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Geopolitica

La caduta del modello occidentale

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21

 

 

 

Il modello occidentale, fondato su capitalismo e democrazia, non riesce più né a difendere l’interesse generale né a garantire la sovranità popolare. Sommati, questi due fallimenti sono gl’ingredienti di una rivoluzione generalizzata.

 

 

 

 

La crisi del capitalismo

La crisi dell’Occidente è storicamente iniziata con la crisi del capitalismo americano del 1929. All’epoca, la maggior parte dei libri e dei giornali affermavano che la concentrazione del capitale, bloccando la concorrenza in molti settori, avrebbe reso sterile l’economia.

 

La crisi dell’Occidente è storicamente iniziata con la crisi del capitalismo americano del 1929. All’epoca, la maggior parte dei libri e dei giornali affermavano che la concentrazione del capitale, bloccando la concorrenza in molti settori, avrebbe reso sterile l’economia

Mentre negli Stati Uniti imperversava la fame, per uscire dall’impasse economico la stampa dell’epoca proponeva tre modelli politici:

 

  •  il leninismo, ossia la nazionalizzazione di tutti i mezzi di produzione, correndo il rischio di stroncare ogni iniziativa individuale;

 

  •  il fascismo dell’ex rappresentante di Lenin in Italia, Benito Mussolini, che non voleva combattere la concentrazione del capitale, ma organizzarlo in corporazioni, così correndo il rischio di far perdere ai salariati ogni possibilità di resistere a datori di lavoro senza scrupoli;

 

  • il progressismo di Franklin Roosevelt, secondo cui l’economia poteva essere rilanciata dalla tecnologia, purché si ripristinasse la concorrenza attraverso lo smantellamento delle grandi società (dottrina di Simon Patten).

 

Mentre negli Stati Uniti imperversava la fame, per uscire dall’impasse economico la stampa dell’epoca proponeva tre modelli politici: leninismo, fascismo, progressismo

Lo stesso Lenin non poté che constatare il fallimento, in un periodo di guerra civile, della propria teoria economica. Perciò liberalizzò il commercio estero e persino autorizzò in Unione Sovietica alcune imprese private (la Nuova Politica Economica – NEP). Il fascismo poté affermarsi solo a prezzo di una terribile repressione. Fu spazzato via dalla seconda guerra mondiale. Il progressismo divenne invece la regola fino agli anni Ottanta, allorquando fu contestato dalla deregolamentazione di Donald Reagan e Margaret Thatcher.

 

Anche il quarto modello, la deregolamentazione appunto, è stato rimesso in discussione dalla rovina delle classi medie, vittime della globalizzazione.

 

Il presidente Bush padre pensò che con la sparizione dell’URSS la ricerca della prosperità si sarebbe sostituita alla rivalità militare tra Washington e Mosca. Autorizzò alcune società USA a stringere alleanza con il Partito Comunista Cinese e a delocalizzare fabbriche sulle coste della Cina.

 

Anche il quarto modello, la deregolamentazione appunto, è stato rimesso in discussione dalla rovina delle classi medie, vittime della globalizzazione

La formazione dei lavoratori autoctoni era carente, ma la manodopera costava venti volte meno di quella statunitense. Queste società accumularono profitti colossali, che consentirono loro d’imporre in alcuni settori una concentrazione molto più forte di quella del ‘29. Per di più, queste società trassero la parte più cospicua dei profitti non già dalla produzione di beni e servizi, ma dalla liquidità. La natura del capitalismo cambiò di nuovo: da produttivo divenne finanziario.

 

Oggi i lavoratori cinesi, adeguatamente formati, costano quanto i lavoratori statunitensi, sicché le delocalizzazioni ora danneggiano il Paese che le mette in atto verso il Vietnam e l’India. Si è tornati al punto di partenza.

 

Le società USA, che avevano iniziato a delocalizzare i posti di lavoro in Cina e a trasformare le imprese in attività puramente finanziarie, sono riuscite ad amalgamare ideologia della «globalizzazione economica» e mondializzazione dell’uso di nuove tecnologie; due concezioni che però non possono andare di pari passo. Infatti le nuove tecnologie possono essere utilizzate ovunque nel mondo, ma non possono esserlo nel medesimo tempo, in quanto richiedono energia e materie prime.

 

Queste società trassero la parte più cospicua dei profitti non già dalla produzione di beni e servizi, ma dalla liquidità. La natura del capitalismo cambiò di nuovo: da produttivo divenne finanziario

L’economia americana ha perciò convinto il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld a dividere il mondo in due parti: da un lato la zona di consumo globale, avente per epicentro USA, Russia e Cina; dall’altro la zona che possiede le risorse necessarie ad alimentare la prima.

 

Il Pentagono decise perciò di distruggere le strutture statali del Medio Oriente Allargato, per privare le popolazioni della regione dei mezzi per opporre resistenza; George W. Bush chiamò l’operazione «guerra senza fine». E guerre infinite iniziarono davvero in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria e Yemen; ogni volta per ragioni diverse, ma sempre con gli stessi aggressori, i jihadisti.

 

Nel 2017 Donald Trump e Xi Jinping decisero contemporaneamente di contrastare il fenomeno: il primo con il nazionalismo protezionista, il secondo con il nazionalismo economico.

 

La riforma fiscale di Trump, il Border Ajustment Act, prevedeva di liberalizzare le esportazioni e di tassare al 20% le importazioni; fu però respinta dal Congresso. Xi Jinping, nel corso del XIX Congresso del PCC, creò invece un organo per controllare la conformità degli obiettivi delle imprese a quelli della nazione, il Fronte Unito. Nel consiglio di amministrazione delle grandi imprese cinesi ora siede un rappresentante dello Stato.

 

Le società USA, che avevano iniziato a delocalizzare i posti di lavoro in Cina e a trasformare le imprese in attività puramente finanziarie, sono riuscite ad amalgamare ideologia della «globalizzazione economica» e mondializzazione dell’uso di nuove tecnologie

Lo smacco del progetto fiscale indusse Trump a tentare di ottenere i medesimi vantaggi economici dichiarando una guerra dei dazi alla sola Cina. Il PCC reagì cercando di espandere il mercato interno, nonché d’indirizzare il surplus di produzione verso l’Europa, che ne pagò immediatamente il prezzo. Come sempre accade quando i governanti non sono attenti all’indigenza della popolazione, il problema economico causa una crisi politica.

 

 

La crisi della democrazia

Diversamente da un luogo comune, che scaturisce dall’apparenza delle cose, all’origine delle rivoluzioni non c’è la scelta di un nuovo regime politico, bensì la difesa d’interessi collettivi, che in epoca moderna si connotano sempre di patriottismo. Chi si rivolta è convinto, a torto o a ragione, che chi governa sia al servizio d’interessi stranieri e quindi non sia più un alleato, ma un nemico.

 

L’ordine mondiale che s’impose dopo la seconda guerra mondiale era supposto servire l’interesse generale, sia nel caso avesse forma democratica sia fosse la dittatura del proletariato. Tuttavia, in Stati non sovrani, che appartenevano alla NATO o al Patto di Varsavia, il sistema non poteva funzionare a lungo. A un dato momento i dirigenti di questi Stati sono stati indotti a tradire il popolo e a servire il proprio sovrano, USA o URSS.

 

Il sistema fu accettato per il tempo in cui, a torto o a ragione, fu giudicato indispensabile per vivere in pace. Una ragione oggi venuta meno. La NATO però è ancora lì, benché priva di legittimità.

All’origine delle rivoluzioni non c’è la scelta di un nuovo regime politico, bensì la difesa d’interessi collettivi, che in epoca moderna si connotano sempre di patriottismo. Chi si rivolta è convinto, a torto o a ragione, che chi governa sia al servizio d’interessi stranieri e quindi non sia più un alleato, ma un nemico

 

La NATO, sorta di Legione Straniera di Stati Uniti e Regno Unito, ha concepito e creato quel che è divenuta l’Unione Europea.

 

In un primo momento lo scopo era ancorare l’Europa dell’Ovest al campo Occidentale. Oggi invece l’Unione Europea subordina nei trattati la propria Difesa alla NATO.

 

In pratica, per i popoli dell’UE l’Alleanza del Nord Atlantico è l’elemento militare di un insieme di cui l’UE è l’elemento civile. La NATO impone norme, fa costruire infrastrutture e si fa finanziare attraverso istituzioni opache. Tutto questo viene tenuto nascosto alle popolazioni dei Paesi dell’Unione, cui viene spiegato, per esempio, che il parlamento europeo vota le leggi, mentre non fa che ratificare testi della NATO presentati dalla Commissione.

 

La NATO, sorta di Legione Straniera di Stati Uniti e Regno Unito, ha concepito e creato quel che è divenuta l’Unione Europea. Oer i popoli dell’UE l’Alleanza del Nord Atlantico è l’elemento militare di un insieme di cui l’UE è l’elemento civile. Tutto questo viene tenuto nascosto alle popolazioni dei Paesi dell’Unione, cui viene spiegato, per esempio, che il parlamento europeo vota le leggi, mentre non fa che ratificare testi della NATO presentati dalla Commissione

Non c’è dubbio che, benché lo subiscano senza reagire, i cittadini non accettino simile ordine: mai hanno smesso di opporsi all’idea di una Costituzione europea.

 

Parallelamente, il concetto di democrazia è stato profondamente trasformato.

 

Non si tratta di garantire il «potere del popolo», ma di sottostare allo «Stato di diritto»; due concetti inconciliabili. Ora i magistrati, in vece del popolo, decidono chi ha il diritto di rappresentarlo e chi no. Un trasferimento di sovranità dai popoli ai sistemi giudiziari indispensabile per consentire l’effettivo dominio degli anglosassoni sui Paesi della UE. Da qui l’accanimento di Bruxelles a voler imporre lo «Stato di diritto» a Polonia e Ungheria.

 

 

La rivolta

Negli Stati Uniti il crollo del livello di vita subito dalla gente comune con Barack Obama ha portato all’elezione di Donald Trump. In Europa l’accelerazione delle delocalizzazioni, conseguenza della guerra dei dazi tra USA e Cina, ha prodotto in Francia il movimento dei Gilet Gialli.

 

Nelle prime settimane del movimento, questa rivolta popolare si è in particolare concretizzata nella rivendicazione del Referendum d’Iniziativa Popolare – RIC – di Étienne Chouard.

 

Riassumendo, l’attuale rivolta è frutto sia di tre quarti di secolo di dominazione anglosassone sui Paesi membri dell’Unione Europea sia dell’iperconcentrazione del capitale globalizzato

Una ribellione che si può collocare nel solco della candidatura alla presidenza della repubblica francese del 1981 del comico Coluche («Tous ensemble pour leur foutre au cul», «Tutti insieme per fotterli in culo») e delle manifestazioni del comico italiano Beppe Grillo nel 2007 («Vaffanculo»). L’ironia s’accompagna progressivamente a una collera sempre più forte e oscena.

 

Bisogna essere consapevoli che il rifiuto della dominazione militare USA è precedente al rifiuto della globalizzazione economica, ma è quest’ultima ad aver dato il via alla rivolta. Bisogna altresì distinguere le rivendicazioni patriottiche dei Gilet Gialli, bandiera nazionale in testa, da quelle dei trotskisti che hanno rapidamente preso il controllo del movimento e l’hanno deviato, attaccando simboli della nazione e vandalizzando l’Arco di Trionfo, nonché la statua della Marsigliese.

 

Riassumendo, l’attuale rivolta è frutto sia di tre quarti di secolo di dominazione anglosassone sui Paesi membri dell’Unione Europea sia dell’iperconcentrazione del capitale globalizzato. Queste due crisi sommate formano una bomba a scoppio ritardato che, se non disinnescata, esploderà a danno di tutti. La ribellione ha ora reale coscienza del problema, ma non ancora la maturità necessaria per impedire ai governanti europei di neutralizzarla.

 

Queste due crisi sommate formano una bomba a scoppio ritardato che, se non disinnescata, esploderà a danno di tutti. La ribellione ha ora reale coscienza del problema, ma non ancora la maturità necessaria per impedire ai governanti europei di neutralizzarla

Senza nemmeno cercare soluzioni, costoro sperano di beneficiare dei propri privilegi il più a lungo possibile, senza assumersi responsabilità. In questo modo non hanno scelta: o spingere alla guerra o rischiare di essere rovesciati con grande violenza.

 

 

Thierry Meissan

 

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

 

 

 

Fonte: «La caduta del modello occidentale», Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 21 ottobre  2020.

 

 

 

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Himalaya: Pechino e Delhi rilanciano colloqui di confine, ma armano le truppe

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Stallo sul ritiro delle rispettive forze lungo la frontiera provvisoria. I cinesi posizionano nella regione lanciamissili a lunga gittata; gli indiani obici M777. India: abbiamo le capacità per fronteggiare l’esercito cinese. La Cina è meglio armata, ma i suoi soldati non sono abituati a combattere in alta montagna.

 

 

Cina e India riprenderanno entro fine mese gli incontri militari per risolvere le loro dispute territoriali sul confine himalayano.

 

L’ultimo round negoziale si è interrotto il 10 ottobre. Il fallimento dei colloqui è dovuto al rifiuto dei cinesi di ritirarsi dall’area di Hot Springs, nel Ladakh orientale, e far rientrare le loro forze in una base permanente, come fatto dagli indiani: posizioni che le due parti hanno tenuto fino ad aprile 2020. Allo stesso tempo Pechino accusa Delhi di non voler ridurre le sue truppe sull’altipiano di Depsang.

 

Cina e India condividono un confine di 3.488 km nell’Himalaya, per il quale hanno combattuto un breve ma sanguinoso conflitto nel 1962

Cina e India condividono un confine di 3.488 km nell’Himalaya, per il quale hanno combattuto un breve ma sanguinoso conflitto nel 1962. Delhi rivendica ampi settori dell’Aksai Chin (che i cinesi hanno ottenuto dal Pakistan); Pechino avanza pretese sullo Stato indiano dell’Arunachal Pradesh.

 

Negli ultimi 46 anni le due Forze armate si sono fronteggiate diverse volte, spesso senza registrare vittime.

 

Il 15 giugno 2020 truppe indiane e cinesi si sono affrontate però nella valle di Galwan, tra il Ladakh indiano e l’Aksai Chin cinese: 20 soldati indiani sono morti; fonti non confermate all’inizio parlavano di 45 vittime fra i cinesi.

 

Lo stallo nei negoziati ha portato a una crescente militarizzazione del confine sino-indiano

 

Secondo il South China Morning Post, che cita fonti vicine all’esercito cinese, di recente Pechino ha schierato alla frontiera con l’India più di 100 sofisticati lanciamissili a lunga gittata. La mossa dell’Esercito popolare di liberazione sarebbe una risposta al dispiegamento nelle aree contese di tre reggimenti indiani armati con pezzi d’artiglieria M777.

 

Analisti cinesi osservano che la Cina ha un vantaggio numerico e in termini di armamento rispetto all’India. Gli indiani hanno però una maggiore esperienza nei combattimenti ad alta quota con temperature glaciali

Analisti cinesi osservano che la Cina ha un vantaggio numerico e in termini di armamento rispetto all’India. Gli indiani hanno però una maggiore esperienza nei combattimenti ad alta quota con temperature glaciali.

 

Il generale indiano Vinod Bhatia è convinto che l’esercito indiano abbia la forza per fronteggiare i cinesi lungo la frontiera provvisoria, soprattutto grazie alla sua abilità nel combattere in alta montagna. Il generale a riposo, ex direttore generale delle operazioni militari di Delhi, fa notare che le due parti hanno irrigidito le loro posizioni mentre si preparano a una lunga contesa, con il governo indiano che rimane fedele alla linea della «pazienza strategica» (No blinking no brinkmanship).

 

Secondo Bhatia, però, Cina e India non hanno interesse a drammatizzare la situazione: «dubito – dice l’alto ufficiale indiano ad AsiaNews – ci sarà un escalation, anche se potrebbero aumentare frequenza, intensità e portata delle trasgressioni frontaliere compiute dall’esercito cinese».

 

Il generale indiano Rajiv Narayanan, «l’India ha le capacità necessarie per opporsi alla Cina e al suo “burattino” pakistano»

Anche per un altro generale indiano, Rajiv Narayanan, «l’India ha le capacità necessarie per opporsi alla Cina e al suo “burattino” pakistano».

 

Secondo l’ex direttore generale aggiunto delle operazioni militari dell’esercito, nell’immediato Pechino non tenterà di inasprire la disputa, ma potrebbe farlo in primavera, dato che i soldati cinesi inviati sul confine himalayano hanno problemi ad acclimatarsi.

 

 

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Geopolitica

Kabul, si muore di fame e freddo nei campi degli sfollati

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La crisi umanitaria diventa sempre più grave in Afghanistan. Gli ospedali sono al collasso senza gli aiuti umanitari. I funzionari pubblici non ricevono lo stipendio da 4 mesi. Gli sforzi della diplomazia sembrano non portare da nessuna parte.

 

 

A Kabul, nei campi per gli sfollati interni, nei giorni scorsi sono morti cinque bambini per il freddo e la fame. Le famiglie erano scappate dalle province per sfuggire alle rappresaglie dei talebani prima che questi arrivassero alla capitale.

 

Nei campi non ci sono strutture sanitarie, i bambini che nascono restano senza vestiti per ore. Senza i soldi degli aiuti internazionali anche gli ospedali sono al collasso.

 

«Eravamo abituati a far nascere 70 bambini al giorno, ma ora siamo scesi a meno di 15. Avevamo più di 100 ostetriche, ora ne abbiamo 6»

«Non siamo in grado di pagare gli stipendi e le forniture a causa della situazione economica», ha raccontato Atiqullah Kariq, direttore dell’ospedale Dasht-e-Barchi a Kabul. «Eravamo abituati a far nascere 70 bambini al giorno, ma ora siamo scesi a meno di 15. Avevamo più di 100 ostetriche, ora ne abbiamo 6. Stiamo facendo del nostro meglio, ma senza un maggiore aiuto internazionale, non possiamo tornare a lavorare come prima».

 

Circa 9 miliardi di dollari (oltre 7,5 miliardi di euro) di riserve della banca centrale afghana restano bloccati nelle banche americane, per cui i salari dei dipendenti pubblici non vengono ancora pagati.

 

A Herat centinaia di insegnanti si sono uniti in protesta perché da quattro mesi non ricevono lo stipendio. La gente non riesce a pagare le bollette, gli insegnanti lamentano di non avere i soldi e i mezzi per portare i figli dal medico. «Guadagnano i soldi per vivere vendendo elettrodomestici ma ora non hanno più nulla da vendere», ha detto Mohammad Sabir Mashal, capo dell’associazione degli insegnanti.

 

Prima della creazione dell’Emirato islamico dell’Afghanistan, il 75% della spesa pubblica era finanziato da aiuti internazionali.

Prima della creazione dell’Emirato islamico dell’Afghanistan, il 75% della spesa pubblica era finanziato da aiuti internazionali

 

Intanto i Paesi confinanti hanno chiuso le porte ai richiedenti asilo afghani: il governo talebano ha detto che in meno di un mese ricomincerà a rilasciare passaporti, ma intanto la sofferenza di chi è rimasto bloccato in Afghanistan aumenta.

 

Human Rights Watch ha chiesto alle Nazioni unite e alle altre agenzie internazionali di aumentare il sostegno agli afghani che sono fuggiti o vogliono fuggire dal Paese. Chi è già scappato in Occidente ha bisogno di «soluzioni sicure e durature», mentre per chi è rimasto dovrebbe essere stabilito «un programma di partenze controllate».

 

È in questo contesto che va inserita la partecipazione dei talebani alla conferenza internazionale tenutasi ieri a Mosca, alla quale hanno partecipato i rappresentanti di Russia, Cina, Pakistan, India, Iran e cinque «stan» dell’Asia centrale. Nella dichiarazione finale chiedono l’intervento dell’ONU per evitare una crisi umanitaria di proporzioni catastrofiche, soprattutto ora che arriva l’inverno.

 

«L’onere principale dovrebbe essere sostenuto dalle forze i cui contingenti militari sono stati presenti in questo Paese negli ultimi 20 anni», hanno affermato, riferendosi agli Stati Uniti.

I talebani continuano a rassicurare il mondo di essere in grado di controllare il Paese, ma in realtà non hanno i mezzi per tenere a bada i combattenti dello Stato Islamico che nei giorni scorsi hanno condotto l’ennesima serie di attacchi, anche a Kandahar, culla del potere talebano

 

I talebani continuano a rassicurare il mondo di essere in grado di controllare il Paese, ma in realtà non hanno i mezzi per tenere a bada i combattenti dello Stato Islamico che nei giorni scorsi hanno condotto l’ennesima serie di attacchi, anche a Kandahar, culla del potere talebano.

 

La Russia e tutti gli altri Paesi vogliono evitare l’instabilità e l’infiltrazione di «estremisti islamici» (cioè l’ISISs e al-Qaeda), ma restano reticenti a riconoscere il governo dell’Emirato.

 

Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha però dichiarato che bisogna prendere atto che «una nuova amministrazione è ora al potere». E ha chiesto ai talebani un governo più inclusivo, in cui cioè siano rappresentate tutte le fazioni etniche del Paese. Ma su questo punto la diplomazia incontra l’ennesimo stallo, perché i talebani non danno segno di voler fare concessioni.

 

 

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Immagine di ResoluteSupportMedia via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

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Pechino costruisce basi militari sul suolo tagiko per controllare l’Afghanistan

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I cinesi starebbero sviluppando un vecchio avamposto sovietico vicino al Corridoio di Wakhan. L’obiettivo è di bloccare infiltrazioni terroristiche in territorio cinese. I talebani afghani hanno promesso di cacciare gli estremisti uiguri, nemici di Pechino. La Russia osserva le mosse della Cina nella regione.

 

 

La Cina sta costruendo basi militari e punti di osservazione alla frontiera tra Tagikistan e Afghanistan. Pechino vuole controllare la minaccia dei guerriglieri afghani più estremisti.

 

In una località non precisata, non lontano dal Corridoio di Wakhan nella provincia del Badakhshan, i cinesi mostrano ambizioni di controllo sulla regione, anche con l’addestramento di forze tagike.

 

I militari cinesi sono posizionati con ogni probabilità vicino a un vecchio avamposto sovietico (v. foto sotto), dove in realtà sono presenti già da qualche anno, per monitorare questa zona montuosa strategica. Sono state elevate torri d’osservazione e altre strutture difensive.

 

Il governo cinese e quello tagiko negano la presenza del contingente di Pechino

 

Il totale dei soldati di Pechino cresce a dismisura con la giustificazione della garanzia della sicurezza nella regione

Il governo cinese e quello tagiko negano la presenza del contingente di Pechino, ma i corrispondenti locali di Radio Azattyk hanno mostrato alcune foto del complesso in forte sviluppo negli ultimi mesi.

 

Dalle conversazioni con diversi esponenti passati e presenti delle strutture di potere in Tagikistan e Afghanistan, e con gli abitanti della zona, i giornalisti e gli analisti di Azattyk hanno fatto una stima della forza militare cinese.

 

Il totale dei soldati di Pechino cresce a dismisura con la giustificazione della garanzia della sicurezza nella regione. La Cina ha sviluppato il progetto militare basandosi sulle relazioni conflittuali tra il governo tagiko e i talebani.

 

La Cina ha sviluppato il progetto militare basandosi sulle relazioni conflittuali tra il governo tagiko e i talebani

La prima preoccupazione di Pechino rimane il controllo dei combattenti uiguri in Afghanistan, che vengono accusati di tentati attacchi nello Xinjiang.

 

Intervistato da Azattyk, Haiyun Ma, docente dell’università USA di Frostburg, nota che «la situazione in Afghanistan è piuttosto scivolosa per i cinesi, visti i rapporti tra i talebani e i terroristi uiguri, eppure Pechino deve cercare di collaborare con il regime di Kabul».

 

Gli abitanti del versante tagiko del Corridoio di Wakhan raccontano di droni militari che sorvolano continuamente la zona, e di diverse altre tecnologie di sorveglianza sparse sul territorio.

 

Il corridoio di Wakhan, stretto tra Tagikistan e Pakistan fino ai confini cinesi, è la vera zona nevralgica di tutti i possibili sviluppi militari ed economici, e la Cina è interessata a bonificarlo come punto di transito della nuova Via della Seta

Due intervistati sotto anonimato hanno affermato di aver frequentato più volte la struttura militare prima del golpe talebano, e di aver visto all’opera personale cinese insieme a tagiki e afghani: si scambiavano informazioni su entrambi i lati della frontiera. Ora questo equilibrio si è rotto, come conferma un’altra fonte anonima del governo di Dušanbe.

 

Gli afghani (talebani) non si vedono più alle trattative con i militari cinesi e tagiki, che si svolgevano in media ogni due mesi.

 

Basandosi su fonti militari afghane e tagike, a inizio ottobre Azattyk ha scritto che i talebani hanno cacciato gli estremisti uiguri dall’Afghanistan, che condivide 76 chilometri di frontiera con la Cina. Si tratterebbe degli estremisti del «Partito islamico del Turkestan», nemici giurati di Pechino. Essi erano già attivi nell’Afghanistan talebano degli anni ’90, e i rapporti da allora non si sono mai interrotti. L’allontanamento dalle zone più calde non comporta, del resto, la loro consegna ai cinesi, e un’eccessiva pressione in questo senso potrebbe avere conseguenze disastrose, portando gli uiguri a saldarsi con i resti dell’ISIS sparsi nella regione.

 

È in gioco non solo il controllo dell’Afghanistan, ma dell’Asia intera, nel confronto tra le grandi potenze mondiali.

Il corridoio di Wakhan, stretto tra Tagikistan e Pakistan fino ai confini cinesi, è la vera zona nevralgica di tutti i possibili sviluppi militari ed economici, e la Cina è interessata a bonificarlo come punto di transito della nuova Via della Seta (Belt and Road Initiative).

 

I russi hanno ceduto il controllo della zona ai cinesi anni fa, ma rimangono vigili con le loro forze attive in Tagikistan: circa 7mila uomini intorno alla capitale Dušanbe.

 

È in gioco non solo il controllo dell’Afghanistan, ma dell’Asia intera, nel confronto tra le grandi potenze mondiali.

 

 

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