Spirito
La morte di Benedetto XVI: analisi e commenti
La morte di Benedetto XVI il 31 dicembre 2022, all’età di 95 anni, seguita dai suoi funerali in piazza San Pietro a Roma, il 5 gennaio, ha suscitato una valanga di analisi e commenti sulla stampa. Per non perdersi in questa mole di documenti è utile raggrupparli in quattro sezioni.
1. La cerimonia funebre: sobrietà o meschinità?
La messa funebre, il 5 gennaio, ha riunito 130 cardinali, 400 vescovi, 3.700 sacerdoti e 50.000 fedeli; è stato seguito da più di 600 giornalisti provenienti da tutto il mondo. Arrivato in sedia a rotelle, Papa Francesco ha presieduto la celebrazione, ma è stato sostituito all’altare dal cardinale Giovanni Battista Re, decano del Collegio cardinalizio, a causa dei suoi persistenti problemi di salute al ginocchio.
L’omelia era attesa per sapere se Francesco avrebbe reso un omaggio personale al suo predecessore. Si è trattato di una breve meditazione sulle ultime parole di Cristo: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito», che ha presentato come il «programma di vita» del pastore.
Sul suo blog, il 5 gennaio, Leonardo Lugaresi commenta: «purtroppo, qualunque cosa si pensi dell’omelia di Francesco (e in generale del suo comportamento in questo frangente), mi pare indiscutibile che si è trattato di un discorso assolutamente generico, che sarebbe andato bene per qualsiasi altro defunto, anzi fruibile quasi senza modifiche per ogni altra occasione».
Su Il Giornale dell’8 gennaio Nico Spuntoni annotava: «si sono diffusi i malumori per il mancato lutto in Città del Vaticano, il corteo-lampo dal monastero Mater Ecclesiae [dove risiedeva Benedetto XVI] alla Basilica di San Pietro su un semplice minibus, la prosecuzione delle attività ufficiali come l’udienza generale, la richiesta ai governi di partecipare ai funerali in forma privata e non con delegazioni ufficiali, con l’eccezione di quello italiano e di quello tedesco».
Da parte sua, il connazionale del papa argentino che firma The Wanderer non ha esitato, il 5 gennaio, a parlare di «meschinità», adducendo alcuni fatti:
«Molti cardinali e vescovi sono rimasti delusi di non potersi unire alla processione che ha portato le spoglie del defunto Papa dal monastero Mater Ecclesiae alla Basilica di San Pietro. In qualunque paese, in qualunque monarchia, questa processione assume una particolare e austera solennità, anche quando non si tratta della morte del monarca regnante (si ricordi il caso di Don Juan de Borbón, o della Regina Madre d’Inghilterra o del Principe Filippo di Edimburgo)».
«Le spoglie mortali di Benedetto XVI sono state trasportate in un furgone grigio. Né Francesco né il cardinale vicario hanno presieduto la processione. Dietro il veicolo c’erano semplicemente mons. Georg Gänswein e le donne che hanno assistito Benedetto XVI in questi anni. In curia, questo è stato percepito molto male: “Non lo si fa nemmeno per un vicino del paese più piccolo d’Italia”, si è detto».
«Molti vescovi e cardinali di tutto il mondo, venuti a salutare il papa emerito, sono rimasti stupiti – e lo hanno fatto sapere al loro entourage – per l’indolenza dei gesti e delle parole di papa Francesco nei confronti del suo predecessore. Uno di loro ha dichiarato: “Sfamare le anime e non le bocche, tale è la missione della Chiesa”».
Il sito in lingua spagnola Infovaticana del 6 gennaio ha ripreso il termine «meschinità» in particolare per l’omelia del Papa, riportando alcune delle osservazioni fatte dopo la cerimonia: «L’omelia di Francesco è già diventata motivo di scherno: “Non posso credere a ciò che ho sentito: non una parola sull’immensa eredità di Benedetto XVI”».
«Infatti, ha a malapena menzionato l’uomo, se non brevemente alla fine, per dire “benvenuto”. “Che atto vergognoso. Un segno di immensa mancanza di rispetto”. “Lo scandalo non è quello che ha detto Francesco, ma quello che non ha detto. Avrebbe potuto pronunciare la stessa omelia per il suo maggiordomo”».
2. Omaggi ambivalenti
Gli omaggi rivolti a Benedetto XVI sono stati ambivalenti, in quanto ognuno ha voluto conservare solo l’aspetto del papa emerito che gli conveniva. Così Francesco, la sera della morte, il 31 dicembre, ha parlato della «gentilezza» del suo predecessore – gentilezza che ha presentato come una «virtù civica» che gioca un ruolo importante nella «cultura del dialogo».
Allo stesso modo, durante l’udienza generale di mercoledì 4 gennaio, ha parlato del «grande maestro della catechesi» che, secondo lui, era Benedetto XVI, lodando il suo «pensiero acuto e garbato» che «non era autoreferenziale ma ecclesiale».
Nella prefazione che ha scritto per una raccolta di pensieri spirituali di Benedetto XVI, che è uscito il 14 gennaio alla Libreria Editrice Vaticana, Francesco afferma che il suo predecessore stava facendo «teologia in ginocchio», la stessa espressione che ha usato con il cardinale Walter Kasper nel 2014, durante il concistoro sulla famiglia, che stava preparando Amoris laetitia e la comunione dei divorziati «risposati».
Per l’arcivescovo di Parigi, mons. Laurent Ulrich, in una dichiarazione del 31 dicembre, Benedetto XVI è davvero un papa del Vaticano II:
«Ultimo papa ad aver partecipato al Concilio Vaticano II, Joseph Ratzinger ha meditato a lungo sul mistero della Chiesa nel nostro mondo, a partire dalla costituzione conciliare Lumen Gentium, per la quale ha lavorato come giovane teologo, nonché il posto del Popolo di Dio nel dialogo tra il Signore e gli uomini e le donne del nostro tempo».
«Al termine del suo pontificato, Benedetto XVI ha individuato proprio in questo dialogo, voluto da Dio, tra la Chiesa e l’umanità, i frutti che il Concilio ha continuato a portare per 60 anni, e di cui possiamo anche oggi stupirci: lo sviluppo costante della dottrina sociale della Chiesa, la libertà di coscienza, il dialogo interreligioso».
Questa ambivalenza degli omaggi resi a Benedetto XVI si spiega con il fatto che nella mole di dichiarazioni del papa emerito ciascuno può trovare ciò che gli fa comodo. La denuncia di una «dittatura del relativismo» convive con l’elogio della «laicità aperta» nello spirito della libertà religiosa promossa dal Vaticano II:
– «Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie». [Omelia della Messa Pro eligendo romano Pontifice, prima del conclave che lo avrebbe eletto, nel 2005]
– «Le religioni non possono avere paura di una laicità equa, una laicità aperta che permetta a ciascuno di vivere ciò che crede, secondo coscienza». [Video trasmesso il 25 marzo 2011, per i cattolici francesi il cui governo rilancia il dibattito sulla laicità]
In questo contesto equivoco, i presuli conservatori conservano soprattutto da Benedetto XVI l’opposizione al relativismo, non senza suggerire una contrapposizione con il relativismo dottrinale e morale che regna attualmente in Vaticano; cosicché l’omaggio reso al papa emerito diventa una critica sottilmente velata all’attuale papa.
Così scrive sul suo blog, ripreso da La Nuova Bussola Quotidiana del 4 gennaio, il cardinale Joseph Zen Ze-kiun, già vescovo di Hong Kong e oppositore della politica vaticana nei confronti della Cina comunista: «ha difeso la verità contro la dittatura del relativismo. Non ha avuto paura di sembrare retrogrado davanti a tanti che esaltano un pluralismo ad oltranza, un inclusivismo indiscriminato».
«Ha detto che l’amore senza un fondamento nella verità diventa un guscio che può contenere qualsiasi cosa». E aggiunge: «Da quando la parola “conservativo” significa un peccato? Purtroppo la fedeltà alla Tradizione può essere presa come “rigidità” o “indietrismo”».
– Quest’ultima parola è un neologismo coniato da Francesco [indietrismo], che può essere tradotto come «arretratezza» o «spirito retrogrado». Serve a castigare tutti coloro che l’attuale papa trova “rigidi” dottrinalmente, moralmente, liturgicamente…
Il presule cinese conclude con una critica mascherata alla politica vaticana di compromesso con le autorità comuniste, in opposizione a quanto stava facendo Benedetto XVI:
«Nell’Angelus del 26 Dicembre 2006, Papa Benedetto esortava i fedeli in Cina a perseverare nella fede, anche se nel momento presente tutto sembra essere un fallimento. Nonostante il suo grande sforzo, Papa Benedetto non era riuscito a migliorare la situazione della Chiesa in Cina. Non poteva accettare un compromesso qualunque».
Nello stesso spirito di velata critica, possiamo leggere su L’Homme Nouveau del 5 gennaio questa dichiarazione del cardinale Gerhard Ludwig Müller, già prefetto della Congregazione per la dottrina della fede: «Non dobbiamo lasciarci ingannare dalla promessa che la rinuncia all’affermazione della verità di Gesù Cristo porti alla tolleranza della diversità delle verità soggettive, mentre conduce piuttosto alla dittatura del relativismo».
«Lo vediamo nel brutale regno della dissolutezza dominante del mondo occidentale e nel disumano controllo assoluto del pensiero e del comportamento nelle dittature asiatiche. Per noi la parola di Cristo, unico Salvatore del mondo, è: “Così conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8, 32)».
E ricorda il ruolo del successore di Pietro di confermare i suoi fratelli nella fede: «il Papa è il principio e il fondamento permanente della Chiesa nella verità della fede e nella comunione di tutti i vescovi e credenti, perché in lui tutta la Chiesa volge lo sguardo a Gesù e confessa: “Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio vivente”».
«E indissolubilmente legata a questo è la promessa fatta a Pietro e ai suoi successori a Roma: “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e il potere dell’inferno non la vincerà. Ti darò le chiavi del regno dei cieli”. (Mt 16, 18-19)».
3. Il pontificato di Francesco può cambiare dopo la morte di Benedetto XVI?
Su La Nuova Bussola Quotidiana del 7 gennaio, Stefano Fontana pone la questione dell’eredità di Benedetto XVI. Secondo lui, questo patrimonio consiste nel «nel riprendere in mano l’intera questione del concilio e del post-concilio da dove egli l’ha lasciata, proseguendo nel fermo delle tendenze dissolutrici e proseguendo nella ricostruzione. Per Francesco invece il dibattito su concilio e post-concilio è finito e la Chiesa è ancora in posizione di conservazione e non di uscita».
Afferma Stefano Fontana: «egli [Francesco] vuole essere post-postconciliare. È vero che egli richiama spesso il Concilio, ma proprio per dire che non è più il caso di attardarsi su di esso e sull’epoca da esso inaugurata. Il dibattito cu concilio e post-concilio per lui è finito».
«La prova più evidente di questa sua posizione, tra le infinite che potremmo ricordare, è stato il motu proprio Traditionis custodes il quale ha stabilito che la “questione liturgica” è finita e, con essa, la questione di una intera epoca. Ma proprio questa era invece la principale questione che secondo Benedetto XVI bisognava lasciare aperta».
Questo significa che con lui è morto il ruolo di «rallentatore» o «freno» svolto da Benedetto XVI? Il giornalista italiano pensa invece che «Benedetto e la sua eredità influiranno sulla Chiesa più di prima, più adesso, dopo la sua morte fisica, che prima, quando era ancora in vita. Tutti ricordiamo i suoi due ultimi interventi pubblici: l’uno a proposito degli abusi da parte del clero e l’altro sul celibato sacerdotale insieme al cardinale Sarah».
«Questi due interventi hanno “frenato” alcuni processi negativi e impedito decisioni che forse erano già stata prese ma che vennero congelate. Con la sua morte ciò non sarà più possibile, ma quest’opera, da ora in poi, sarà proseguita da quanti si sono fatti carico in questi giorni della sua eredità».
Questa ipotesi di Stefano Fontana solleva una domanda. Dobbiamo vedere «l’ermeneutica della riforma nella continuità» promossa da Benedetto XVI nel 2005, come capace di produrre concretamente solo il «rallentamento» di una caduta inesorabile?
Come un paracadute che rallenta la discesa, ma non impedisce la caduta a terra, rendendola solo meno brutale? Questa eredità di Benedetto XVI non è conforme al programma del pontificato di san Pio X: «Restaurare tutto in Cristo» (Ep 1, 10).
Per The Wanderer dell’8 gennaio, seguendo il Tagespost tedesco, «con la morte di Benedetto XVI inizia una nuova tappa del pontificato di Francesco, anzi della stessa Chiesa. E il motivo è che Ratzinger ha agito come una sorta di cuscinetto che ha smorzato la furia dei conservatori per gli eccessi di Bergoglio».
«Oppure, come ha detto il cardinale Müller, i conservatori potevano andare a farsi assistere al monastero Mater Ecclesiæ. Ora non c’è il cuscinetto e non c’è nemmeno la casa di cura. Il confronto è inevitabile».
Tuttavia, secondo il commentatore argentino, il contesto attuale modifica gli equilibri di potere: «la morte di Benedetto XVI è arrivata tardi; la storia sarebbe stata molto diversa se fosse accaduta cinque o sei anni fa. Adesso Bergoglio è un pontefice logoro e indebolito, e tutti intorno a lui, in circoli più o meno ristretti, attendono la sua morte. […]. Come dicono da qualche mese gli esperti, il Vaticano odora di conclave».
Inoltre, «lo stile di governo estremamente autoritario di Francesco gli ha creato nemici ovunque, anche tra coloro che condividono il suo progressismo. Pensiamo, ad esempio, a come il cardinale vicario e tutto il clero romano possano essere stati colpiti dalla costituzione apostolica da lui promulgata venerdì scorso [In Ecclesiarum comunione, 6 gennaio 2023], intervenendo di fatto nel governo della diocesi di Roma e obbligando il suo vicario, ad esempio, a consultarlo sulla nomina di tutti i parroci o sull’ordinazione dei seminaristi».
A Francesco, inoltre, «manca anche il sostegno delle più potenti forze progressiste: l’episcopato tedesco e, con esso, quello di altri Paesi nella sua orbita. Manca anche il sostegno popolare. Il popolo, il “popolo fedele”, non è vicino a papa Francesco. Basta guardare la scarsa affluenza a ciascuna delle sue apparizioni pubbliche».
«Bergoglio è quindi debole perché è vecchio e malato, perché il suo pontificato si è esaurito in tanto rumore per nulla, perché il suo stile di governo gli ha procurato innumerevoli nemici e perché gli manca il sostegno e la devozione popolare».
The Wanderer, però, non vede emergere una reazione da parte dei prelati conservatori che cita senza un ordine: «Cardinali Burke, Sarah; vescovi come Viganò o Schneider, sono forse i più noti. Ma includerei in questo gruppo anche i cardinali Müller, Pell [che ha da poco reso la sua anima a Dio, lo scorso 10 gennaio. Ndr], Erdö ed Eijk, e un buon numero di vescovi americani».
Non c’è nessuna reazione conservatrice, perché tra questi prelati non c’è un leader capace di unirli. Anche se attualmente la stampa progressista designa l’uomo da abbattere: monsignor Georg Gänswein, l’ex segretario particolare di Benedetto XVI, che il lancio del suo libro Nient’altro che la verità, la mia vita accanto Benedetto XVI, Edizioni Piemme, ha messo sotto i riflettori.
Il sito argentino ritiene che per catalizzare una reazione ci vorrebbe un evento particolarmente forte. Lo vede nella possibile nomina di un progressista chimicamente puro a capo della Congregazione per la Dottrina della Fede: «Negli ambienti vaticani gira voce che la vera intenzione di Francesco sia quella di nominare prefetto della Congregazione per la dottrina della fede il vescovo tedesco Heiner Wilmer».
«È un personaggio descritto da tutti come ultraprogressista, allineato alle decisioni più estreme del Cammino sinodale tedesco. Per lui, ad esempio, la Santa Messa non è un elemento importante della vita cristiana, e propone una revisione completa dell’insegnamento della Chiesa sulla sessualità. Si dice che non sia ancora stato nominato per la forte opposizione che Francesco ha incontrato da parte di molti vescovi e cardinali, come il cardinale Müller».
«Ma se dovesse fare pressioni per questa nomina, cosa molto probabile date le circostanze, non c’è dubbio che la Chiesa entrerebbe in una lotta e divisione molto profonde, e nessuno sa come andrebbe a finire».
4. La questione della Messa tradizionale, pietra d’inciampo tra Benedetto e Francesco?
Una dichiarazione di mons. Georg Gänswein, segretario particolare di Benedetto XVI, mostra che i rapporti tra papa Francesco e il suo predecessore non sono sempre stati così fraterni come hanno mostrato le fotografie ufficiali. Rispondendo alle domande del vaticanista Guido Horst del Tagespost, il 2 gennaio il presule tedesco ha affermato a proposito del motu proprio Traditionis custodes che ha praticamente annullato il Summorum pontificum:
«Sì, credo che sia stata una ferita dolorosa. Quando Benedetto XVI ha letto questo motu proprio aveva il dolore nel cuore, perché lui voleva aiutare proprio coloro che hanno trovato nel rito antico la loro casa, a ritrovare la pace interiore e la pace liturgica, per tirarli via da Lefebvre».
«E non dobbiamo dimenticare che tanti giovani nati dopo il Concilio Vaticano II, e che non comprendono veramente tutto il dramma che ha riguardato il Concilio, anche la nuova Messa, hanno trovato nella Messa tradizionale una dimora spirituale, un tesoro spirituale. Strappare questo tesoro ai fedeli… devo dire che è una cosa che non mi piace».
Siamo felici di apprendere che Benedetto XVI e il suo segretario condividevano lo stesso attaccamento al tesoro spirituale della Messa tridentina, ma siamo sorpresi di sentire, per bocca di mons. Gänswein, che questo attaccamento doveva essere accompagnato da un distacco: abbandonare la posizione di Mons. Lefebvre.
Poiché il fondatore della Fraternità San Pio X non ha mai affermato di avere una dottrina personale, né una posizione originale, viene da chiedersi cosa significhi esattamente l’affermazione del prelato tedesco. Un elemento di risposta ce lo fornisce Luisella Scrosati su La Nuova Bussola Quotidiana del 5 gennaio:
«Il cardinale Joseph Ratzinger aveva, infatti, a lungo lavorato per permettere a quanti erano profondamente legati al rito antico di poter avere il loro posto nella Chiesa, senza che fossero considerati una riserva indiana di nostalgici, ma comprendendo il loro amore per quel rito venerando della Chiesa».
«Quando ci furono le ordinazioni episcopali senza mandato pontificio da parte di mons. Marcel Lefebvre e mons. Antônio de Castro Mayer, nel 1988, sembrava che l’unica possibilità per poter continuare ad abbeverarsi a quella inesauribile e sicura sorgente spirituale, fosse quella di seguire mons. Lefebvre nella creazione di una realtà canonicamente non riconosciuta dalla Chiesa e nell’adesione alle sue posizioni di sostanziale rifiuto dei documenti del Vaticano II, del magistero post-conciliare e della riforma liturgica».
Continua la giornalista italiana: «Ratzinger fu in prima linea nella creazione di una configurazione canonica perché intere comunità e singoli sacerdoti e fedeli non dovessero più trovarsi di fronte all’incredibile dilemma: o il rito antico o la comunione ecclesiale».
«Così venne creata la Pontificia Commissione Ecclesia Dei e i vari istituti sacerdotali e comunità monastiche e religiose ad essa afferenti. Fu un primo passo importante, ma era chiaro che in questo modo non si usciva dalla realtà della “zona protetta” e dall’idea che il rito antico fosse interesse di qualche nostalgico, magari anche un po’ fanatico. Il Summorum Pontificum fu il grande riconoscimento che quel rito appartiene pienamente all’espressione liturgica della Chiesa, nel rito romano».
In risposta al «dilemma» posto da Luisella Scrosatti, «o il rito antico o la comunione ecclesiale», non citeremo espressioni come «zona protetta di qualche nostalgico» o «magari anche un po’ fanatico», citeremo semplicemente un vescovo che non appartiene alla Fraternità San Pio X, ma che vede oggi quello che vedeva Mons. Lefebvre proprio all’inizio della crisi.
Infatti, in una videointervista trasmessa da LifeSiteNews il 13 settembre 2022, mons. Athanasius Schneider, vescovo ausiliare di Astana in Kazakistan, ha detto della Fraternità fondata da mons. Lefebvre: «dobbiamo essere realisti. La situazione della Fraternità San Pio X è legata alla straordinaria crisi della Chiesa».
«Essi [i suoi sacerdoti] fanno solo quello che la Chiesa ha sempre fatto fino al Concilio: non ci sono cose nuove, semplicemente hanno continuato a fare quello che hanno fatto i santi stessi, e ripeto: la loro situazione è canonicamente irregolare a causa della grande crisi che stiamo attraversando dal Concilio. Dobbiamo essere onesti e vederlo».
«Ovviamente dobbiamo pregare affinché ottengano la piena struttura canonica e aiutarli, ma quando c’è un’emergenza in materia di fede, l’aspetto legale canonico è secondario. Viene prima la fede, la verità e la liturgia, e tutto questo la Chiesa l’ha sempre custodito, come avvenne nel IV secolo durante la crisi ariana».
«Sant’Atanasio fu scomunicato e disse: Loro [gli ariani] hanno preso tutte le chiese, ma noi abbiamo la fede. Loro hanno gli edifici, noi abbiamo la fede. Forse [i neo-ariani] hanno il potere canonico e le strutture, ma tanti vescovi non hanno la fede… o non hanno la piena fede».
E conclude: «dobbiamo quindi avere una visione globale, e pregare perché ci sia [un giorno] un Papa che riconosca e dia tutte le facoltà alla Fraternità San Pio X, e alle altre comunità che si sforzano di custodire la fede».
Il 21 novembre 1974 Mons. Lefebvre fece questa dichiarazione, divenuta famosa:
«Per questo ci atteniamo fermamente a tutto ciò che è stato creduto e praticato nella fede, i costumi, il culto, l’insegnamento del catechismo, la formazione del sacerdote, l’istituzione della Chiesa, della Chiesa di sempre e codificato nei libri apparsi prima dell’influenza modernista del Concilio, attendendo che la vera luce della Tradizione dissipi le tenebre che oscurano il cielo della Roma eterna».
E precisa: «così facendo siamo convinti, con la grazia di Dio, l’aiuto della Vergine Maria, di San Giuseppe, di San Pio X, di rimanere fedeli alla Chiesa Cattolica e Romana, a tutti i successori di Pietro e di essere i fideles dispensatores mysteriorum Domini Nostri Jesu Christi in Spiritu Sancto. Amen».
Quasi 50 anni dopo, la validità dei principi enunciati dal fondatore della Fraternità San Pio X si manifesta a vescovi, sacerdoti e fedeli che non lo conoscevano, ma che onestamente riconoscono che questi principi tradizionali illuminano la situazione attuale e rendono possibile lavorare per la salvezza delle anime.
Somma di articoli previamente apparsi su FSSPX.news.
Immagine di Agência Lusa via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported (CC BY 3.0)
Spirito
Leone XIV ritorna nell’appartamento papale nel Palazzo Apostolico
Papa Leone XIV ha preso residenza sabato 14 marzo 2026 nell’appartamento papale del Palazzo Apostolico, riprendendo l’uso della residenza papale ufficiale situata in questo edificio vaticano. L’edificio era rimasto inutilizzato come residenza papale durante i dodici anni del pontificato di Francesco.
Il Vaticano ha fatto sapere che Leone XIV sarà accompagnato dai suoi più stretti collaboratori. Situata al terzo piano del Palazzo Apostolico, la sua nuova residenza offre una vista su Piazza San Pietro. Il trasferimento e la riorganizzazione degli spazi che circondano il Papa segnano una nuova fase del suo pontificato, in vista del primo anniversario della sua elezione.
Dopo la sua elezione nel maggio dello scorso anno, Leone XIV ha continuato a vivere nel piccolo appartamento che occupava nel Palazzo del Sant’Uffizio, sede del dicastero dottrinale. L’edificio ospita anche alcuni appartamenti per funzionari vaticani.
Negli ultimi dieci mesi è stata effettuata una ristrutturazione completa dell’appartamento papale nel Palazzo Apostolico. Questi lavori si sono resi necessari per modernizzare gli impianti elettrici, idraulici e altri servizi, dopo un lungo periodo di inoccupazione residenziale stabile.
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Francesco aveva rinunciato a vivere in quell’appartamento e aveva scelto di risiedere a Santa Marta, la casa vaticana dove vengono ospitati i sacerdoti in visita e dove soggiornano anche i cardinali durante i conclavi.
In pratica, questa decisione significò che l’intero secondo piano di Santa Marta fu riservato al Papa, riducendo così la capienza dell’edificio per altri ospiti. Leone XIV, d’altro canto, mostrò fin dall’inizio del suo pontificato una maggiore propensione a ripristinare i simboli e le consuetudini tradizionali del ministero petrino.
La sua decisione di trasferirsi nel Palazzo Apostolico è stata accolta favorevolmente dai commentatori, che l’hanno vista come un segno di rispetto per l’istituzione del papato e le sue forme tradizionali di governo. Questo gesto si inserisce nel solco di altri segnali già evidenti in questi primi mesi del suo pontificato.
In effetti, Leone XIV aveva formalmente preso possesso della residenza pochi giorni dopo la sua elezione, visitando le sale di rappresentanza e la piccola cappella destinata al suo uso personale. Tuttavia, non vi si era ancora trasferito perché i lavori di ristrutturazione erano ancora in corso.
Con questo trasferimento, l’appartamento papale nel Palazzo Apostolico torna ad essere la residenza effettiva del Papa. Questo cambiamento ha non solo un valore pratico, ma anche simbolico, inserendosi nella tradizione dell’esercizio visibile del ministero del Successore di Pietro nel cuore del Vaticano.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di Alessio Nastro Siniscalchi via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.5 Italy
Spirito
Mons. Viganò: «scisma, eresia e negazione dell’Incarnazione sono elementi distintivi dell’Anticristo»
Recensione
al saggio di Investigatore Biblico e Saverio Gaeta, «La Bibbia come Dio comanda. Le Sacre Scritture tradotte o tradite?» Piemme Editore
Dinanzi alla crisi che da decenni affligge la Chiesa Cattolica, è con profonda gratitudine che accolgo l’invito a redigere una recensione al saggio La Bibbia come Dio comanda. Le Sacre Scritture tradotte o tradite? Una domanda che non è mera provocazione accademica, ma un grido di allarme contro l’assalto subdolo che minaccia l’integrità della Parola di Dio, affidata alla Chiesa per la salvezza delle anime. L’autore, l’Investigatore Biblico, in collaborazione con Saverio Gaeta, ha intrapreso un’indagine rigorosa e coraggiosa, smascherando le distorsioni introdotte nelle traduzioni ufficiali della Sacra Scrittura approvate dalla Conferenza Episcopale Italiana, in particolare quelle del 1974 e del 2008. Queste versioni, influenzate da un distorto concetto di ecumenismo e da una teologia di matrice protestante che tace o adultera la Verità cattolica, costituiscono la prova di un piano deliberato per oscurare la divinità di Cristo, sminuire il peccato originale, spersonalizzare il demonio e ridurre il ruolo salvifico della Beatissima Vergine Maria.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
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Spirito
«Trascorri lunghi periodi di tempo a parlare e pensare a Gesù»: storia di Sant’Agnese di Langeac
A volte le circostanze ci impediscono di ricevere la Santa Comunione con la frequenza che desidereremmo. In questi casi, possiamo fare la comunione spirituale. Se lo invitiamo, Gesù risponderà con gioia alla nostra richiesta! Molti santi hanno fatto numerose comunioni spirituali nel corso della loro vita; questa pratica li ha aiutati a compiere grandi passi sulla via della santità. Sant’Agnese di Langeac ce ne offre un esempio. Ecco la sua storia.
Nata a Le Puy-en-Velay, in Francia, Agnès mostrò una grande devozione fin dalla più tenera età. Terza di sette figli, i suoi genitori la affidarono in tenera età a una brava insegnante che non solo le insegnò il francese e la matematica, ma sviluppò anche una profonda fede in Agnès.
A soli sei anni, Agnese nutriva già una grande devozione per l’Eucaristia. Per questo motivo, a otto anni fu ammessa alla Prima Comunione, cosa eccezionale per l’epoca. Ahimè! Solo pochi mesi dopo la Prima Comunione, il sacerdote che si prendeva cura della sua anima, temendo che potesse insuperbirsi, le proibì di ricevere nuovamente la Comunione. Agnese ne fu profondamente addolorata, ma non si scoraggiò!
Non potendo più avvicinarsi alla balaustra della comunione, si unì al buon Gesù in un altro modo. Da quel momento in poi, iniziò a fare frequenti comunioni spirituali durante tutta la giornata.
Poco dopo, chiese al suo confessore come si potesse diventare santi. «Trascorri lunghi periodi di tempo parlando e pensando a Gesù», rispose lui.
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Agnes mise subito in pratica questo consiglio. Non senza qualche difficoltà, Agnese riuscì a godere appieno della presenza di Dio. Ci lavorò per due anni con grande perseveranza.
Per raggiungere il suo obiettivo, iniziò dicendo a se stessa: «suvvia, anima mia, devo trascorrere un quarto d’ora in presenza di Dio e dedicargli molta attenzione».
E, trascorso ben un quarto d’ora: «continuiamo e passiamo alla mezz’ora».
Allenandosi in questo modo, giorno dopo giorno, la bambina riuscì a vivere tutte le sue giornate in compagnia di Gesù, svolgendo al contempo i compiti che i genitori le affidavano.
Già all’età di dieci anni, attirava così tanti giovani alle sue preghiere che persino adulti, persone di nobile lignaggio, si rivolgevano a lei per un consiglio spirituale. Agnese accettava tutto ciò con umiltà, senza considerarsi superiore agli altri.
Pregava soprattutto per i poveri. Molto intraprendente, non le mancavano mai le idee per aiutare tutti coloro che incontrava per le strade di Le Puy. Fin da giovanissima, era solita regalare il suo pane o i suoi spuntini. Non appena guadagnava un po’ di soldi, frutto del suo lavoro di merlettaia, faceva generosamente elemosina ai più bisognosi.
Un frate domenicano venne a predicare a Le Puy. Dopo averlo ascoltato, giovani donne e vedove sentirono la vocazione a diventare domenicane e desiderarono fondare un convento nella regione. Agnese ne venne a conoscenza e comprese che Dio la stava chiamando anche lei a questa via.
All’età di vent’anni, entrò quindi nel convento di Langeac, di recente fondazione.
Era sempre stata di salute cagionevole. Oppressa da compiti molto gravosi, la sua salute si era deteriorata… Ma Agnese non si lamentava mai. Trovava eroismo nelle piccole cose. Compiva tutti i suoi piccoli atti di servizio in unione con Gesù.
Ricompensò la sua generosa serva con favori insoliti. Poco dopo essere entrata in monastero, Agnese fu incaricata della cucina; tuttavia, per procurarsi l’acqua, doveva camminare per quasi quindici chilometri! Affidò la sua difficoltà a Dio.
Egli esaudì immediatamente la sua preghiera e fece sgorgare una sorgente di acqua limpida e abbondante proprio in cucina.
La santità non la rese severa o insensibile alle sofferenze altrui. Al contrario! Dopo alcuni anni, Agnese ottenne l’incarico di portinaia, che le permise di accogliere e soccorrere molti poveri.
Tutti rimasero colpiti dalla sua gentilezza e dalla sua vita di unione con Dio. Ella «irradiava la bontà di Dio».
Una frase che ripeteva spesso era: «chi ha Gesù ha tutto!»
Ella non cercava cose straordinarie. Agnese di Gesù portava le stimmate senza che queste fossero visibili esteriormente, e le sue sorelle non ne erano a conoscenza.
Durante la ricreazione, intratteneva tutti giocando o cantando allegramente.
Per un periodo della sua vita, si nutrì esclusivamente dell’Eucaristia, ma, essendo responsabile della cucina, si assicurò che le suore avessero sempre abbastanza da mangiare.
Analogamente, in un altro periodo della sua vita, ebbe la fortuna di non aver bisogno di dormire, ma si premurava comunque di assicurarsi che le sue sorelle non fossero troppo stanche.
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In seguito, Agnese divenne maestra delle novizie. Insegnò loro la «chiusura interiore», cioè questa vita di unione con Gesù nonostante le occupazioni esteriori.
A ventiquattro anni fu eletta superiora del convento. Desiderava – cosa inaudita per l’epoca – ottenere il permesso per la sua comunità di ricevere la comunione quotidianamente. La richiesta fu respinta; solo lei mantenne il diritto di ricevere la comunione ogni giorno.
Per umiltà e per non dare nell’occhio, si asteneva regolarmente da questo grande privilegio. Insegnava alle sue consorelle a fare frequenti e ferventi comunioni spirituali.
Per tutta la vita soffrì di cattiva salute. A soli trentadue anni, sentì la morte avvicinarsi.
Gesù gli affidò un’ultima missione. Gli chiese di vivere e soffrire ancora un po’ per la conversione di un peccatore, e questo peccatore era un sacerdote: Jean-Jacques Olier.
A quel tempo, questo giovane prete mondano, proveniente da un’influente famiglia parigina, frequentava l’alta società della capitale e prestava poca attenzione all’abbazia di Pébrac, di cui era responsabile e dove non aveva mai messo piede.
Si narra che Madre Agnese ebbe una visione della Vergine Maria nel 1631. La Vergine Maria le chiese di pregare per l’abate di Pébrac.
A quel tempo, né Agnès né padre Olier si conoscevano.
Nel 1633, quando il giovane sacerdote decise di cambiare vita e rinunciare a tutti i piaceri mondani, si propose di andare a conoscere la sua abbazia di Pébrac.
Fu in questo periodo che, un giorno, mentre pregava ferventemente, ebbe la visione di una suora a lui sconosciuta che pregava per la sua conversione.
Durante il suo soggiorno a Pébrac, padre Olier venne a conoscenza della santità della superiora del convento di Langeac, situato non lontano da lì. Decise quindi di andarla a trovare.
Riconobbe immediatamente la giovane suora dalla sua immagine. Iniziò così un’intensa relazione spirituale tra queste due anime.
Agnese chiamò padre Olier «il figlio delle sue lacrime» perché, dopo aver pregato intensamente per lui per più di due anni, offrì gli ultimi sei mesi della sua vita per la santificazione del sacerdote.
Durante tutto il periodo in cui padre Olier rimase nella regione, si videro molto spesso.
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Madre Agnese esortò il giovane sacerdote a vivere più vicino al Signore Gesù, ad abbracciare la croce di Cristo e a sviluppare una stretta relazione con la Vergine Maria.
Il giorno in cui padre Olier ripartì per Parigi, Agnès fu colta da un dolore lancinante. La sua ultima missione era compiuta.
Con le sue preghiere e i suoi consigli, aveva guidato padre Olier sulla via della santità e lo aveva incoraggiato a fondare i primi seminari di Saint-Sulpice, che avrebbero aiutato tanti sacerdoti a diventare eccellenti pastori d’anime.
Agnese morì il 19 ottobre 1634, lasciando alle figlie il compito spirituale di pregare in particolare per la santificazione dei sacerdoti.
Articolo pubblicato su Courrier des Croisés n. 252 , luglio-agosto 2019.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine da FSSPX.News
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