Economia
La Cina continua a inondare il mondo con forniture mediche difettose
Più di una dozzina di paesi in quattro continenti hanno recentemente rivelato problemi con test Coronavirus e dispositivi di protezione individuale di fabbricazione cinese.
Le autorità cinesi hanno rifiutato di assumersi la responsabilità per le apparecchiature difettose e in molti casi hanno dato la colpa ai paesi che hanno acquistato il materiale
Molti altri Paesi stanno avendo problemi con le forniture mediche.
- Australia. Il 1 ° aprile, l’Australian Broadcasting Corporation (ABC) ha riferito che l’Australian Border Force (ABF) aveva sequestrato quasi un milione di maschere protettive e altri indumenti protettivi fabbricati in Cina che venivano esportati in Australia per aiutare a fermare la diffusione del coronavirus
- Austria. Il 6 aprile, il Ministero degli Affari economici ha confermato che 500.000 maschere ordinate dalla Cina per l’uso in Alto Adige erano “completamente inutilizzabili” perché non soddisfacevano gli standard di sicurezza
- Belgio. Il 31 marzo, l’ospedale universitario di Lovanio ha respinto una spedizione di 3.000 maschere dalla Cina perché l’attrezzatura era scadente.
- Canada. Il 7 aprile, la città di Toronto ha richiamato più di 60.000 maschere chirurgiche prodotte in Cina
- Repubblica Ceca. Il 23 marzo, il sito di notizie ceco iRozhlas ha riferito che 300.000 kit di test coronavirus consegnati dalla Cina avevano un tasso di errore dell’80%
- Finlandia. Il 10 aprile, l’amministratore delegato dell’Agenzia nazionale di forniture di emergenza finlandese, Tomi Lounema, si è dimesso dopo aver ammesso di aver speso 10 milioni di euro (11 milioni di dollari) in dispositivi di protezione difettosi dalla Cina.
- Georgia. Il 27 marzo, il ministro della sanità Ekaterine Tikaradze ha annullato un ordine per 200.000 test di coronavirus prodotti dalla Shenzhen Bioeasy Biotechnology Company con sede in Cina
- India. Il 16 aprile, l’Economic Times di Mumbai ha riferito che 50.000 pezzi di dispositivi di protezione individuale donati dalla Cina erano difettosi e inutilizzabili.
- Irlanda. Il 6 aprile, l’Health Service Executive (HSE) ha rivelato che gran parte della consegna di 200 milioni di euro di dispositivi di protezione individuale forniti dalla Cina è risultata inutilizzabile per gli operatori sanitari.
- Malaysia. Il 16 aprile, le autorità malesi hanno approvato l’uso di kit di test del coronavirus dalla Corea del Sud dopo che kit analoghi provenienti dalla Cina sono risultati difettosi
- Olanda. Il 28 marzo, i Paesi Bassi hanno richiamato 1,3 milioni di maschere prodotte in Cina perché non soddisfacevano gli standard minimi di sicurezza per il personale medico.
- Filippine. Il 29 marzo, il Dipartimento della Salute si è scusato per i commenti fatti il giorno prima che due lotti di kit di test del coronavirus forniti dalla Cina erano scadenti.
La pandemia di coronavirus ha messo in luce i difetti della globalizzazione mettendo a nudo il modo in cui l’Occidente si è permesso di diventare pericolosamente dipendente dalla Cina comunista per la fornitura di prodotti sanitari e sanitari essenziali.
- Slovacchia. Il 1 ° aprile, il primo ministro Igor Matovič ha rivelato che oltre un milione di test di coronavirus forniti dalla Cina per un pagamento in contanti di € 15 milioni ($ 16 milioni) erano inaccurati e incapaci di rilevare Covid-19
- Turchia. Il 27 marzo, il ministro della sanità Fahrettin Koca ha dichiarato che la Turchia aveva provato i test di coronavirus di fabbricazione cinese ma le autorità “non erano contente di loro”.
- Regno Unito. Il 6 aprile, il quotidiano londinese The Times ha riferito che 17,5 milioni di test sugli anticorpi coronavirus forniti dalla Cina erano difettosi
- Stati Uniti. Il 17 aprile, il direttore del Dipartimento della pubblica sicurezza del Missouri, Sandy Karsten, ha rivelato che 3,9 milioni di maschere KN95 fabbricate in Cina erano difettose
Economia
Si profila la più grande crisi energetica della storia umana: parla l’inviato di Putin
Il mondo si sta dirigendo verso la più grave crisi energetica della storia e l’Europa non è preparata, ha affermato l’inviato del Cremlino Kirill Dmitriev. L’avvertimento giunge in un momento in cui l’escalation del conflitto in Medio Oriente ha generato volatilità nei mercati energetici globali. Lo riporta la stampa russa.
Parlando lo scorso giovedì, Dmitriev – a capo del Fondo russo per gli investimenti diretti (RDIF) e inviato speciale del presidente Vladimir Putin per gli investimenti e la cooperazione economica – ha affermato di aver previsto in precedenza che il prezzo del petrolio avrebbe superato i 100 dollari al barile se fosse scoppiato un conflitto di questo tipo.
«Allora nessuno ci credeva», ha detto, aggiungendo che ora alcuni operatori di mercato stanno discutendo la possibilità che i prezzi salgano a 150 o addirittura 200 dollari.
«Constatiamo che si sta avvicinando la più grave crisi energetica della storia dell’umanità. Né l’UE né il Regno Unito sono minimamente preparati ad affrontarla», ha dichiarato Dmitriev a margine del congresso del RDIF. Bruxelles e Londra si sono «danneggiate da sole» rifiutando il petrolio e il gas russi, e le conseguenze di ciò stanno solo ora iniziando a manifestarsi, ha aggiunto.
Dmitriev ha avvertito che l’UE rischia la deindustrializzazione e che «grossi problemi» attendono il Regno Unito, sostenendo che ciò è il risultato delle scelte fatte dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e da altri «politici russofobi».
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Secondo l’economista russo, i governi occidentali saranno prima o poi costretti a cercare di riacquistare accesso all’energia russa.
I prezzi del petrolio e del gas sono aumentati vertiginosamente in seguito all’escalation del conflitto in Medio Oriente, innescata dagli attacchi congiunti tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran e dai successivi attacchi di rappresaglia iraniani in tutta la regione, che hanno portato alla chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz alla navigazione occidentale.
Lo stretto trasporta normalmente circa un quinto della fornitura giornaliera mondiale di petrolio e l’AIE ha avvertito che le interruzioni potrebbero durare mesi o anni. I prezzi del gas in Europa sono aumentati di circa il 70% dal 1° marzo; il petrolio Brent ha superato i 110 dollari al barile, spingendo Washington ad allentare le sanzioni sul petrolio russo.
L’UE si trovava già a dover affrontare le conseguenze della sua decisione di interrompere i legami energetici con la Russia in seguito all’escalation del conflitto in Ucraina, nonché i costi delle sue politiche di transizione verde.
La Commissione Europea ha dichiarato che non ci sarà alcun ritorno all’energia russa e che continuerà a perseguire la completa eliminazione dei combustibili fossili russi entro il 2027. Questa settimana, tuttavia, ha sospeso i piani per un divieto totale del petrolio russo, a causa di quelli che alcuni funzionari avrebbero definito «gli attuali sviluppi geopolitici».
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Economia
Volkswagen sta valutando un accordo per la fornitura di armi a Israele
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Economia
La guerra in Iran e la rinazionalizzazione dell’industria italiana. Intervista al prof. Pagliaro
Lo Stretto di Ormuzzo è chiuso, seppure in modo selettivo, da 20 giorni. Secondo quanto riportano alcune fonti, già vi sarebbe scarsità di carburante in Australia, Vietnam, Etiopia, Slovenia, e in molti altri Paesi. Il governo italiano negli stessi giorni sta di fatto cercando di rinazionalizzare Telecom Italia (TIM), l’azienda di telefonia fissa e mobile privatizzata in modo rovinoso 30 anni fa. «Il cambiamento», aveva detto a Renovatio 21 esattamente un anno fa Mario Pagliaro intravedendo nelle prime nazionalizzazioni il ritorno dell’IRI, «è già iniziato». Il chimico del CNR ed accademico europeo, tra i maggiori esperti di energia solare in Italia, autore nel 2018 di Helionomics, è stato fra i primi a sostenere la necessità della rifondazione dell’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI) per mettere fine alla deindustrializzazione e ad una crisi economica profondissima, mascherata solo dall’incessante aumento del debito pubblico – 3112 miliardi a gennaio – che cresce ogni anno di oltre 100 miliardi. Siamo dunque tornati a sentire il professor Pagliaro che sui temi dell’energia e della rinascita industriale dell’Italia ha parlato spesso proprio con Renovatio 21.
Quando lei tre anni fa ci parlò fra i primi del ritorno delle nazionalizzazioni e poi della necessità di rifondare l’IRI, in molti anche fra i nostri lettori, pensavano si trattasse di aspirazioni irrealizzabili. Tre anni dopo, il governo sta rinazionalizzando TIM facendola acquistare a Poste che ha approvato il lancio di un’offerta pubblica di acquisto e scambio volontaria totalitaria su Telecom Italia con l’obiettivo di acquisire l’intero capitale sociale di TIM e procedere alla revoca dalla quotazione delle azioni di TIM in Borsa. Costo totale, 10,8 miliardi.
Questo processo è ineludibile. Non farlo avrebbe significato perdere l’intero settore delle telecomunicazioni. Così come è ineludibile che lo Stato proceda alla nazionalizzazione di tutti i settori produttivi strategici allo sviluppo nazionale: acciaio, automobili, grandi costruzioni, strade ed autostrade, cantieristica navale, costruzione treni, ed energia: devono, o sono già, tornare tutti nelle mani dello Stato, altrimenti l’Italia uscirà da ognuno di questi settori. Il tempo del liberismo economico è concluso. E non tornerà mai più. Semmai si pone con urgenza un’altra questione.
Quale?
Quella di fondare subito a Roma l’Istituto italiano di management in cui lo Stato dovrà formare i manager delle sue aziende, esattamente come faceva l’IRI fin dalla fondazione grazie all’intuizione del suo fondatore, Alberto Beneduce, che subito comprese la necessità di dare il via alla formazione dei manager delle aziende statali. Istituto italiano di management: e non Scuola superiore di pubblica amministrazione. Quella deve e dovrà occuparsi della formazione della dirigenza della pubblica amministrazione.
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Lei prevede dunque che sarà rifondata l’IRI come auspicava proprio un anno fa?
Di fatto, l’IRI è già rinata. Da Autostrade a TIM, da Monte dei Paschi ad Alitalia fino ai camion e ai veicoli militari, i governi che si sono succeduti negli ultimi anni hanno optato di affidare le varie operazioni di acquisizione di aziende e banche a diversi enti, banche o società pubbliche: a volte a Poste, altre a Cassa depositi e prestiti, altre al Tesoro.
Ragioni quasi ovvie di efficacia amministrativa suggeriscono che nascerà presto un ente pubblico economico al quale saranno conferite tutte le quote di controllo delle aziende di Stato. E siccome occorre procedere alla ricostruzione industriale del Paese – e tutti ricordano come l’economia italiana sia stata resa grande proprio dall’IRI – è verosimile che uno dei governi che verrà, se non già quello attuale, chiamerà IRI l’ente pubblico proprietario delle aziende di Stato. Che mai più saranno privatizzate.
Veniamo alla chiusura dello Stretto di Ormuzzo. Se la guerra continuerà ci saranno problemi di disponibilità di carburante anche in Italia?
In misura minore, nel caso dovesse accadere, rispetto agli altri Paesi europei. E non solo perché l’Italia estrae fra Lucania e Sicilia il 7% del proprio fabbisogno petrolifero, ma perché l’Italia si approvvigiona di petrolio principalmente dal Nord Africa e dal Caucaso. Ad esempio, una grande raffineria in Sicilia è di proprietà dell’azienda statale algerina, che vi raffina petrolio algerino.
Una parte del carburante raffinato è riesportata verso l’Algeria e una parte venduta in Italia. Più che un problema di disponibilità in Italia, in caso di prolungata chiusura di Hormuz, si verrebbe a creare un problema legato al prezzo dei carburanti – benzina, diesel, e kerosene – che aumenterebbe di molto. Com’è noto, infatti, il prezzo del petrolio si determina a livello internazionale: e a fronte di una domanda in continua crescita dovuta all’espandersi della popolazione mondiale e alla crescita economia di tutti i Paesi in via di sviluppo, la carenza del greggio mediorientale determinerebbe inevitabilmente un aumento del prezzo del petrolio.
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E il gas naturale: il Qatar ha interrotto le forniture di gas liquefatto a causa della distruzione dell’impianto di caricamento sulle navi?
Vale lo stesso ragionamento: il problema in Italia potrebbe riguardare i prezzi, ma non la disponibilità del combustibile, peraltro necessario al vasto e moderno parco termoelettrico italiano fatto di centrali a turbogas. L’Italia trae la gran parte del proprio fabbisogno di gas naturale dai gasdotti che la collegano ad Algeria, Libia, Caucaso e Olanda e, fino a pochi anni fa, alla Russia.
La quota di gas naturale liquefatto nel 2025 è arrivata a circa 20 miliardi di metri cubi sui consumi complessivi 62 consumati nell’anno. La gran parte del GNL consumato in Italia è gas egiziano che ENI trasporta con la sua moderna flotta di navi «gasiere». L’azienda fondata da Mattei dal 2017 estrae gas naturale dal giacimento Zohr, 200 km a Nord di Porto Said, in Egitto: il maggiore mai scoperto nel Mediterraneo.
A inizio 2025, dal giacimento venivano estratti 100 milioni di metri cubi al giorno. Una parte va ad alimentare il fabbisogno egiziano, ma la gran parte viene esportata generando valuta pregiata per lo Stato egiziano. Di recente è iniziato pure l’incremento della produzione attraverso l’avvio della stazione di compressione di El Gamil.
La stessa stazione è collegata tramite un gasdotto ai giacimenti nel Delta del Nilo dove ENI estrae gas naturale dall’area della Gande Nooros, il cui potenziale produttivo è enorme. In breve, l’Italia accede nel Nord Africa ad enormi quantità di gas naturale con cui potrà compensare qualsiasi carenza del gas proveniente dallo Stretto di Hormuz.
E quali soluzioni avrebbero famiglie e imprese per far fronte agli aumenti del costo tanto dei carburanti, che dell’energia elettrica che in Italia si ottiene in gran parte dal gas?
Ricorrere con urgenza al fotovoltaico abbinato alle batterie al litio al fine di massimizzare il consumo di energia elettrica autoprodotta gratuitamente dal sole, e non prelevata dalla rete. Dotandosi al contempo di auto e furgoni con motore elettrico, le cui batterie saranno ricaricate con l’energia fotovoltaica autoprodotta. Per anni abbiamo insistito che il ricorso all’energia solare, prima ancora che una necessità ambientale, fosse un’urgenza economica. Per questo utilizziamo la parola «Helionomics».
Le circa 900mila fra famiglie e imprese italiane proprietarie di impianti fotovoltaici sul tetto di abitazioni e aziende abbinati a batterie agli ioni di litio sanno bene quanto questi impianti abbiano contributo a calmierare gli aumenti e la volatilità dei prezzi dell’energia elettrica. Ricordo che alla fine dello scorso anno in Italia risultavano connessi alla rete elettrica quasi 885 mila sistemi di accumulo elettrochimici, quasi tutti abbinati ad impianti fotovoltaici, per una capacità complessiva di circa 18 milioni di kWh (chilowattora) capaci di erogare una potenza complessiva pari a circa 7,2 GW (miliardi di Watt).
In pratica, quasi un impianto fotovoltaico su due, in Italia, è abbinato alle batterie agli ioni di litio. Un’autentica rivoluzione energetica parte integrante dell’Helionomics. Occorre continuare, con determinazione, su questa strada.
Immagine di ESA via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 IGO; immagine tagliata
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