Anche tra loro, guai dissentire, sennò diventi un mostro.
In questo momento, nell’Italia gregaria, la «carriera alias» procede col vento in poppa e nella più sconcertante acquiescenza generale.
Intanto, in Gran Bretagna, genitori di minorenni transgender hanno citato in giudizio il Dipartimento dell’Istruzione per avere consentito (o non avere fatto nulla per impedire) l’indottrinamento dei figli a opera di organizzazioni LGBTQ; per non essere stati informati per tempo sui loro supposti disagi; per non aver evitato danni prevedibili. Dove il concetto chiave è appunto la «prevedibilità» del danno. Che è danno immane, e irreversibile.
Non solo. La clinica Tavistock di Londra, il più grande centro al mondo nel trattamento della disforia di genere sui minori, è stata messa sotto accusa dai medici che vi hanno lavorato ed è stata infine costretta a chiudere i battenti.
Conviene dunque che gli istituti scolastici nostrani e chi li rappresenta, nel momento in cui prendono in esame la proposta di «regolamento» della «carriera alias», abbiano adeguata contezza delle sue implicazioni poiché, avallandola, si espongono a precise, pesanti responsabilità.
In conclusione, dunque, si ritorna all’inizio di tutto: si ritorna a Money e all’abuso di minori perpetrato tramite la manipolazione e la prevaricazione. Il cuore del gender abita a Baltimora.
Il suo intento è rapinare l’innocenza dei più piccoli, violentare la loro libertà morale e la loro sensibilità, ingannare la loro buona fede; è strappare dalle giovani menti l’evidenza delle cose, scardinando il normale e naturale processo di formazione identitaria, che dura una vita intera e dalla vita si lascia modellare fino alla fine, ma che poggia su presupposti oggettivi insuperabili.
Perché c’è una realtà – c’è una verità – che ci precede e ci resiste e che a sfregiarla ci si fa del male.
Del resto, «il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso non esiste più» (Hannah Arendt).
Elisabetta Frezza
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Articolo apparso previamente su Visione, Volume VI, p. 246 e su Ricognizioni.
Gender
ONU: verso la criminalizzazione del dissenso dall’ideologia gender
Abbandono del consenso di Roma
Finora, il diritto internazionale si è basato sullo Statuto di Roma (1998), che definisce esplicitamente il genere come riferito a «i due sessi, maschile e femminile, secondo il contesto della società». Questo testo fondamentale della Corte penale internazionale (CPI) ha ancorato la nozione di genere a una realtà biologica binaria. Tuttavia, la nuova bozza di trattato si discosta deliberatamente da questo consenso. Sotto la pressione di diverse nazioni occidentali e ONG internazionali, la definizione biologica è stata rimossa. Per i critici, questa ambiguità giuridica non è casuale: mira a consentire un’interpretazione in evoluzione del termine, che ora comprende la moltitudine di identità di genere autodichiarate.Iscriviti al canale Telegram ![]()
La «persecuzione» come arma legale
La questione va oltre la mera semantica. Il trattato stabilisce che la «persecuzione basata sul genere» sarà classificata come crimine contro l’umanità. In assenza di una definizione rigorosa, questa disposizione potrebbe, secondo l’organizzazione di monitoraggio C-Fam, trasformarsi in uno strumento di repressione ideologica. Nello specifico, le politiche pubbliche, il discorso religioso e la legislazione nazionale che tutelano la famiglia tradizionale o limitano le transizioni di genere potrebbero essere etichettati come atti di «persecuzione». Leader politici, figure religiose o attivisti pro-famiglia potrebbero quindi rischiare di essere trascinati davanti a tribunali internazionali semplicemente per aver affermato la dualità biologica degli esseri umani.Un crescente divario di civiltà
Questa offensiva diplomatica rivela una profonda frattura all’interno della comunità internazionale. Da un lato, un blocco di paesi laici e progressisti spinge affinché le teorie di genere siano sancite nel diritto penale universale. Dall’altro, molti paesi in Africa, Medio Oriente e Sud America denunciano una forma di «colonizzazione ideologica». Se questo trattato venisse adottato così com’è, obbligherebbe gli Stati firmatari a integrare queste nuove norme nella propria legislazione nazionale. La libertà di espressione e la libertà di coscienza sarebbero quindi a rischio. Come sottolineano gli oppositori del progetto, trasformare un disaccordo antropologico in un crimine contro l’umanità segnerebbe una svolta storica in cui il diritto internazionale non servirebbe più a proteggere gli individui dalla violenza, ma piuttosto a imporre una rivoluzione sociale globale e a instaurare una forma di tirannia da parte dei gruppi di pressione LGBT e dei loro finanziatori. Articolo previamente apparso su FSSPX.NewsIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Gender
Transessuale uccide l’ex moglie e il figlio e spara ad altre persone durante una partita di hockey
Un padre «transgender» di sei figli ha aperto il fuoco contro la sua ex moglie, i suoi figli e un’altra persona durante una partita di hockey di una scuola superiore nel Rhode Island, lunedì.
La madre dei suoi figli è morta sul colpo, mentre uno dei figli è deceduto successivamente in ospedale, secondo diverse fonti. I genitori della donna versano in condizioni critiche.
L’autore della sparatoria, identificato come Robert Dorgan, 56 anni, noto anche come «Roberta Esposito» (sic), aveva subito il cosiddetto intervento di «riassegnazione di genere» nel 2020, come emerge dai documenti giudiziari ottenuti dall’emittente locale WPRI.
Video from Lynch Arena in Pawtucket when the shooting occurred. You cannot see anything – the noise is unmistakeable – but the reaction and chaos that follows the follows tells the story. pic.twitter.com/AYAdA2jEDE
— Eric Rueb (@EricRueb) February 16, 2026
In uno sviluppo inatteso riportato dal New York Post, è pure emerso che il Dorgan e l’ex moglie assassinata erano cugini di primo grado.
L’attore cristiano Kevin Sorbo (noto per il telefilm di Ercole e un film di Tarzano) ha ripubblicato un commento rivolto a Dorgan il giorno prima della strage, dopo aver postato una foto di un membro del Congresso statunitense che si identifica come donna, accompagnata dalla scritta: «Tim McBride è un uomo. Se sbaglio, segnalatelo alla comunità».
There were signs… pic.twitter.com/EwgMzvaITM
— Kevin Sorbo (@ksorbs) February 17, 2026
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Il Dorgan aveva risposto con un messaggio che si è rivelato un inquietante preavviso: «Continuate a criticarci. Ma non chiedetevi perché impazziamo».
Secondo quanto riportato da WPRI, la moglie di Dorgan aveva chiesto il divorzio nel 2020 motivandolo con «intervento di riassegnazione di genere, tratti narcisistici e disturbi della personalità».
Il Dorgan era molto attivo sui social media, sia come sostenitore di Trump sia come convinto attivista transgender, e pubblicava frequentemente immagini di sé in abiti femminili.
Già nel 2019, su X (allora Twitter), aveva ammesso apertamente: «Donna trans, 6 figli: moglie non entusiasta», riconoscendo il malcontento della consorte per la sua scelta di identificarsi come donna.
Un video diffuso su X mostra i giocatori di hockey delle scuole superiori e gli spettatori sugli spalti che fuggono in preda al panico mentre risuonano gli spari all’interno della pista di ghiaccio Dennis A. Lynch di Pawtucket.
Un altro filmato, secondo le testimonianze, cattura il tentativo eroico di due persone presenti sugli spalti, tra cui il padre di un altro giocatore di hockey, di disarmare Dorgan mentre questi iniziava a sparare.
🚨 INCREDIBLE NEW VIDEO shows the moment the suspected shooter in the Rhode Island hockey area in Pawtucket pulls out a pistol and attacks a person in a yellow jersey. A brave hero in a white hat is seen putting the shooter in a choke hold as another man jumps in to assist. WOW! pic.twitter.com/bV8So8c002
— Jay Merz 🇺🇸 (@OopsYouMissed) February 17, 2026
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Questa sequenza di omicidi arriva a breve distanza da una sparatoria analogamente inquietante avvenuta la settimana scorsa in una scuola di Tumbler Ridge, in Canada, dove un giovane transgender ha cercato di eliminare quanti più membri possibili della propria famiglia prima di rivolgere l’arma contro se stesso. Alla fine dell’attacco, il bilancio è stato di nove morti e 25 feriti, alcuni dei quali ancora in condizioni critiche.
È poi emerso che il figlio Aidan, ucciso dal padre, si era recentemente fidanzato e si stava per sposare. Il giovane si era laureato in ingegneria meccanica e si era fidanzato a fine agosto con una giovane conosciuta come Starr Nicole sul suo profilo social. Starr, che lavora come assistente odontoiatrica, aveva pubblicato il brano biblico Isaia 62,5 mentre annunciava il suo fidanzamento: «Perché come un giovane sposa una vergine, così ti sposeranno i tuoi figli; e come gioisce lo sposo per la sposa, così gioirà il tuo Dio per te».
La ex moglie del transessuale stragista aveva chiesto il divorzio da Robert nel 2020, citando «intervento di riassegnazione di genere, tratti narcisistici e disturbi della personalità» come motivo del divorzio, ma poi ha cancellato queste parole per scrivere «differenze inconciliabili». È emerso quindi che i due erano cugini di primo grado: Robert J. Dorgan era il padre del transessuale Robert Dorgan, autore della sparatoria, e Raymond Dorgan era il padre di Gerald Dorgan, vittima della sparatoria e tuttora in condizioni critiche insieme alla moglie Linda.
Nel 2020, Dorgan si era presentato al dipartimento di polizia di North Providence sostenendo che suo suocero (cioè, lo zio, pure) stava cercando di cacciarlo di casa perché si era recentemente sottoposto a un intervento di riassegnazione di genere. Dorgan ha affermato che il padre di sua moglie lo aveva minacciato di «farlo uccidere da una ghenga di strada asiatica se non se ne fosse andato di casa», come dimostrano gli atti processuali. Aveva affermato che suo suocero (lo zio) aveva usato un insulto per le persone transgender per dire che nessuna persona del genere «sarebbe rimasta a casa mia».
If I owned a gun store, I’d never sell to anyone who walked in looking like this: Robert Dorgan (aka Roberta Esposito). pic.twitter.com/Z1LXVcgjdU
— CryptoCoinFlipper (@CoinFlipperDude) February 17, 2026
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Le prime cronache della stampa dell’establisment sul massacro non facevano cenno all’identità transgender di Dorgan come possibile elemento motivante rilevante della sua azione folle, nonostante le numerose prove circolanti sui social media. Nel frattempo, tuttavia, si allunga sempre più la lista degli stragisti transessuali.
L’autore della sparatoria della scuola di Tumbler Ridge, la scorsa settimana, era transgender: 10 morti e 25 feriti.
L’attentatore della chiesa cattolica in Minnesota (2025), Robin Westman, si identificava come transessuale: uccisi, mentre pregavano, due bambini, 30 i feriti.
La stragista nella scuola presbiteriana di Nashville (2023) Audrey Hale si identificava come un ragazzo di nome «Aidan»: 7 morti di cui tre bambini.
È stato sospettato di essere trans il tiratore della chiesa di Lakewood, in Texas, nel febbraio 2024, Genesse Moreno: due feriti, un morto (l’attentatore, che pare fosse una donna che usava però talvolta nomi maschili).
Il massacratore di Colorado Springs (2022) Anderson Lee Aldrich, che attaccò un club LGBT facendo gridare alla strage omofoba, venne poi definito come non binario: 5 morti e 26 feriti.
L’attentatore di Aberdeen in Maryland (2018) Snochia Moseley identificato come «maschio transgender»: 4 morti e 3 feriti.
L’assassino della scuola superiore di Perry, in Iowa (2024) Dylan Jesse Butler fu ritenuto da alcuni come transessuale: 3 morti e sei feriti.
L’assassino di Charlie Kirk, Tyler Robinson, viveva con un «fidanzato» transgenderro e sembra avesse un’ossessione per i furry. (Il Kirk, il cui assassinio ha ancora vari punti poco chiari, fu ucciso mentre rispondeva ad una domanda sugli stragisti transessuali).
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Il tentato assassino di Trump, Thomas Crooks, usava i pronomi tipici non-binari «they/them», e sembrava nutrire pure lui un profondo interesse per i furry.
Trinity Shockely, diciottenne accusata di aver progettato una sparatoria di massa in un liceo dell’Indiana (2025), aveva deciso di farsi chiamare «Jamie».
Era probabilmente legato al transessualismo Colt Gray, il quattordicenne che ha ucciso due insegnanti e due compagni di scuola nella sua scuola superiore in Georgia (2024). Anche lui aveva utilizzato la piattaforma Discord per esprimere il suo desiderio di commettere una sparatoria a scuola, citando le problematiche delle persone transgender.
Qualche commentatore americano, ai tempi della strage di Nashville, aveva lanciato, confortato da qualche numero, la provocazione sui social media: c’è un nuovo gruppo demografico da identificare come ceto in rapida crescita di tiratori di massa pro capite: la comunità transgender. «La demografia pro capite di sparatori di massa in più rapida crescita nella storia umana è la comunità trans» aveva scritto un utente su Twitter.
Come riportato da Renovatio 21, poco dopo la sparatoria di Nashville, era stato indetto negli USA un Trans Day of Vengeance, un «giorno della vendetta trans», poi annullato. La comunità trans è percorsa di appelli degli attivisti ad armarsi.
I transgender ad oggi costituiscono la minoranza che ha visto la crescita maggiore tra le sue fila di active shooter, ossia assassini che colpiscono a caso le persone nelle scuole, negli uffici, nei centri commerciali, etc. Da allora abbiamo assistito ad una crescita di episodi di violenza transgender con risse, botte pubbliche e pure omicidi efferati.
Nel 2023 si è registrato un periodo di crescente tensione con numerose occupazioni di campidogli degli Stati USA per protestare le leggi che proibiscono le mutilazioni sessuali pediatriche della chirurgia gender.
Secondo alcuni osservatori, è quindi chiaro che la cultura trans attuale stia optando per una radicalizzazione armata e terrorista dei suoi membri più giovani: l’elenco delle stragi transgender, che Renovatio 21 aveva cominciato a stilare tre anni fa, ora si è fatto molto, molto più lungo. Il Trans-terrorismo è una realtà sotto gli occhi di tutti, anche di chi non vuol vedere.
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La bandiera dell’orgoglio LGBT allo stesso livello della bandiera americana: proposta di legge
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