Al contrario di una convinzione largamente diffusa, il presidente Joe Biden non vuole garantire «l’uguaglianza davanti alla legge» di tutti gli statunitensi, senza distinzione di razza. Vuole invece essere paladino dell’«equità razziale», ossia di una forma di uguaglianza non tra individui, bensì tra gruppi razziali che considera distinti. In questo articolo Thierry Meyssan utilizzerà il termine «razzismo» in senso letterale e non nel senso correntemente attribuito di «comportamento discriminatorio». Dimostrerà che Biden e il Partito Democratico, annunciando di voler estendere al mondo intero «l’equità razziale», in realtà minacciano la pace mondiale.
Pensiero
Joe Biden reinventa il razzismo
Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire.
In uno Stato federale, in qualche parte nel mondo, il ministero dell’Istruzione ha deciso che nelle scuole primarie e secondarie s’insegni che l’umanità è divisa in razze differenti fra loro.
È il ritorno del «razzismo scientifico» che causò la seconda guerra mondiale e i suoi 70 milioni di morti. Nessuno sembra però accorgersi del pericolo; anzi, molti ritengono i Democratici statunitensi esempio di apertura verso gli altri
Benché le razze siano distinte, gli accoppiamenti sono consentiti, nonché la procreazione, che però porterà frutti sterili, come i muli che nascono dall’unione di un asino con una giumenta. Per questa ragione, le statistiche di questo Stato federale conteggiano bianchi, neri, e altre razze, ma non i meticci.
Siccome tra le diverse razze sussiste una gerarchia implicita e siccome, sfortunatamente, i meticci non sono sterili, questi ultimi vanno automaticamente conteggiati fra gli appartenenti alla razza inferiore: bisogna preservare la razza superiore da ogni contaminazione.
Questo Stato federale era il Reich nazista, ma lo sono anche gli Stati Uniti di Joe Biden e del segretario all’Istruzione, Miguel Cardona.
È il ritorno del «razzismo scientifico» che causò la seconda guerra mondiale e i suoi 70 milioni di morti. Nessuno sembra però accorgersi del pericolo; anzi, molti ritengono i Democratici statunitensi esempio di apertura verso gli altri.
Ricordiamoci che il razzismo degli anni Trenta aveva tutti i connotati della scienza. Era oggetto di ricerca in molti istituti scientifici ed era insegnato nelle università, sia negli Stati Uniti sia in Europa occidentale. Per preservare la razza superiore, molti Stati «moderni» vietarono i matrimoni interrazziali ancor prima della prima guerra mondiale.
Ricordiamoci che il razzismo degli anni Trenta aveva tutti i connotati della scienza
Il razzismo non è né di destra né di sinistra
Nell’immaginario collettivo il razzismo si diffonde solo negli ambienti della destra nazionalista. È assolutamente falso.
Ne è un esempio quanto accadde dopo la prima guerra mondiale, quando la Francia occupò militarmente per due anni la regione carbonifera della Ruhr. Fra le truppe francesi vi erano anche africani del Senegal e del Madagascar. In Germania, Regno Unito, Stati Uniti e Canada si diffuse velocemente un movimento di protesta per denunciare l’ignominia dei francesi che avevano mandato nella regione 20 mila neri per dominare i tedeschi e violentarne le donne. Questo movimento razzista, diretto dalla principale figura dell’antirazzismo d’inizio secolo, E.D. Morel (1), riunì nelle più grandi manifestazioni la totalità delle organizzazioni femministe (2).
Nell’immaginario collettivo il razzismo si diffonde solo negli ambienti della destra nazionalista. È assolutamente falso.
Nella stessa Francia vi aderirono i socialisti, fra i quali il nipote di Karl Marx, Jean Longuet, giornalista all’Humanité e futuro dirigente della SFIO (Sezione Francese dell’Internazionale Operaia, partito socialista).
Va riconosciuto che in frangenti torbidi come quello fra le due guerre mondiali o quello che stiamo vivendo ora, le persone tendono a seguire l’istinto, prescindendo dalle proprie idee. Sono spesso in totale contraddizione con sé stesse, senza rendersene conto.
Il passato schiavista e razzista dei Democratici statunitensi
Negli Stati Uniti lo schiavismo e il razzismo sono stati difesi soprattutto dai Democratici, in opposizione ai Repubblicani.
Negli Stati Uniti lo schiavismo e il razzismo sono stati difesi soprattutto dai Democratici, in opposizione ai Repubblicani.
– I programmi del Partito Democratico del 1840, 1844, 1848, 1852 e 1856 affermano che l’abolizionismo riduce il benessere del popolo e mette in pericolo la stabilità e la continuità dell’Unione.
– Il programma del 1856 intende consentire agli Stati dell’Unione di decidere se praticare o meno la schiavitù domestica e d’inserirla nella propria Costituzione.
– Il programma del 1860 irride gli sforzi degli Stati abolizionisti, che si rifiutavano di arrestare gli schiavi in fuga in quanto sovversivi e rivoluzionari.
La Convenzione Nazionale del Partito Democratico del 1924, al Madison Square Garden di New York, fu chiamata Klan-Bake per l’influenza del Ku-Klux Klan in seno al partito
– Il 14° Emendamento, che concede la piena cittadinanza agli schiavi liberati, fu adottato nel 1868 dal 94% dei parlamentari del Partito Repubblicano e dallo 0% dei parlamentari del Partito Democratico.
– Il 15° Emendamento, che concede il diritto di voto agli schiavi liberati, fu adottato nel 1870 dal 100% dei parlamentari del Partito Repubblicano e dallo 0% dei parlamentari del Partito Democratico.
– Nel 1902 il Partito Democratico fece votare in Virginia una legge che negava il diritto di voto a oltre il 90% degli afroamericani.
– Il presidente Woodrow Wilson istituì la segregazione razziale per gli impiegati federali e rese obbligatoria una foto sulle domande di lavoro.
Le cose cambiarono davvero solo nel 1964, quando, a seguito dell’impegno dei Kennedy, il presidente Lyndon Johnson fece adottare il Civil Rights Act. Un cambiamento di rotta che avvenne non senza dolore: alcuni parlamentari democratici riuscirono a bloccarlo per 75 giorni
– La Convenzione Nazionale del Partito Democratico del 1924, al Madison Square Garden di New York, fu chiamata Klan-Bake per l’influenza del Ku-Klux Klan in seno al partito.
Le cose cambiarono davvero solo nel 1964, quando, a seguito dell’impegno dei Kennedy, il presidente Lyndon Johnson fece adottare il Civil Rights Act. Un cambiamento di rotta che avvenne non senza dolore: alcuni parlamentari democratici riuscirono a bloccarlo per 75 giorni.
Il 1619 Project
L’amministrazione Biden si proclama antirazzista e nessuno dubita della sua buona fede. Ma Biden è antirazzista come lo fu il Partito Democratico negli anni dal 1840 al 1961, ossia per niente. È vero il contrario.
Biden è antirazzista come lo fu il Partito Democratico negli anni dal 1840 al 1961, ossia per niente. È vero il contrario
Le decisioni di Biden in materia d’istruzione mirano a promuovere l’ideologia del 1619 Project, secondo cui gli Stati Uniti non furono fondati con la guerra d’Indipendenza contro la Corona britannica, bensì due secoli prima, nel 1619, con l’idea di ridurre i neri in schiavitù.
Il 1619 Project è stato messo a punto a cominciare dal 2019, da una serie di supplementi, nonché di articoli, del New York Times.
Il quotidiano ha così smesso di cercare di raccontare la verità, per diventare strumento di propaganda dell’ideologia puritana. Secondo il NYT, gli amerindi erano schiavisti come lo erano gli europei, quantunque gli spagnoli liberassero gli amerindi schiavi che fuggivano dal padrone, a condizione che si convertissero alla vera fede, il cattolicesimo. In sostanza, le colonie europee delle Americhe ebbero un vero sviluppo soltanto nel 1619, con l’arrivo, sul territorio degli odierni USA, degli schiavi neri dall’Angola.
La teoria del 1619 Project: la guerra d’Indipendenza non fu una ribellione contro le imposte ingiuste della Corona britannica, ma una lotta per salvaguardare il sistema schiavista. Gli Stati Uniti sono perciò razzisti in maniera sistemica. È dovere di ogni uomo bianco prendere coscienza del privilegio indebito di cui gode e riparare i crimini del patriarcato bianco
La guerra d’Indipendenza non fu una ribellione contro le imposte ingiuste della Corona britannica, ma una lotta per salvaguardare il sistema schiavista. Gli Stati Uniti sono perciò razzisti in maniera sistemica. È dovere di ogni uomo bianco prendere coscienza del privilegio indebito di cui gode e riparare i crimini del patriarcato bianco.
Questa teoria non ha fondamento storico (3). Confonde schiavitù e razzismo (per esempio, gli amerindi riducevano in schiavitù i nemici, ma non per questo erano razzisti). Prescinde dagli schiavi bianchi (gli inglesi condannati dalla giustizia furono tra i primi schiavi dell’America del Nord). Disprezza l’emancipazione dei coloni nei confronti dell’Inghilterra. Da ultimo, non furono gli statunitensi, bensì i portoghesi a portare la schiavitù nelle organizzazioni dei coloni e a farne commercio. Per di più questa teoria è americano-centrica, non tiene infatti conto degli arabi, che per un millennio ridussero in schiavitù i neri e li castrarono sistematicamente.
È una teoria religiosa: riprende, trasformandolo, il mito del peccato originale e lo fa ricadere su ogni uomo bianco. Come gli iconoclasti, i puritani e i wahhabiti, i suoi sostenitori distruggono le raffigurazioni impure dei peccatori, a cominciare dai generali sudisti.
Ogni menzogna ne genera un’altra: i sudisti non difendevano la schiavitù (che abolirono prima della fine della guerra di Secessione), bensì il diritto di ogni Stato confederato ad avere la propria dogana.
È una teoria religiosa: riprende, trasformandolo, il mito del peccato originale e lo fa ricadere su ogni uomo bianco. Come gli iconoclasti, i puritani e i wahhabiti, i suoi sostenitori distruggono le raffigurazioni impure dei peccatori, a cominciare dai generali sudisti
I fautori del 1619 Project agiscono esattamente come coloro che vogliono combattere: gli uomini non sono colpevoli per quanto fanno, ma per nascita, per eredità.
L’istituzionalizzazione del razzismo da parte di Joe Biden
Quando il segretario all’Istruzione dell’amministrazione Biden, Miguel Cardona, ha deciso di promuovere il 1619 Project nelle scuole primarie e secondarie, un movimento di contestazione ha attraversato il Paese.
La reazione più interessante è stata quella dell’Oklahoma, dove il Congresso ha adottato una legge, immediatamente firmata dal governatore Kevin Stitt, indiano Cherokee, nonché jacksoniano come Donald Trump.
Questa legge, HB1775, vieta a chiunque d’insegnare queste otto affermazioni razziste:
I fautori del 1619 Project agiscono esattamente come coloro che vogliono combattere: gli uomini non sono colpevoli per quanto fanno, ma per nascita, per eredità.
1. Una razza o un sesso è intrinsecamente superiore a un’altra razza o a un altro sesso.
2. A causa della propria razza e del proprio sesso, un individuo è, consapevolmente o inconsapevolmente, intrinsecamente razzista, sessista o oppressore.
3. Una persona dovrebbe essere oggetto di discriminazione o subire un trattamento discriminante soltanto, o in parte, a causa della razza o del sesso cui appartiene.
4. I membri di una razza o di un sesso non possono e non devono tentare di trattare gli altri senza tener conto della loro razza o del loro sesso.
Il testo che vieta l’insegnamento nelle scuole dell’Oklahoma di tutte o parte di queste otto affermazioni è stato adottato dal 100% dei parlamentari Repubblicani e dallo 0% dei parlamentari Democratici
5. Il carattere morale di un individuo è necessariamente determinato dalla razza o dal sesso cui appartiene.
6. Un individuo è responsabile degli atti commessi in passato dai membri della razza o del sesso cui appartiene.
7. Ogni individuo deve provare disagio, senso di colpa, angoscia e ogni altra forma di smarrimento psicologico per la razza o il sesso cui appartiene.
8. La meritocrazia o altri aspetti, quali l’etica del lavoro accanito, sono razzisti o sessisti o sono stati istituiti dagli appartenenti a una razza particolare per opprimere gli appartenenti a un’altra razza.
Il testo che vieta l’insegnamento nelle scuole dell’Oklahoma di tutte o parte di queste otto affermazioni è stato adottato dal 100% dei parlamentari Repubblicani e dallo 0% dei parlamentari Democratici.
Dobbiamo valutare le conseguenze dell’ideologia del 1619 Project, che il Partito Democratico e l’amministrazione Biden vogliono applicare non soltanto negli Stati Uniti, ma estendere al mondo intero. Essa non può che condurre a immani violenze.
Dobbiamo valutare le conseguenze dell’ideologia del 1619 Project, che il Partito Democratico e l’amministrazione Biden vogliono applicare non soltanto negli Stati Uniti, ma estendere al mondo intero.
Essa non può che condurre a immani violenze.
Thierry Meyssan
NOTE
1) E.D. Morel denunciò il trattamento crudele dei congolesi da parte del re del Belgio, Leopodo II.
2) “Black Horror on the Rhine”: Idealism, Pacifism, and Racism in Feminism and the Left in the Aftermath of the First World War, Peter Campbell, Histoire sociale/Social history, Volume 47, Number 94, Juin/June 2014. DOI: https://doi.org/10.1353/his.2014.0034.
3) The New York Times’ 1619 Project: A racialist falsification of American and world history, Niles Niemuth & Tom Mackaman & David North, World Socialist Web Site (2020). 1620: A Critical Response to the 1619 Project, Peter W. Wood, Encounter Books (2020).
Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND
Fonte: «Joe Biden reinventa il razzismo», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 4 maggio 2021,
Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.
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Cremazione
Le ceneri di Guccini. Con benedizione cardinalizia
Mettiamo le mani avanti: non siamo mai stati nel novero degli estimatori di Francesco Guccini.
Nel periodo d’oro del cantautorato italiano altri erano i nostri riferimenti. Guccini no: ci dispiaceva la plumbea appartenenza politica, e più di tutto una certa monotonia del timbro e il modo enfatico e pesante di cantare, per il quale le canzoni sembravano composte da una sola nota martellata e ribattuta, anche se poi non era vero.
Naturalmente qualche suo pezzo lo si conosceva pure noi. Il repertorio di turpiloquio dell’Avvelenata era troppo ghiotto perché non lo si mandasse a memoria. È noto che il nostro non la considerasse un capolavoro, e pare che la ripudiasse addirittura: a riprova che gli artisti sono in genere pessimi critici.
Rammentiamo poi vivamente i grevi scongiuri a cui ci si abbandonava non appena si sentiva intonare In morte di S.F.. Nonostante l’ala del tempo sia passata anche su di noi, ancora oggi ne subiremmo la cupa suggestione, l’impulso a scaricarne la jella nel modo più maschio e triviale. Per la verità, bn pochi amavano sentirla, soprattutto in automobile, motivo per il quale ne ricordiamo solo l’inizio e la fine.
Sul rimanente, si conosceva qualcosa de La locomotiva, qualcosa di più de Il pensionato, e poco altro.
Uno dei problemi delle canzoni di Guccini, tra l’altro, è che si era costretti a cantarle come Guccini: cioè con un pronunciato sforzo di gola, calcando tutto e fingendo di pesare più di novanta chili. Fatica improba, che come tutto risultato dava quello, davvero non esaltante, di avvicinarsi all’imitazione che ne fece Fiorello in Come mai degli 883.
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Se non possiamo essere considerati degli estimatori, non possiamo però essere inclusi nella schiera dei detrattori. Guccini ha percorso la sua lunga vita senza il nostro affetto ma anche senza la nostra ostilità. Era come avere per condomino della scala B un apprezzato cultore di letteratura occitanica, che si saluta per le scale ma non si frequenta.
Osservatori distanti, certo più indifferenti che curiosi, ci troviamo forse in posizione privilegiata per valutare l’alluvione di parole spese e scritte post mortem sull’Omero di Pàvana. Posata la polvere, possiamo dire che non ci ha sorpreso quasi niente.
Erano da immaginarsi, per esempio, le paginate e paginate di encomio, lo sbrodolo agiografico, la commozione, i ricordi evocati in coro, spalla contro spalla, da chi lo ha conosciuto o semplicemente ascoltato in gioventù.
È un fatto: ogni generazione desidera celebrare sé stessa, e l’occasione migliore per farlo è indubbiamente un funerale. Davanti al capobandiera che se ne va, piccolo o grande che sia, i superstiti provano il bisogno di stringere l’asta e di gridare a sé stessi, nonché al mondo, di essere ancora in vita.
Alla notizia si è infatti radunata, da oriente a occidente, la moltitudine che l’esistenza, le inclinazioni e i travagli avevano diviso e sparpagliato. I vincenti e i perdenti, gli sciupati, gli ambiziosi, le promesse mantenute, le promesse mancate, gli umiliati, i talentuosi, i gregari: ognuno con la sua magagna ha frugato in volto il vicino in cerca di antichi bagliori e ha scoperto l’orgoglio di appartenere a una sola generazione.
E giù a dire quanto sono stati e sono ancora oggi belli e generosi, e soprattutto unici e irripetibili.
Cose già viste. Al loro tempo – magari con qualche riscontro in più – l’hanno proclamato i risorgimentali al funerale del Carducci; i fiumani, dinanzi alla bara del Vate; e via via sdrucciolando fino ai battistiani prePanella alla morte di Battisti, ai patiti del birignao-carioca alle esequie della Vanoni.
Giacché si è accennato al Carducci e al D’Annunzio, era ovvio che anche il Guccini venisse subito incoronato «poeta». Per settimane gli articoli hanno traboccato di citazioni a casaccio, anche su temi su cui il nostro non ha mai detto nulla. Dietro di esse, in controluce, si potevano intravedere vecchi vinili girare su giradischi addormentati, mentre sessantenni fanno i piatti canticchiando Cirano. Da qui a invocare che i versi del poeta (tipo: «la ragazza dietro al banco mescolava/birra chiara e sevenàp») irrompano nelle antologie scolastiche è un passo. Poesia, poesia!
Nessuna meraviglia anche in questo caso.
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Com’è risaputo, gli italiani della loro poesia non ne sanno una beata. Il bagaglio da stiva regolamentare ospita in genere quattro endecasillabi imposti nelle scuole dell’obbligo e sei o sette nomi che, per ausilio mnemonico, ritornano nella toponomastica cittadina – e via andare.
Ammettiamolo: da noi la poesia forse si studia, ma non si legge. Non se ne conoscono né le leggi né il lessico, non la si comprende e non la si gusta. Non si sa manco che cos’è. Per dirla in una parola, la poesia italiana, come dire ottocento anni filati, non se la fila nessuno.
Del resto, l’italiano ne fa allegramente a meno e campa lo stesso. Per chi vuole, al fabbisogno – così come un po’ a tutto ciò che attiene alla sfera ludico-artistica – ci pensano gli americani. Non è un caso se il poeta più letto (in traduzione) sia Emily Dickinson. Dicono che i suoi versi (in originale) siano anche i più tatuati sugli avambracci delle signore.
Se si hanno meno pretese, poi, ci sono i cantanti: per certuni sono i soli veri poeti. Il monte Elicona, un tempo più esclusivo della Trilaterale, ormai rigurgita di menestrelli italiani. Oggi si aggiunge il Guccini. E viva l’Italia.
Abbiamo pure appreso che il nostro era un uomo buono. D’accordo, de mortuis nihil nisi bonum, ma sia pur da lontano siamo portati a crederlo. Da giovane il Guccini sembrava un orso con il naso, poi invecchiando un orso in maglione con la zip: è difficile farsi un’idea diversa da quella del burbero di buon cuore. E chissà, pensiamo, quante preghiere di zie, prozie, nonni, bisnonni e trisavoli, nell’arco di secoli, sono salite e poi scese, a gocce, a rivoli, affinché ottanta e passa anni fa il piccolo Francesco, nel ricevere la vita, ricevesse in dote anche questa piccola perla che in fondo è una disposizione naturale, un bonus senza merito come l’occhio azzurro o l’alta statura.
Certo, le preghiere non sono riuscite a far sì che diventasse un cristiano, un cattolico. Per quello occorre il concorso del libero arbitrio, e qui il Guccini ha toppato.
Agnostico dichiarato e ribadito, come tanti, come tanti ha civettato con l’idea dell’Ente superiore senza arrivare mai al dunque. Se la parola Dio ha fatto talora capolino nelle sue canzoni, magari per dire che è morto, il nome di Gesù Cristo è rimasto oggetto di uno strano pudore. E forse è stato meglio così: almeno per quelli ai quali, come a noi, non piacciono i paciughi.
Già, perché il nostro ha abbracciato senza riserve tutte le più scontate battaglie della modernità: divorzio, aborto, unioni civili, eutanasia. Ossia, la borghesissima marcia che ha strappato gli italiani al loro retroterra per gettarli avanti a pedate verso un progresso fatto di solitudini, paura e vuoto. Francesco Guccini, tanto per capirci, ha preso perfino la tessera del partito radicale, il movimento più filisteo mai visto sulla faccia della terra.
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A noi però fanno un po’ pena quelli che a dispetto di tutto cercano di farne un credente malgré lui, un cattolico fuori menù, descrivendolo come di una persona «in ricerca», di un’anima naturaliter cristiana. Un agnostico «possibilista», che «non ha mai smesso di chiedere e ascoltare», un cultore del dubbio: insomma, un cardinal Martini. E verrebbe voglia di dire loro: ma non provate vergogna?
È come quando i periodici cattolici, sul finale di intervista, domandano all’ateo di successo se crede in Dio, sperando nel contentino del «Sì, ma». «Sì, ma non in modo tradizionale»; «Sì, ma non mi riconosco nei dogmi»; «Sì, ma la Chiesa deve cambiare/ venire incontro/essere povera/aprire alle diversità/ai divorziati/alle coppie omo»; «Sì, ma la mia fede è intima, non gridata». E ancora, per gradire: «Parlo spesso con Dio, magari per rimproverarlo»; «L’ho sentito vicino nella malattia del mio cane»; «Mi è di molto conforto leggere le parole di papa Francesco».
Questo vi basta? Siete dei poveracci.
Non sappiamo quanto nel Guccini ardesse la sete d’assoluto, quanto abbia chiesto e quanto abbia raccolto. Sono conteggi che lasciamo all’Onnipotente, che li sa fare.
Per quello che ne possiamo capire noi, ci sembra che sia stato di inequivocabile coerenza in vita e in morte. Si stava ancora grattando il violino che è stata data la notizia che il funerale sarebbe stato laico. Qualche discorso, una benedizione dell’amico cardinale e poi via all’inceneritore.
Forse Dio non l’avrà trovato, ma ha trovato lo Zuppi.
Anche questo non sorprende.
Avv. Renzo Magalozzi
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Civiltà
Chi sono i fabiani?
I’ll be honest with you: until recently I didn’t know much about the Fabian Society. Maybe it’s because the English know how to be smooth – so correct me if I am getting something wrong.
The Fabian Society was founded in London in 1884. Named after Quintus Fabius Maximus – the… https://t.co/jvd7MHLpsW pic.twitter.com/NWXYjatLs3 — Krzysztof Szczawinski 🇵🇱 (@Kristof_Poland) August 19, 2026
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Pensiero
Le tenebre di Michel Foucault
Renovatio 21 pubblica la traduzione del testo scritto su X dall’imprenditore e attivista francese Brivael Le Pogam, di cui avevamo pubblicato il mese scorso un denso articolo di sintesi sui danni mondiali fatti dalla filosofia parigina dei Foucault, Deleuze e Derridda. Il Le Pogam è ingegnere informatico e sviluppatore francese, noto soprattutto per essere il co-fondatore e CTO di Argil, una startup innovativa supportata dal celebre acceleratore americano Y Combinator. Renovatio 21 ha accennato alla figura del Foucault varie volte, l’ultima giusto ieri per parlare della riapertura a Nuova York delle saune gay, luoghi di perversione e contagio: Foucault, omosessuale sadomasochista, frequentava assiduamente questi luogi, e altri club parafiliaci, a San Francisco, finendo per contrarre l’AIDS e, secondo una voce raccolta dal suo biografo ma non confermata, infettando volontariamente altri omosessuali, non si sa se con o senza il loro consenso: l’unzione volontaria dell’HIV tra gay è un fenomeno noto e praticato oggi (i recipienti del virus sono chiamati bugchasers, «cercatori del baco», mentre gli untori «giftgivers», «donatori del dono»). Foucault è entrato a forza, complici la pressione internazionale generata dall’adozione negli anni Novanta della filosofia francese da parte delle grandi Università americane, anche nel sistema italiano. Frotte di professori universitari, e dei professori di medie e superiori che essi licenziano, adorano l’idolo Foucault, tirandolo dentro perfino nella spiegazione dei lockdown pandemici. Tutti costoro, che sono per lo più salariati dallo Stato che Foucault raccontava essere persecutore, non arrivano a comprendere quanto la realtà sia semplice: le teorie dell’autore di Sorvegliare e punire avevano più a che fare con le sue devianze sadomasochistiche che non che il pensiero razionale. Ci rendiamo conto altresì quanto sia complicato spiegare al docente con background di filosofia normaloide come poi queste figure, nemmeno al culmine della loro perversione, finiscano per identificarsi non solo masochisticamente come vittime, ma pure sadisticamente come carnefici: è il caso, abbiamo visto, di Robert Mapplethorpe, fotografo omosessuale sadomasochista anche lui morto di AIDS che fu tra i primi compagni di vita della ciclica ospita del vaticano conciliare Patti Smith – l’uomo, secondo un memoir, consumava i rapporti omofili violenti sotto una grande bandiera nazista… Domandiamoci: siamo sicuri che le autorità repressive e punitrici fossero per Foucault un problema? O è possibile che la sua filososfia stessa sia, per paradosso, uno strumento del sistema che a parole dice di voler combattere? Non è che l’impulso di morte antiumano che permea il lavoro dell’omofilosofo francese (l’uomo verrà cancellato «come un volto di sabbia in riva al mare») sia l’esatto motivo per cui la sua opera viene propalata alle ultime generazioni in tutto il mondo? Sul tema Renovatio 21 pubblicherà altri articoli.
L’altro giorno ho aperto una discussione su Sartre e il Maggio ’68. Oggi vi parlerò del pensatore più importante della teoria francese. Non il più mondano. Il più importante. Quello il cui software è ancora in funzione nelle università, negli uffici delle risorse umane, nelle redazioni giornalistiche, nei ministeri. Michel Foucault.
1926. Poitiers. Figlio e nipote di chirurghi. Borghesia medica. Il padre vuole un medico. Il figlio rifiuta. ENS, rue d’Ulm. 1948: un tentativo di suicidio. Sainte-Anne. Studia la follia dall’interno prima di scriverne. Breve periodo nel PCF. Lo lascia. Poi l’esilio: Uppsala, Varsavia, Amburgo. Lontano da Parigi. Lontano dal padre. 1961. Storia della follia. La tesi si riduce a una frase: la ragione non ha scoperto la follia. L’ha inventata per separarsi da essa. Il manicomio non è un ospedale. È un confine.
1966. Le parole e le cose. Un improbabile bestseller. Frase finale: l’uomo verrà cancellato «come un volto di sabbia in riva al mare».
L’autre jour j’ai fait un thread sur Sartre et Mai 68.
Aujourd’hui je vais vous parler du penseur le plus important de la French Theory.
Pas le plus mondain. Le plus important. Celui dont le logiciel tourne encore dans les universités, les DRH, les rédactions, les ministères.… pic.twitter.com/okO9aoXHdc
— Brivael Le Pogam (@brivael) August 30, 2026
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Maggio ’68, non è a Parigi. È a Tunisi. Dirà più tardi: senza il maggio ’68, non avrei mai fatto quello che ho fatto sulle prigioni, la delinquenza, la sessualità.
1969. Vincennes. È a capo del dipartimento di filosofia. L’anti-Sorbona. Lì non cercano più la verità. Cercano chi domina.
1970. Collège de France. Cattedra di Storia dei sistemi di pensiero. La carica più prestigiosa di Francia. Ha 43 anni. 1975. Sorvegliare e punire. Il panopticon. La scuola, la fabbrica, l’ospedale, la prigione: stessa architettura. Stesso sguardo.
1976. Storia della sessualità, Vol. 1. La sessualità non è repressa. È prodotta. Confessata. Gestita. 1977. Firma. Il diritto dei bambini e degli adolescenti «di avere rapporti con chi scelgono».
1978. Teheran. Vede in Khomeini una «spiritualità politica». Una volontà collettiva. Si sbaglia. Non ritratta del tutto.
1984. Muore di AIDS. A 57 anni.
Ora il punto cruciale. Foucault non era un filosofo che ha sbagliato un dettaglio. Era un uomo che ha sganciato la connessione con la verità. Non ha detto: «2+2 a volte fa 5». Ha fatto qualcosa di più radicale. Ha insegnato che la domanda interessante non è «è vero?», ma «chi ha il potere di dire che è vero?».
Nel suo sistema, la verità non è un obiettivo. È un costume. Un effetto. Un prodotto di istituzioni che parlano in nome della conoscenza.
Una volta accettato questo, tutto si capovolge. La scienza non è più un’indagine. È una forza di polizia della realtà. Il medico non è più un operatore sanitario. È un agente di normalizzazione. Il professore non è più un trasmettitore. È un cane da guardia. La giustizia non è più un giudizio. È una messa in scena. Una donna non è più una donna. È un incarico.
Judith Butler legge questo e inventa il genere performativo. Edward Said legge questo e inventa l’orientalismo accademico. Un’intera generazione impara che «la mia esperienza vissuta» ha più peso delle prove. Ed è qui che la situazione diventa vertiginosa. Foucault scriveva per seminari. Per Gallimard. Per un’aula magna del Collège de France. Non avrebbe mai potuto immaginare cosa sarebbe successo dopo.
Non immaginava che il dipartimento delle risorse umane di una multinazionale potesse trattare un fatto come un atto di violenza. Non immaginava che agli studenti venisse insegnato che la scienza occidentale è dominio. Non immaginava che in un’università non si potesse più affermare che un uomo non può partorire. Non immaginava la parola «wokismo». Non immaginava che un articolo di rivista, letto da trecento persone nel 1976, sarebbe diventato il sistema operativo di un continente.
Un uomo di Poitiers, brillante, tormentato, che voleva allentare la presa delle istituzioni, ha fornito il manuale d’uso per impadronirsene tutte. Questa è l’ironia.
Pensava di denunciare il potere. Ha dato al potere una nuova veste: quella di vittima, che si atteggia a vittima e tratta qualsiasi verità contraria come un’aggressione. Non ha rotto le finestre. Ha cambiato il programma. Ora ogni fatto è prima di tutto una mossa di potere. Il programma è in esecuzione. Non discutiamo più della realtà. Negoziamo la narrazione.
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Ecco come ci siamo ritrovati in questo mondo. Una scuola che sospetta invece di trasmettere. Una medicina che esita a nominare un corpo. Una stampa che confonde la verità con il kitsch. Una generazione che vede potere ovunque e bellezza da nessuna parte. Non è una deriva. È la tesi, spinta alle sue estreme conseguenze.
Se la verità non esiste, non resta altro che il gioco di potere. E il gioco di potere, una volta rivestito di virtù, non ha limiti.
Le persone che hanno ereditato tutto questo non sono mostri. Hanno ricevuto un software. Le cattive idee uccidono prima chi ci crede. La riconversione è possibile. Ma una civiltà che non sa più distinguere un fatto da un gioco di potere non può né guarire, né insegnare, né costruire.
La realtà non è un’oppressione. È l’unico terreno su cui i costruttori possono lavorare. Scusate.
E al lavoro.
Brivael Le Pogam
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Immagine di pubblico domini CC0 via Wikimedia
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