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Geopolitica

La giunta militare birmana vieta agli uomini di andare a lavorare all’estero

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

Si tratta di un provvedimento che si accompagna all’obbligo di leva obbligatoria imposto a febbraio agli uomini fino a 35 anni (e alle donne fino a 27). Negli ultimi tre mesi 100mila uomini hanno fatto domanda di espatrio e molti altri, per sfuggire al reclutamento, sono fuggiti in Thailandia.

 

La giunta militare al potere in Myanmar ha vietato agli uomini che hanno i requisiti per essere arruolati di andare a lavorare all’estero. La misura, annunciata dal ministero del Lavoro, è entrata in vigore due giorni fa, dopo che a febbraio era stata imposta la leva obbligatoria per gli uomini tra i 18 e i 35 anni e le donne tra i 18 e i 27 a causa delle continue perdite e sconfitte riportate dall’esercito birmano nel conflitto civile. Nei mesi successivi almeno 100mila uomini avevano fatto richiesta di espatrio.

 

Nyunt Win, segretario permanente del ministero del Lavoro, ha dichiarato che il provvedimento non si applica a coloro che hanno già ottenuto il permesso di partire. «Coloro che hanno già ottenuto l’autorizzazione sono esenti da questo divieto. Quando lo aboliremo dipende dalle circostanze. Questo è tutto ciò che posso dire per ora», ha spiegato.

 

Una fonte anonima ha rivelato a Myanmar Now che durante un incontro precedente all’annuncio i vertici militari si erano lamentati «del fatto che troppi giovani lasciano il Paese per sfuggire alla legge sulla leva obbligatoria».

 

Secondo lo United States Institute of Peace. l’esercito birmano è composto da appena 130mila soldati, di cui solo la metà pronti a essere dispiegati. Gli esperti concordano nel ritenere l’obbligo di leva un tentativo disperato per aumentare il numero di truppe, che si è progressivamente ridotto negli oltre tre anni di conflitto.

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Con l’inizio della guerra civile dopo il colpo di Stato del febbraio 2021, quando l’esercito ha spodestato il precedente governo guidato da Aung San Suu Kyi, migliaia di cittadini birmani sono fuggiti all’estero, cercando lavoro soprattutto in Thailandia, Malaysia, Singapore, Corea del Sud e anche Emirati Arabi Uniti.

 

Prima dell’introduzione della leva obbligatoria, il regime militare birmano, a corto di liquidità oltre che di uomini, aveva già introdotto due misure economiche che hanno penalizzato i lavoratori migranti: questi sono stati obbligati a utilizzare canali ufficiali per l’invio delle rimesse, versando (a tassi meno vantaggiosi) un quarto del loro stipendio, pena un divieto di espatrio per i tre anni successivi, e sono stati poi costretti a pagare le imposte sul reddito estero (su cui già pagano le tasse).

 

Ma ora, con l’imposizione del divieto di espatrio, «tutti hanno perso la speranza nel futuro», ha detto alla BBC un uomo che si stava preparando a lasciare il Myanmar per il Giappone. «Non ci sono opportunità di lavoro nel Paese e ora ci hanno anche proibito di lasciarlo. Non ci è permesso fare nulla?», ha aggiunto.

 

Molti giovani in età per essere arruolati nelle ultime settimane sono fuggiti in Thailandia grazie alle conquiste delle forze della resistenza, che sembrava avessero preso il controllo della città commerciale di Myawaddy. Un controllo, da parte delle milizie etniche locali e altri gruppi armati, durato però solo due settimane.

 

Circa 15mila persone sono fuggite durante gli scontri, rifugiandosi in monasteri e campi improvvisati lungo il fiume Moei, che separa il Myanmar dalla Thailandia. Secondo le Nazioni unite il numero totale di sfollati a causa del conflitto è di almeno 2,6 milioni.

 

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Renovatio 21 offre questo articolo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

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Immagine di EU Civil Protection and Humanitarian Aid via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NoDerivs 2.0 Generic

 

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Geopolitica

Ministro israeliano sionista chiede l’annessione del Libano meridionale

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Israele dovrebbe annettere vaste porzioni di territorio nel Libano meridionale nell’ambito della sua continua campagna contro i militanti di Hezbollah, ha dichiarato il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich. Il nuovo confine dovrebbe essere spostato fino al fiume Leonte, situato a quasi 40 chilometri dal confine meridionale del Libano con Israele, ha affermato lunedì alla radio israeliana.   Lo Stato Ebraico ha avviato una campagna militare contro Hezbollah all’inizio di marzo, dopo che il movimento militante con base in Libano aveva lanciato una serie di attacchi contro lo Stato ebraico in rappresaglia per l’uccisione della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei. Gli attacchi hanno fatto seguito a una campagna congiunta israelo-americana contro l’Iran, lanciata il 28 febbraio.   Da allora Israele ha ordinato a tutti i residenti del Libano meridionale di lasciare l’area a sud del Leonte a causa di quelle che ha definito «operazioni di terra limitate e mirate contro le principali roccaforti di Hezbollah». Secondo le autorità libanesi, gli attacchi israeliani hanno ucciso oltre 880 persone nelle ultime due settimane, con più di 2.000 feriti e oltre un milione di sfollati.

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«Lo dico qui in modo definitivo… in ogni stanza e in ogni discussione: il nuovo confine israeliano deve essere il Leonte», ha affermato lo Smotrich. La campagna «deve concludersi con una realtà completamente diversa, sia con la decisione di Hezbollah, sia con il cambiamento dei confini di Israele», ha aggiunto.   In precedenza, anche il Ministro della Difesa Israel Katz aveva affermato che il Libano potrebbe perdere territorio se non riuscirà a disarmare Hezbollah. Domenica, l’esercito israeliano ha annunciato l’intenzione di espandere le operazioni di terra e aeree nel Libano meridionale.   Un funzionario libanese ha dichiarato alla’genzia  Reuters che Beirut si aspetta che le nazioni straniere esercitino pressioni sullo Stato Giudaico affinché interrompa la sua offensiva. La scorsa settimana, il presidente francese Emmanuel Macron ha condannato le azioni dello Stato degli ebrei in Libano definendole «inappropriate e persino inaccettabili». Il Macrone ha inoltre sostenuto che le ripetute operazioni israeliane contro Hezbollah non hanno mai prodotto i risultati sperati.   Israele ha lanciato campagne militari contro Hezbollah in diverse occasioni dal 1978 e ha occupato il Libano meridionale tra il 1982 e il 2000.   Le posizioni del ministro del Partito Sionista Religioso Smotrich sono ben note al lettore di Renovatio 21.   In un documentario prodotto dal canale televisivo franco-tedesco Arte, intitolato Israele: estremisti al potere, lo Smotrich chiede a Israele di espandere i suoi confini fino a Damasco durante un’intervista filmata, dove afferma che Israele dovrebbe «espandersi poco a poco» e, a quanto si dice, dovrebbe incorporare parte o tutta l’attuale Giordania, Libano, Egitto, Siria, Iraq e Arabia Saudita. «È scritto che il futuro di Gerusalemme è espandersi fino a Damasco», ha affermato.  

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Come riportato da Renovatio 21, lo Smotrich aveva già citato il concetto in un servizio commemorativo per un attivista del Likud a Parigi. Parlando da un podio decorato con una mappa di Israele che includeva la Giordania, aveva affermato che il popolo palestinese «non esisteva».   Come riportato da Renovatio 21 ad agosto 2024, Smotrich ha espresso il suo sostegno al blocco degli aiuti a Gaza, affermando che «nessuno ci permetterà di far morire di fame due milioni di civili, anche se ciò potrebbe essere giustificato e morale, finché i nostri ostaggi non saranno restituiti».   Alla fine di febbraio 2024, il ministro sionista aveva affermato che lo Stato di Israele avrebbe dovuto «spazzare via» il villaggio palestinese di Huwwara, dopo che era stato oggetto di una violenta aggressione da parte dei coloni israeliani. Mesi prima lo Smotrrich aveva legalizzato 5 nuovi insediamenti di coloni ebraici. A inizio dell’anno passato aveva dichiarato che cacciare il 90% degli abitanti di Gaza «non costa nulla».   Smotrich, assieme ad altri partiti sionisti, aveva annunciato di essere pronto a lasciare il governo (facendolo quindi cadere) qualora Netanyahu accettasse la tregua con Hamas proposta dapprima dal presidente americano Biden.   Nel maggio 2025 Smotrich è intervenuto su Canale 12 TV dichiarando che Israele occuperà completamente la Striscia di Gaza, dicendo praticamente agli israeliani che dovrebbero dimenticare gli ostaggi rimasti nelle mani di Hamas. SOSTIENI RENOVATIO 21
 
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Geopolitica

l’Iran vorrebbe il cattolico JD Vance come negoziatore statunitense al posto degli ebrei Witkoff e Kushner

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Secondo quanto riportato dalla CNN, che cita alcune fonti, l’Iran avrebbe comunicato agli Stati Uniti di non voler collaborare con l’inviato speciale Steve Witkoff e con il genero del presidente Donald Trump, Jared Kushner, preferendo invece colloqui con il vicepresidente JD Vance.

 

Secondo la CNN, l’Iran ha espresso diffidenza nei confronti di Witkoff e Kushner a causa del fallimento dei precedenti contatti prima dell’inizio dell’operazione militare israelo-americana. Vance, a sua volta, sarebbe considerato dall’Iran un politico interessato a raggiungere un cessate il fuoco.

 

Lunedì, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti e l’Iran hanno avuto colloqui molto positivi e produttivi negli ultimi due giorni. Ha aggiunto di aver dato istruzioni al Pentagono di rinviare di cinque giorni gli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane.

 

Il ministero degli Esteri iraniano ha negato che i colloqui abbiano avuto luogo, affermando di aver ricevuto solo messaggi in cui Washington esprimeva la volontà di avviare un dialogo.

 

JD Vance è un cattolico convertito. Cresciuto in una famiglia di origini scozzesi-irlandesi con influenze protestanti evangeliche e un’infanzia segnata dal caos familiare, da giovane si dichiarò ateo, influenzato da autori come Christopher Hitchens e Sam Harris.

 

Durante gli studi di legge iniziò un percorso di ricerca spirituale. Fu attratto dal cattolicesimo grazie alle letture di Sant’Agostino, René Girard (il filosofo del sacrificio, maestro del suo mentore nel Venture Capital, Peter Thiel) e a conversarzioni  con frati domenicani. Nel 2019, a 35 anni, ha ricevuto il battesimo e la prima comunione nella chiesa domenicana di St. Gertrude a Cincinnati.

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Come riportato da Renovatio 21, il vicepresidente Vance l’anno passato criticò papa Francesco per le restrizione alla Messa in Latino. A inizio anno, dinanzi alle masse della March for Life,  ha paragonato l’aborto al sacrifizio umano pagano, una posizione che aveva ribadito anche mesi prima.

 

Vance ha descritto la conversione come «entrare nella resistenza», un approdo intellettuale e morale che lo ha aiutato a gestire la rabbia, perdonare e dare priorità alla famiglia. La moglie Usha, di fede induista, lo ha sostenuto in questo cammino. Secondo alcuni oggi la sua fede cattolica influenza profondamente il suo pensiero politico, con enfasi sulla dottrina sociale della Chiesa e sul bene comune.

 

Jared Kushner e Steve Witkoff sono entrambi ebrei. Kushner proviene da una famiglia di ebrei ortodossi moderni. Cresciuto osservante, ha frequentato una yeshiva (una scuola rabbinica), mantiene una casa kosher e osserva lo Shabbat. Ha sposato Ivanka Trump, figlia prediletta del presidente USA, che si è convertita all’ebraismo ortodosso prima del matrimonio.

 

Steve Witkoff è pure ebreo di nascita, figlio di genitori ebrei. Si definisce ebreo più in senso spirituale e culturale che strettamente religioso, pur essendo un forte sostenitore di Israele. Ha partecipato a eventi ebraici e ha donato per cause pro-Israele. Secondo il racconto pubblico, la sua vita è stata fortemente segnata dalla morte del figlio per overdose.

 

Entrambi rappresentano figure chiave nell’amministrazione Trump con radici ebraiche.

 

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Immagine di Gage Skidmore via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International

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Geopolitica

Cuba si prepara ad una possibile invasione statunitense

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Cuba è pronta a difendersi da una potenziale invasione americana, ha dichiarato il viceministro degli Esteri cubano Carlos Fernandez de Cossio, in seguito alle dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump sulla possibilità di annessione dell’isola.   Queste dichiarazioni giungono mentre Cuba si trova ad affrontare una crisi economica sempre più grave, innescata dal blocco petrolifero imposto da Trump a gennaio.   Questo mese, L’Avana ha avviato colloqui con Washington nel tentativo di allentare le tensioni. Il presidente degli Stati Uniti, tuttavia, la scorsa settimana ha nuovamente parlato di «prendere Cuba in qualche forma», sostenendo di poter fare «qualsiasi cosa voglia» con la nazione caraibica.

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Intervenendo domenica al programma Meet the Press della NBC, Fernandez de Cossio ha sottolineato che Cuba «è storicamente sempre stata pronta a mobilitarsi come nazione intera per un’aggressione militare».   «Non crediamo che sia qualcosa di probabile, ma saremmo ingenui se non ci preparassimo», ha detto il diplomatico, aggiungendo che qualsiasi invasione non avrebbe «assolutamente alcuna giustificazione».   Fernandez de Cossio ha respinto l’ipotesi di un cambio di regime dopo che alcune indiscrezioni avevano suggerito che Washington stesse valutando un accordo che avrebbe allentato le restrizioni commerciali in cambio di una «via d’uscita» per il presidente cubano Miguel Díaz-Canel. Questa opzione è «assolutamente» esclusa dai colloqui con gli Stati Uniti, ha affermato.   La scorsa settimana Cuba è stata colpita da un blackout nazionale che ha lasciato quasi 11 milioni di persone senza elettricità. Il Paese ha dovuto affrontare settimane di interruzioni di corrente e carenza di carburante dopo che le spedizioni di petrolio venezuelano sono state bloccate a seguito della campagna statunitense contro il presidente Nicolás Maduro e dei tentativi di Washington di bloccare altri fornitori.   Trump ha citato i legami di Cuba con Russia, Cina, Iran e gruppi armati filo-palestinesi come ragioni per il blocco. L’Avana ha denunciato le pressioni come illegali ai sensi del diritto internazionale.  

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Immagine di Thomassin Mickaël via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
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