Cina
La polizia cinese raccoglie DNA tibetano in massa
L’attore Richard Gere, 73 anni, buddista indomito sostenitore della causa del Dalai Lama ha parlato alla Commissione esecutiva congressuale sulla Cina della Camera USA. Lo riporta Real Clear Wire.
Secondo quanto dichiarato dall’American Gigolo, membro del board dell’International Campaign for Tibet, anche se i tibetani hanno resistito a lungo alla repressione cinese, il Partito Comunista Cinese (PCC) ha recentemente istituito metodi più sistematici e sofisticati, utilizzando una tecnologia di spionaggio e tracciamento digitale finemente sintonizzata per monitorare i movimenti, le telefonate, i messaggi e le abitudini di Internet di ogni cittadino, ha affermato Gere.
«La sorveglianza della Cina non si ferma più al confine tibetano», ha dichiarato Gere alla commissione alla fine di marzo. «Il tecno-autoritarismo e le tattiche di paura del PCC si estendono alle comunità tibetane all’estero. Questa oppressione viene perpetrata dietro una cortina di ferro digitale per nascondere la realtà sul terreno. Lo sviluppo di questi sistemi di repressione, che si estendono in tutto il mondo, riflette quanto il PCC farà per smantellare la civiltà tibetana».
Durante l’udienza, il rappresentante Chris Smith, un repubblicano del New Jersey sostenitore dei diritti umani di lunga data che presiede la commissione, ha citato un rapporto del Dipartimento di Stato del 2022 in cui si scopre che il PCC ha effettivamente posto il buddismo tibetano sotto il controllo del governo centrale e ha sottoposto le donne tibetane ad «aborti forzati o sterilizzazione forzata».
Alla fine della sua testimonianza, Gere ha esortato i membri del Congresso a seguire il denaro e a esaminare attentamente gli interessi commerciali statunitensi e cinesi e qualsiasi ruolo in corso che questi legami hanno svolto nell’assistere la persecuzione dei tibetani da parte del PCC. «È tutta una questione di soldi», si è lamentato Gere alla fine dell’udienza.
Di fatto, quattro membri del Congresso che co-presiedono la Commissione avevano già avviato un’indagine sulla vendita da parte di una società americana di kit per il test del DNA e parti di ricambio alle autorità tibetane, nonostante gli avvertimenti del governo degli Stati Uniti secondo cui la vendita di tali tecnologie potrebbe essere utilizzata per intensificare i diritti umani abusi in diverse regioni della Cina.
Thermo Fisher Scientific, un’azienda con sede nel Massachusetts che produce prodotti analitici e di laboratorio, prodotti chimici e forniture, compresi quelli utilizzati nei kit di test COVID e nei vaccini, aveva precedentemente cessato la vendita di forniture simili alla polizia nello Xinjiang.
Lo ha fatto, tuttavia, solo dopo che scienziati e gruppi per i diritti umani hanno sollevato la preoccupazione che le forniture potessero essere utilizzate in elaborati database e schemi di tracciamento e sorveglianza umana – o peggio, per identificare i donatori involontari ideali di organi tra le minoranze etniche e religiose perseguitate in tutta la Cina.
Lo Xinjiang, la parte nordoccidentale della Cina, è il luogo in cui le autorità cinesi hanno incarcerato un milione o più di residenti, per lo più musulmani uiguri, mettendoli nei campi di lavoro.
Nel 2019, l’amministrazione Trump ha vietato la vendita di merci americane alla maggior parte delle forze dell’ordine nello Xinjiang a meno che le società non ricevessero una licenza.
Nel 2020, diverse agenzie federali statunitensi hanno emesso un avvertimento congiunto affinché le aziende che vendono tecnologia biometrica e altri prodotti nello Xinjiang dovrebbero essere consapevoli dei «rischi reputazionali, economici e legali».
Nel 2021, il New York Times aveva scoperto che gli strumenti per la raccolta del DNA realizzati da due società americane, Thermo Fisher e Promega, continuavano ad affluire nella regione dello Xinjiang, con vendite che avvenivano tramite società cinesi che acquistano i prodotti e li rivendono alla polizia nello Xinjiang.
Più di recente, il sito di giornalismo di inchiesta The Intercept ha scoperto un accordo che esisterebbe tra Thermo Fisher e la polizia tibetana per l’acquisto di kit per la profilazione del DNA e altre forniture per un valore di centinaia di migliaia di dollari.
Quella notizia è arrivata poco dopo che due gruppi per i diritti umani hanno documentato vaste campagne del governo cinese per raccogliere il DNA dai tibetani etnici.
A settembre, il Citizen Lab dell’Università di Toronto ha pubblicato un rapporto in cui si stima che le autorità abbiano raccolto il DNA da 919.000 a 1,2 milioni di tibetani, da un quarto a un terzo della popolazione della regione.
Human Rights Watch, che ha scoperto i primi risultati sulla vendita di kit di DNA alla polizia dello Xinjiang, ha scoperto che la raccolta biometrica include campioni di sangue di bambini in Tibet e nella regione circostante.
«I dati biometrici – scansioni del DNA e dell’iride – di oltre un milione di tibetani sono stati raccolti e conservati dal PCC», ha dichiarato a RealClear il deputato Smith. «Sono stati prelevati campioni di sangue anche da bambini all’asilo (…) e sapete cosa è ancora più scioccante? Il ruolo di una società americana, Thermo Fisher Scientific, in questa raccolta di dati genetici e programma di sorveglianza genetica».
L’azienda, spiega il sito, difende le vendite della sua azienda in Tibet. I kit e le parti che ha venduto alle autorità locali nel 2022 sono «del tutto coerenti con un’entità delle forze dell’ordine impegnata in indagini forensi di routine in una località con una popolazione in parte con la regione autonoma del Tibet».
Come riportato da Renovatio 21, ai tempi delle Olimpiadi invernali di Pechino 2022 alcuni esperti temettero che il DNA degli olimpionici statunitensi potesse essere raccolto dal Partito Comunista Cinese e usato per finalità scientifiche e financo eugenetiche.
La Cina è sospettata di avere un programma di produzione in laboratorio di esseri umani geneticamente modificati in modo da servire da «supersoldati». L’accusa proviene dall’ex direttore dell’Intelligence USA. Non è impossibile che vi sia anche un programma per «superatleti».
Già prima delle biotecnologie di manipolazione genica, un’eugenetica sportiva sarebbe stata intentata nel caso dell’altissimo e celeberrimo cestista di Shanghai Yao Ming. Ming nacque dall’accoppiamento, caldamente incoraggiato dal Politburo, dell’uomo più alto della città con una campionessa di pallacanestro. Il risultato fu eccellente: 2,29 metri di altezza, e carriera nell’NBA.
Come sappiamo la Cina è stata, per lo meno ufficialmente, il primo Paese al mondo a modificare eugeneticamente degli embrioni tramite la tecnologia CRISPR.
Come riportato da Renovatio 21, la Cina, che ha il triste primato di Nazione più afflitta dalla sorveglianza face recognition – con la quale implementa parte della repressione contro la popolazione uigura – ha introdotto algoritmi in grado di determinare dalla faccia addirittura la «fedeltà al Partito Comunista Cinese».
Quanto al Dalai Lama ultimamente, dopo il clamore suscitato dalla sua richiesta ad un bambino piccolo di succhiargli la lingua, sappiamo che la sua causa non ha più il dinamismo di un tempo, ma come vediamo il supporto di senatori e rappresentanti americani – e della oramai anziana stella di Hollywood di Pretty Woman – non manca mai.
Non tutti sanno che, a livello di questioni tibetana, vi è un’altra star hollywoodiana che supera spiritualmente e gerarchicamente il Gere: Steven Seagal.
Il verace divo di celluloide campione di Aikido è infatti stato riconosciuto come tulku reincarnato dei Nyingmapa, la più antica delle sette tibetane, alternativa rispetto a quella del Dalai Lama (i Gelugpa). Un tulku è il custode di una certa linea di insegnamento del buddismo tibetano, uno spirito che si reincarna di generazione in generazione – il Dalai Lama è un tulku.
Nel febbraio 1997, il Lama Penor Rinpoche del monastero di Palyul annunciò che Seagal era un tulku, e in particolare la reincarnazione di Chungdrag Dorje, un terton del XVII secolo: un terton è un trovatore di terma, ossia una persona in grado di trovare «tesori», cioè arcani testi scomparsi, ma anche statuette. L’ubicazione dei tesori può arrivare al terton con la meditazione o tramite i sogni.
Richard Gere è solo un attore che si da fare per la causa del Dalai vecchio amico degli USA, e alle cerimonie ufficiali deve sedersi sedie più indietro rispetto all’attore di Trappola in alto mare. Seagal invece è un fenomeno soprannaturale, e, abbiamo visto di recente, sta con il suo amico personale Vladimir Putin, come si è visto alla Conferenza mondiale dei russofili, dove lo abbiamo visto sul palco mentre dietro di lui andava il filmato del messaggio di Carlo Maria Viganò.
Immagine di Steve Rhodes via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-NC-SA 2.0)
Cina
Enigmi femminili cinesi alle Olimpiadi
Le Olimpiadi che si sono concluse non solo ci hanno regalato la solita dose di prurigini e stranezze (la schettinatrice neerlandese che si spoglia, i saltatori che, per questioni di doping aerodinamico, ingannano con le dimensioni del proprio pene) ma ci hanno fornito, ça va sans dire, la solita dose di realtà geopolitica annessa: i russi esclusi persino dalle paralimpiadi, l’Ucraina che pretende di fare a meno delle regole, la finale di hockey tra Canada e USA (partita che pochi mesi fa era finita, ricorderete, con tre risse nei primi nove secondi: gli americani reagivano ai fischi all’inno del Paese che, a detta del presidente Trump, potrebbe annettere, cioè invadere, il resto del Nordamerica).
Tuttavia, nemmeno tanto sottotraccia, un rilievo mi è parso più significativo degli altri. Si è consumato, alla luce del sole, un episodio dell’enantiodromia per il dominio globale tra USA e Cina, una guerra di soft power che è passata attraverso due atlete medaglia d’oro: la sciatrice freestyle Eileen Gu e la pattinatrice artistica Alysa Liu. Due figure diversissime, per certi versi antipodiche, però alla fin fine simili, e con enigmi dentro enigmi dietro di loro.
Eileen Gu, nota oramai con il nome cinese Ailing, è un caso da diverso tempo. Si tratta con estrema probabilità della più grande sciatrice freestylista di tutti i tempi – e ha appena 22 anni. Medaglia d’oro alle Olimpiadi di Pechino sia nella disciplina del big air sia dell’halfpipe, a Milano-Cortina ha preso un argento e un oro, di fatto difendendo il suo trono indiscusso.
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La Gu ha il vantaggio, eccezionale, di essere bellissima: testimonial ideale di moda e di qualsiasi altra cosa, la pelle diafana come una donna delle nevi della manciuria, l’occhio appena mandorlato, sorriso irresistibile. La madre, che l’abbraccia a fine pista, è una cinese immigrata a San Francisco. Si tinge i capelli di biondo, rendendo la sua figura ancora più californiana: avvenente e scatenata, lo spirito del surf incontra le evoluzioni aeree dello sci freestyle. Nemmeno maggiorenne, già era un’icona.
La sua run in halfpipe di ieri è stata considerata da alcuni come quasi perfetta – anche se personalmente non la troviamo così emozionante.
La gente è pure impazzita dinanzi alla sua rispostaccia ad un giornalista che in conferenza stampa, giorni prima, le aveva chiesto se l’argento che aveva preso lo considerava come un oro perso. «Sono la sciatrice freestyle più decorata della storia: questa è in se stessa una risposta» aveva risposto a muso duro, dopo una breve insopportabile risata isterica. «Due medaglie perse, per essere franca con lei, è una prospettiva ridicola da considerare». Stampato sul volto un crudele, americanissimo sorriso volto ad umiliare l’interlocutore. La boria, per quanto ci riguarda, è rivoltante.
Il problema è che, ancora prima dell’Olimpiade pechinense, su di lei si era concentrato un fuoco intenso, e per quanto ci riguarda giustificato: americana de facto, per nascita, crescita e cultura, nonché anni di allenamento cui hanno provveduto le strutture dello sport nazionali USA che l’allevano sin da quando era una bambina piccolissima, Eileen decide di correre sotto la bandiera della Repubblica Popolare Cinese. Eileen diviene Ailing, venendo naturalizzata dalla Cina comunista. Il ministero della Giustizia Cinese nel 2020 aveva iniziato un programma per consentire alle persone che hanno ottenuto riconoscimenti internazionali nello sport, nella scienza, nella cultura e in altri campi di ottenere la residenza permanente.
Il cambiamento di nazionalità, richiesto dal regolamento CIO per competere per un Paese diverso dal proprio, fu spiegato da lei stessa sulla piattaforma Weibo, il social media più diffuso in Cina: la ragazza dice che lo fa per ispirare milioni di ragazzi cinesi ad avvicinarsi agli sport invernali. Molte voci nella stampa americana, oltraggiata come vasta parte dell’opinione pubblica, la pensano altrimenti: il Dragone ha tirato milioni di dollari alla Gu, con sponsores grassi e munifici (alcuni, dissero, legati a dinamiche di sfruttamento in Xinjiang), e lei ha, semplicemente, tradito. Con la Gu, hanno notato altri, hanno tradito anche altri sponsores occidentali, che tuttavia in Cina fanno grandi affari e quindi averci la Gu come testimonial non è male. Diventa, secondo Forbes, la seconda atleta più pagata del mondo.
La ragazza è quindi chiamata apertis verbis «traditrice».
Più dei contratti con i grandi marchi del lusso e dello sport, secondo noi vale la pena di dare un’occhiata al suo background. La madre, soprattutto: già pattinatrice short-track della squadra della prestigiosa Università di Pechino negli anni Ottanta, vola negli USA per studiare biochimica e biologia molecolare, prima in Alabama, poi alla Rockefeller University – istituzione di quella famiglia che, ricordiamo, oltre che all’eugenetica è stata spesso interessata anche alla Cina, con programmi in loco ad inizio Novecento e grandi lodi dei rampolli alla politica del figlio unico di Deng.
Yan Gu, la madre di Eileen, finisce quindi all’Università di Stanford, il cuore della Silicon Valley, appena fuori da San Francisco – l’università che ci ha dato Googgle e il DNA ricombinante. Apprendiamo quindi che il nonno materno di Eileen non era un quivis de populo sinico ma un pezzo grosso della nomenklatura sino-comunista: era l’ingegnere elettrico capo del ministero dell’edilizia abitativa e dello sviluppo urbano-rurale della Cina comunista.
E il padre? Qui la cosa interessante: del padre non si sa nulla. L’argomento non è discusso in alcun modo. Qualche giornale cinese ha scritto che si tratterebbe di un laureato ad Harvard, ma non c’è traccia di lui in nessun documento, e possiamo solo speculare che si tratti di un bianco.
La Gu pare quindi essere nata senza papà. Dettaglio interessante.
Ci risuona nella mente un altro caso di superatleta cinese che, ad un certo punto, passò per gli USA: l’altissimo cestista shanghaiense Yao Ming. Come scrive il libro Operation Yao Ming, Ming nacque dall’accoppiamento, caldamente incoraggiato dal Politburo, dell’uomo più alto della città con una campionessa di pallacanestro. Il risultato fu eccellente: 2,29 metri di altezza, e carriera nell’NBA.
Una sorta di eugenetica sportiva riuscita, fatta con mezzi, come dire, «analogici».
Sappiamo tuttavia che riguardo l’eugenetica, parola che in Cina – yousheng, lemma formato dal carattere 优 (yōu) che significa «eccellente, superiore» e da 生 (shēng) che significa «nascere, far nascere, vivere»: in breve, «supernascita» – non ha uno stigma negativo come nell’Occidente post-bellico, la Cina si sta impegnando anche al di fuori dello sport. Come riportato da Renovatio 21, la Cina – hanno accusato apertamente i funzionari dell’Intelligence americana – starebbe lavorando alacremente da anni alla produzione di supersoldati geneticamente modificati.
È noto pure ai nostri lettori come, la Cina, per lo meno pubblicamente, costituisca il primo Paese ad aver impiegato la tecnica di ingegneria genetica CRISPR per il potenziamento degli esseri umani – le famose gemelline eugenetiche del biofisico He Jiankui, le quali sono state prodotte agendo su un gene che le rende immuni all’AIDS e, cosa meno conosciuta, fornisce loro capacità cerebrali superiori.
Non stiamo, ovviamente, puntando il dito su nessuno. Cerchiamo solo qualche puntino da unire, un giorno, quando qualcosa verrà rivelato: del resto questo giornale aveva riportato quattro anni fa i timori internazionali di «furti di DNA» per gli atleti stranieri alle Olimpiadi di Pechino 2022.
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La cosa sarebbe già enigmatica così, se non si aggiungesse, speculare, il caso dell’altra grande medaglia d’oro semicinese (semiamericana) di Milano-Cortina: la pattinatrice Alysa Liu.
La Liu rappresenta un talento ancora più puro, ancora più precoce della Gu: campionessa del pattinaggio artistico a 13 anni, sembrava una forza invincibile della disciplina, battendo il record come campionessa più giovane di sempre. Troppo giovane per i mondiali: andò ad allenarsi a Roma con Carolina Kostner – si allenerà ancora in Italia, a Egna, provincia autonoma di Bolzano, nel 2021-2022.
Dopo aver vinto i mondiali 2022 a Montpellier decide di ritirarsi dalle scene: ha appena 16 anni, l’annuncio è dato su Instagram. Poi, tre anni dopo, ci ripensa e torna, 20 centimetri più alta, sul ghiaccio: i suoi allenatori rimangono scioccati come lo stop di anni non abbia influito in nulla nelle sue prestazioni, che rimangono eccellenti. Nel frattempo, dice, ha pensato di liberarsi di certe costrizioni: si fa i capelli a strisce bizzarre, si fa un piercing alle gengive (che pare relegarla in uno stato di apparecchio perenne) dice di voler provare nel pattinaggio la libertà che ha provato sciando negli ultimi anni.
Il suo ritorno coincide con la stagione delle Olimpiadi: ed eccola a Milano-Cortina a vincere due ori, tra cui il più ambito del singolo, con una performance che anche i non addetti ai lavori come noi non possono non trovare straordinaria: la simpatia, la dominanza del mezzo, lo slancio vitale, la cifra atletica altissima, la fantasia sprizzano da ogni poro di questa atleta.
Non è più una bambina costretta: è una donna matura con una libertà che sembra infinita, al riparo da tensioni distruttive e amarezze crudeli tipiche di discipline teatrali come questa. Quando scende sulle ginocchia e ruota, il palazzetto intero esplode.
Più che perfetto, è qualcosa di vero, autentico, e una figura di pienezza vitale raramente veduta. Il suo corpo forse non è bellissimo: il suo sorriso lo è davvero. Tutto il suo corpo, tutto il suo movimento, tutto il suo essere trasmette gioia in vampate inevitabili.
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È toccante anche vedere come abbraccia la collega giapponese Ami Nakai, la quale non capisce di aver preso il bronzo, e quando lo realizza scioglie la flemma nipponica tra le braccia della campionessa: stringere con affetto un cittadino giapponese non è una cosa che certamente sarebbe stata permessa o perdonata alla Gu.
È a questo punto che diventa interessante capire meglio il suo caso. La Liu viene brandita dalla stampa conservatrice americana come l’anti-Gu: di origine cinese, non ha ceduto alle lusinghe – alle decine di milioni di dollari – offerti da Pechino. Alle Olimpiadi della capitale cinese, nel 2022, si dice che il dipartimento di Stato le avesse messo addosso un paio di persone che controllassero che agenti cinesi la trasformassero in un’altra Eileen Gu.
E quindi, anche qui, campionesse, medaglie d’oro, tra USA e Cina. Ma esattamente, da quale Cina viene Alysa?
La risposta è politicamente, biopoliticamente, ancora una volta interessante. Nata a Clovis, in California (pure lei), è figlia di due dissidenti cinesi fuggiti nel 1989 dal massacro di Tian’anmen – alcuni dei quali, come noto, rimasti attivi negli USA come attivisti anticomunisti, magari con qualche aderenza con i servizi. La famiglia Liu viene quindi esattamente dalla lotta politica tra USA e Cina, incarnata nel suo trauma più visibile, quello della repressione di Deng (sempre lui…) contro gli studenti.
I genitori divorziano presto, la madre esce un po’ di scena, i giornali, quando iniziano i titoli della campionessa, parlano del padre come di un «uomo single». Il signor Liu, divenuto negli USA avvocato, cresce quindi cinque figli, dove Alysa è la più grande: sono tutti, questa la parte che noi troviamo più interessante, nati tramite madri surrogate. In particolare, si parla di due anonime «donatrici» di ovuli, altro non è dato sapere. Già questo, dobbiamo dire, è piuttosto enigmatico.
In pratica: Alysa Liu è nata con la riproduzione artificiale. Su di lei abbiamo questa certezza.
In un’intervista alla trasmissione d’inchiesta 60 minutes il padre dice di aver pagato centinaia di migliaia di dollari per portare Alysa sul tetto del mondo. I modi dell’uomo paiono sicurissimi, il suo inglese ha poco accento, sembra saldo, convinto, determinato. Non sappiamo quali altri enigmi, oltre a Tianamen e alla provetta, possa contenere.
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In pratica, tra sci e pattini, ci passano di mezzo – persino lì – i rapporti complessi tra due superpotenze del XXI secolo. Che, sorpresa, non sono solo di antagonismo: e la cooperazione tra i due mondi potrebbe avere radici davvero oscure.
Il lettore può vedere come, sotto le Olimpiadi, si snodi una storia geopolitica biopolitica davvero intricata, che dallo sport può portare chissà dove: all’eugenetica realizzata, ai supersoldati, al tentativo prometeico di dominio biologico del futuro, che il padrone del mondo vuole che passi giocoforza tramite la provetta.
Prima o poi i puntini verranno uniti dal mainstream: nel frattempo, può provare a farlo il lettore di Renovatio 21.
Sarà anche ora, pensiamo noi, che qualcuno dica qualcosa in più sulla figura di Deng Xiaoping, il massacratore di Tian’anmen creatore della legge anti-prole che provocò centinaia di milioni di aborti, l’uomo che, al contempo, aprì la Cina al mercato, ergo distruggendo, secondo il disegno mondialista, la manifattura e la classe media occidentale.
È il caso che un giorno ci scriviamo qualcosa noi. Perché, ribadiamo, l’enigma della Cina moderna, lungi dall’essere olimpico, potrebbe essere davvero ctonio.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di YantsImages via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Cina
Gli Stati Uniti aumentano le rivendicazioni nucleari contro la Cina
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Cina
Cina, il clero «ufficiale» approva l’esclusione del clero clandestino
In Cina esiste una Chiesa cattolica (CCC) che in realtà non è cattolica, non è riconosciuta da Roma ed è semplicemente una propaggine del Partito Comunista Cinese (PCC), proprio come l’Associazione Patriottica dei Cattolici Cinesi (PACC).
Ma bisogna ammettere che c’è ambiguità, perché la maggior parte dei vescovi cinesi «ufficiali», membri del PACC, sono stati riconosciuti da Roma fin dalla prima firma dell’accordo sino-vaticano nel 2018. E sono loro i membri di questa Conferenza. I cosiddetti vescovi «clandestini», che si rifiutano di aderire al PACC, non ne fanno parte.
I vescovi della Chiesa Cattolica sono completamente sottomessi al governo cinese e al PCC. Hanno recentemente pubblicato un documento che è un modo indiretto per escludere il clero clandestino e negargli qualsiasi diritto o possibilità di svolgere qualsiasi apostolato. È anche un modo per consegnare la Chiesa cinese interamente ai comunisti.
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Una dichiarazione ufficiale della Conferenza episcopale cattolica cinese
Questa dichiarazione, datata 4 febbraio 2026, esprime un esplicito sostegno al regolamento governativo sugli affari religiosi, un documento che vieta l’esercizio del ministero pastorale da parte di chierici non registrati presso lo Stato e proibisce le attività religiose in luoghi non autorizzati.
Il principio centrale è l’affermazione che le pratiche religiose «incidono sugli interessi vitali della popolazione religiosa e di vari settori della società, incidendo anche sugli interessi nazionali e pubblici» del Paese. Pertanto, devono essere esercitate «in conformità con la legge».
Ecco perché stanno promuovendo il Regolamento sugli affari religiosi , entrato in vigore il 1° settembre 2023 , composto da 76 articoli, evidenziandone alcuni per preservare gli «interessi vitali» dei credenti… Ha subito alcune modifiche successive.
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Articolo 40, un solido punto di ancoraggio per la sinizzazione
L’articolo 40 del Regolamento riguarda i luoghi di culto e stabilisce che le attività religiose debbano normalmente svolgersi in luoghi di culto ufficialmente registrati ed essere guidate da personale religioso autorizzato che soddisfi i requisiti stabiliti dallo Stato. Il CCC cerca di giustificare tali requisiti in un modo che potrebbe sembrare ridicolo se l’argomento non fosse così serio.
Pertanto, il culto deve essere celebrato esclusivamente in luoghi registrati e presieduto da membri del clero certificati e iscritti nel registro nazionale: «Nessun’altra persona può presiedere attività religiose», afferma il documento, escludendo così il clero non registrato.
I vescovi giustificano questa norma sottolineando che le sedi registrate sono autorizzate ad accogliere un gran numero di partecipanti; che dispongono di personale religioso certificato; che dispongono di strutture di gestione; e che garantiscono la sicurezza in termini di ordine pubblico, prevenzione incendi e controllo delle epidemie. I vescovi sottolineano che la governance religiosa è strettamente legata alle più ampie preoccupazioni dello Stato in materia di sicurezza e stabilità sociale.
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Conseguenze per i cattolici «clandestini»
Da quando Xi Jinping è salito al potere nel 2013, il PCC ha intensificato la sorveglianza delle comunità religiose e promosso la politica di «sinizzazione» della religione, che mira ad allineare credenze, pratiche e istituzioni religiose ai valori socialisti e all’identità nazionale cinese, così come definiti dal Partito. In pratica, ciò ha portato a leggi più severe, a una maggiore sorveglianza e a misure severe contro i gruppi religiosi non registrati.
Tutte le comunità religiose e i membri del clero in Cina devono registrarsi presso agenzie approvate dallo Stato per poter operare legalmente. Chi si rifiuta di farlo rischia multe, la chiusura dei luoghi di culto, la detenzione o altre forme di pressione. Il clero «clandestino» è stato un bersaglio particolare di questa politica.
Tuttavia, va aggiunto che la firma dell’accordo sino-vaticano ha portato a una maggiore pressione e persecuzione nei confronti del clero «clandestino» che si rifiuta di registrarsi presso l’APCC. Sebbene Roma abbia specificato nel 2019 che i sacerdoti rimangono liberi di affiliarsi o meno, i vescovi «ufficiali» riconosciuti dal Vaticano hanno perseguitato quei sacerdoti che ancora rifiutano tale affiliazione.
È quindi l’accordo che ha causato un aumento dell’oppressione nei confronti di questa parte sana del clero e che impedisce di fatto l’elevazione all’episcopato di un sacerdote che non si sia precedentemente sottomesso al PCC.
Il paragone con la situazione della Fraternità San Pio X non è difficile: i membri «clandestini», che rifiutano di aderire alle innovazioni dannose provenienti dal partito modernista attualmente dominante, non possono ricevere un vescovo e sono insistentemente invitati a unirsi a questo partito liberale che sovverte la Chiesa. In caso contrario, sono minacciati di severe sanzioni e di espulsione.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di Michał Beim via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International
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