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Spirito

Io difendo Ambrogio perché Ambrogio difende me

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Fu Penelope, una ragazza greca, a mostrarmelo per la prima volta.

 

In realtà mi porse una cartolina. La foto di un mosaico: un uomo dell’antichità, con la barba i baffi e i capelli corti. Un volto semplice, immerso in paramenti che invece parevan importanti. Sopra questa figura c’era scritto solo «AMBROSIVS».

 

«È Ambrogio. È il protettore di Milano. Tenete questa foto con voi».

 

«È Ambrogio. È il protettore di Milano. Tenete questa foto con voi».

Ciò accadeva, a Milano, quasi una ventina di anni fa. Per me, più di un’era geologica. Un altro pianeta, un’altra vita.

 

Si era, appunto, nei giorni di Sant’Ambrogio. Vivevo a Milano da un anno ma io mai avevo sentito il bisogno di sapere chi fosse Ambrogio. Mai avevo avvertito la necessità di guardarlo in faccia. Del resto, una faccia non poteva averla. Sant’Ambrogio era una festa, non una persona.

 

Eppure, pure in quella passata incarnazione del mio essere in cui la Fede era remota, avevo compreso che il gesto di Penelope aveva un valore inusuale. Non mi aveva passato un disco (allora c’erano) e neppure un libro (di quelli che non leggi e non restituisci). Sentivo che voleva trasmettermi qualcosa di speciale. Quasi un oggetto magico, un talismano: all’epoca le mie categorie cerebrali erano quelle.

 

Penelope aveva studiato negli anni Novanta con quella che allora era la mia fidanzata, una ragazza tedesco-americana.

 

Un qualcosa che allora non potevo sapere come chiamare, ma ora sì: devozione

Avevano studiato quella cosa che si chiama «design», che allora era quasi una cosa seria. Lo avevano fatto a Londra, al tempo centro di rimescolamento della intraprendenza giovanile mondiale, quel tipo di frullatore dove gli ingredienti erano americani, giapponesi, libanesi, russi, austriaci, coreani, fiamminghi, croati, i cui schizzi ormai apolidi si riversavano ad ondate nelle case di moda o negli studi pubblicitari di Milano. Erano giorni corruschi e distratti.

 

Niente di quel mondo poteva portarmi a pensare a quella inspiegabile scintilla che vedevo negli occhi di Penelope, un qualcosa che allora non potevo sapere come chiamare, ma ora sì: devozione. Penelope aveva ritrovato la Fede proprio in quel bailamme di colore e nichilismo che immergeva la nostra giovinezza.

 

Era cristiana ortodossa, anche questo scuoteva la mia ignoranza. Ma come, una ortodossa che mi parla di un santo cattolico?

 

«I santi venuti prima dello scisma sono santi per tutti» mi edusse con quell’accento soave. Io mica lo sapevo.

 

 

 

Devozione

Fu con quella cartolina in tasca che un pomeriggio d’inverno, senza saper neanche bene perché, entrai per la prima volta nella Basilica di Sant’Ambrogio.

Ero entrato nella cripta. Non ero preparato: non mi aspettavo di trovare, in quel cunicolo buio sotto l’altare, tre scheletri — gli unici punti illuminati — e una grande cancellata di metallo a dividermi da essi.

 

Vagai per la navata, che rispetto a quella del Duomo, notai, era più luminosa, e non so quanto la cosa mi piacesse. Osservai quella colonna stranissima che si erge a metà chiesa, che sopra monta un serpente di bronzo. Ero confuso.

 

C’era pace. Quello, sì, lo sentivo distintamente. Non passò molto prima di venir magnetizzato verso il fondo della Basilica. E di lì, giù per quella mezza manciata di scalini.

 

Ero entrato nella cripta.

 

Non ero preparato: non mi aspettavo di trovare, in quel cunicolo buio sotto l’altare, tre scheletri — gli unici punti illuminati — e una grande cancellata di metallo a dividermi da essi.

 

Di quella prima volta, conservo il ricordo nitido di una sola figura umana che stava dinanzi a me. Una ragazzina, che non arrivava ai vent’anni. Composta, nel suo cappottino elegante, stivali alti, gli occhi azzurri, che potevo scorgere con un bagliore proveniente dall’esterno, trasmettevano fierezza, ma non solo quella. Era in ginocchio davanti alla cancellata, rivolta verso i Santi. Le mani erano giunte in preghiera. Con le stesse, poi si aggrappava alle barre di metallo. Come se fossero le inferriate di un carcere, come se ardesse per liberare se stessa o qualcos’altro, tenuto appena oltre quelle sbarre.

 

Passarono gli anni, passarono le fidanzate, le fortune, le sventure, gli studi,  i lavori, le gioie, le disgrazie, i sindaci e i governi: eppure mi ritrovai sempre, e sempre più spesso, immerso in quella cripta

Cosa stava facendo? Perché una ragazza così — una ragazza di buona famiglia, che trovavo anche carina — aveva bisogno di fare una cosa simile? Pregare con tutto lo spirito uno scheletro?

 

La risposta è in qualcosa che imparai a comprendere tempo dopo: devozione.

 

La devozione era, in realtà, quella fierezza che avevo fugacemente letto negli occhi di Penelope, e che ora veniva irradiata da questa ragazzina. Una devozione speciale, personale, locale: quella fanciulla stava pregando il protettore della città. Il difensore proprio di quella città specifica.

 

Passarono gli anni, passarono le fidanzate, le fortune, le sventure, gli studi,  i lavori, le gioie, le disgrazie, i sindaci e i governi: eppure mi ritrovai sempre, e sempre più spesso, immerso in quella cripta. Con il tempo, mi ritrovai ad emulare quella ragazzina che non vidi mai più: in ginocchio, le mani a stringere forte quella grata, di cui anche ora che scrivo percepisco il freddo del metallo mentre tocca i miei palmi.

 

In ginocchio, a parlare con il Patrono. A chiedergli di proteggermi, e di proteggere tutta la città dove vivevo. Proteggere Milano, perché a Milano, talvolta a distanza talvolta no, avevo visto ogni sorta di cosa

A  volte, su quella grata appoggio anche la testa, così, tra una sbarra e l’altra, nell’impossibilità di fare passare attraverso il mio cranio, così, in quello che è anche un appoggio di sollievo, sempre con il ferro gelido a toccarmi fino alle ossa. In ginocchio, a parlare con il Patrono. A chiedergli di proteggermi, e di proteggere tutta la città dove vivevo. Proteggere Milano, perché a Milano, talvolta a distanza talvolta no, avevo visto ogni sorta di cosa.

 

Avevo visto la gente brutalizzarsi nel modo più abietto; avevo visto la cattiveria dei potenti; avevo visto la cattiveria degli impotenti; avevo visto uomini combattersi e ammalarsi; avevo visto amici accumulare danari perdendo l’umanità e anche la famiglia;  avevo visto un uomo spararsi davanti all’ex fidanzata nel bar sottocasa; avevo visto coetanei inghiottiti da abissi notturni per non riemergere più; avevo visto la droga (sia quella illegale che quella legale) consumare le menti di una o due generazioni per non lasciare niente; avevo visto una bella conterranea fucilata dal convivente impasticcato psichiatricamente, un’altra fu squartata dal rampollo suo convivente; avevo visto luoghi di perdizione vera, che ancora oggi mi chiedo come facciano ad esistere; avevo visto il crimine convivere tranquillo con la quotidianità; avevo visto l’ambizione delle persone renderle squallide, mostruose, deformi; avevo visto tradimenti, adulterii, ogni sorta di sovversione sessuale e morale; avevo visto ragazze rifiutare i propri figli, e ucciderli; altre ne avevo viste uccidere in provetta quantità indefinite di bambini per alla fine averne uno solo in braccio.

 

Perversione, decadenza, morte. Milano è davvero una metropoli.

 

Come non invocare la protezione di Ambrogio? La cosa mi era impensabile.

 

Perversione, decadenza, morte. Milano è davvero una metropoli. Come non invocare la protezione di Ambrogio? La cosa mi era impensabile. Come non immaginare, mentre stringo quelle sbarre, che egli stenda un manto santo sopra la città? Che blocchi il Male che correva libero per quelle strade?

Come non immaginare, mentre stringo quelle sbarre, che egli stenda un manto santo sopra la città?

 

Che blocchi il Male che correva libero per quelle strade?

 

Finii col credere fermamente che Ambrogio fosse ciò che tratteneva Milano dallo sprofondare in quell’Inferno di fuoco che avrebbe inghiottito quell’inferno umano che registravo con i miei occhi.

 

Per questo, la preghiera in quella cripta divenne per me assidua.

 

 

Tales ambio defensores

Non posso enumerare le volte in cui sono finito davanti alle spoglie mortali di Ambrogio,  Gervaso e Protaso. Per dei periodi, è stato un affare quotidiano.

 

Finii col credere fermamente che Ambrogio fosse ciò che tratteneva Milano dallo sprofondare in quell’Inferno di fuoco che avrebbe inghiottito quell’inferno umano che registravo con i miei occhi

Mi sono aggrappato a quelle sbarre migliaia di volte; spesso sono stato mandato via dal solerte signore filippino (credo) che arriva con l’enorme, tintinnante mazzo di chiavi per chiudere tutta la basilica.

 

Ho fatto ogni sorta di meravigliosi incontri in quel luogo santo.

 

Ricordo quando, inciampandole addosso, dissi «izvinite» («mi scusi») a una anziana signora velata. Si faceva multipli segni della croce ed era, chiaramente, una delle tante signore ortodosse — per lo più immagino badanti, ma vi sono talvolta anche veri e propri gruppi di pellegrini — che vanno ad omaggiare Ambrogio.

 

La signora, usciti dalla cripta, volle scambiare quattro chiacchiere con me, entusiasta del misero russo che stavo studiando. Pretese che salissi immediatamente con lei in metropolitana fino al Duomo, dove mi schiuse le porte di una chiesa ortodossa, che prima di allora mai avevo saputo esistere, appena dietro la cattedrale. La visita ad Ambrogio era una fermata che ella faceva prima di andare nella sua chiesa. C’erano tante signore (moldave, ucraine, bielorusse, russe, kazake…), alcune ho pensato fossero impiegate nell’assistenza di malati o anziani, altre, più giovani ed eleganti, lavoravano chiaramente nella moda; altre ancora, più formose e appariscenti, probabilmente si occupavano di altro – tutte, però, portavano il velo. C’erano i pope con barbe e vesti scure e lunghissime, le candele, l’iconostasi immensa con i suoi bagliori dorati. Tutto sembrava solenne anche se non vi era una funzione in corso. Anche la signora moldava, come Penelope, mi passò una cartolina, e cioè quel che poteva donarmi di più vicino ad una icona.

 

Mi sono aggrappato a quelle sbarre migliaia di volte; spesso sono stato mandato via dal solerte signore filippino (credo) che arriva con l’enorme, tintinnante mazzo di chiavi per chiudere tutta la basilica

Capii di essere finito un’altra volta in un circuito invisibile il cui termine era sempre e comunque Ambrogio. La devozione.

 

Sì, il circuito della devozione, la cui fermata principale era quella cripta, in cui sono finito non perché ho letto un libro (ignoravo, e tuttora ignoro tutto del Santo!) ma perché sospinto da questo flusso intangibile che scorreva a Milano attraverso perfino i cuori degli stranieri.

 

In quella cripta ho portato tutto: dalle gioie dei primi (piccoli) incassi per i lavori compiuti alla morte di un genitore, dalla speranza di prosperità alla frantumazione del mio essere che a volte gli eventi milanesi potevano cagionare.

 

Soprattutto, ho portato la mia pochezza. Il mio bisogno di essere protetto, difeso.

 

Capii di essere finito un’altra volta in un circuito invisibile il cui termine era sempre e comunque Ambrogio. La devozione

«Tales ambio defensores» disse Ambrogio quando rinvenne i corpi dei due martiri Gervaso e Protaso che ora giacciono con lui (fu l’esito di uno scavo che egli volle commissionare guidato da un presagio interiore; l’evento gli permise di vincere definitivamente il cuore di Milano, che all’epoca contava molti eretici ariani).

 

Me lo sono ripetuto anche io tante volte: «Tali difensori io desidero».

 

 

Nemici di Ambrogio

Al contempo, mi sento in dovere di difendere Ambrogio. Perché, per quanto possa sembrare incredibile, Ambrogio ha dei nemici.

 

Forze che bramano la distruzione di Ambrogio e di quel fiume invisibile che mi ha portato da lui.

 

Nel 1799 i napoleonici della Repubblica Cisalpina vollero che la Basilica venisse trasformata in un ospedale militare.

 

In quella cripta ho portato tutto: dalle gioie dei primi (piccoli) incassi per i lavori compiuti alla morte di un genitore, dalla speranza di prosperità alla frantumazione del mio essere che a volte gli eventi milanesi potevano cagionare. Soprattutto, ho portato la mia pochezza. Il mio bisogno di essere protetto, difeso

Altre forze figlie della Rivoluzione — i nostri «liberatori» angloamericani —  bombardarono vigliaccamente dal cielo Sant’Ambrogio nel 1943.

 

Poi, il 28 giugno 2000 il Male e la sua manovalanza terrena passano all’attacco diretto, penetrando sino al cuore ambrosiano. Nascondono in un inginocchiatoio della nostra cripta uno zaino con due bottiglie contenenti benzina, collegate a un innesco chimico alimentato da una pila. Una bomba incendiaria. (Bruciare Ambrogio e il suo tempio, lo dirò più sotto, potrebbe avere un suo significato di nemesi precisa). L’ordigno è trovato dalla Digos, perché un quotidiano riceve un volantino di rivendicazione. Gli esecutori dovrebbero essere gli anarchici della sigla «Solidarietà Internazionale»; protesterebbero per una cerimonia della polizia penitenziaria.

 

Io in realtà so che, da secoli, vogliono colpire qualcosa di più grande, qualcosa di fondamentale per l’equilibrio di tutta la città – e della mia vita.

 

Vogliono colpire Ambrogio.

 

Vogliono colpire la sua devozione.

 

Per quanto possa sembrare incredibile, Ambrogio ha dei nemici. Vogliono colpire Ambrogio. Vogliono colpire la sua devozione.

Perché so tutto questo, non mi son sorpreso quando qualche anno fa uscì sotto forma di libro un attacco ad Ambrogio.

 

Il libro, incensato dall’intero arco delle gazzette nazionali, da Il Sole 24 ore a Il Manifesto, portava la firma di una vecchia conoscenza, diciamo così, tale Franco Cardini.

 

Il titolo non è molto sibillino: Contro Ambrogio.

 

Don Ricossa mi ricorda, con tanto di documentazione, «che Cardini è stato membro del comitato scientifico della rivista massonica Ars Regia; che Cardini ha ricevuto e accettato un’onorificenza dal Grand’Oriente d’Italia; che Cardini  ha scritto la prefazione ad un libro sui Templari del figlio dell’allora Gran Maestro della Massoneria Raffi, con i proventi del libro che vanno all’opera massonica degli Asili notturni; che Cardini ha partecipato a un convegno della Gran Loggia d’Italia, obbedienza di piazza del Gesù;  che Cardini si riconosce nella Leggenda medioevale dei tre anelli, ripresa dal massone Lessing, e nell’idea di cristiani, ebrei e musulmani “fratelli in Abramo”; che per Cardini ha ragione Gad Lerner nel dire che Gesù Cristo non è cristiano ma ebreo, essendo il Cristianesimo una invenzione di Saulo di Tarso; che per Cardini non è neppure storicamente certo che Gesù Cristo sia esistito; che per Cardini il film su Ipazia, martire pagana vittima dei cristiani, è storicamente ineccepibile, e che d’altronde il Cristianesimo si è imposto con la violenza ben più che l’Islam. Per cui non stupiamoci se le preferenze di Cardini vadano a preti come don Gallo: “posso attestare che pochi come lui nella storia del cristianesimo sono stati altrettanto fedeli al messaggio del Cristo e alla missione della Chiesa nel mondo”».

 

«Quando ero vice presidente del CNR — mi dice Roberto de Mattei — organizzai a Roma un seminario internazionale sulle Crociate, ma ritenni di non invitare il professor Cardini, perché il suo è un lavoro di decostruzione dell’idea di Crociata, incompatibile con i risultati della più recente e accreditata letteratura scientifica. Cardini mi telefonò furioso e lo giudicai una mancanza di stile».

 

Lo stesso lavoro demolitorio e desacralizzante il Cardini lo porta su Ambrogio.

 

Nel 388, a Callinicum (ora Raqqa, l’ex-capitale dell’ISIS), una sinagoga fu data alla fiamme. Il governatore romano locale, sostenuto da Teodosio, decise che a pagare la ricostruzione dovesse essere il vescovo locale, ritenuto sobillatore degli incendiari.

L’episodio che dà l’avvio all’elezione di Ambrogio all’episcopato, e cioè il bambino che urla in Chiesa «Ambrogio Vescovo!» trascinando con sé tutta Milano, è per Cardini una «messinscena», un «ben architettato episodio di organizzazione del consenso», un evento da spin doctor in cui la «spontaneità popolare è accuratamente pilotata».

 

Tuttavia è la sottomissione di Teodosio che infastidisce di più il professore, «l’Augusto, da principe aureolato di autorità sacrale qual era sempre stato, da vicario del Cristo in terra, era sceso al livello di un semplice fedele, pronto ad umiliarsi per ricevere il perdono».

 

Il famoso episodio in cui il vescovo Ambrogio piega l’Imperatore inducendolo alla penitenza rappresenta per l’autore qualcosa di intollerabile, perché emblema perfetto di un «progetto di delegittimazione totale e irreversibile dei ceti diversi da quello cristiano niceno in tutto l’impero».

 

In breve, quel che il Cardini non può sopportare è il primato della Chiesa sul mondo. Teodosio costretto alla penitenza dal vescovo Ambrogio per la strage di Tessalonica (Salonicco, in Grecia…) è per il vecchio studioso la base «di un lungo e complesso itinerario che in vario modo, attraverso l’agostinismo politico, la riforma della Chiesa dell’XI secolo e il monarchismo pontificio» ha delineato quella Tradizione  «che in ambito cattolico — una volta battute le eresie e isolati come eretici o comunque pericolosi molti movimenti “non conformisti” medievali — solo il conciliarismo quattrocentesco, in una certa misura il Vaticano II e, oggi, le scelte innovatrici di Papa Francesco, hanno teso in qualche modo a limitare e a correggere».

 

Comprendete? Papa Francesco — in effetti, il Papa più sottomesso all’Impero, l’Impero del Male — come antidoto ai danni provocati da Ambrogio.

 

Ambrogio scrisse all’Imperatore il suo dissenso: «Io dichiaro di aver dato alle fiamme la sinagoga. Sì, sono stato io che ho dato l’incarico, perché non ci sia più nessun luogo dove Cristo venga negato»

La Chiesa non deve demandare al potere la penitenza se questo commette ingiuste stragi: capite l’attualità di questa richiesta?

 

Una Chiesa assoggettata al potere (come quella che stiamo vedendo oggi) è per il toscano la condizione giusta per la sposa di Cristo: «il liberare e il mantener libero il clero dai controlli e dai condizionamenti di qualunque autorità terrena — ben al di là se non al contrario di quanto Gesù dichiara esplicitamente a Pilato — sarebbe stata condizione necessaria e sufficiente per salvarlo dalle tentazioni terrene», tuttavia  «l’intera storia della Chiesa dimostra l’opposto»

 

Insomma, «forse senza di lui non avremmo avuto un conflitto tra mondo cattolico e modernità».

 

Tradotto: senza Ambrogio il cattolicesimo sarebbe naturaliter modernista.

 

Prendo questi virgolettati, che in me sortiscono l’effetto di amar ancora di più il mio Santo, da un articolone celebrativo che al libercolo in questione dedicò il Paolo Mieli sul primo quotidiano nazionale.

 

Ambrogio, a differenza dei democristiani e dei loro patti con le potenze infernali, non faceva compromessi.

Una di quelle doppie paginate, sempre dense ed interessantissime a dire il vero, che una volta alla settimana consentono al pluri-ex-direttore del Corrierone di recensire qualche testo più o meno revisionista.

 

Il Mieli, a dire il vero, potrebbe aver qualche cavallo coinvolto nella corsa. Egli è figlio dell’ex agente del Psychological Warfare Branch dei servizi segreti britannici Ralph Merrill (all’anagrafe egiziana Renato Mieli) poi direttore dell’ANSA e de L’Unità finito però, poco dopo, ad esaltare l’ultraliberismo di Hayek e Von Mises (e per questo i fondi di Confindustria non gli sono mancati); soprattutto, possiamo dire che il Mieli Paolo è, come il padre, di origine ebraica.

 

Mai vorrei che vi fosse, in questo petardino editoriale contro Ambrogio, l’antico pregiudizio che vede il Santo come antisemita. Perché Ambrogio affrontò a testa alta l’Imperatore Teodosio anche un’altra volta.

 

Nel 388, a Callinicum (ora Raqqa, l’ex-capitale dell’ISIS), una sinagoga fu data alla fiamme. Il governatore romano locale, sostenuto da Teodosio, decise che a pagare la ricostruzione dovesse essere il vescovo locale, ritenuto sobillatore degli incendiari.

 

Ambrogio scrisse all’Imperatore il suo dissenso:

 

Anche a secoli di distanza, come pensate che lo possano perdonare Ambrogio ebrei, falsi cristiani, servi degli dèi della morte?

«Il luogo che ospita l’incredulità giudaica sarà ricostruito con le spoglie della Chiesa? (…) Questa iscrizione porranno i giudei sul frontone della loro sinagoga: Tempio dell’empietà ricostruito col bottino dei cristiani (…) Il popolo giudeo introdurrà questa solennità fra i suoi giorni festivi?»

 

Ambrogio aveva centrato già allora tutta la questione dell’incompatibilità tra Stato e Chiesa quando per lettera chiese a Teodosio: «che cosa dunque è più importante, l’idea di disciplina [cioè, del mantenimento dell’ordine pubblico, ndr] o il motivo della religione?».

 

È la medesima domande che si pose Andreotti quando capì che se non votava la legge sul libero aborto in Italia il suo governo sarebbe caduto. Sappiamo come si rispose. Lo sanno anche i 6 milioni di bambini ammazzati da quella legge, più aggiungiamo magari qualche milionata di vittime della conseguente pratica genocida della fecondazione assistita, che per ogni bambino sintetico nato ne ammazza almeno una ventina — quindi, altri milioni, molti di più, seguiranno.

 

Ambrogio, a differenza dei democristiani e dei loro patti con le potenze infernali, non faceva compromessi.

 

«Io dichiaro di aver dato alle fiamme la sinagoga — scrisse in un’altra epistola all’Imperatore — sì, sono stato io che ho dato l’incarico, perché non ci sia più nessun luogo dove Cristo venga negato».

Il mio disgusto per i ciellini (e il loro vescovoni trombati e infelici) che cianciano di «libertà religiosa» quando il Santo della loro capitale ne è stato il più acerrimo nemico, e su di essa — in ispecie contro i pagani — ha combattuto una guerra infuocata, e l’ha vinta

 

Rileggete: «perché non ci sia più nessun luogo dove Cristo venga negato».

 

Anche a secoli di distanza, come pensate che lo possano perdonare ebrei, falsi cristiani, servi degli dèi della morte?

 

 

Tradidi quod et accepi

 

Voglio concludere.

 

Molto ci sarebbe da dire, come per esempio il mio disgusto per i ciellini (e il loro vescovoni trombati e infelici) che cianciano di «libertà religiosa» quando il Santo della loro capitale ne è stato il più acerrimo nemico, e su di essa — in ispecie contro i pagani — ha combattuto una guerra infuocata, e l’ha vinta.

 

Qualcuno mi accuserà: perché parli, sei uno storico? Un teologo? Un sapiente?

 

No, non lo sono. Sono un uomo ignorante, e l’unica storia che conosco davvero, riguardo Ambrogio, è quella che mi ha portato a lui. Sono solo una persona che riesce ancora a struggersi davanti alla devozione; qualcuno di così ottuso da stupirsi del fatto che esiste ancora; qualcuno di così scemo da credere che la devozione sia non solo necessaria, ma perfino «efficace».

 

Questo è il mio microscopico contributo alla Tradizione: ho tramandato la devozione che ho ricevuto, ho mandato ad Ambrogio qualcuno, come vi ero stato mandato io

Sono un peccatore: sono uno che ad Ambrogio chiede aiuto. Non ci ho scritto libri, non ho studiato a fondo la sua vita e le sue opere.

 

Una cosa però l’ho fatta.

 

Ho portato ad Ambrogio una ragazza, Sophia. Tedesca, come Ambrogio.

 

Sophia aveva un problema, non riusciva più ad entrare in chiesa senza avere un attacco di pianto. Il motivo, ho ipotizzato, era legato a delle vicende personali. La sua famiglia ha attraversato momenti bui, in parte irrisolti, in parte risolti, che hanno lasciato un segno sul suo spirito. In chiesa, mi ha poi spiegato, non riusciva ad entrare perché «non mi sentivo pura a sufficienza», anche se Sophia è una delle persone più pure che conosco a Milano.

 

Ho fatto fatica. Le prime volte, trascinarla era un vero esercizio di violenza psicologica. «Io vado dentro, devi proprio fare queste scene?». Seguivano occhi sgranati, afasie, imbarazzi paralizzanti, lacrime.

 

Ho iniziato così pian piano a portarla alla messa della domenica sera. Nella pratica, è vero che qualche volta è svenuta, subito soccorsa da fedeli circostanti. Ma ora è tutto alle spalle. Mi esprime, anche troppo spesso, la sua gratitudine per la mia ostinazione. È amica dei sacerdoti come degli altri fedeli, è assidua.

 

Si chiede spesso perché io abbia spinto tanto: il perché lo sa Ambrogio, io sono solo la nanometrica parte del suo circuito invisibile.

 

Ho conservato, e tramandato, la devozione al cuore di Milano e della vera Cristianità

Qualche giorno fa, Sophia ha ricevuto finalmente la Cresima, che le mancava. Voleva che facessi da padrino, ma lontano come sono oggi dalla Chiesa conciliare, non per un secondo ho pensato che potessi essere io a sigillare la fine di questa minuscola storia ambrosiana.

 

Nonostante lo stato di aberrazione in cui versa la Chiesa, posso dire che questo è il mio microscopico contributo alla Tradizione: ho tramandato la devozione che ho ricevuto, ho mandato ad Ambrogio qualcuno, come vi ero stato mandato io.

 

Ho conservato, e tramandato, la devozione al cuore di Milano e della vera Cristianità.

 

Io difendo Ambrogio perché Ambrogio difende me.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

Articolo precedentemente apparso su Ricognizioni.

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Gli stemmi e i motti dei futuri vescovi FSSPX

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A pochi giorni dalle consacrazioni episcopali del 1º luglio 2026 a Écône, vengono presentati gli stemmi episcopali dei quattro futuri vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, accompagnati dalla spiegazione dei loro principali elementi e del loro motto.

 

Sua Eccellenza Monsignor Pascal Schreiber

 

Blasonatura (descrizione dello scudo)

Lo scudo è inquartato (diviso in quattro quarti distinti):

 

Primo quarto (in alto a sinistra): di nero. Vi appare il volto trionfante di Gesù Cristo, Re dell’Universo, coronato d’oro, circondato da un nimbo e da raggi fiammeggianti, secondo la visione di san Nicola della Flüe.

 

Secondo e terzo quarto (in alto a destra e in basso a sinistra): identici, di rosso. Ciascuno è caricato da un leone rampante d’oro tenente nella zampa destra una penna d’oro.
Quarto quarto (in basso a destra): di nero, caricato da una stella d’oro a otto raggi.
Spiegazione

 

La divisione dello stemma in quattro parti deriva da una lunga tradizione dell’area germanofona.

 

Nel primo quarto si trova la parte centrale del Quadro di Meditazione di san Nicola della Flüe, patrono della Confederazione Svizzera, chiamato anche «Padre della Patria» (Martirologio Romano, 21 marzo). Questo santo è all’origine della vocazione sacerdotale del vescovo.

 

In questa visione, il volto rappresentato simboleggia ora la Divinità indivisa, ora il Verbo di Dio incarnato, ora un osservatore umano. Il volto è circondato da sei raggi. Tre partono dal volto stesso: uno dall’orecchio (Dio sa tutto), uno dall’occhio (Dio vede tutto, nulla gli è nascosto), l’ultimo dalla bocca (da Lui procede ogni sapienza); gli altri tre provengono dall’esterno e raggiungono il nimbo, per mostrare che il credente, attraverso un’assidua riflessione, può giungere a una conoscenza profonda della Divinità insondabile.

 

Il secondo e il terzo quarto riprendono l’arma della famiglia Schreiber. Il leone simboleggia tradizionalmente il coraggio, la forza e la regalità, mentre la penna richiama il significato del cognome Schreiber («scrittore») e stabilendo il valore del lavoro della scrittura.

 

Nel quarto quarto compare una stella che rappresenta sia il Salvatore – «Una stella spunta da Giacobbe» (Nm 24,17), «Io sono la stella radiosa del mattino» (Ap 22,16) – sia la Vergine Maria – «Stella Maris», «Stella Matutina» – creando così un legame con il motto.

 

La stella simboleggia inoltre san Nicola. Il santo eremita confessò che, mentre si trovava ancora nel seno materno, vide nel cielo una stella che illuminava il mondo intero. E dal suo eremo di Ranft vedeva continuamente nel cielo una stella che gli somigliava.

 

Infine, lo stemma porta i tre colori della bandiera tedesca: nero, rosso e oro, richiamando il Paese in cui si trova il seminario di Zaitzkofen.

 

Motto: VIRGO FIDELIS

Il motto è di ispirazione mariana e proviene dalle Litanie Lauretane: «Virgo fidelis», o Vergine fedele.

 

Maria è la figlia fedele del Padre celeste, la madre fedele del Figlio divino e la sposa fedele dello Spirito Santo. Ella deve anche aiutarci a rimanere fedeli a Dio.

 

Questo titolo della Beatissima Vergine Maria era particolarmente caro al nostro Fondatore, Mons. Marcel Lefebvre, che lo inserì negli Statuti della Fraternità Sacerdotale San Pio X:

 

«Gli impegni sono rinnovati da tutti i membri ogni anno nella festa dell’Immacolata Concezione, l’8 dicembre. […] In questo giorno di benedizione, tutti i membri chiedano alla Vergine fedele la grazia della fedeltà ai propri impegni e la grazia della perfetta unità nella carità per tutta la Fraternità».

 

Il riferimento alla Vergine Maria mette inoltre in risalto le virtù della fortezza e della purezza, in un’epoca in cui esse sono così duramente attaccate.

 

«Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Mt 5,8).

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Sua Eccellenza Monsignor Michael Goldade

Blasonatura (descrizione dello scudo)

Campo (sfondo): d’azzurro.

 

Bordura: ornata da un tralcio composto da dodici spighe di grano d’oro (sei per lato), unite da steli intrecciati.

 

Cuore dello scudo (scudetto centrale): uno scudetto d’oro caricato, da un Cuore di Vandea di rosso, formato da due cuori intrecciati, sormontati da una corona e da una croce.
Spiegazione

 

Le dodici spighe di grano sono ricche di significato e di simbolismo.

 

Sul piano personale, le spighe evocano sia il luogo d’origine del vescovo – Our Lady of the Prairies, nel Dakota del Nord – sia il luogo in cui è cresciuto – St. Marys, nel Kansas. Entrambi gli Stati sono noti per la loro agricoltura e figurano tra i maggiori produttori di grano degli Stati Uniti. Il numero dodici rimanda inoltre ai dodici membri della sua famiglia.

 

Sia il numero dodici sia le spighe ricorrono frequentemente nella Sacra Scrittura. Esse ricordano la storia del patriarca Giuseppe dell’Antico Testamento, uno dei dodici figli di Giacobbe, custode del grano d’Egitto. Egli fu così figura profetica di san Giuseppe, padre putativo del Bambino Gesù, Pane della Vita. Lo stesso san Giuseppe è anche patrono della Chiesa universale e custode delle vocazioni.

 

Il grano è inoltre simbolo della Santissima Eucaristia e del santo Sacrificio della Messa, che costituiscono il cuore della Fraternità San Pio X. Il numero dodici, numero della pienezza, corrisponde al numero delle ceste che raccolsero gli avanzi della moltiplicazione dei pani e rimanda altresì agli Apostoli, colonne della Chiesa.

 

Il campo d’azzurro nel quale è posto lo scudetto d’oro è un omaggio alla Santissima Vergine Maria, campo verginale dal quale è uscito il Pane della Vita; l’oro dello scudetto designa la divinità del Bambino portato da Nostra Signora. È anche un’allusione all’oro evocato dal nome Goldade.

 

Il simbolo dei due Cuori coronati corrisponde alla principale devozione della famiglia Goldade ai Sacratissimi Cuori di Gesù e di Maria e rappresenta naturalmente l’arma della Fraternità Sacerdotale San Pio X. Questo simbolo è strettamente legato al motto.

 

Motto: ADEAMUS CUM FIDUCIA

 

Questo motto è tratto da san Paolo:

 

«Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovare grazia per un aiuto opportuno» (Eb 4,16).

 

Sono anche le prime parole dell’Introito della Messa del Cuore Immacolato di Maria (22 agosto).

 

Si tratta di un atto di fede e di assoluta fiducia nella Beatissima Vergine Maria, Mediatrice di tutte le grazie, alla quale suo Figlio non rifiuta nulla.

 

«La ragione della mia speranza è Maria!» (san Bernardo).

 

La Vergine è designata con il titolo di «Trono della Grazia», poiché la Sapienza eterna, sorgente di ogni grazia, ha voluto riposare in Lei e regnare per mezzo di Lei.

 

Questa preghiera richiama inoltre l’inizio della santa Messa, evocato dalle spighe:

 

«Salirò all’altare di Dio…» (Sal 42).

 

Per mezzo dei Cuori uniti di Gesù e di Maria, e di tutte le grazie che ci vengono dal santo Sacrificio della Messa, abbiamo la certezza dell’aiuto divino in tutte le circostanze della nostra vita.

 

«Nella speranza infatti siamo stati salvati» (Rm 8,24).

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Sua Eccellenza Monsignor Michel Poinsinet de Sivry

Blasonatura (descrizione dello scudo)

 

Lo scudo è troncato (diviso orizzontalmente in due parti uguali):

 

Capo (parte superiore): di rosso, caricato da una spada d’argento guarnita d’oro, posta in banda, sulla quale è posta una palma d’oro in sbarra.
Punta (parte inferiore): d’azzurro, caricata da un cigno d’argento, imbeccato d’oro, nuotante su onde dello stesso metallo poste nella parte inferiore dello scudo.
Spiegazione

 

Nella parte superiore, due emblemi illustrano il motto:

 

La spada significa il combattimento che la Chiesa, attraverso i suoi membri, deve sostenere per estendere il trionfo di Nostro Signore sul mondo e sul peccato mediante l’applicazione dei frutti della sua Redenzione. La spada è anche la parola di Dio:
«Prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, che è la parola di Dio» (Ef 6,17).

 

Questa parola tagliente è la risposta alle massime del mondo.

 

La palma simboleggia la vittoria della Chiesa già quaggiù, personificata dai testimoni della fede e dai suoi martiri. Essa esprime la gioia e il trionfo che derivano da tale vittoria.
Nella parte inferiore si trova il cigno, tratto dall’arma di famiglia, simbolo di fedeltà (il cigno rimane sempre fedele al proprio compagno) e di purezza (per il suo colore bianco), due qualità inerenti alla virtù della fede.

 

Motto: FIDES VINCIT MUNDUM

 

Queste parole sono tratte dalla Prima Lettera di san Giovanni:

 

«Tutto ciò che è nato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede» (1 Gv 5,4).

 

Esse ricordano il trionfo di Nostro Signore Gesù Cristo su questo mondo che non ha voluto accoglierlo.

 

«Io ho vinto il mondo» (Gv 16,33).

 

È la fede in Nostro Signore che ci associa a questa vittoria.

 

Ci ricordano inoltre che la Chiesa è quaggiù la Chiesa militante:

 

«La vita dell’uomo sulla terra è una lotta» (Gb 7,1).

 

In questo motto troviamo dunque espressa la lotta tra le «Due Città» (sant’Agostino) o i «Due Stendardi» (sant’Ignazio), e la certezza della vittoria di Nostro Signore.

 

È quindi un appello alla speranza in questi tempi travagliati che la Chiesa sta vivendo, un’eco della storia particolare della Fraternità e della sua missione provvidenziale.

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Sua Eccellenza Monsignor Marc Hanappier

Blasonatura (descrizione dello scudo)

 

Lo scudo è composto da un unico campo:

 

Campo (sfondo): d’azzurro.

Figura centrale: un Agnello Pasquale (Agnus Dei) d’argento. L’agnello è rappresentato passante, con la testa nimbata d’oro e segnata da una croce di rosso. Porta un’asta crociata d’oro alla quale è fissato uno stendardo d’argento caricato da una croce di rosso (l’orifiamma della Risurrezione). Dal suo petto sgorga un flusso di sangue di rosso che si versa in un calice d’oro posto ai suoi piedi.

Accompagnamento: l’agnello è accompagnato da tre gigli d’argento, disposti due nel capo e uno nella punta.

 

Spiegazione

L’Agnello vittorioso è quello dell’Apocalisse, del quale gli angeli e i santi cantano la vittoria in Cielo:

 

«L’Agnello che è stato immolato è degno di ricevere la potenza, la divinità, la sapienza, la forza, l’onore, la gloria e la benedizione!» (Ap 5,12).

 

Questo è anche l’Introito della Messa di Cristo Re.

 

Glorificare l’Agnello immolato per la nostra salvezza, il cui Sangue è la nostra vita: questo è il fine della Chiesa. Quel Sangue è raccolto nel calice della salvezza e comunicato alle anime come vera bevanda per purificarle e fortificarle.

 

I gigli sono un simbolo di regalità e accompagnano l’Agnello.

 

Essi rappresentano anche la purezza immacolata della Vergine Maria:

 

«Come un giglio tra i rovi, così l’amica mia tra le fanciulle» (Ct 2,2).

 

Sul fondo azzurro essi sono anche un simbolo della Francia. Sono tre, come nello stemma della città di Versailles, dove risiede la famiglia Hanappier.

 

Motto: DIGNUS EST AGNUS

 

San Giovanni Battista rese testimonianza:

 

«Ecco l’Agnello di Dio» (Gv 1,36),

 

e questa testimonianza suscitò la vocazione dei primi due Apostoli, Giovanni e Andrea. L’Agnello di Dio attira le vocazioni.

 

Nell’Apocalisse l’Agnello appare:

 

«in piedi, come immolato» (Ap 5,6).

 

Nostro Signore Gesù Cristo è al tempo stesso il Sommo Sacerdote del Nuovo Testamento e la Vittima di soave odore offerta al Padre. Questo simbolo evoca il sacerdozio e il santo Sacrificio della Messa, durante il quale si prega questo Agnello, «che toglie i peccati del mondo», di «avere pietà di noi» e di «donarci la pace».

 

Nel versetto seguente dello stesso capitolo, l’Agnello riceve il libro:

 

«scritto all’interno e all’esterno, sigillato con sette sigilli»,

 

che soltanto Lui può aprire. Questa è la chiave di tutta la storia del mondo: Nostro Signore Gesù Cristo è il centro della storia – «a Lui appartengono i tempi» (benedizione del cero pasquale); nulla, nessuno e nessun gruppo umano, in nessuna epoca, può dirsi indipendente da Lui, e il mistero del male nella storia del mondo può essere compreso soltanto alla luce della Croce, del sacrificio dell’Agnello, al di fuori del quale non c’è salvezza.

 

Sì, Egli è veramente:

 

«degno di ricevere la potenza, la divinità, la sapienza, la forza, l’onore, la gloria e la benedizione!» (Ap 5,12).

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Spirito

Canada, la morsa del progressismo si stringe

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Il Parlamento canadese si sta preparando ad approvare una legge che eliminerà l’esenzione religiosa per i «discorsi d’odio», aprendo la strada a procedimenti giudiziari contro chiunque professi pubblicamente la morale cattolica tradizionale.   Quella che solo pochi anni fa sembrava una distopia sta per diventare realtà in Canada. Il Parlamento di Ottawa si sta infatti preparando ad adottare definitivamente il disegno di legge C-9, noto come «Legge contro l’incitamento all’odio», una delle cui disposizioni più significative è passata quasi inosservata alla stampa mainstream: l’eliminazione totale dell’esenzione religiosa precedentemente sancita dal Codice penale canadese in materia di «incitamento all’odio».   Fino ad ora, la legge canadese tutelava esplicitamente il diritto di esprimere «un’opinione su un argomento religioso o un’opinione basata sulla fede in un testo religioso». Questa tutela, per quanto modesta, costituiva una minima salvaguardia contro la criminalizzazione della predicazione cristiana. Il disegno di legge C-9 la abolisce. D’ora in poi, chiunque citi le Scritture o esponga la dottrina morale della Chiesa sul matrimonio e sulla famiglia potrebbe, a seconda del contesto, essere perseguito penalmente.

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Josh Dehaas della Canadian Constitutional Foundation ha tenuto a precisare che la lettura di brani delle Sacre Scritture non dovrebbe, di per sé , comportare un procedimento penale . Tuttavia, ha subito aggiunto che «certi versetti di testi religiosi potrebbero ora dare adito ad accuse a seconda del contesto, in particolare del momento e del luogo in cui vengono letti, e di altre parole pronunciate durante la lettura». In altre parole, un sacerdote , un predicatore o un padre che spieghi la dottrina cattolica sulla complementarietà dei sessi o sull’indissolubilità del matrimonio potrebbe, a seconda delle circostanze, trovarsi esposto a un procedimento penale.   La votazione sul disegno di legge è il risultato di un’alleanza politica tra il Partito Liberale al governo e il Bloc Québécois, un partito laico e nazionalista. Questo approccio è rivelatore: è in nome di un laicismo aggressivo, e non per una preoccupazione per l’ordine pubblico, che si mira a mettere a tacere le voci cristiane.   Il professor John Petrakis, specialista in diritto comparato presso l’Hillsdale College, non si fa illusioni sulla capacità dei tribunali di proteggere i credenti: la giurisprudenza della Corte Suprema canadese, in particolare nel caso Saskatchewan contro Whatcott, ha già dimostrato che i giudici non esitano a sacrificare la libertà di espressione e la libertà religiosa sull’altare del «diritto a non essere offesi». Il Canada, conclude, sta inesorabilmente scivolando verso il modello europeo , dove il discorso cristiano è sempre più considerato una minaccia per la sfera pubblica.   Per i cattolici, il messaggio è chiaro. Ciò che attualmente è legalmente consentito in Canada – ovvero la proclamazione che il matrimonio è l’unione di un uomo e una donna, richiamando l’insegnamento di San Paolo sulla sessualità umana – potrebbe domani portare il suo autore a comparire davanti a un tribunale penale.   La persecuzione dei cristiani non è più confinata ai regimi totalitari aggressivi dell’Asia o del Medio Oriente; ora bussa alle porte delle democrazie liberali occidentali, mascherata da «convivenza», «lotta all’odio» e «inclusione». Tutti termini che hanno significato solo per chi detta le regole del gioco.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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Spirito

Saremo scomunicati?

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Omelia pronunciata domenica 21 giugno 2026 nella chiesa di Saint-Nicolas-du-Chardonnet, a Parigi, da padre Denis Puga.

 

Cari fratelli,

 

Ci stiamo avvicinando a questo grande evento del 1° luglio, di così grande importanza per quella che mons. Lefebvre definì l’«operazione di sopravvivenza» della Tradizione.

 

Nove giorni ci separano da esso, e vedrete: le voci cominceranno a levarsi. I giornalisti, soprattutto in questo periodo dell’anno, spesso hanno poco da dire. Saremo quindi chiamati scismatici, eretici; forse saremo scomunicati, non lo so, non sono un profeta. Ma vi dirò semplicemente: rimanete in pace.

 

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Cos’è realmente la scomunica

Innanzitutto, dobbiamo ricordare cos’è la scomunica. La scomunica, ed è molto importante capirlo, non allontana qualcuno dalla Chiesa; la scomunica è una punizione. La Chiesa ha il potere – e noi rispettiamo queste regole – di punire con varie pene chi commette una grave offesa esteriore che lede il bene comune.

 

Un sacerdote che commette qualcosa di grave, ad esempio, può essere interdetto, per un certo periodo, dalla celebrazione della Messa; questa si chiama sospensione. Esistono altre pene, ma la scomunica è la più grave. Si tratta di sanzioni imposte dalla Chiesa; è normale, come qualsiasi altra organizzazione, che la Chiesa abbia il potere di punire.

 

Quindi, cosa comporta esattamente questa pena della scomunica?

 

La persona colpita da questa pena, la persona scomunicata, non può più ricevere i sacramenti; non può più ricevere la comunione, da qui il termine. L’assoluzione non può essere concessa finché non si pentono, finché non rinunciano alla causa di questa pena. La Chiesa, ufficialmente, non prega più per loro; la Chiesa li esclude dalle sue preghiere ufficiali. Questo è ciò che significa scomunica. È molto grave, certamente; è una pena molto severa, ma, come dicevo, non pone una persona fuori dalla Chiesa.

 

Permettetemi di fare un esempio: un sacerdote che viola il segreto confessionale. Rivela ciò che il signor tal dei tali o la signora tal dei tali gli hanno confidato durante la confessione. Questo è un peccato chiamato violazione del segreto confessionale. Questo sacerdote viene scomunicato, il che è molto grave, ma rimane cattolico, rimane membro della Chiesa. Deve pentirsi; la scomunica verrà revocata solo quando si sarà pentito del suo peccato, e non è nemmeno certo che la Chiesa gli restituirà la facoltà di ascoltare le confessioni.

 

Permettetemi di fare un altro esempio: sapete che il peccato di aborto comporta la scomunica. Chi provoca un aborto viene scomunicato, il che significa che non ha più il diritto di ricevere la comunione e di confessarsi, per ottenere l’assoluzione deve pentirsi del suo peccato. Eppure questa persona rimane cattolica, membro della Chiesa.

 

Quindi, è bene chiarire che la scomunica non esclude nessuno dalla Chiesa.

 

Vi dico questo perché non molto tempo fa qualcuno mi ha detto: «sono tornato alla Chiesa cattolica. Ero protestante. E non voglio essere escluso dalla Chiesa cattolica». Ma qualunque cosa accada, anche nei casi più gravi, nessuno viene escluso dalla Chiesa per questo; potreste sentire questa argomentazione.

 

E sappiate che, inoltre, nel caso delle consacrazioni episcopali, il diritto canonico specifica molto chiaramente – è scritto nero su bianco nel diritto canonico – che chi agisce per necessità non incorre nella pena della scomunica.

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Che cosa costituisce veramente uno scisma

Ma allora, che cos’è uno scisma? Saremo chiamati scismatici. Che cos’è dunque uno scisma, cari fratelli?

 

Uno scisma non è un atto di disobbedienza. Guardate: il vescovo chiede qualcosa e io non lo faccio. È un atto di disobbedienza, finché ciò che mi chiede è legittimo, ma non è uno scisma. Lo scisma consiste nel rifiutare l’autorità di coloro che occupano le sedi dei successori degli Apostoli: il Papa e i vescovi. Rifiutare la loro autorità significa non riconoscerli più come pastori legittimi, il che non è assolutamente il nostro caso.

 

Ecco un esempio di scisma: lo scisma ortodosso. Dall’XI secolo, la Chiesa orientale ha interrotto la comunione con Roma. Ciò significa che la Chiesa ortodossa non riconosce il Papa né i vescovi cattolici come legittimi pastori della Chiesa, e ha quindi istituito una gerarchia diversa.

 

Questa non è affatto la nostra situazione. Per noi, il Papa è davvero il papa. I vescovi in ​​carica sono vescovi legittimi, istituiti per guidarci secondo la Tradizione della Chiesa, secondo il suo spirito, e per trasmetterci il deposito dellaFede. Ma ci sono cose a cui non siamo obbligati a obbedire, e questo non significa che ne mettiamo in discussione l’autorità. Per questo non possiamo essere accusati di scisma.

 

E la prova, cari fratelli, è che nel 2000 e di nuovo nel 2005, il Cardinale Castrillón Hoyos, che era a capo della Commissione Ecclesia Dei – ovvero l’organismo responsabile delle questioni relative ai tradizionalisti – ha chiarito che non c’era stato alcuno scisma, e questo dopo le consacrazioni del 1988. Perché? Perché mons. Lefebvre non voleva istituire una Chiesa parallela con una gerarchia parallela e vescovi paralleli.

 

Per questo mons. Lefebvre ha insistito tanto sul fatto che i vescovi da lui consacrati erano destinati semplicemente a conferire i sacramenti che solo un vescovo può amministrare – la cresima e il sacerdozio – ma non a governare, non a creare diocesi al posto di altre diocesi.

 

Inoltre, questa posizione, difesa dal cardinale Castrillón Hoyos, ha influenzato notevolmente quella di Papa Benedetto XVI. Nel 2009, Benedetto XVI ha ribadito che la Fraternità Sacerdotale San Pio X è soggetta alla giurisdizione della Congregazione per la Dottrina della Fede, ovvero una congregazione che si occupa di questioni interne alla Chiesa Cattolica, e non al Pontificio Consiglio per l’Ecumenismo, che si occupa di religioni non cattoliche o comunità separate. Se fossimo scismatici, come alcuni sostengono, non saremmo soggetti alla Congregazione per la Dottrina della Fede.

 

Ancora oggi, la questione delle consacrazioni è gestita dal cardinale Víctor Manuel Fernández, responsabile di tale materia, e qui sta il paradosso. Quando predichiamo una Chiesa aperta, caritatevole e misericordiosa, lo spettro della scomunica viene rievocato, perché credo che oggi, in tutta la Chiesa Cattolica, questa paura persista solo tra i tradizionalisti; gli altri sono completamente indifferenti.

 

Il cardinale Fernández, prima di essere nominato a Roma da Papa Francesco, era arcivescovo di La Plata, in Argentina, ed era noto per le sue dichiarazioni e i suoi scritti. In questi scritti, spiegava che oggi la Chiesa non condanna più, non esclude più, e paragonava questa situazione alla Chiesa del passato, quella pre-Concilio Vaticano II. Diceva: «Ma cos’era quella Chiesa che si permetteva di giudicare, di impedire alle persone di ricevere la comunione, di negare l’assoluzione a certi individui?». Per lui era scandaloso. In un testo, arrivò persino a paragonarla a una sorta di Gestapo.

 

Ed è lo stesso uomo che oggi evoca lo spettro della scomunica e minaccia lo scisma. È ridicolo, se non fosse così grave, sarebbe ridicolo. E non menzionerò nemmeno le accuse riguardanti la sua gestione, durante il suo ministero in Argentina, di gravissimi problemi morali nella sua diocesi. È una questione pubblica, ma non dirò altro.

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Già escluso di fatto

Come vedete, non dobbiamo prenderci in giro; dobbiamo rimanere fiduciosi. Capite che quello che stiamo facendo non è altro che quello che fece mons. Lefebvre nel 1988, e direi persino che è quasi più saggio.

 

Quando mons. Lefebvre consacrò quattro vescovi, quattro vescovi che erano sacerdoti con un sacerdozio relativamente breve, cinque o sei anni, e non si sapeva ancora come si potesse realizzare questa situazione paradossale: vescovi che, privi di una propria giurisdizione, avrebbero viaggiato per il mondo per amministrare la cresima e ordinare sacerdoti ovunque la Tradizione lo richiedesse.

 

Ora, coloro che vengono scelti per essere consacrati vescovi a volte hanno vent’anni di servizio sacerdotale, hanno ricoperto posizioni importanti all’interno della Fraternità, a volte anche molto importanti, e soprattutto, ora sappiamo, dopo quasi quarant’anni, come ha funzionato questo ruolo dei vescovi.

 

Lo avete visto voi stessi, sapete di cosa si tratta e vedete che funziona benissimo e che non costituisce assolutamente una Chiesa parallela, una Chiesa scismatica.

 

Quindi, vogliono proibirci i sacramenti? Vogliono proibirceli… ma è già stato fatto! È già stato fatto da tempo! Papa Francesco ha proibito la celebrazione dei sacramenti secondo il rito tradizionale in molti luoghi, per tutti i sacramenti, anche se il suo predecessore, papa Benedetto XVI, aveva chiaramente affermato che ogni sacerdote ha il diritto di celebrare la Messa tradizionale e che i fedeli hanno il diritto di ricevere i sacramenti secondo il rito tradizionale.

 

Quindi, può un papa contraddire un altro papa? Cosa dirà il prossimo? E cosa dirà quello che verrà dopo di loro?

 

Oggi, di fatto, siamo già scomunicati. Andate da qualche parte, volete celebrare la Messa e vi chiedono:

 

— «Da dove vieni?»

— «Vengo dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X».

— «Oh no! Non potete».

 

Siete fedeli, desiderate ricevere la Comunione in ginocchio e sulla lingua, come facevano i vostri genitori e nonni, e vi viene detto:

 

— «Oh no, no, no! Qui, la Comunione si riceve in piedi e sulla mano».

 

E la Comunione viene negata ad alcuni, i sacramenti vengono negati secondo il rito tradizionale; tutto questo già accade. I sacramenti vengono negati nel rito tradizionale, quindi, di fatto, le persone vengono già escluse. Ma non possiamo impedire alle persone di chiedere i sacramenti secondo il rito dei loro antenati, secondo quei riti che hanno preservato la fede.

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Non poterono fare nulla

Quindi, fratelli miei, non preoccupiamoci, la carovana passerà; ci saranno sicuramente latrati, ma passerà.

 

Ricordate, cari fratelli, che il Signore stesso, quando era a Nazaret, venne a predicare e lo ascoltarono. Poi gli abitanti della sua città vollero gettarlo giù da una collina. Perché? Poiché Gesù li aveva rimproverati per non aver ascoltato la parola di Dio, volevano gettarlo giù da quella collina. E l’evangelista san Luca ci dice semplicemente che Gesù passò in mezzo a loro e se ne andò; non poterono fare nulla.

 

E san Giovanni ci racconta che un giorno, mentre Gesù si trovava nel Tempio di Gerusalemme, i farisei gli dissero: «chi credi di essere?». E Gesù rispose: «prima che Abramo fosse, io sono». Vale a dire, si dichiarò Dio. Allora, pieni di furore, presero pietre, volevano lapidarlo, e san Giovanni ci dice che Gesù uscì dal Tempio e se ne andò; non poterono fare nulla.

 

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Quando Dio è con noi, chi può essere contro di noi?

E non dimentichiamo nemmeno quel bellissimo racconto evangelico della guarigione del cieco nato. Gesù guarì quest’uomo, e poi i capi della sinagoga lo interrogarono: «chi ti ha fatto questo? Come è successo?». Poi interrogarono i suoi genitori. I genitori intuirono che la situazione si stava facendo pericolosa e risposero: «sappiamo che è nato cieco. Ma come abbia riacquistato la vista, non lo sappiamo».

 

E san Giovanni aggiunge questa osservazione: I suoi genitori parlarono così perché avevano paura. Perché? Perché chiunque aderisse a Gesù Cristo era escluso dalla sinagoga. Escluso dalla sinagoga, cioè, in un certo senso, scomunicato. Coloro che riconoscevano Gesù Cristo non potevano più partecipare alle funzioni nelle sinagoghe; erano esclusi. Erano già, in un certo senso, scomunicati – non dimenticatelo mai.

 

Concludo con questo, cari fratelli. Santa Giovanna d’Arco fu giudicata dalla Chiesa, fu bruciata sul rogo, e sapete che nei suoi ultimi istanti chiese che le venisse portato un crocifisso. Contemplò questo crocifisso, invocando il santo nome di Gesù perché venisse in suo aiuto e la sostenesse in quella terribile sofferenza. E sul capo portava una mitra. Su questa mitra erano incise queste parole: «Strega, eretica, scismatica, scomunicata».

 

E oggi? Oggi la Chiesa venera Santa Giovanna d’Arco non solo come santa, ma anche come patrona di Francia.

 

Quindi, cari fratelli, manteniamo la fede.

 

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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