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«Il Verbo si è fatto carne»: omelia per il Santo Natale di Mons. Viganò

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Renovatio 21 ripubblica l’omelia per il Santo Natale 2023 dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò.

 

 

GIACCHÉ TI FECE AMOR POVERO ANCORA

Omelia per il Pontificale nella Natività del Signore Ad Missam in die

Puer natus est nobis,
et filius datus est nobis:

cujus imperium super humerum ejus
et vocabitur nomen ejus magni consilii Angelus.

Is 9, 6

 

La solennità odierna costituisce il compimento delle promesse che il Signore ha fatto al Suo popolo; promesse racchiuse nelle antiche Profezie, ad iniziare da quella del Protoevangelo, in cui si menziona la stirpe benedetta della Donna quale vincitrice della stirpe maledetta del Serpente. E io porrò inimicizia fra te e la donna, e fra il tuo lignaggio e il lignaggio di lei; questo ti schiaccerà il capo e tu le insidierai il calcagno (Gen 3, 15).

 

Isaia precisa con solennità: Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il potere e il suo nome sarà: Consigliere mirabile, Dio potente, Padre eterno, Principe della pace (Is 9, 6).

 

Alla Messa in nocte l’Introito ci ha mostrato la generazione del Figlio di Dio dal Padre nell’eternità del tempo: Dominus dixit ad me: filius meus es tu, ego hodie genui te.

 

Quell’eternità contemplata nella notte – il cui silenzio evoca appunto il Mistero di Dio – si cala con l’Incarnazione della Seconda Persona della Santissima Trinità nella Storia del genere umano.

 

Ecco allora la Messa in aurora che squarcia le tenebre del peccato in cui si trova l’umanità: Lux fulgebit hodie super nos, quia natus est nobis Dominus. Una luce è sfolgorata oggi sopra di noi, perché è nato per noi il Signore.

 

Poi, con la Messa in die, ecco mostrarsi l’umanità del Salvatore: Poiché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità e sarà chiamato: Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace (Is 9, 6).

 

Puer, dice la Scrittura. Ma puer non significa solo bambino, bensì anche servo, perché è nell’obbedienza al Padre che il Figlio accetta di spogliarSi della Sua divinità, formam servi accipiens in similitudinem hominum factus, et habitu inventus ut homo; assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini, e apparso in forma umana (Fil 2, 7).

 

Quel nobis, quel per noi, esprime dunque lo scopo dell’Incarnazione e della Passione del Signore, promessa ai nostri Progenitori per riscattare la loro progenie caduta con il peccato e compiutasi con la venuta al mondo, secundum carnem, del Verbo eterno del Padre. Comprendiamo bene per quale motivo la saggezza della Santa Chiesa ci faccia inginocchiare ogni volta che ricordiamo il Mistero ineffabile della Carità divina: et verbum caro factum est, et habitavit in nobis (Gv 1, 14).

 

Il Verbo si è fatto carne: se pensiamo a queste parole non possiamo non rimanerne abbagliati, contemplando l’infinita bontà di Dio dinanzi alla nostra indegnità e miseria. Ma ancor più abbagliante della luce che rischiara le tenebre della Notte santa – santa perché segna l’ingresso dell’Uomo-Dio nella Storia e nel mondo – è la luce che ha rischiarato la notte del Sabato Santo, quando il corpo di Gesù Cristo martoriato, flagellato, inchiodato alla Croce e infine deposto nel sepolcro è risorto da morte, trionfando sul Nemico del genere umano e compiendo l’antica promessa contenuta nelle Sacre Scritture.

 

Nel silenzio dell’eternità si compie l’eterna generazione del Figlio dal Padre; nel silenzio si è compiuta l’Incarnazione, dopo il Fiat di Maria Santissima; nel silenzio della capanna di Betlemme nasce il Redentore; nel silenzio del sepolcro Egli risorge. E nel silenzio del Santo Sacrificio della Messa Gesù Cristo, per le parole del sacerdote, scende ogni giorno sull’altare per farSi cibo e bevanda di salvezza.

 

Qui propter nos homines et propter nostram salutem descendit de cœlis: Egli è disceso dal cielo per noi uomini e per la nostra salvezza. Natus est nobis. Datus est nobis: il Signore non è soltanto nato per noi, ma si è dato a noi, e al posto nostro – come primizia del genere umano – Egli ha voluto morire, in obbedienza ai decreti dell’eterno Padre, per redimerci, riscattarci dalla colpa infinita di cui Adamo ed Eva si erano macchiati, e da tutti i peccati commessi da tutti gli uomini di tutti i tempi. Solo Dio poteva infatti riparare quell’infinita offesa a Dio; solo un Uomo poteva riparare a nome degli uomini: ecco il perché dell’Incarnazione di Dio.

 

Quando contempliamo Gesù Bambino adagiato in una mangiatoia e avvolto in fasce dobbiamo comprendere che quel Puer – nella duplice accezione di bimbo e di servo – inizia la propria Passione sulla paglia pungente della greppia, nel freddo della notte del 25 Dicembre: a Te che sei del mondo il Creatore, mancano panni e fuoco, o mio Signore! esclama Sant’Alfonso nel canto che tutti conosciamo. Quanto questa povertà più m’innamora: giacché Ti fece Amor povero ancora. Per questo motivo la pietà popolare, istruita dalla solida dottrina, ci mostra l’immagine del Bambinello che dorme adagiato sulla Croce. Per questo nelle raffigurazioni medievali vediamo, vicino alla grotta, ergersi la Croce del Golgota: Perché tanto patir? Per amor mio!

 

Perché il Presepe ci è così caro? perché la scena della Natività è presente da sempre come simbolo del Natale? Forse perché vi vediamo rappresentata la Sacra Famiglia? o per via della suggestiva cornice dei pastori, dei Magi, del bue e dell’asinello? Quel Presepe – che la devozione ha custodito intatto nel corso dei secoli – ci è tanto caro perché in esso troviamo annunciata la nostra Redenzione per sanguinem ejus (Ef 1, 7), e ci struggiamo nel vedere quel Puer – l’Annunciato dai Profeti, l’Atteso, il Desiderato di tutti i popoli – che viene al mondo per noi, e per morire per noi, e per riparare alla morte eterna che noi ci siamo dati disobbedendo a Dio.

 

Gesù Cristo nasce per morire, e ci stringe il cuore – se solo osiamo pensarci davvero, e non con superficialità – fissare lo sguardo del Bambinello che non ha fatto in tempo a nascere e già soffre nelle Sue carni santissime, e soprattutto si prepara a soffrire i tormenti della Passione di cui noi, creature ingrate, siamo la causa.

 

Gesù nasce povero. Povero non di una mancanza imposta e non voluta, ma di quella privazione totale che porta Dio stesso, il Verbo di Dio, ad annullarsi – exinanivit, dice San Paolo (Fil 2, 7), a celarsi, a rinunciare alla gloria perfetta del Cielo per farSi carne: il Verbo che Si fa carne. E assume quella carne, quel corpo divino – in virtù dell’unione ipostatica – per soffrire, patire, morire, lasciarSi flagellare, coronare di spine, bastonare, ferire, insultare, coprire di sputi e infine uccidere per noi, per riportarci al nostro destino di beatitudine eterna, che pure avevamo assaporato nel Paradiso terrestre e che abbiamo perduto, cedendo alla tentazione del Serpente.

 

Una tentazione che era palesemente un inganno: eritis sicut dii, sarete come dei. Ma noi eravamo già sicut dii, immortali e perfetti, senza malattie, senza difficoltà nell’apprendere, senza esser soggetti alle passioni. Vivevamo nel Giardino dell’Eden alla presenza di Dio e non avevamo bisogno di nulla, perché a tutto provvedeva la magnificenza del nostro Creatore. Eppure abbiamo preferito credere alle menzogne di Satana e disobbedire a Dio, che ci aveva dato tutto.

 

Ebbene, quel tutto che avevamo ricevuto gratuitamente è stato incomparabilmente superato dal dono di Sé che Dio ha voluto compiere in risposta alla nostra ingratitudine: il dono di Sé nell’Incarnazione e nella Redenzione, sicché alla nostra offesa infinita Egli ci ha sì cacciati dal Paradiso terrestre, ma ci ha anche dato Suo Figlio per riparare ai nostri peccati, con una generosità e una bontà che solo Dio può mostrare. O felix culpa!

 

Il Presepe ci parla di questo Amore infinito, che Dio compie seguendo una pedagogia divina: Egli ci dona Sé stesso – cosa che non possiamo nemmeno comprendere in tutta la sua ineffabile grandezza – ma chiede sempre la nostra cooperazione; non perché Egli ne abbia bisogno, ma perché vuole che al Suo tutto si associ il nostro nulla, per elevarlo, nobilitarlo e santificarlo.

 

Il Signore ha chiesto il permesso alla Vergine per incarnarSi nel Suo seno e in vista del Suo Fiat l’ha preservata dal peccato. Egli può darci tutto, fino a Sé stesso, a patto che anche noi rispondiamo a questo Amore infinito – amore di Carità perfetta – con l’unica cosa che possiamo restituire con tutto il nostro essere: l’amore soprannaturale.

 

E come il padre regala al figlio i soldini con cui comprargli il regalo di Natale; come il re della parabola dona agli invitati la veste con cui presentarsi alle nozze, così il Signore giunge al punto di donarci la Grazia soprannaturale con cui ricambiare il Suo amore. Quando ascoltiamo le parole della divina Sapienza, Chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato (Lc 14, 11), dobbiamo non solo sentirle rivolte a noi come monito a riconoscere il nostro nulla per essere ricolmati del tutto che il Signore ci dona – quia respexit humilitatem ancillæ suæ (Lc 1, 48) – ma anche come segno profetico dell’Amore divino che si umilia e come punizione ineluttabile dell’orgoglio di Satana: dispersit superbos mente cordis sui, deposuit potentes de sede, divites dimisit inanes.

 

L’odio verso Cristo – testata d’angolo e pietra d’inciampo su cui si schiantano i Suoi nemici – è motivato proprio dalla incapacità per orgoglio di comprendere il Mistero di Carità che porta Dio a farSi uomo, il Signore a farSi servo; o quantomeno di inchinarsi adoranti dinanzi a questa Carità che è Dio. Deus caritas est (I Jo 4, 8).

 

E, come ammonisce San Giovanni: qui non diligit, non novit Deum, chi non ama non conosce Dio (ibid.). L’incapacità di amare e di lasciarsi amare è, in definitiva, ciò che scava l’abisso tra la Carità infinita di Dio e il nostro miserabile orgoglio, che ci fa rifiutare tanto l’Amore del Signore nei nostri confronti, quanto l’amore che Egli mediante la Grazia ispira verso di Sé nel nostro cuore malato.

 

È la Carità che brucia i nostri peccati, che purifica la nostra anima, che ci innalza alle vette della santità rendendoci veramente simili a Dio; mentre l’amore per noi stessi, per le seduzioni del mondo, per i piaceri della carne ci sprofonda nell’unico abisso dal quale nemmeno l’onnipotenza del Signore ci può strappare, perché fa di noi, del mondo e del diavolo i nostri idoli, i falsi dèi che non possono darci nulla se non la morte.

 

Dobbiamo comprendere l’inganno infernale che il demonio ci tende ogniqualvolta nel tentarci ci illude di poterci affrancare da Cristo e dalla Sua Legge. Più ci innalziamo credendoci liberi di poter pensare, agire e parlare come vogliamo, più la nostra anima è avvinta dalle catene che le impediscono di salire a Dio; più ci riempiamo di noi stessi, meno spazio lasciamo alla Grazia. Dobbiamo invece ascoltare quel Verbo divino che ci ha dato per primo l’esempio di umiltà e di obbedienza fino a farSi uomo e a morire per noi. Dio che non ha bisogno di nulla Si rende bisognoso di tutto, perché noi che siamo bisognosi di tutto possiamo trovare in Lui ciò che nessuna creatura, nemmeno gli Angeli, osano sperare.

 

Guardiamo al Presepe, dunque, e in esso contempliamo commossi l’umiltà della Vergine che la Trinità ha voluto divenisse Madre di Dio: ecce enim ex hoc beata me dicent omnes generationes. Guardiamo l’umiltà di San Giuseppe, silenzioso e forte custode della divina Famiglia.

 

Guardiamo all’umiltà degli Angeli, che a differenza degli spiriti ribelli intonano il Gloria su quella povera capanna dove nasce, nell’umiltà, il Messia promesso.

 

Guardiamo all’umiltà dei pastori, ai loro semplici doni, alla loro fede pura, al fatto che la povertà materiale non ha impedito loro di riconoscere l’unico tesoro che meriti di essere custodito gelosamente: quel figlio di Giuseppe, della tribù regale di Davide, che con il Suo vagito di pargoletto irrompe nelle tenebre del mondo per portarvi la luce, per essere vera e sola Luce Egli stesso – come dirà tra pochi giorni Simeone – Lumen ad revelationem gentium, et gloria plebis tuæ, Israël (Lc 2, 32).

 

E così sia.

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

25 Dicembre 2023

In Nativitate Domini

 

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Immagine di Matthias Som, Adorazione dei Pastori (circa 1650), Palazzo Madama, Torino

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

 

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La Santa Sede stende il tappeto rosso per Sarah Mullally. Descrizione del viaggio

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Quanto accaduto a Roma da sabato 25 a martedì 28 aprile 2026 è abominevole, scandaloso e grottesco: una donna vestita da vescovo è stata ricevuta dalla Santa Sede con onori ecclesiastici. Si tratta della stessa donna che papa Leone XIV, al momento della sua intronizzazione, aveva chiamato «Reverendissima e Onorevolissima Madame Sarah Mullally, arcivescovo di Canterbury», Primate della Comunione Anglicana.   Sabato 25 aprile Madame Mullally è stata accolta nel pomeriggio nella Basilica di San Pietro da mons. Flavio Pace, Segretario del Dicastero per il Servizio dell’Unità dei Cristiani, e dal Canonico Eric van Teijlingen, membro del Capitolo della Basilica. Poi, è stata condotta alla tomba di San Pietro nella Cappella Clementina, dove ha impartito una benedizione ai presenti. Nelle immagini, si vede mons. Flavio Pace chinare il capo e farsi il segno della croce, come se ricevesse una benedizione valida da Sarah Mullally.   Madame Mullally si è recata poi alla Basilica di San Paolo fuori le Mura, dove è stata ricevuta dal Cardinale James Michael Harvey, arciprete della Basilica di San Paolo fuori le Mura. Sotto gli occhi stupiti di pellegrini e turisti, ha preso posto nell’area centrale a lei riservata davanti alla tomba di San Paolo. Proprio in questa basilica, il 24 marzo 1966, un anno dopo il Concilio Vaticano II, venne firmata la dichiarazione congiunta tra l’arcivescovo anglicano Michael Ramsey e papa Paolo VI.

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Domenica 26 aprile Dopo aver presieduto una funzione anglicana al mattino, il viaggio è proseguito domenica pomeriggio con l’accoglienza presso la Basilica di San Giovanni in Laterano da parte di monsignor Guerino di Tora, Vicario dell’arciprete, il cardinale Baldassare Reina, e successivamente presso la Basilica di Santa Maria Maggiore da parte di monsignor Éamonn McLaughlin, in rappresentanza dell’arciprete, il cardinale Rolandas Makrickas, dove ha visitato la tomba di papa Francesco. Ancora una volta, ha potuto pregare al centro delle basiliche, circondata da prelati cattolici.  

Lunedì 27 aprile

Sarah Mullally è stata ricevuta in udienza da papa Leone XIV in Vaticano lunedì mattina. I due si sono incontrati privatamente prima di pronunciare entrambi un discorso pubblico. Ha inoltre presentato al papa la sua delegazione anglicana e si sono scambiati dei doni. In seguito, si è unita al papa per partecipare insieme alla preghiera di mezzogiorno nella Cappella di Urbano VIII, all’interno del Palazzo Apostolico.
 

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Lunedì sera, Sarah Mullally ha presieduto i Vespri nella chiesa cattolica gesuita di Sant’Ignazio di Loyola, durante i quali ha insediato il Vescovo anglicano Anthony Ball, direttore del Centro anglicano di Roma, come rappresentante dell’arcivescovo di Canterbury presso la Santa Sede.   Il cardinale James Michael Harvey ha partecipato alla celebrazione, mentre l’omelia è stata pronunciata dal cardinale Luis Antonio Tagle, Pro-Prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione. Mons. Richard Moth di Westminster, che ha accompagnato Sarah Mullally nel suo viaggio a Roma, si è unito a lei per impartire la benedizione finale della cerimonia liturgica.  

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Martedì 28 aprile Il viaggio si è concluso martedì con le visite al centro anglicano per migranti Joel Nafuma e ai progetti della comunità cattolica di Sant’Egidio, fortemente progressista, globalista e influente.  

Un grave scandalo sotto diversi aspetti.

L’accoglienza riservata a Sarah Mullally dalla Santa Sede è inaccettabile per qualsiasi cattolico che abbia a cuore la verità piuttosto che l’ecumenismo, per diversi motivi.   La Chiesa cattolica non riconosce la validità delle ordinazioni anglicane, che furono dichiarate «assolutamente nulle e invalide» da Leone XIII nella Apostolicae Curae. Inoltre, la Chiesa insegna categoricamente di non aver ricevuto da Nostro Signore Gesù Cristo l’autorità di conferire l’ordinazione sacerdotale alle donne. Infine, la Comunione anglicana è dottrinalmente eretica e trae origine dallo scisma di Enrico VIII d’Inghilterra dalla Chiesa cattolica nel 1534.   Inoltre, la figura di Sarah Mullally è estremamente problematica. Ex infermiera, poi alta funzionaria pubblica britannica, è stata «ordinata» diacono e sacerdote anglicano nel 2001, poi «consacrata» come vescovo nel 2015, prima di diventare vescovo di Londra nel 2018 e poi arcivescovo di Canterbury nel 2026. Il Financial Times l’ha descritta come «teologicamente liberale». Lei stessa si definisce femminista. Mullally ha sostenuto e accompagnato gli sviluppi più importanti dell’anglicanesimo contemporaneo: benedizioni per le coppie dello stesso sesso, cura pastorale LGBT, linguaggio basato sull’identità e posizioni ambigue sull’aborto.   È significativo che le critiche più dure rivolte a Sarah Mullally provengono dall’interno della stessa Comunione Anglicana. La Global South Fellowship of Anglican Churches, che rappresenta milioni di anglicani, ha visto la sua elezione come un’occasione persa per la riforma e l’unità. L’arcivescovo Justin Badi Arama, primate del Sud Sudan, ha dichiarato di non riconoscerla come guida spirituale. Questi anglicani, spesso di origine africana, rifiutano proprio ciò che Roma sembra ora onorare: l’ordinazione delle donne, le benedizioni per le coppie dello stesso sesso, il progressismo morale e l’adattamento al mondo moderno.

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Un riconoscimento impossibile

Il 20 marzo 2026, papa Leone XIV aveva già indirizzato un messaggio a «Sua Reverendissima e Onorevolissima Madame Sarah Mullally, arcivescovo di Canterbury», in occasione della sua intronizzazione.   Se Leone XIV non riconoscesse davvero alcuna autorità degli ordini nella Chiesa anglicana, e ancor meno se questa fosse detenuta da una donna, qual è allora il significato degli onori di «arcivescovo» che le sono stati così generosamente conferiti durante quest’udienza e il suo soggiorno a Roma? Una Chiesa «sorella», guidata da una donna, offre senza dubbio una buona indicazione della concezione di Leone XIV, sulla scia di Francesco, riguardo al potere giurisdizionale attribuibile ai laici, uomini o donne che siano. La stessa idea è evidente nel documento finale del Gruppo di Studio 5 del Sinodo sulla Sinodalità, riguardante «la partecipazione delle donne alla vita e al governo della Chiesa».   All’inizio del suo discorso, il papa ha espresso la sua gioia per la presenza di Sarah Mullally in udienza, prima di ricordare l’incontro ufficiale a Roma tra Paolo VI e l’arcivescovo anglicano di Canterbury, Michael Ramsey, avvenuto sessant’anni prima, il 23 marzo 1966. Questo incontro illustrò il desiderio di Paolo VI di perseguire attivamente l’ecumenismo del Concilio Vaticano II. Il giorno seguente, a San Paolo fuori le Mura, dopo una dichiarazione congiunta, Paolo VI compì un gesto plateale donando al primate anglicano il proprio anello episcopale. Questo simbolo fu ampiamente percepito come un implicito riconoscimento della dignità dell’ufficio episcopale anglicano.  

L’assurdità dell’ecumenismo conciliare

Questo scandalo dimostra ancora una volta l’assurdità dell’ecumenismo conciliare. In nome del dialogo, le verità della fede vengono oscurate. In nome dell’unità, si dà l’impressione che eresie e scismi siano semplici sfumature. Una tale logica non conduce le anime all’unica Chiesa di Cristo, ma le abitua all’indifferenza.   Il vero ecumenismo, a differenza di quello propugnato dal Concilio Vaticano II, non consiste nel trattare il vero sacerdozio e la sua invalida imitazione, la successione apostolica e la sua parodia, la dottrina cattolica e gli errori moderni come equivalenti. Consiste nel richiamare le anime all’unità di fede, sacramenti e governo sotto il successore di San Pietro.

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Una nuova manifestazione dello stato di necessità

Questa surreale scena romana rivela lo stato di confusione dottrinale in cui si trova oggi la Chiesa visibile. Quando i simboli sacri vengono usati contro la verità che dovrebbero esprimere, i fedeli hanno il dovere di resistere a questa confusione.   È difficile esprimere la gravità di questa situazione. Una donna che la Chiesa non riconosce come vescovo viene condotta nei luoghi più sacri di Roma, dove impartisce una benedizione, riceve gli onori di un primate e incontra il papa, mentre i vescovi e i sacerdoti cattolici della Fraternità Sacerdotale San Pio X, rimasti fedeli alla Tradizione, vengono tenuti a distanza.   In una recente intervista, don Davide Pagliarani ha dichiarato di attendere un’udienza con il Santo Padre da quasi nove mesi: «Questo corrisponde al mio più sincero desiderio. Tuttavia, sono stupito che finora non ci sia stata alcuna risposta o reazione personale da parte del Santo Padre».   «Prima di dichiarare scismatica una società con più di mille membri, che costituisce un punto di riferimento per centinaia di migliaia di fedeli in tutto il mondo, sarebbe opportuno conoscere personalmente coloro che saranno giudicati». La sanzione proposta non riguarda solo un’istituzione – che, per inciso, non esiste agli occhi della Santa Sede – ma anche singoli individui, profondamente devoti al papa e alla Chiesa.   «Confesso di faticare a comprendere questo silenzio, soprattutto quando ci viene spesso ricordato il bisogno di ascoltare il grido dei poveri, il grido degli emarginati e persino il grido della Terra stessa…»   Si può negare al Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X ciò che si concede indebitamente a Sarah Mullally?

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Il cardinale Fernandez ha già preparato l’ordine di scomunica della FSSPX

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Il cardinale Victor Manuel Fernandez avrebbe già preparato un ordine di scomunica per la Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) qualora questa consacrasse nuovi vescovi a luglio. Lo riporta LifeSite.

 

In un articolo del 28 aprile, la vaticanista statunitense Montagna ha scritto che il collega Nico Spuntoni, noto per la sua accuratezza nel riportare le notizie prima dei canali ufficiali, le avrebbe confermato che il Dicastero per la Dottrina della Fede (DDF), guidato dal Cardinale Fernandez, ha già preparato una dichiarazione di scisma per la Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) nel caso in cui l’ordine consacri nuovi vescovi il 1° luglio come previsto.

 

Spuntoni avrebbe anche riferito che il DDF sta attualmente predisponendo l’accoglienza pastorale per i fedeli che dovessero lasciare la FSSPX dopo le consacrazioni. «Il Dicastero per la Dottrina della Fede si sta già preparando allo scenario di scisma a seguito delle consacrazioni nella FSSPX» ha scritto ancora il 25 aprile.

 


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La notizia giunge a pochi giorni di distanza dalle indiscrezioni secondo cui Papa Leone XIV avrebbe deciso di seguire l’esempio di Giovanni Paolo II e di dichiarare scomunicati i vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X che parteciperanno alle prossime consacrazioni episcopali della Fraternità, previste per il 1° luglio.

 

«Fonti ben informate sulla questione mi hanno confermato che il Dicastero per la Dottrina della Fede è già preparato a uno scenario di scisma in seguito alle probabili nuove consacrazioni», avrebbe dichiarato Spuntoni a Montagna.

 

Spuntoni ha osservato che la DDF afferma di essere «indulgente» nei negoziati con la Fraternità, ma intende essere «ferma» nella sua risposta qualora le consacrazioni dovessero procedere.

 

Il giornalista ha inoltre sottolineato che, secondo le sue fonti, la DDF «è preoccupata per la cura pastorale delle persone (cioè del clero) legate alla Fraternità che non intendono rimanervi dopo un’ulteriore rottura con Roma».

 

La scorsa settimana, il sito cattolico americano Rorate Caeli ha riferito che papa Leone avrebbe già preparato un decreto «simile, per tono e contenuto, a quello promulgato da papa Giovanni Paolo II tramite il cardinale Bernardin Gantin, prefetto della Congregazione per i Vescovi, il 1° luglio 1988».

 

Come Giovanni Paolo II, Leone avrebbe dichiarato scomunicati ipso facto i vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X – sia quelli consacranti che quelli neo-consacrati – il che significa che sarebbero stati automaticamente scomunicati e considerati colpevoli di un «atto scismatico» per aver partecipato a consacrazioni episcopali senza l’approvazione papale.

 

La scorsa settimana, il corrispondente vaticano Niwa Limbu ha affermato che, secondo le sue fonti, la DDF «sta preparando la possibilità di una scomunica dell’intera Fraternità Sacerdotale San Pio X», intendendo tutti i sacerdoti della Fraternità, non solo i vescovi. Non è chiaro se intendesse includere in questa affermazione anche i laici sostenitori della Fraternità.

 

Lo stesso vescovo della Fraternità Sacerdotale San Pio X, Bernard Fellay, in una recente omelia a St. Mary’s, in Kansas, ha affermato che tali scomuniche imminenti sono molto probabili.

 

«Preferisco non fare il profeta, ma sono abbastanza sicuro che ci sia un’enorme probabilità che tutti voi, noi compresi, possiate essere scomunicati, dichiarati scismatici, c’è un’altissima probabilità perché lo hanno già detto pubblicamente. Quindi, per così dire, si stanno costringendo a farlo. Ma comunque, Dio può fare miracoli. Non è la fine», ha detto Fellay.

 

Lo Spuntoni ha inoltre sottolineato alla Montagna che le sue fonti non hanno specificato se le scomuniche previste dal Vaticano riguarderanno solo i vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X che partecipano alle consacrazioni o anche gli altri membri.

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Immagine da FSSPX.News

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Spettacolo osceno tenuto nell’ex cappella di Santa Giovanna d’Arco a Parigi

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Una performance oscena e grottesca, definita «demoniaca», si è svolta di recente in una cappella sconsacrata a Parigi, un tempo cappella di Santa Giovanna d’Arco.   Le scene del «cabaret» queer e le immagini pubblicitarie che lo accompagnano evocano l’inferno: rumori cupi e industriali, fiamme sul palco e in tutta la chiesa, un personaggio «serpente» e una «strega», e rappresentazioni perverse permeano lo spettacolo.   L’organizzatore, un gruppo che si autodefinisce «LGBTQIA+» chiamato Cirquefier.es, ha descritto l’evento nei post promozionali su Instagram come un «rituale sovversivo» e una «narrazione sul corpo» che celebra «la diversità delle identità e l’emancipazione individuale».   «Assolutamente tutto è stato sessualizzato», ha osservato il sito francese Christian Tribune Media, che ha seguito l’evento.   Peggio ancora, l’evento assume una connotazione sacrilega poiché si svolge in una cappella tra immagini sacre, tra cui vetrate raffiguranti Santa Giovanna d’Arco e, a quanto pare, crocifissi.  

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Il maestro di cerimonie ha fatto riferimento al martirio di Santa Giovanna d’Arco durante lo spettacolo in modo sacrilego: «Sapete che la cappella Reille non è il suo vero nome; nella vita reale, è la cappella di Santa Giovanna d’Arco, e noi le daremo fuoco!» hanno esclamato.   Sebbene la cappella sia stata desacralizzata, il suo utilizzo a scopo osceno costituisce comunque una violazione del diritto canonico.   Il canone 1222 stabilisce che «Se una chiesa non può in alcun modo servire al culto divino e non è possibile ripararla, può essere ridotta dal vescovo diocesano a un uso secolare non inappropriato».   Il canone 1222 afferma inoltre: «Se una chiesa non può essere utilizzata in alcun modo per il culto divino e non vi è possibilità di ripararla, il vescovo diocesano può destinarla a un uso profano, ma non sordido». Il recente spettacolo di «cabaret» è uno degli esempi più lampanti di tale utilizzo.   Il filmato della performance pornografica, troppo esplicito per essere pubblicato qui, ha suscitato disgusto e indignazione dopo essere stato condiviso su X.   L’abate Mathieu Raffray dell’Istituto del Buon Pastore ha descritto l’evento come «decisamente demoniaco», sottolineando in una dichiarazione l’uso di «simboli esplicitamente satanici come fuoco e serpenti». Ha inoltre ipotizzato che lo spettacolo sia stato allestito intenzionalmente in un luogo precedentemente sacro allo scopo di «profanarlo».   «Perché usare una chiesa per questo? C’è un desiderio di perversione, di profanazione in un luogo costruito per uno scopo ben preciso…», ha dichiarato a Christian Tribune Media. «Mi fa orrore».   L’abate Raffray ha anche descritto la natura pro-LGBT dello spettacolo, che vedeva la partecipazione di drag queen e omosessuali, come «un attacco alla morale della Chiesa», secondo quanto riportato da BVoltaire.   Il religioso inoltre affermato che, oltre ad essere «offensivo per i cattolici» a causa del suo carattere sacrilego, lo spettacolo rappresentava una «provocazione contro l’umanità e la nostra cultura».   La cappella faceva un tempo parte del convento delle Missionarie Francescane di Maria, che vendettero l’intero complesso nel 2020 perché «non erano più in grado di mantenere l’edificio», secondo quanto riportato da BVoltaire. Le missionarie vi risiedevano dal 1895.   Secondo l’abate Raffray, le suore rifiutarono una proposta di acquisto del complesso da parte di fedeli cattolici e scelsero invece di venderlo all’imprenditrice sociale parigina In’li. «È il risultato della mentalità consumistica odierna», ha affermato l’abate Raffray.   Non si tratta del primo esempio di dissacrazione di una chiesa cattolica in Francia. L’anno passato la comica e artista femminista radicale spagnolaAne Lindane aveva pubblicato sui social media un video in cui profana un altare all’interno della storica chiesa di Saint-Laurent-d’Arbérats, nella regione francese dell’Occitania durante uno spettacolo «comico» nell’ambito di un festival locale.

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Come riportato da Renovatio 21, sempre l’anno scorso una delle cattedrali più importanti della Germania, quella di Paderborn, in Vestfalia, aveva ospitato uno spettacolo sacrilego con ballerini a torso nudo e una grottesca «performance» con polli crudi e senza testa, scatenando lo scandalo fra i fedeli.   Nel 2024 a un fedele cattolico anonimo ha distrutto una raffigurazione blasfema e indecente della «Nostra Signora» in nella cattedrale di Santa Maria a Linz dopo che la scultura aveva suscitato indignazione.   Casi che possono ricordare da vicino quello di Carpi, dove un quadro definito da alcuni fedeli come osceno e sacrilego era stato esposto ella chiesa di Sant’Ignazio, chiesa del museo diocesano di Carpi, per poi essere attaccato da uno sconosciuto che avrebbe ferito anche l’artista lì presente. Anche in quel caso, la mostra era stata verosimilmente approvata dalla gerarchia.  

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Immagine di PortlandAppraisalBlog via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International 
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